Negli Usa la degenerazione maculare legata all’età non viene individuata in un occhio malato su quattro
In un occhio retinopatico su quattro non viene scoperta. Parliamo della degenerazione maculare legata all’età (AMD), la prima causa di perdita della vista nei Paesi benestanti, che dopo i 55 anni può colpire il centro della retina (macula). Il campanello d’allarme arriva da uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology.
Risultati dello studio
Hanno partecipato alla ricerca – condotta negli Stati Uniti dall’Università dell’Alabama – 644 persone con un’età media di quasi 69 anni e mezzo. Complessivamente non risultavano avere AMD tre occhi su quattro (75,2%). In 320 occhi su 1288, invece, la degenerazione era subdolamente presente. In molti di essi sono stati osservati accumuli retinici chiamati drusen [[depositi extracellulari di scarto: si tratta di molecole ricche di grassi e colesterolo che si formano a livello della membrana di Bruch (sotto l’epitelio pigmentato retinico)]], iperpigmentazione retinica (10%) o ipopigmentazione (13,4%).
Più sottovalutazione tra gli anziani
L’AMD non risultava diagnosticata soprattutto tra i più anziani, in persone con un livello d’istruzione basso e nei maschi: circa il 25% degli occhi sembravano avere una macula sana, ma in realtà non lo era, com’è poi risultato evidente facendo un esame più approfondito del fondo a pupilla dilatata.
In totale il 30% degli occhi per cui non era stata formulata una diagnosi di degenerazione maculare legata all’età mostrava già grandi drusen che, concludono i ricercatori, “sarebbero state trattabili con integratori alimentari” se diagnosticate per tempo. Quindi i ricercatori americani auspicano l’applicazione, da parte dei centri oftalmologici, di migliori strategie per individuare precocemente l’AMD.
Il diametro pupillare aumenta: la caffeina può influenzare le prestazioni visive
Vizi e virtù del caffè vengono periodicamente evidenziati dalle ricerche scientifiche. Grazie a un nuovo studio internazionale – pubblicato su Eye – è stato possibile valutare l’aumento del diametro della pupilla in seguito all’assunzione di caffeina. Quest’ultima può influenzare le prestazioni visive incidendo anche sull’accomodazione.
Metodo e risultati
Cinquanta persone hanno partecipato allo studio, con un’età compresa tra i 19 e i 25 anni. Venivano selezionati casualmente soggetti che, in giorni diversi, consumavano una bevanda che conteneva 250 mg di caffeina, pari a circa tre tazze di caffè [[Secondo l’EFSA l’espresso contiene indicativamente 80 mg di caffeina (anche se tale quantità può variare a seconda dei Paesi, della qualità e delle modalità di preparazione), ndr]], oppure era un placebo (tipo decaffeinato, ndr).
Il diametro pupillare è stato misurato a 30, 60 e 90 minuti dall’assunzione, osservando sempre un suo incremento significativo quando nella bevanda era presente la caffeina: dopo un’ora e mezza si è passati mediamente da una pupilla di 3,4 millimetri ai 4,5 mm (+32,36%).
Verificandosi una variazione dell’accomodazione, ci potrebbero essere problemi nella corretta messa a fuoco. Tuttavia bisogna considerare che nell’esperimento è stato utilizzato un dosaggio elevato di caffeina. Invece un solo espresso potrebbe avere effetti trascurabili sul visus mentre, per converso, può migliorare l’attenzione e i riflessi alla guida, per cui gli automobilisti possono trarne un evidente vantaggio.
Gli effetti della caffeina
La caffeina è un neurostimolante: raggiunge il circolo sanguigno entro una trentina di minuti dalla sua assunzione. Quindi si diffonde in tutto il corpo, poi viene metabolizzata ed escreta attraverso le urine. L’emivita media della caffeina nel corpo è di 4 ore (ma le stime variano dalle 2 alle 10 ore). Generalmente viene sconsigliato di superare le 4 tazzine al giorno [[www.ilfattoalimentare.it/efsa-caffeina-caffe.html]].
