Pachimetria

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Pachimetria corneale

Esecuzione dell'esame con pachimetro

Cos’è?

La pachimetria corneale è un esame non invasivo che misura lo spessore della cornea, la parte trasparente dell’occhio situata davanti all’iride. Si tratta di un test importante per la diagnosi e il monitoraggio di patologie oculari come il glaucoma e il cheratocono. Viene inoltre impiegato nella valutazione preoperatoria per interventi di chirurgia refrattiva e per altri trattamenti specifici sullacornea. Lo spessore corneale viene espresso in micrometri (μm) e, in condizioni normali, il valore medio centrale si attesta tra 520 e 540 μm. 

Come si esegue?

Si tratta di una procedura semplice, rapida, sicura e priva di dolore, che non richiede una preparazione specifica. L’esame viene eseguito con il paziente seduto in posizione confortevole. Dopo l’instillazione di un collirio anestetico topico, necessario a eliminare la sensibilità corneale, l’operatore appoggia una sonda pachimetrica a ultrasuoni sul centro della cornea. Il contatto è minimo e non determina alcun fastidio per il paziente. La misurazione avviene in pochi secondi e i valori rilevati vengono immediatamente visualizzati sul display dell’apparecchiatura. L’esame può essere ripetuto più volte e, se necessario, effettuato in differenti punti della cornea per ottenere una valutazione pachimetrica più completa e accurata. 

Quali sono le metodiche?

Oltre al pachimetro corneale a ultrasuoni, che rappresenta la metodica più comunemente utilizzata, possono essere impiegate anche altre tecniche di misurazione dello spessore corneale. La pachimetria ottica consente la valutazione dello spessore corneale senza alcun contatto diretto con la superficie oculare. Fa eccezione la microscopia confocale, utilizzata per visualizzare in dettaglio tutti gli strati della cornea e individuare eventuali aree di maggiore fragilità, che prevede l’interposizione di un gel tra l’occhio del paziente e lo strumento di analisi. La mappa pachimetrica, invece, permette di misurare lo spessore corneale in più punti della superficie, fornendo una rappresentazione completa della distribuzione dello spessore e consentendo l’identificazione del punto più sottile della cornea. 

A cosa serve?

L’esame pachimetrico riveste un ruolo fondamentale nella valutazione dello spessore corneale e risulta utile in diversi ambiti clinici e chirurgici. È essenziale nella diagnosi e nel monitoraggio del cheratocono, patologia caratterizzata da un progressivo assottigliamento della cornea. Nel glaucoma, la pachimetria contribuisce alla corretta interpretazione dei valori di pressione intraoculare e al monitoraggio dell’ipertono oculare. In ambito chirurgico, rappresenta, insieme alla topografia corneale, uno degli esami diagnostici principali per la valutazione dell’idoneità alla chirurgia refrattiva, finalizzata alla correzione di miopia, ipermetropia, astigmatismo e presbiopia. È inoltre impiegata nella programmazione e nel follow‑up della chirurgia corneale, inclusi interventi quali cross‑linking, impianto di anelli intrastromali e trapianto di cornea. La pachimetria è utilizzata anche nella valutazione dell’edema corneale e, nei portatori di lenti a contatto, risulta indispensabile per monitorare eventuali variazioni dello spessore corneale e lo stato di idratazione o disidratazione della cornea.  

In sintesi, la pachimetria è indicata nei pazienti: 

  • con patologie degenerative della cornea; 
  • a rischio di glaucoma; 
  • candidati a chirurgia refrattiva; 
  • affetti da cheratocono; 
  • in previsione di interventi di chirurgia corneale, come la cheratoplastica. 

Ha controindicazioni?

La pachimetria corneale può essere eseguita su pazienti di ogni età, trattandosi di un esame sicuro, indolore e privo di rischi, che non presenta controindicazioni. È tuttavia necessaria una minima collaborazione da parte del paziente per garantire l’attendibilità delle misurazioni. Per questo motivo, l’esame può risultare di più difficile esecuzione nei bambini poco collaboranti. In età pediatrica è infatti richiesta una collaborazione attiva durante la misurazione, poiché movimenti involontari o la chiusura dell’occhio possono rendere necessario ripetere l’esame. 

Va ripetuta spesso?

L’esame pachimetrico consente di misurare lo spessore corneale, un parametro strutturale che, a differenza del campo visivo e di altre indagini utilizzate nella valutazione del danno glaucomatoso— spesso soggette a variazioni nel tempo — rimane generalmente stabile nel corso degli anni. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi è sufficiente eseguire la pachimetria una sola volta.Questo esame è inoltre fondamentale per analizzare la superficie e lo spessore della cornea, sia in fase pre-operatoria che post-operatoria, oltre che nel monitoraggio di patologie corneali come il cheratocono. In presenza di alterazioni dell’endotelio corneale, come nella cheratopatia bollosa, si può osservare un aumento significativo dello spessore dovuto a edema stromale. 

In generale, fatta eccezione per alcune condizioni patologiche, tra cui il cheratocono, lo spessore della cornea non subisce variazioni rilevanti nel corso della vita. 

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus 
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Ultima revisione scientifica: 30 aprile 2026.

Microperimetria

Riabilitazione presso il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva: microperimetria

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Microperimetria

Cos’è?

microperimetria È un’indagine diagnostica che permette di creare una mappa della sensibilità della retina (misurata in decibel).
Consente, infatti, di effettuare uno studio della fissazione e della soglia di sensibilità retinica visualizzando in tempo reale il fondo oculare. In questo modo, con estrema precisione topografica, viene definita la sensibilità visiva in ogni punto della regione centrale della retina (la macula) nonché la sede e la stabilità della fissazione, anche se si vede molto poco (persino se si è in condizioni di acutezza visiva compromessa).

Cosa consente di ottenere?

Consente di valutare la capacità di vedere stimoli luminosi di diversa intensità in varie posizioni della regione retinica esaminata. Lo studio microperimetrico fornisce delle informazioni importanti (da integrare con la misurazione dell’acuità visiva) per valutare in maniera più precisa la funzionalità maculare. Infatti la microperimetria è stata introdotta nella pratica clinica proprio per lo studio funzionale di patologie maculari, che determinano più o meno precocemente uno scotoma centrale (zona di non visione al centro del campo visivo).

Come si esegue?

Si viene posizionati di fronte all’apparecchio (solitamente prima vengono dilatate le pupille): mentre si fissa una mira luminosa rossa centrale e stabile (generalmente una piccola croce, ma si possono utilizzare anche croci multiple o un cerchio) bisogna premere un pulsante ogni qualvolta appare un punto luminoso di intensità variabile. In questo modo viene testata la funzionalità della retina: proiettando stimoli in posizioni selezionate, viene generata una mappa accurata della sensibilità retinica. L’esame, che non è invasivo, ha una durata di circa un quarto d’ora ed è indolore. Inoltre, è molto specifico, altamente ripetibile e offre la possibilità di confrontare in tempo reale il difetto campimetrico e la sede del danno. In pazienti pochi collaboranti, l’esame può durare più a lungo e mostrare una notevole fluttuazione dei risultati.

Quando si effettua?

L’esame viene eseguito per lo studio delle degenerazioni maculari senili e giovanili (come la malattia di Best o la malattia di Stargardt), dell’edema maculare, delle retinopatia miopica e diabetica e dei fori maculari. Può essere utile nei controlli che vengono effettuati in seguito a terapie retiniche come, ad esempio, dopo iniezioni intravitreali per trattare la forma essudativa della degenerazione maculare legata all’età (AMD). È importante, quindi, per guidare le scelte nel periodo che segue le operazioni chirurgiche e nel valutare i risultati degli interventi. Riveste, inoltre, un ruolo importante nell’esecuzione di programmi riabilitativi degli ipovedenti.

A cosa serve esattamente la riabilitazione visiva con microperimetro?

Biofeedback Il training microperimetrico serve anche a individuare il miglior punto di fissazione retinica. Quando, infatti, si perde la vista centrale, il cervello cerca di sfruttare le aree retiniche adiacenti alla zona di non visione (scotomatosa) ricorrendo alla cosiddetta fissazione eccentrica. La regione di retina utilizzata in maniera preferenziale per sostituire la fissazione foveale viene detta PRL (Preferred Retinal Locus). Col microperimetro lo scopo della riabilitazione visiva è quello di far utilizzare in modo stabile l’area retinica più adatta. La rieducazione all’uso di questa nuova zona viene effettuata mediante biofeedback : si impara a vedere in modo “diverso“ dopo un opportuno addestramento. Inoltre l’esame microperimetrico, in associazione col campo visivo, fornisce informazioni importanti riguardanti l’estensione e la localizzazione delle diverse aree della retina (sia di quelle poco sensibili che di quelle ancora funzionanti), dando indicazioni precise riguardo all’ausilio più idoneo. Quest’ultimo potrà essere, ad esempio, utilizzato per la lettura e, soprattutto, con un ingrandimento più adatto per una buona comprensione del testo (attualmente si può ricorrere anche ai tablet che consentono di ingrandire il testo a piacere e di regolare opportunamente luminosità e contrasto).

In cosa consiste la rieducazione mediante biofeedback ?

La prima fase prevede l’esecuzione di una microperimetria. Vengono poi effettuate una serie di sedute in cui, guidati da uno stimolo sonoro e visivo, si impara a riconoscere e a utilizzare al meglio il proprio PRL (possono anche essere più di uno) e a stabilizzarlo nel tempo, con un successivo miglioramento sia della capacità e velocità di lettura sia della sicurezza nello svolgere le comuni attività quotidiane. Quindi, mediante un pulsante, si dovranno riconoscere stimoli luminosi d’intensità variabile.

In cosa consistono gli esercizi riabilitativi?

Lo schema di training consiste in una serie di 5-10 sedute, solitamente una alla settimana della durata di 10 minuti per occhio; quindi, si fa una pausa di circa tre mesi e, in seguito, si possono effettuare altre cinque sedute. Questo “modulo” è ripetibile nel tempo come terapia di mantenimento, personalizzandolo a seconda delle sedute e delle modalità di esecuzione, in base alla patologia, agli obiettivi e ai risultati che si ottengono. La microperimetria sembra offrire, per questo motivo, nuove valide applicazioni nello studio della funzionalità maculare; certamente sarà sempre più importante per lo studio e il trattamento delle malattie della retina centrale (macula).

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus. 

Ultima revisione scientifica: 26 marzo 2026.

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Intravitreali

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Intravitreali

Cosa sono?

Intravitreale

Le iniezioni intravitreali permettono di introdurre direttamente nell’occhio un determinato farmaco attraverso la sclera (la parte bianca dell’occhio), iniettandolo nel liquido gelatinoso che riempie l’occhio (corpo vitreo), il quale è a contatto con la retina: il principio attivo viene assorbito da quest’ultima.

Da chi possono essere effettuate?

Vengono praticate da un oculista qualificato. I farmaci attualmente approvati ed utilizzati per uso intraoculare sono gli anti-VEGF (inibitori della formazione di nuovi vasi sanguigni retinici anomali) e cortisonici.

In quali casi specifici possono essere utili?

Gli anti-VEGF sono utilizzati nel trattamento della degenerazione maculare legata all’età (forma umida o essudativa), nell’edema maculare diabetico e nell’edema causato da trombosi dei vasi retinici.
I cortisonici sono approvati ed utilizzati per il trattamento dell’edema maculare dovuto a una trombosi dei vasi retinici, per l’edema maculare diabetico  e per patologie infiammatorie dell’occhio (ad esempio l’uveite).

Come si effettuano?

L’iniezione viene eseguita in ambiente controllato (sala operatoria), in condizioni di sterilità. E’ eseguita in anestesia topica, cioè mediante istillazione di colliri anestetici. Il tempo d’iniezione è molto veloce, circa un minuto, e la sensazione avvertita è minima e della durata di pochi secondi. Dopo l’iniezione è possibile vedere delle mosche volanti (corpi mobili) all’interno del campo visivo che scompaiono, in genere, dopo qualche ora e nel punto d’iniezione potrà comparire una piccola emorragia. Una volta ricevuta l’iniezione, quindi, si può tornare a casa accompagnati. La terapia successiva è a base di colliri antibiotici e cortisonici (per controllare l’infiammazione  e prevenire le infezioni). Il primo controllo viene eseguito in ambulatorio il giorno successivo. A distanza di circa 2-3 settimane e, in base ai casi, sarà eseguito un ulteriore controllo.

Che efficacia hanno?

L’efficacia delle iniezioni intravitreali dipende dal tipo di malattia trattata e dal grado di avanzamento della malattia stessa.

Quanto durano gli effetti?

Edema maculare diabetico (fondo oculare)Nella degenerazione maculare essudativa viene praticata un’iniezione al mese per i primi tre mesi; in seguito l’oculista controlla mensilmente la vista e il quadro clinico somministrando ulteriori iniezioni in caso di peggioramento della vista. Nell’edema maculare diabetico o dovuto a trombosi dei vasi retinici viene praticata un’iniezione al mese sino al raggiungimento di una visione che si mantenga stabile per tre mesi consecutivi. La durata degli effetti è dunque variabile.

Quali sono i possibili rischi delle intravitreali?

I rischi si dividono in generali ed oculari.

Complicanze generali: ogni farmaco è potenzialmente in grado di determinare una reazione allergica in una ridotta percentuale della popolazione. I sintomi della reazione allergica sono rappresentati da: reazione cutanea, orticaria, prurito, insufficienza respiratoria e raramente morte. Ogni forma di allergia, sospetta o conclamata, deve essere riferita al proprio oculista.

Complicanze oculari: si distinguono in intraoperatorie e postoperatorie.

  • Complicanze intraoperatorie: lacerazione della congiuntiva, lesione del cristallino, emorragia vitreale, emorragia coroideale.
  • Complicanze postoperatorie: lacerazione della retina, distacco di retina, distacco di coroide, endoftalmite (infezione del globo oculare), alterazioni della macula, emorragia retinica e/o vitreale (sanguinamento della parte posteriore dell’occhio), cataratta, rottura della sclera, glaucoma.

A quali esami è necessario sottoporsi?

Prima dell’iniezione intravitreale e per monitorare nel tempo gli effetti di tale terapia è necessario sottoporsi ad esame della vista, tonometria, fondo o culare,  OCT (esame non invasivo che consente di visualizzare i singoli strati della retina) e, quando necessario, alla fluorangiografia.

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Fluorangiografia

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Fluorangiografia

retinografo

Cosa è la fluorangiografia?

La fluorangiografia è un esame fondamentale per lo studio della circolazione della retina e coroide. Serve anche come guida per il trattamento delle patologie retiniche mediante laser argon. Infatti tale esame consente di mettere in evidenza aree non irrorate dal sangue (aree ischemiche) e lesioni provocate da nuovi vasi che si sviluppano a causa della carenza di ossigeno. In sostanza si può realizzare una sorta di “mappa retinica”, la quale consente al medico oculista di colpire poi col raggio laser e con maggiore precisione le zone malate.

Come funziona?

Viene iniettato con una siringa un colorante in vena che, sciogliendosi nel sangue, consente di visualizzare eventuali anomalie della retina. La tipologia di tale colorante varia a seconda della patologia da studiare (può essere la fluoresceina o il verde d’indocianina). Dopo la dilatazione delle pupille in seguito a instillazione di uno speciale collirio (midriatico), ci si siede di fronte al retinografo; quindi viene iniettato il colorante e vengono scattate una serie di foto che saranno studiate dal medico per evidenziare eventuali anomalie.

La fluorescina verrà smaltita dal corpo tramite l’urina che, nelle ore successive, assumerà un colore diverso (giallastro fluorescente); il verde di indocianina, invece, è smaltito attraverso il fegato.

Cosa bisogna fare prima dell’esame?

La fluorangiografia è un esame di routine, ma è invasivo; dovrà, quindi, essere valutata la funzionalità cardiaca e quella renale e, soprattutto, andrà accertato se si sia allergici al colorante. L’esame viene effettuato a digiuno, ma si consiglia di effettuare una colazione molto leggera, evitando sia i latticini (latte, yogurt, formaggi) che la frutta.

Per quali patologie viene richiesto?

La fluorangiografia trova applicazione in tutte le malattie della macula, comprese quelle che coinvolgono il nervo ottico e i vasi della retina (diabete, emorragie, trombosi, ecc.), patologie infiammatorie, infettive, tumorali, causate da farmaci, patologie traumatiche e retinopatia sierosa centrale.