Scrive lo European Food Information Council (EUFIC):
Dosaggi di 100-600 mg di caffeina accelerano e rendono più chiari i pensieri, oltre a migliorare la coordinazione generale del corpo. Tra gli aspetti negativi, la caffeina può provocare irrequietezza e perdita del controllo motorio fine. Quantitativi superiori ai 2000 mg possono causare insonnia, tremori e un’accelerazione del respiro. Questi sintomi vengono talvolta osservati a dosaggi inferiori. Tuttavia, la sua tolleranza aumenta col suo consumo regolare per molti di questi effetti: le proprietà stimolanti della caffeina riguardano meno i consumatori abituali di caffè rispetto ai consumatori occasionali.
La caffeina ha molti altri effetti acuti. Stimola il rilascio di cortisolo e di adrenalina, che causa un incremento della pressione sanguigna e un’accelerazione del battito cardiaco. Possiede anche effetti diuretici, provoca il rilassamento bronchiale, aumenta la produzione degli acidi gastrici e accelera il metabolismo.
Messa a punto una nuova tecnica con un tracciante radioattivo: nei glaucomatosi l’apoptosi è dieci volte più rapida
Si può osservare la morte delle cellule retiniche “in diretta”? La risposta è positiva: avrebbe rilevato l’apoptosi delle cellule ganglionari un gruppo di ricercatori inglesi in persone affette da glaucoma, pubblicando poi la ricerca su Brain.
Questa malattia silente, infatti, può procurare danni irreversibili al nervo ottico e alle cellule ganglionari retiniche (CGR): se il glaucoma non viene diagnosticato in tempo [[tonometria (misurazione del tono oculare), l’esame del fondo oculare e possibilmente una “mappatura” del campo visivo, ndr]] la visione si restringe sino a diventare tubulare (come se si vedesse attraverso un telescopio). Generalmente questo fenomeno è associato a una pressione oculare troppo alta.
Attualmente, secondo l’OMS, il glaucoma colpisce 55 milioni di persone ed è la seconda causa di cecità irreversibile al mondo. Si stima che 25 milioni di persone abbiano già perso la vista per causa sua.
Cosa hanno scoperto i ricercatori
I ricercatori britannici sono riusciti a dimostrare che, in linea di principio, sarebbe persino possibile vedere la degenerazione di una singola cellula della retina grazie a un tracciante radioattivo, un marcatore fluorescente che si lega alle proteine delle cellule “morenti” [[che appaiono all’esame del fondo oculare come punti bianchi fluorescenti, ndr]]. Le persone colpite da glaucoma perdono all’incirca il 4% delle cellule ganglionari retiniche ogni anno contro lo 0,4% causato dai normali processi d’invecchiamento. Si calcola, per l’esattezza, che nei glaucomatosi vadano incontro ad autodistruzione, ogni anno, tra le 28mila e le 33mila cellule retiniche (77-90 al giorno).
(Cellula ganglionare della retina. Foto cortesia della Johns Hopkins University)Un nuovo strumento diagnostico pionieristico – sviluppato da ricercatori dell’Università di Londra (UCL) e del Western Eye Hospital – ha consentito di osservare il fenomeno dell’apoptosi della parte posteriore dell’occhio sin dai suoi primi “passi”. Come spiega il professore Philip Bloom di quest’ultimo ospedale britannico:
Il trattamento [contro il glaucoma] ha molto più successo quando comincia nelle prime fase della patologia, quando la perdita visiva è minima. Le nostre scoperte ci potrebbero consentire di diagnosticare la malattia dieci anni prima di quanto fosse possibile in precedenza.
La direttrice della ricerca Francesca Cordeiro (professoressa presso il Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Londra) ha affermato:
Diagnosticare il glaucoma precocemente è fondamentale perché i sintomi non sono sempre evidenti. […] Anche se non possiamo curare la malattia, il nostro test consente di iniziare i trattamenti prima che si manifestino i sintomi. In futuro questo test potrebbe essere utilizzato anche per diagnosticare altre malattie neurodegenerative.