L’esame viene effettuato prima di iniziare il trattamento laser. Dopo l’introduzione della tomografia a coerenza ottica (OCT), la fluorangiografia è stata impiegata sempre meno per le patologie maculari. L’OCT e la fluorangiografia vanno, comunque, considerati esami complementari: l’uno non esclude l’altro perché, mediante il secondo esame, si mette in evidenza la dinamica del flusso sanguigno, mentre col primo si analizza esclusivamente lo stato della macula e del nervo ottico attraverso una ricostruzione al computer degli strati retinici. Va, tuttavia, detto che recentemente è stato introdotto l’angio-OCT o angiografia senza iniezione di colorante (OCTA), che consente di studiare la vascolarizzazione retinica senza l’uso di un mezzo di contrasto.fluorangiografia

Che effetti collaterali può avere la fluorangiografia?

Eventuali effetti collaterali sono legati all’uso del colorante che viene iniettato in vena. Potrebbero verificarsi, ad esempio, problemi ai reni; ma per prevenirli può essere sufficiente ricorrere all’idratazione salina o al bicarbonato di sodio[[Am J Kidney Dis online 2009 (pubblicato il 6/4/2009) ]]. Inoltre, va evitato l’uso del colorante (mezzo di contrasto) in persone colpite da gravi problemi al fegato.

In linea di massima, comunque, né il verde di indocianina né la fluorescina presentano effetti collaterali significativi (a meno che non si sia allergici a queste sostanze [[in questo caso si possono verificare difficoltà respiratorie, battito cardiaco irregolare, convulsioni, perdita di coscienza]]). Infine possono raramente verificarsi effetti collaterali minori, quali nausea, tosse, starnuti, colorazione giallastra della pelle e malessere generale.

Leggi anche: Consenso informato sulla fluorangiografia

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus 
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Pagina pubblicata il 10 aprile 2009. Ultimo aggiornamento: 5 febbraio 2018. 

Ultima revisione scientifica: 4 agosto 2014.

Elettrofisiologia oculare

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Elettrofisiologia oculare

Cos’è?

L’elettrofisiologia oculare è una branca della diagnostica che studia la funzionalità delle strutture che costituiscono il sistema visivo, dalla retina fino alle vie ottiche e alle aree cerebrali deputate all’elaborazione degli stimoli visivi. Si tratta di una disciplina non invasiva che analizza i fenomeni bioelettrici associati alla funzione visiva, rivestendo per l’occhio un ruolo analogo a quello dell’elettroencefalogramma per il cervello e dell’elettrocardiogramma per il cuore.

A cosa serve?

L’elettrofisiologia oculare consente di valutare in modo oggettivo la funzionalità delle diverse strutture coinvolte nel processo della visione. Attraverso specifiche metodiche di stimolazione e registrazione dell’attività elettrica, è possibile identificare alterazioni funzionali anche quando gli aspetti anatomici risultano normali. Questi esami rivestono un ruolo fondamentale nella diagnosi differenziale delle patologie visive, poiché permettono di stabilire se il deficit abbia origine a livello retinico, del nervo ottico, delle vie visive o del sistema nervoso centrale. La loro principale applicazione clinica riguarda la diagnosi e il monitoraggio delle malattie del nervo ottico e delle patologie retiniche, contribuendo anche alla localizzazione di eventuali alterazioni lungo il percorso visivo. L’elettrofisiologia oculare trova inoltre impiego nella valutazione dello sviluppo e della maturazione delle vie visive nei neonati prematuri, nonché nel follow-up di pazienti affetti da patologie neurologiche o disturbi dello sviluppo cerebrale.

Quali esami si utilizzano?

L’elettrofisiologia oculare si avvale di diversi esami strumentali, ciascuno dei quali è finalizzato alla valutazione di specifiche strutture del sistema visivo. Le principali metodiche impiegate sono:

  • l’elettrooculogramma (EOG) che valuta principalmente la funzionalità dell’epitelio pigmentato retinico (EPR) e dei fotorecettori;
  • l’elettroretinogramma (ERG) che analizza la risposta elettrica globale della retina agli stimoli luminosi;
  • l’elettroretinogramma da pattern (PERG) che studia soprattutto la funzione maculare e delle cellule ganglionari retiniche;
  • i potenziali evocati visivi (PEV) che valutano la trasmissione dell’impulso visivo lungo il nervo ottico e le vie visive fino alla corteccia cerebrale.

ELETTROOCULOGRAMMA (EOG)

L’elettrooculogramma (EOG) è un esame elettrofisiologico che consente di valutare la funzionalità dell’epitelio pigmentato retinico (EPR) e la sua interazione con i fotorecettori. Si tratta di un test non invasivo che misura le variazioni del potenziale elettrico corneo-retinico in condizioni di oscurità e di illuminazione, fornendo informazioni utili sullo stato funzionale degli strati più esterni della retina. L’esame, della durata di circa 40 minuti, viene eseguito applicando alcuni elettrodi cutanei in prossimità degli occhi. Al paziente viene richiesto di seguire con lo sguardo una mira luminosa che si accende alternativamente ai lati del campo visivo. I movimenti oculari consentono di registrare le variazioni del potenziale elettrico esistente tra la cornea, elettricamente positiva, e la retina, elettricamente negativa. Durante il test si alternano fasi di adattamento al buio e alla luce. Le modificazioni dell’illuminazione determinano variazioni dell’attività bioelettrica dell’epitelio pigmentato retinico, che vengono registrate e analizzate attraverso specifici parametri, come il rapporto di Arden. In questo modo è possibile individuare eventuali alterazioni funzionali dell’epitelio pigmentato retinico, spesso presenti in diverse patologie ereditarie e acquisite della retina.

ELETTRORETINOGRAMMA (ERG)

L’elettroretinogramma (ERG) è un esame elettrofisiologico che permette di valutare la funzionalità della retina registrandone la risposta elettrica a specifici stimoli luminosi. Attraverso l’analisi dei segnali generati dalle diverse popolazioni cellulari retiniche, in particolare fotorecettori, cellule bipolari e cellule di Müller, l’ERG consente di studiare in modo oggettivo l’integrità funzionale della retina e di identificare eventuali alterazioni diffuse o localizzate. L’esame viene generalmente eseguito dopo dilatazione pupillare e richiede una fase preliminare di adattamento al buio, della durata di circa 20 minuti, necessaria per valutare correttamente la risposta del sistema retinico in condizioni scotopiche. Successivamente vengono applicati particolari elettrodi sulla superficie oculare, previa instillazione di un collirio anestetico, e sulla cute perioculare. La registrazione viene effettuata mentre il paziente osserva flash luminosi di diversa intensità e frequenza. Le risposte elettriche così ottenute vengono analizzate per valutare la funzionalità complessiva della retina, distinguendo il contributo dei bastoncelli e dei coni nelle diverse condizioni di stimolazione.

Cosa permette di misurare?

L’elettroretinogramma (ERG) consente di studiare in modo oggettivo la funzionalità delle diverse componenti cellulari della retina, valutando la risposta elettrica generata in seguito a specifici stimoli luminosi. Attraverso l’analisi dei tracciati ottenuti, è possibile distinguere eventuali alterazioni a carico dei fotorecettori (coni e bastoncelli), delle cellule bipolari, delle cellule amacrine e di altre strutture coinvolte nella trasmissione dell’informazione visiva. L’esame è particolarmente utile per identificare se il deficit funzionale interessa prevalentemente i coni, responsabili della visione centrale e della percezione dei colori, oppure i bastoncelli, fondamentali per la visione periferica e per l’adattamento alle basse condizioni di illuminazione. Inoltre, l’ERG permette di valutare l’integrità delle vie di trasmissione intraretiniche, fornendo informazioni preziose sulla funzionalità delle cellule che collegano i fotorecettori alle cellule ganglionari, dalle quali origina il nervo ottico. Grazie a queste caratteristiche, l’ERG trova applicazione nella diagnosi e nel monitoraggio di numerose patologie retiniche, in particolare delle distrofie ereditarie dei coni e dei bastoncelli, della retinite pigmentosa, del distacco di retina e di altre condizioni degenerative che possono causare riduzione dell’acuità visiva, alterazioni della visione cromatica e restringimento del campo visivo.

  • ERG multifocale (mfERG)

Una particolare evoluzione della tecnica è rappresentata dall’ERG multifocale (mfERG), che consente di registrare simultaneamente la risposta elettrica di molteplici aree retiniche localizzate. A differenza dell’ERG tradizionale, che fornisce una valutazione globale della retina, il mfERG permette di analizzare in modo dettagliato la funzionalità della macula e della fovea, responsabili della visione centrale ad alta risoluzione. Questa metodica è particolarmente utile per individuare precocemente disfunzioni maculari, come quelle associate alla degenerazione maculare legata all’età, alla retinopatia diabetica e ad altre maculopatie. Inoltre, consente di identificare le aree retiniche ancora funzionanti in pazienti affetti da patologie degenerative diffuse, come la retinite pigmentosa, fornendo informazioni utili per il monitoraggio dell’evoluzione della malattia e per la programmazione di eventuali trattamenti.

  • ERG focale (FERG)

L’elettroretinogramma focale (FERG) è una metodica elettrofisiologica specificamente dedicata alla valutazione della funzionalità maculare. L’esame viene generalmente eseguito dopo dilatazione pupillare mediante l’applicazione di elettrodi corneali e cutanei, previa instillazione di un collirio anestetico. Durante la registrazione vengono presentati stimoli luminosi focalizzati sulla regione maculare e opportunamente modulati, in modo da evocare una risposta elettrica proveniente prevalentemente dalla retina centrale. Poiché consente di analizzare selettivamente la funzione della macula, il FERG rappresenta uno strumento particolarmente utile nello studio delle patologie che interessano la retina centrale. Le sue principali applicazioni cliniche comprendono:

 

  • diagnosi e monitoraggio delle maculopatie ereditarie, come la malattia di Stargardt e le distrofie dei coni;
  • valutazione funzionale nella degenerazione maculare legata all’età (AMD);
  • quantificazione della funzione maculare residua in pazienti con retinite pigmentosa;
  • identificazione precoce della tossicità retinica da farmaci, come l’idrossiclorochina;
  • valutazione della funzionalità maculare prima dell’intervento di cataratta in presenza di opacità avanzate dei mezzi diottrici;
  • diagnosi differenziale nei casi di calo visivo di origine incerta, contribuendo alla diagnosi differenziale tra patologie maculari e alterazioni delle vie visive, in associazione con altre metodiche elettrofisiologiche e strumentali.

L’elettroretinogramma (ERG), nelle sue diverse varianti, costituisce uno strumento fondamentale per lo studio della funzionalità retinica, consentendo di localizzare e caratterizzare le alterazioni funzionali dei diversi distretti della retina, spesso anche nelle fasi precoci della malattia.

ELETTRORETINOGRAMMA DA PATTERN (PERG)

L’elettroretinogramma da pattern (PERG) è una particolare metodica elettrofisiologica che consente di valutare la funzionalità della retina centrale, in particolare della macula e delle cellule ganglionari retiniche, dalle quali originano le fibre che andranno a costituire il nervo ottico. A differenza dell’ERG tradizionale, che analizza la risposta elettrica globale della retina a stimoli luminosi diffusi, il PERG utilizza uno stimolo strutturato costituito generalmente da una scacchiera in bianco e nero che inverte periodicamente il proprio contrasto senza modificare la luminosità media. L’esame viene eseguito mediante elettrodi posti sulla superficie oculare e sulla cute perioculare e registra l’attività bioelettrica generata dalla retina centrale in risposta allo stimolo visivo. Grazie alla sua elevata sensibilità nei confronti della funzione maculare e delle cellule ganglionari, il PERG rappresenta uno strumento particolarmente utile per individuare alterazioni funzionali precoci che possono precedere la comparsa di danni anatomici evidenziabili con altre metodiche diagnostiche.

COSA PERMETTE DI MISURARE?

Il PERG consente di valutare in modo oggettivo la funzionalità delle cellule ganglionari retiniche e della regione maculare, fornendo informazioni preziose sulla fase iniziale della trasmissione dell’impulso visivo verso il nervo ottico. Per questo motivo viene frequentemente utilizzato nello studio delle neuropatie ottiche e del glaucoma, condizioni nelle quali le cellule ganglionari rappresentano uno dei principali bersagli del danno patologico. L’esame trova inoltre impiego nella diagnosi e nel monitoraggio delle maculopatie, delle distrofie ereditarie della retina centrale e di altre condizioni che interessano la funzione maculare. L’associazione del PERG con ERG e PEV consente inoltre di localizzare con maggiore precisione la sede del danno lungo il sistema visivo, distinguendo le alterazioni retiniche da quelle del nervo ottico e delle vie visive centrali.

POTENZIALI EVOCATI VISIVI (PEV)

I potenziali evocati visivi (PEV) sono esami elettrofisiologici che consentono di studiare la conduzione dell’impulso nervoso lungo le vie visive, dalla retina fino alla corteccia visiva occipitale. La registrazione viene effettuata mediante elettrodi applicati sul cuoio capelluto, in corrispondenza della regione occipitale, che rilevano le variazioni dell’attività bioelettrica cerebrale generate da specifici stimoli visivi. I PEV possono essere eseguiti secondo due differenti modalità:

  • PEV da pattern, nei quali lo stimolo è costituito da una scacchiera a contrasto bianco e nero che inverte periodicamente la posizione dei quadrati. Questa rappresenta la tecnica più sensibile e riproducibile per lo studio del nervo ottico e delle vie visive.
  • PEV da flash, nei quali lo stimolo è rappresentato da brevi lampi di luce. Questa metodica è particolarmente utile nei bambini piccoli, nei pazienti scarsamente collaboranti o nei soggetti con grave riduzione della capacità visiva che non riescono a fissare correttamente la scacchiera.

I tracciati ottenuti registrano le modificazioni del potenziale bioelettrico della corteccia visiva in risposta allo stimolo luminoso e rappresentano pertanto una misura oggettiva dell’integrità funzionale delle vie visive. A differenza dell’elettroretinogramma (ERG), che valuta principalmente la funzionalità della retina, i PEV permettono di studiare l’intero percorso dell’informazione visiva, comprendente il nervo ottico, il chiasma ottico, i tratti ottici, le radiazioni ottiche e la corteccia visiva.

COSA PERMETTONO DI MISURARE?

I PEV consentono di valutare il tempo di conduzione e l’integrità funzionale delle vie visive, fornendo informazioni oggettive sulla trasmissione dell’impulso nervoso dalla retina alla corteccia visiva. L’analisi dei parametri registrati, in particolare della latenza e dell’ampiezza delle principali onde del tracciato, permette di identificare alterazioni della conduzione anche in assenza di evidenti anomalie anatomiche. Grazie a queste caratteristiche, i PEV sono particolarmente utili per localizzare il danno lungo le vie visive e per distinguere le patologie del nervo ottico da quelle retiniche, soprattutto quando vengono interpretati insieme ad altri esami elettrofisiologici, quali ERG e PERG.

 

  • Applicazioni in ambito neurologico

In neurologia, i PEV rappresentano un importante supporto diagnostico nello studio delle malattie che coinvolgono il sistema nervoso centrale e le vie visive. Le principali indicazioni comprendono:

  • sclerosi multipla e altre malattie demielinizzanti;
  • atassia di Friedreich e altre atassie ereditarie;
  • paraplegia spastica ereditaria;
  • adrenoleucodistrofia;
  • difetti campimetrici di origine neurologica, come le emianopsie;
  • cecità corticale;
  • alcune malattie neurodegenerative con coinvolgimento delle vie visive.

 

  • Applicazioni in ambito neuroftalmologico

In neuroftalmologia, i PEV trovano impiego soprattutto nella valutazione delle patologie del nervo ottico e delle vie visive. In particolare consentono di:

  • quantificare e monitorare il danno funzionale nelle neuropatie ottiche infiammatorie, demielinizzanti, ischemiche, compressive, traumatiche, tossiche o ereditarie;
  • effettuare la diagnosi differenziale tra patologie retiniche e neuropatie ottiche, soprattutto se associati a ERG e PERG;
  • confermare la presenza di cecità corticale;
  • valutare l’integrità delle vie visive nei deficit visivi di origine non organica o funzionale;
  • monitorare nel tempo l’evoluzione delle patologie del nervo ottico e l’efficacia dei trattamenti.