Una diagnosi tempestiva consente agli oculisti di iniziare prima i trattamenti (ad esempio l’istillazione di colliri per abbassare le pressione oculare), evitando sin dai primi segni retinici che il campo visivo venga danneggiato. Lo stesso test potrà anche servire per la diagnosi tempestiva di malattie neurologiche quali il Parkinson, l’Alzheimer e la sclerosi multipla.
Cittadinanzattiva: tempi lunghi per diagnosi e cure, si ascoltano poco i pazienti
Da un lato ci sono le attese troppo lunghe, si è indietro nell’applicazione di programmi di prevenzione perché l’Italia investe ancora troppo poco e i cittadini possono registrare – in particolare quando sono affetti da una malattia cronica – anche ritardi nella diagnosi (soprattutto se rara). Dall’altro lato i ricoveri possono richiedere troppo tempo anche perché, nel nostro Paese, si sta verificando un’allarmante riduzione di posti letto [[a fronte, invece, di un aumento degli anziani: secondo l’Istat 22 persone su 100 hanno almeno 65 anni, ndr]].
Sono questi i principali aspetti critici dell’assistenza sanitaria italiana evidenziati nel nuovo Rapporto di Cittadinanzattiva presentato a Roma il 27 aprile. Questa onlus ha consultato 46 associazioni – rappresentative di oltre 100 mila cittadini – per redigere una pubblicazione di un centinaio di pagine intitolata “In cronica attesa”. Una fotografia che, per molti versi, si rivela impietosa pur nella sua utilità (oscurando comunque i primati positivi del nostro Sistema sanitario nazionale).
Cosa dicono le associazioni
Più del 60% delle associazioni segnala la carenza di servizi socio-sanitari sul proprio territorio e le difficoltà ad orientarsi; più della metà evidenzia difficoltà in ambito lavorativo, legate alla propria patologia, nonché disagi nel comunicare la malattia, oltre alle difficoltà economiche. Una crescente quota di cittadini si ritrova, tra l’altro, a sostenere spese più consistenti per la salute. Le associazioni che, nel 2016, hanno partecipato a programmi di screening sono solo poco più di un quarto di quelle intervistate (26%).
Il grande fardello delle patologie croniche
Il nostro Paese sente tutto il peso della malattie croniche: colpiscono quasi quattro italiani su dieci (il 38,3% degli italiani, pari all’incirca a 23,6 milioni di persone), mettendo a dura prova la sostenibilità del nostro Sistema sanitario nazionale (SSN). Le patologie croniche più diffuse sono l’ipertensione (vedi retinopatia ipertensiva), l’artrosi o artrite e le malattie allergiche (vedi anche congiuntivite).
Poco ascolto da parte dei camici bianchi
Nel rapporto col medico sono diversi i limiti riscontrati: il 78% del campione riscontra poco tempo per l’ascolto, sottovalutazione dei propri sintomi (44%), lamenta la poca reperibilità (42%) e la scarsa empatia (26%). Si è ancora indietro sui programmi di prevenzione soprattutto perché si investe troppo poco: nel nostro Paese si stimano 83€ a persona di spesa per questa voce, cifra inferiore a quella di Paesi come il Regno Unito, la Germania, la Danimarca, l’Olanda e la Svezia.
“Diagnosi in tempi lunghi ed esiti incerti: a volte – scrive Cittadinanzattiva – occorrono anni di attesa, sofferenza, solitudine ed incertezza, accompagnati da costi non indifferenti, prima di arrivare ad una diagnosi certa di malattia cronica o rara”. Più della metà degli intervistati (58%) dice di non essere stato sottoposto/a a programmi di screening nel caso in cui a un familiare sia stata riscontrata una malattia genetica; il 60%, invece, conferma un ritardo diagnostico.
Ritardi nel Piano nazionale della cronicità
La presa in carico del paziente affetto da una patologia cronica è il cuore del Piano nazionale della cronicità e il punto sul quale si misura la qualità dell’assistenza fornita. I cittadini, nel 68% dei casi, si recano invece al Pronto soccorso (con conseguente e inopportuno intasamento). Questo avviene anche perché non si accorciano i tempi di attesa nel percorso di cura: un’associazione su due afferma che non esiste un percorso agevolato che garantisca tempi certi per l’accesso alle prestazioni sanitarie.