CONCLUSIONI

L’elettrofisiologia oculare rappresenta uno strumento diagnostico fondamentale per lo studio funzionale del sistema visivo. Grazie all’impiego combinato di EOG, ERG, PERG e PEV è possibile valutare in modo oggettivo le diverse strutture coinvolte nella visione, dalla retina fino alla corteccia cerebrale, individuando alterazioni funzionali che spesso precedono la comparsa di danni anatomici evidenziabili con altre metodiche diagnostiche. Per questo motivo tali esami rivestono un ruolo essenziale nella diagnosi, nel monitoraggio e nella definizione prognostica di numerose patologie retiniche, neuroftalmologiche e neurologiche.

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus 
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Ultima revisione scientifica: 15 ottobre 2026.


Ecografia bulbare e orbitaria

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Ecografia oculare (bulbare e orbitaria)

Cos’è l’ecografia oculare?

ecografia bulbare

   

 

 

 

 

L’ecografia oculare, o ecografia bulbare, è una tecnica diagnostica non invasiva che utilizza ultrasuoni per visualizzare le strutture interne del bulbo oculare e della cavità orbitaria. 

Questo esame permette di analizzare in modo accurato le principali componenti dell’occhio, come il corpo vitreo, la retina, il cristallino e la coroide, oltre alle strutture retrobulbari, tra cui il nervo ottico e i muscoli extraoculari. 

Su quale principio si basa?

Si avvale di ultrasuoni, onde acustiche ad alta frequenza e bassa lunghezza d’onda, che vengono emessi da una sonda e, attraversando i tessuti biologici, vengono riflessi in maniera differente in base alle proprietà fisiche delle strutture incontrate. I segnali di ritorno (echi) sono successivamente elaborati per generare immagini bidimensionali ad alta risoluzione. Con un meccanismo simile all’eco acustico e dei radar si riescono così a rendere visibili le strutture oculari interne senza danneggiarle in alcun modo. 

Su quale principio si basa?

Si avvale di ultrasuoni ossia della trasmissione di onde acustiche ad alta frequenza nell’occhio, che poi vengono riflesse dai tessuti oculari e, infine, osservate su uno schermo. Con un meccanismo simile all’eco acustico e dei radar si riescono così a rendere visibili le strutture oculari interne senza danneggiarle in alcun modo.

Quando serve?

Risulta particolarmente utile quando i mezzi diottrici sono opacizzati, come nei casi di cataratta o emorragie vitreali, condizioni che impediscono l’osservazione diretta del fondo oculare mediante oftalmoscopia. Grazie alla sua capacità di fornire immagini dettagliate anche in situazioni di scarsa trasparenza dei tessuti oculari, l’ecografia oculare viene impiegata in diverse condizioni cliniche. È fondamentale, ad esempio, nella diagnosi e nel monitoraggio del distacco di retina, nella ricerca di eventuali corpi estranei intraoculari e nello studio di lesioni neoformative, sia benigne sia maligne. Tra le patologie benigne analizzabili rientrano i nevi dell’iride, del corpo ciliare e della coroide, oltre agli angiomi. Sul versante delle patologie maligne, l’esame è utile per l’identificazione e la valutazione di tumori come il melanoma oculare e i linfomi. L’ecografia è inoltre impiegata nello studio delle patologie vitreo-retiniche, tra cui retinoschisi, trazioni vitreo-retiniche e vitreopatie, così come nelle condizioni infiammatorie quali uveiti e scleriti. Ulteriori ambiti di applicazione includono le patologie neuroftalmologiche, come la presenza di drusen del nervo ottico o i segni indiretti di ipertensione endocranica, e le alterazioni appartenenti allo spettro del glaucoma, ad esempio l’angolo irido-corneale stretto o l’iride a plateau. L’ecografia oculare rappresenta un esame fondamentale anche nello studio delle patologie orbitarie, poiché consente di valutare in modo diretto e dinamico le strutture contenute nell’orbita. Insieme alla tomografia computerizzata (TC) e alla risonanza magnetica (RM), costituisce una delle principali metodiche di imaging in grado di visualizzare il contenuto orbitario, offrendo informazioni essenziali per l’inquadramento diagnostico di numerose condizioni patologiche. 

Come si effettua l’esame?

L’ecografia oculare è una metodica diagnostica non invasiva, indolore e di breve durata (circa 10–15 minuti), che non richiede alcuna preparazione specifica da parte del paziente. L’esame si esegue applicando un gel tra la palpebra chiusa e la sonda ecografica, in modo da garantire una corretta trasmissione degli ultrasuoni e migliorare la qualità delle immagini. Successivamente, la sonda viene delicatamente appoggiata sulla palpebra per consentire lo studio delle strutture intraoculari e orbitarie attraverso la riflessione delle onde sonore. Esistono principalmente due modalità di esecuzione dell’esame:  

  • L’ecografia A-scan, fornisce una rappresentazione unidimensionale ed è utilizzata soprattutto per la misurazione della lunghezza assiale del bulbo oculare, parametro fondamentale in diverse applicazioni cliniche, oltre che per la valutazione delle caratteristiche dei tessuti oculari e l’identificazione di eventuali alterazioni strutturali.  
  • L’ecografia B-scan, invece, consente di ottenere immagini bidimensionali ad alta risoluzione che riproducono sezioni del bulbo oculare e dell’orbita nei diversi piani (assiale, trasversale e longitudinale), risultando particolarmente utile per lo studio morfologico delle strutture interne. 

Questa seconda modalità è ampiamente impiegata anche in età pediatrica, inclusi in  pazienti molto piccoli, e rappresenta uno strumento fondamentale nel follow-up di patologie oculari che necessitano di un monitoraggio ravvicinato e ripetuto nel tempo. Complessivamente, l’ecografia oculare consente quindi una valutazione accurata, dinamica e sicura delle strutture oculari e orbitarie, anche in condizioni in cui altri esami possono risultare limitati. 

UBM (ULTRABIOMICROSCOPIA) 

L’UBM (Ultrasound Biomicroscopy) è una particolare tecnica ecografica che utilizza sonde ad altissima frequenza, permettendo uno studio estremamente dettagliato del segmento anteriore dell’occhio. Quindi, l’ecografia oculare tradizionale (B-scan) e l’UBM differiscono principalmente per la frequenza e l’area di studio: l’ecografia standard studia il segmento posteriore (retina, vitreo) con bassa risoluzione, mentre l’UBM utilizza alte frequenze (circa 50 MHz) per ottenere immagini ad altissima risoluzione del segmento anteriore. Grazie a questa elevata risoluzione, è possibile analizzare con precisione strutture come cornea, camera anteriore, iride, angolo irido-corneale, cristallino e corpo ciliare, offrendo informazioni morfologiche difficilmente ottenibili con altre metodiche diagnostiche. Si tratta di un esame di grande rilevanza clinica, soprattutto nell’ambito del glaucoma. L’UBM è infatti particolarmente utile nella valutazione del glaucoma ad angolo stretto e delle sue differenti varianti, consentendo di identificare i meccanismi anatomici alla base della riduzione dell’angolo irido-corneale e di distinguere le diverse forme di patologia, spesso associate a strategie terapeutiche differenti.  

Dal punto di vista pratico, l’esame viene eseguito a occhio aperto dopo l’instillazione di un collirio anestetico e l’applicazione di un gel oftalmico che può determinare un lieve offuscamento visivo transitorio. Il paziente viene generalmente messo in posizione semi-seduta per facilitare l’esecuzione dell’esame e garantire una migliore qualità delle immagini. L’insieme di queste caratteristiche rende l’UBM una metodica altamente specializzata, indispensabile nello studio approfondito delle patologie del segmento anteriore. 

Può comportare effetti indesiderati?

L’ecografia oculare è un esame che non comporta rischi. Può essere ripetuta più volte, anche a distanza di pochi giorni, in modo da monitorare efficacemente l’evoluzione della patologia in esame. 

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Ultima revisione scientifica: 16 aprile 2026.


Aberrometria

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Aberrometria

Mappa della cornea ottenuta con aberrometro: la colorazione varia a seconda del grado di diffusione della luce

Cos’è L’aberrometria?

L’aberrometria è un esame diagnostico che consente di valutare oggettivamente la qualità della vista e di studiare la presenza di aberrazioni oculari.

Cosa sono le aberrazioni oculari?

Sono imperfezioni che, nel percorso ottico dei fotoni, dal film lacrimale fino al piano retinico, producono una distorsione dei raggi luminosi o e un’errata messa a fuoco delle immagini sulla retina. Possono essere provocate da irregolarità o da un’alterata trasparenza della cornea, del cristallino, dell’umor acqueo, del corpo vitreo o del piano retinico. Nello specifico, le aberrazioni ottiche possono essere suddivise in due grandi categorie: basso ordine ed alto ordine. Quelle di basso ordine includono i comuni vizi refrattivi (ipermetropia, astigmatismo e miopia) e sono le uniche correggibili con gli occhiali o le lenti a contatto; quelle di alto ordine (coma, aberrazione sferica, trifoglio, ecc.) non sono correggibili con gli occhiali ed è importante conoscerne l’entità ed il valore.

Quali sono i SINTOMI che provocano le  aberrazioni oculari?

Le aberrazioni oculari, soprattutto quelle di alto ordine, possono provocare una serie di disturbi visivi quali: visione doppia (diplopia), sfocatura, aloni, perdita di contrasto, immagini fantasma, starburst e bassa qualità durante la visione notturna.

Cause delle aberrazioni

Le principali cause delle aberrazioni oculari sono:

  • curvatura anomala della cornea e/o del cristallino;
  • cicatrizzazione irregolare della cornea a seguito di un intervento di chirurgia refrattiva, di un trauma o di una malattia;
  • cataratta;
  • occhio secco (alterazioni qualitative e quantitative del film lacrimale possono comportare significative distorsioni o alterazioni nella percezione delle immagini).

Quando si esegue l’aberrometria?

Cornea (superficie oculare trasparente a forma di calotta, posta davanti alla iride)

Quando si riscontra un’alterazione nella qualità della visione (persino se si vedono 10/10) causata da un’anomala deviazione o dispersione dei raggi luminosi. Ovviamente sarà il medico oculista a dover stabilire se l’esame è necessario.

Le informazioni ottenute con l’aberrometria vengono utilizzate in chirurgia refrattiva al fine di ottenere un’ottimale acuità visiva (sia quantitativamente che qualitativamente). Tuttavia, a livello sperimentale viene impiegata anche per altri fini. Un’équipe spagnola dell’Università di Granada, ad esempio, ha condotto uno studio che ha inteso dimostrare come l’esame possa essere utilizzato persino per diagnosticare precocemente malattie come la cheratite e l’AMD. Infatti, riscontrando anomalie nella diffusione della luce si possono individuare tempestivamente alterazioni morfologiche della cornea e della retina.

Si può sapere dove si verifica l’aberrazione?

No, un limite delle tecniche aberrometriche è proprio l’impossibilità di definire la sede anatomica d’origine senza il supporto di altri strumenti (quali l’OCT e il topografo).
Infatti, l’aberrometro fornisce una mappa che permette di valutare la conformazione del fronte d’onda che proviene dall’occhio, ma non di ottenere informazioni sulla struttura oculare che causa le eventuali distorsioni.

Quando si può dire se è presente un’aberrazione?

L’aberrazione è assente quando un fascio ideale di raggi luminosi, proveniente da una sorgente luminosa posta all’infinito, è costituito da onde rettilinee e parallele, il cui fronte d’onda (la superficie in fase di avanzamento del fascio) è idealmente piano e perpendicolare alla direzione dei raggi. Quando, invece, sono presenti aberrazioni ottiche la superficie del fronte d’onda presenta delle distorsioni rispetto al piano di riferimento. Chiaramente le linee appariranno distorte in corrispondenza dell’aberrazione.

Come si esegue?

Mappe ottenute con aberrometria (confronto tra diversi occhi)

L’esame non è assolutamente invasivo, non provoca dolore e prevede semplicemente che il paziente si metta seduto di fronte allo strumento (aberrometro), posizioni il mento e la fronte sugli appositi sostegni e spalanchi bene l’occhio fissando una luce per qualche secondo. L’aberrometria viene normalmente eseguita senza dilatazione della pupilla (miosi). Quando, al contrario, viene effettuata con pupilla dilatata (midriasi) si possono ottenere informazioni sulle zone paracentrali e periferiche della retina. Inoltre il diametro pupillare, nelle varie condizioni di luminosità, influisce sulle aberrazioni oculari che vengono esaminate. La dilatazione pupillare, infatti, provoca un minimo aumento (comunque significativo) delle aberrazioni totali.

Scheda informativa a cura della Fondazione Sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità – IAPB Italia ETS
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Pagina pubblicata il 27 novembre 2009. Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2025. 

Ultima revisione scientifica: 13 maggio 2025.

Acuità visiva

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Difetti e disturbi

Acuità visiva

Cos’è l’acuità visiva?

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L’acuità visiva, nota anche come acutezza visiva o visus, rappresenta la capacità dell’apparato visivo di percepire e distinguere i dettagli fini di un oggetto osservato a una determinata distanza. In termini pratici, essa esprime il potere risolutivo dell’occhio: quanto più una persona riesce a discriminare due punti molto vicini come entità separate, tanto maggiore sarà la sua acuità visiva.Dal punto di vista fisiologico e ottico, l’acuità visiva corrisponde al minimo angolo di risoluzione (MAR, Minimum Angle of Resolution), ovvero il più piccolo angolo sotteso da due punti affinché vengano percepiti come distinti e non come un’unica immagine. Nell’occhio emmetrope, in condizioni di illuminazione ottimale e con una corretta messa a fuoco, questo valore è pari a circa 1 minuto d’arco, equivalente a 1/60 di grado. La capacità di distinguere due punti separati dipende dall’organizzazione della retina, in particolare dalla fovea, dove la densità dei coni è massima. Affinché due stimoli siano riconosciuti come distinti, le rispettive immagini devono attivare fotorecettori differenti, separati da almeno un fotorecettore non stimolato. Questa distanza, pari a circa 5 μm (micrometri), rappresenta il limite anatomico che consente al sistema visivo di discriminare due punti adiacenti. L’acuità visiva è influenzata da numerosi fattori, tra cui lo stato di refrazione dell’occhio, la trasparenza dei mezzi diottrici, l’integrità della retina e delle vie ottiche, il contrasto dell’oggetto osservato, il livello di illuminazione e la collaborazione del paziente durante l’esame. Per questo motivo, la sua valutazione costituisce uno dei principali test funzionali impiegati nella pratica clinica oftalmologica e optometrica per analizzare l’efficienza del sistema visivo e identificare eventuali deficit della funzione visiva.

Come si misura?

L’acuità visiva si misura tramite gli ottotipi, speciali tavole composte da lettere, numeri o simboli che diminuiscono progressivamente di grandezza. Questo test consente di valutare la capacità visiva del paziente e di individuare eventuali difetti refrattivi, come miopia, ipermetropia e astigmatismo, oppure altre condizioni oculari che possono compromettere la visione. L’esame viene eseguito facendo leggere al paziente la tavola ottotipica da una distanza prestabilita, generalmente di 5 metri, oppure di 3 metri, a seconda del tipo di ottotipo utilizzato. Il soggetto osserva la tavola e cerca di riconoscere i simboli, iniziando dalle righe con caratteri di dimensioni maggiori e proseguendo verso quelle con caratteri progressivamente più piccoli, fino al limite della propria capacità visiva.Il risultato viene espresso in decimi: un’acuità visiva di 10/10 indica una visione normale, mentre valori inferiori, evidenziano una riduzione dell’acuità visiva.

Quali test esistono per misurare l’acuità visiva?