Meno posti letto in ospedale
Nel frattempo – osserva ancora Cittadinanzattiva – la riduzione dei posti letto ospedalieri comporta che, in due casi su cinque, i pazienti debbano ricoverarsi lontano dalla propria residenza o, in più di un caso su tre, accontentarsi di un posto letto in un reparto non idoneo.
Quando il ricovero avviene in una struttura riabilitativa, lungodegenza o residenze sanitarie assistenziali (RSA), i cittadini segnalano lunghe attese per accedervi (68%), la mancanza di équipe con diverse professionalità (40%), la necessità di pagare una persona che assista il paziente ricoverato (32%) o il costo eccessivo della stessa struttura (28%). In caso di assistenza domiciliare, invece, il primo ostacolo è, ancora oggi, nella sua attivazione (63%), il numero insufficiente di ore erogate (60%) o la mancanza di figure specialistiche necessarie (45%). Per il 40% manca anche l’assistenza di tipo sociale.
Difficoltà nel riconoscimento dell’handicap
Riscontrate difficoltà burocratiche soprattutto legate al riconoscimento dell’invalidità civile e dell’handicap e riguardano: per il 46% l’accesso all’indennità di accompagnamento, per il 39% il riconoscimento dell’handicap, per il 31% l’accesso alla pensione di inabilità, per il 27% l’assegno mensile di invalidità civile, per il 15% l’indennità di frequenza. Sull’assistenza protesica ed integrativa, oltre la metà delle associazioni lamenta troppe differenze regionali.
Poca appropriatezza
Sull’appropriatezza emergono, secondo Cittadinanzattiva, aspetti critici rilevanti: ben il 58% riferisce che i suoi sintomi sono stati sottovalutati, con conseguente ritardo nella cura; uno su quattro segnala invece di aver dovuto fare esami inutili o perché non adatti alla propria patologia o perché ripetuti più volte. A livello di aderenza terapeutica, invece, il 59% riferisce che essa è dovuta ai costi indiretti della cura, il 52% alle difficoltà burocratiche, il 39% a interazioni con altri farmaci o ai costi della terapia. In altri casi interviene, infine, lo scoraggiamento: perché non si ottengono i risultati attesi (36%) o perché si tratta di una terapia eccessivamente lunga e complicata (26%).
Sanità digitale in ritardo
Sulla sanità digitale il nostro Paese ancora arranca (ad eccezione di alcune Regioni più virtuose, ndr): il 64% dice di non essere stato coinvolto in nessun progetto di telemedicina e, nonostante la ricetta elettronica sia stata introdotta già da alcuni anni, il 49% ritiene che essa non abbia prodotto alcun risultato o, al limite, solo in alcune realtà (22%).
Tecnica utilizzata per “curare” geneticamente topi di laboratorio affetti da retinite pigmentosa
Trasformare i bastoncelli in coni per salvare la retina dalla degenerazione causata dalla retinite pigmentosa. Questa è la strategia terapeutica a cui hanno fatto ricorso ricercatori cinesi e americani (in particolare dell’Università della California a San Diego) per “curare” la vista di topolini affetti dalla malattia genetica oculare.
Se quest’approccio avrà successo – per ora è stato testato solo su due cavie animali geneticamente modificate – si aprirà una strada terapeutica interessante per le persone affette dalla più comune patologia rara a carattere oftalmico.
La tecnica di editing genetico
I ricercatori hanno fatto ricorso a una tecnica di correzione genetica (chiamata CRISPR/Cas9) che consente di cancellare le sequenze “errate” del DNA [[mutazioni associate, in questo caso, a una malattia oculare che colpisce la retina a partire dalla sua periferia, causando la perdita della sensibilità periferica e una perdita progressiva della sensibilità retinica in condizioni di poca luce]] e d’inserire, al loro posto, le sequenze sane. Tale tecnica potrebbe essere paragonata a un “taglia e incolla” di un programma di gestione testi (editor).
I ricercatori: ripristinata la funzione visiva, si accendono le speranze
I risultati di questa ricerca di frontiera sono contenuti in una lettera pubblicata su Cell Research, un’accreditata rivista scientifica internazionale del gruppo Nature. Nel numero del 21 aprile i ricercatori sostengono di “aver ripristinato la funzione visiva in due modelli murini di retinite pigmentosa”. Tale malattia colpisce circa centomila americani e, nel mondo, una persona su quattromila: le mutazioni genetiche ad essa associate, oltre sessanta, colpiscono generalmente i bastoncelli [[escludendo la fase terminale della patologia retinica degenerativa (retinite pigmentosa), ndr]], provocando una disfunzione visiva che peggiora nel tempo.
Per ora niente cure
Non esiste, allo stato attuale, nessun trattamento efficace contro la retinite pigmentosa. Questa patologia può causare ipovisione e cecità, ma al giorno d’oggi non è ritenuta prevenibile.
Fonti: Cell Research, University of California-San Diego
Si può effettuare anche una diagnosi a distanza grazie alle foto del fondo oculare
La telemedicina viene in soccorso di chi è diabetico: il controllo della salute retinica può essere effettuato anche a distanza con le foto del fondo oculare. Questo può essere un vantaggio soprattutto se ci si trova in aree lontane dalle strutture sanitarie oppure se lo screening coinvolge un ampio numero di persone. Si pensi che la retinopatia diabetica – con i relativi danni al tessuto retinico provocati da alterazioni dei vasi – è ancora considerata oggi la prima causa di cecità in età lavorativa nei Paesi più sviluppati.
Negli Stati Uniti un gruppo di ricercatori universitari ha analizzato circa 24 mila esami retinici ottenuti in un trentennio, a cui hanno partecipato indicativamente 1400 persone [[Diabetes Control and Complications Trial and its follow-up, the Epidemiology of Diabetes Interventions and Complications study (DCCT/EDIC)]].
Servono più controlli mirati
Secondo questa nuova ricerca – pubblicata sul New England Journal of Medicine – le persone affette dalla forma più grave di diabete (il tipo 1, che richiede somministrazione d’insulina) dovrebbero sottoporsi a controlli oculistici mirati a diagnosticare la presenza di una retinopatia diabetica, con una periodicità variabile a seconda del grado di rischio invece di recarsi automaticamente a “un controllo annuale attualmente raccomandato”.
I due parametri principali di cui i medici dovrebbero tenere conto sono, da un lato, il grado di retinopatia eventualmente presente e, dall’altro, il livello di emoglobina glicata (che fornisce l’andamento della glicemia degli ultimi 2-3 mesi grazie a un prelievo sanguigno). Queste sono le conclusioni dei ricercatori statunitensi indirizzate, in particolare, agli oculisti.
È anche ipotizzabile, in particolari situazioni ed aree geografiche, l’utilizzo di tecnologie di telemedicina che consentirebbero la trasmissione e la refertazione a distanza da parte di centri di riferimento qualificati. In tale contesto, la cartella clinica elettronica (adeguatamente strutturata con dati clinici condivisi e codificati) rappresenta un utile metodo di comunicazione tra i sanitari coinvolti nella cura del paziente. Il rapporto diretto e continuativo esistente fra medico di famiglia e cittadino può favorire la precoce individuazione delle complicanze secondarie al diabete e portare, nel tempo, ad una netta riduzione degli esiti più gravi come la cecità.
Quindi in queste linee guida si adduce come modello di riferimento il Regno Unito, ormai dotato di una rete integrata di strutture dedicate allo screening della retinopatia diabetica, nel quadro di un piano nazionale di prevenzione della cecità.
Dunque anche il Sistema sanitario nazionale italiano dovrebbe agire più efficacemente, in modo più organizzato e omogeneo, per prevenire e gestire al meglio i diabetici, assicurandosi che effettuino regolarmente degli screening visivi. Questa viene considerata ormai un’indifferibile necessità. A tal fine la IAPB Italia onlus ha contribuito a promuovere una mozione parlamentare indirizzata al Governo [[per l’esattezza si tratta di un atto di sindacato ispettivo del Senato, ndr]] affinché le persone diabetiche vengano tra l’altro sottoposte a un esame periodico con retinografia senza dilatazione della pupilla (in miosi), nell’ambito di una gestione più ampia del paziente. Preservare anche la salute retinica è infatti fondamentale per tutelare la qualità della vita.