L’acuità visiva considerata normale può essere espressa in diversi modi, a seconda della scala utilizzata: 10/10 nella scala di Monoyer, 20/20 nella scala di Snellen, 1.0 nella scala decimale oppure 0.0 nella scala logMAR. Esistono diversi metodi per valutare l’acuità visiva di una persona, utilizzati in base all’età del paziente e al tipo di informazioni che si desidera ottenere. Uno dei test più diffusi è il test di Snellen, comunemente impiegato dagli oculisti per misurare la capacità dell’occhio di distinguere oggetti a distanza. Durante il test, il paziente copre un occhio alla volta e legge una tavola ottotipica composta da righe di lettere o simboli di dimensioni progressivamente più piccole. Le lettere più utilizzate sono generalmente C, D, E, F, L, O, P, T e Z. Se il soggetto riesce a riconoscere i simboli alla distanza prevista (di solito circa 5 metri, talvolta 3 metri in base alla disposizione dell’ambulatorio), si considera una visione normale pari a 10/10; valori inferiori, indicano invece una riduzione dell’acuità visiva che può richiedere una correzione ottica. Un altro metodo è il test di Landolt, basato su anelli con un’interruzione orientata in diverse direzioni (in alto, in basso, a destra o a sinistra). Il paziente deve indicare la posizione dell’apertura. Questo tipo di test è particolarmente utile nei bambini o in persone che non sanno leggere, poiché non richiede il riconoscimento di lettere. Esiste poi il test del contrasto, che valuta la capacità di distinguere simboli o lettere identiche per dimensione ma variabili nel livello di contrasto, dal nero al grigio sempre più chiaro fino quasi al bianco. Questo esame permette di analizzare quanto bene l’occhio riesca a percepire gli oggetti quando lo sfondo non è ben definito o il contrasto è ridotto. In ambito clinico viene utilizzato anche il grafico LogMAR (ETDRS), considerato molto preciso nella misurazione dell’acuità visiva, soprattutto nella ricerca e negli studi specialistici. In generale, negli adulti si impiegano soprattutto ottotipi con lettere, mentre nei bambini si preferiscono simboli più semplici e facilmente riconoscibili. Negli ultimi anni sono inoltre comparse applicazioni per smartphone che propongono versioni digitali di questi test; tuttavia, i risultati possono essere variabili e non equivalenti a quelli ottenuti in un contesto clinico professionale. È importante sottolineare che l’acuità visiva non coincide con la presenza né con l’entità di un difetto visivo. È infatti possibile ottenere una visione corretta di 10/10 anche in presenza di un vizio refrattivo, se adeguatamente compensato da lenti. La misurazione dell’acuità visiva dovrebbe inoltre essere eseguita sia senza correzione, cioè nella condizione naturale dell’occhio (visus naturale), sia con lenti correttive (visus corretto). 

Trovando la lente giusta si arriva sempre a 10/10?

Ottotipo per lontano

 

 

 

 

 

Non sempre è possibile ottenere una correzione perfetta della vista. In ogni caso, l’obiettivo dell’esame è individuare la lente con il potere adeguato a far convergere i raggi luminosi esattamente sulla retina. In questo modo si raggiunge quella che in ambito anglosassone viene definita BCVA (Best Corrected Visual Acuity), cioè la massima acuità visiva ottenibile con la migliore correzione ottica possibile. Questo valore non dipende solo dai difetti refrattivi, ma da molteplici fattori. Un ruolo importante è svolto dalla trasparenza dei mezzi diottrici dell’occhio, come cornea, cristallino e corpo vitreo, che devono permettere il passaggio della luce senza distorsioni significative. Anche la presenza di aberrazioni ottiche può influenzare la qualità dell’immagine retinica. A ciò si aggiunge la funzionalità della fovea, ossia la regione centrale della retina responsabile della visione più nitida, che deve essere integra e correttamente funzionante. È inoltre essenziale l’integrità delle vie ottiche, che trasmettono l’informazione visiva dalla retina al cervello, così come il corretto sviluppo e funzionamento delle aree corticali deputate alla visione, localizzate principalmente nel lobo occipitale, che occupa una parte rilevante della corteccia cerebrale.

Cause di diminuzione dell’acuità visiva?

La riduzione dell’acuità visiva, come anticipato nel precedente paragrafo, può dipendere da numerose condizioni che interessano le diverse strutture dell’apparato visivo. Tra le cause più frequenti rientrano i difetti di rifrazione, come miopia, ipermetropia, astigmatismo e presbiopia, che alterano la corretta messa a fuoco delle immagini sulla retina. Un’altra categoria importante comprende le patologie che coinvolgono la retina o il nervo ottico, che possono compromettere la trasmissione o l’elaborazione del segnale visivo. Anche le alterazioni dei mezzi diottrici trasparenti dell’occhio possono ridurre la qualità della visione: ad esempio l’opacizzazione della cornea o la presenza di cataratta, che rendono l’immagine meno nitida. Tra le malattie oculari più rilevanti figurano inoltre il glaucoma, che danneggia progressivamente il nervo ottico, e la degenerazione maculare legata all’età, che colpisce la parte centrale della retina. Infine, anche eventi traumatici che interessano l’occhio o le strutture circostanti possono determinare un calo più o meno marcato dell’acuità visiva. Queste condizioni possono interessare uno o entrambi gli occhi e comportare una riduzione della nitidezza e della qualità complessiva della visione.

Quando viene eseguito il test dell’acuità visiva?

Il test dell’acuità visiva viene generalmente effettuato all’interno di una visita oculistica completa e può essere richiesto in diverse situazioni cliniche e di controllo. In particolare, è indicato nei programmi di screening per l’individuazione precoce di deficit visivi, nella diagnosi e nel monitoraggio di patologie oculari acute o croniche, e nella valutazione di eventuali variazioni improvvise della capacità visiva, sia di origine traumatica che non traumatica. Viene inoltre eseguito per verificare l’efficacia di interventi correttivi, come terapie farmacologiche o chirurgiche, e per controlli periodici legati all’idoneità alla guida, ad esempio in occasione del rinnovo della patente. In ambito clinico acuto, la misurazione dell’acuità visiva è particolarmente importante per stabilire un valore di riferimento iniziale. Questo è utile nei casi di lesioni oculari, perdita improvvisa della vista o sospette patologie come glaucoma acuto, distacco di retina o eventi ischemici. Il dato ottenuto può essere confrontato con eventuali misurazioni precedenti e rappresenta un punto di riferimento fondamentale per valutare l’evoluzione del quadro clinico dopo trattamenti o interventi, sia nella fase acuta che in quella successiva.

Perchè è importante la misurazione dell’acuità visiva?

La misurazione dell’acuità visiva è un esame fondamentale perché consente di valutare in modo oggettivo la capacità dell’occhio di distinguere chiaramente i dettagli e di identificare eventuali alterazioni della vista. Attraverso questo test è possibile individuare difetti refrattivi come miopia, ipermetropia e astigmatismo, oltre alla presbiopia. Allo stesso tempo, può fornire indizi utili sulla presenza di patologie oculari più complesse, come cataratta, maculopatie o altre condizioni che interessano la retina e le strutture interne dell’occhio. Per questo motivo, l’acuità visiva rappresenta uno degli esami di base nella visita oculistica e ha un impatto significativo sulla qualità della vita, influenzando attività quotidiane come la lettura, la guida, l’uso di dispositivi digitali e le relazioni sociali. In assenza di questa valutazione sarebbe più difficile individuare precocemente sia i difetti di refrazione sia molte patologie oculari. La sua importanza è ancora maggiore nei soggetti a rischio, come quelli predisposti al glaucoma, che necessitano di controlli oculistici regolari anche in assenza di sintomi. Particolare attenzione è riservata anche alle persone con diabete. Nei pazienti con diabete di tipo 1, si raccomanda un primo controllo oculistico completo, comprensivo della valutazione dell’acuità visiva, a partire da circa cinque anni dalla diagnosi, con successivi controlli annuali. Nei soggetti con diabete di tipo 2, invece, la valutazione dovrebbe essere eseguita già al momento della diagnosi e ripetuta con cadenza annuale. In generale, questi controlli hanno l’obiettivo di favorire una diagnosi precoce delle eventuali complicanze oculari, riducendo il rischio di danni permanenti e contribuendo al mantenimento di una buona qualità della vita nel lungo periodo.

Ultima revisione scientifica: 8 luglio 2026.

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Diplopia

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Difetti e disturbi

Diplopia

Cos’è?

Per “diplopia” s’intende la visione doppia di uno stesso oggetto. Si verifica quando si è in presenza di strabismo: essendo deviati gli assi visivi, un oggetto stimola due punti della retina non corrispondenti nei due occhi, dando luogo alla formazione di due immagini distinte. Questo avviene perché nel cervello le due immagini non si “fondono”.

Riguarda entrambi gli occhi?

La diplopia può essere distinta in due tipologie:

  • binoculare, la visione doppia è presente solo quando entrambi gli occhi sono aperti e scompare se viene chiuso uno dei due;
  • monoculare, la visione doppia persiste anche dopo aver chiuso uno dei due occhi e in questo caso riguarda l’occhio che rimane aperto.

La causa della diplopia binoculare è generalmente una malattia neurologica, una malattia sistemica, oppure una disfunzione dei muscoli oculari o dei nervi oculomotori.

La diplopia monoculare è invece di solito dovuta ad un problema oculare, quale ad esempio l’astigmatismo, il cheratocono, le distrofie corneali, la cataratta, la lussazione del cristallino, la degenerazione maculare, ecc.

Inoltre, la diplopia può essere distinta in:

  • costante, quando persiste nel tempo;
  • intermittente, quando compare e scompare alternativamente;
  • transitoria, quando si manifesta a seguito di un evento traumatico o per stanchezza eccessiva (fisica e/o lavorativa), per poi risolversi.

Quando si presenta?

La diplopia può presentarsi con uno strabismo concomitante quando la deviazione oculare non varia la sua ampiezza nelle varie posizioni di sguardo.

Si tratta di forme presenti spesso sin dalla nascita, in cui la diplopia può manifestarsi in seguito alla comparsa di eventi che alterano i meccanismi di compensazione che il nostro sistema visivo è in grado di attivare.

Lo strabismo detto invece incomitante si verifica quando l’ampiezza della deviazione oculare varia con il movimento degli occhi; è determinato da una paresi o da un’alterazione della motilità di uno o più muscoli extraoculari. Non si deve per forza vedere sempre l’immagine doppia, ma molto spesso la diplopia compare soltanto guardando in alcune direzioni, poiché l’alterazione del movimento coinvolge soltanto uno dei muscoli che muovono l’occhio.


Quali sono le cause dello strabismo inconcomitante?

Le cause di strabismi inconcomitanti sono molteplici:

  • malattie dell’orbita, che impediscono il movimento meccanico dei muscoli, spesso associate a proptosi (il bulbo oculare sporge al di fuori dell’orbita in maniera anomala);
  • malattie muscolari (miastenia gravis);
  • paralisi di uno dei nervi cranici (in particolare il III, il IV e o il VI), che possono essere causate a loro volta da una delle seguenti malattie: diabete, aterosclerosi, ipertensione, aneurismi, tumori e incremento della pressione intracranica. In questo caso sarà importante sottoporre il paziente ad accurate indagini (come la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica) per scoprire la causa;
  • indebolimento dell’attività di uno o più muscoli: in questo caso possono essere responsabili disturbi cerebrali (lesioni del seno cavernoso, masse della fossa posteriore e paralisi progressive sopranucleari), per cui è importantissimo rivolgersi a un neurologo.

Come si cura la diplopia?

La cura della diplopia è, quindi, dipendente dalla causa. Nelle forme concomitanti si può ricorrere all’uso di lenti prismatiche o, in maniera più efficace, alla chirurgia, con cui è possibile riposizionare i muscoli extraoculari in maniera tale da poter fornire una compensazione. Quando è presente una paralisi del muscolo è, ovviamente, più difficile fornire una terapia adeguata. Essendo bloccata la motilità anche la chirurgia risulta spesso non completamente efficace e, ovviamente, il primo passo è la risoluzione della causa primaria, soprattutto nel caso di problemi legati all’orbita. Nelle forme di miastenia gravis la terapia farmacologica permette di ripristinare spesso una condizione di motilità oculare valida.

Più complicato è il discorso riguardante le paralisi dei nervi cranici. Infatti, bisogna attendere un periodo di tempo variabile (indicativamente tra un mese e gli otto mesi) durante il quale è possibile una risoluzione spontanea del problema. Questo avviene nella maggioranza dei casi; quando, invece, il deficit dovesse persistere sarà probabilmente necessario un intervento chirurgico sui muscoli extraoculari.

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus 
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Pagina pubblicata il 25 luglio 2007. Ultimo aggiornamento: 17 ottobre 2022. 

Ultima revisione scientifica: 17 ottobre 2022. 

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Occlusioni vascolari retiniche

I tuoi occhi

Malattie oculari

Occlusioni vascolari retiniche

 

Che cos’è?

Per occlusione vascolare retiniche si intende un insieme di quadri patologici caratterizzati dall’ occlusione di uno o più vasi (arteriosi o venosi) che irrorano e nutrono la retina.     A seconda del distretto vasale interessato, distinguiamo le occlusioni vascolari retiniche in arteriose e venose, in particolare possiamo avere lo sviluppo delle seguenti condizioni:

– occlusione dell’arteria centrale retinica (OACR);

–  occlusione arteriosa retinica di branca;

– occlusione della vena centrale retinica (OVCR);

– occlusione venosa retinica di branca.

occlusioni retiniche

Quali sono i sintomi e le cause?

Il sintomo principale è la riduzione brusca e improvvisa della vista; generalmente la perdita del visus non è associata ad alcun dolore e colpisce un solo occhio.

Le cause riconoscono una natura embolica o trombotica. Per embolo si intende una massa formata da sangue coagulato o materiale cellulare aggregato circolante ed interessa principalmente i rami arteriosi, per trombo, invece, si intende una massa solida formatasi  per coagulazione del sangue ed interessa principalmente i rami venosi. In seguito alla formazione di emboli o trombi, si determina dunque una ostruzione al flusso sanguigno con successiva mancanza di apporto di ossigeno al tessuto nervoso retinico.

Le principali cause delle occlusioni arteriose retiniche, possono essere:

  • arteriosclerosi (l’occlusione dell’arteria centrale della retina spesso è provocata da un embolo che si stacca da placche aterosclerotiche, situate a livello di arterie di calibro più grosso, ad esempio le arterie carotidi);
  • malattie collageno-vascolari;
  • arterite a cellule giganti;
  • alterazioni della coagulazione.

Fattori di rischio per le occlusioni venose retiniche possono essere:

  • l’ipertensione arteriosa;
  • il diabete;
  • l’abitudine al fumo;
  • età superiore ai 50 anni;
  • patologie ematologiche;
  • il glaucoma.

Cosa accade?

Con l’interruzione dell’apporto di sangue (ischemia) non viene più nutrita e ossigenata localmente la retina, per cui si possono verificare gravi danni.

In particolare, a seguito del processo ischemico (sia arterioso che venoso), si mettono in atto tutta una serie di processi riparativi da parte del tessuto retinico volti a fronteggiare la mancanza di sangue e di sostanze nutritive. Le cellule danneggiate iniziano a rilasciare mediatori infiammatori e fattori di crescita che stimoleranno la formazione di neovasi (fase della neovascolarizzazione).

Quali sono i segni ?

In caso di occlusione dell’arteria centrale retinica (OACR), le arterie appariranno marcatamente assottigliate;edema maculare la retina apparirà pallida, ad eccezione della macula (zona centrale della retina adibita alla visione distinta), col suo tipico aspetto rosso ciliegia. Nel caso, invece, che si sia verificata un’occlusione a livello della vena centrale retinica, le vene appariranno notevolmente congestionate; l’aspetto della retina sarà edematoso (edema maculare)  e caratterizzato dalla presenza di emorragie.

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi si fa innanzitutto con l’esame del fondo oculare. Inoltre potrebbe essere utile la fluorangiografia che, mediante il mezzo di contrasto, potrà fornire all’oculista dati preziosi ai fini di una diagnosi completa; si potrà quindi capire il punto esatto dove si è bloccato il flusso sanguigno. 

Per identificare la causa dell’occlusione vanno poi eseguite tutte una serie di indagini a livello sistemico: misurazione della pressione arteriosa, glicemia, profilo lipidico, VES (per confermare o escludere una arterite a cellule giganti), esami della coagulazione, anticorpi antifosfolipidi, ecocolordoppler dei tronchi sovraortici (eco-TSA), valutazione cardiologica.

Qual è la terapia?

Non esistono protocolli terapeutici standard nel trattamento dell’occlusione arteriosa/venosa centrale retinica; è comunque importante capire se ci siano anomalie di coagulazione ricorrendo anche agli esami del sangue.

Di solito vengono impiegati anticoagulanti e fibrinolitici per via sistemica, corticosteroidi ad alto dosaggio, se si sospetta un’arterite a cellule giganti.Nel caso di un’occlusione venosa la fotocoagulazione laser (Argon), è unanimamente riconosciuta come fondamentale per il trattamento e la prevenzione delle complicanze ossia la comparsa di nuovi vasi (neovascolarizzazione) che   può portare allo sviluppo del cosiddetto  glaucoma neovascolare. Per il trattamento dell’edema maculare si può inoltre ricorrere alla somministrazione intravitreale di farmaci anti-vegf.

Scheda informativa a cura dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus 
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Pagina pubblicata il 5 giugno 2008. Ultimo aggiornamento: 10 luglio 2023.  

Ultima revisione scientifica: 10 luglio 2023. 

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