Link utili: Social Manifesto sulla retinopatia diabetica (pdf);
Senato della Repubblica (documento in pdf, seduta del 4 aprile 2017)
Fonti principali: NEJM, NIH, IAPB
Per l’OMS una malattia oculare tropicale come il tracoma non è più un problema di salute pubblica in Messico, Marocco e Oman
Nel miliardo di persone salvate dalle malattie dimenticate ci sono anche quelle colpite da tracoma, una patologia tropicale che può provocare cecità. Solo nel 2015, nota l’OMS, oltre 56 milioni di persone hanno ricevuto antibiotici per curarla. Oltre 185 mila persone affette dalla stessa patologia sono state sottoposte a intervento chirurgico a causa della trichiasi (le ciglia graffiano la cornea quando la palpebra si gira verso l’interno dell’occhio a causa dell’infezione oculare). Il tracoma è ancora oggi nel mondo – scrive l’OMS – la prima causa infettiva di perdita della vista. Però, grazie campagne a tutela della salute pubblica, è stato debellato in Paesi quali il Messico, il Marocco e l’Oman.
Il programma globale per debellare il tracoma ha risultati in miglioramento: la copertura preventiva è triplicata rispetto al 2008, toccando il 29,2% degli individui. Tra le malattie oculari dimenticate c’è anche l’oncocercosi (oncocerchiasi): oltre 114 milioni di persone sono state trattate farmacologicamente, circa il 64% di coloro che ne avevano bisogno.
Il successo sulle altre malattie dimenticate
Contro l’elefantiasi sono stati somministrati farmaci a 556 milioni di persone. Inoltre, i casi di malattia del sonno sono stati ridotti drasticamente: da 37 mila nuovi malati nel 1999 a soli 3000 diagnosticati nel 2015. Si sono, inoltre, registrati notevoli progressi contro la rabbia, quasi cancellata dal Continente americano. Infine, la battaglia contro la leishmaniosi viscerale (trasmessa da punture di moscerino) ha compiuto grandi passi avanti: due anni fa è stata eliminata in misura pari all’82% in India, al 97% in Bangladesh e in tutte le zone del Nepal.
Si può recuperare buona parte del campo visivo: lo attesta un nuovo studio americano
Riabilitazione visiva (Foto di Susanne Pallo)Dopo un ictus che abbia colpito le aree cerebrali deputate alla visione si possono recuperare (anche in buona parte) le capacità visive grazie alla riabilitazione. Grazie a uno specifico addestramento, l’area del campo visivo inizialmente compromessa – da un quarto a metà del campo – può essere opportunamente stimolata e “rieducata”.
Le persone sottoposte a riabilitazione visiva dopo ictus cerebrale hanno recuperato mediamente circa 108 gradi di campo visivo (tra 17 pazienti), mentre le 5 persone che non hanno svolto esercizi riabilitativi hanno recuperato spontaneamente solo 16 gradi circa. Secondo i ricercatori dell’Università di Rochester (Usa) l’entità del recupero è stata proporzionale all’impegno riabilitativo.
Il cervello è plastico, possibile un buon recupero
Grazie alla plasticità cerebrale – molto più accentuata quando si è piccoli – è possibile un recupero significativo delle capacità visive. I ricercatori americani ne sono convinti, nonostante si ritenga comunemente che “il danno alla corteccia visiva sia irreversibile”.
Le persone colpite da ictus con coinvolgimento delle aree corticali visive possono aspirare a ripristinare quasi le capacità visive originarie addestrandosi a seguire oggetti in movimento, individuare l’orientamento di figure statiche, ecc. Fondamentali sono la motivazione e la costanza. Complessivamente i deficit del campo visivo, misurati in questo caso con una nuova metodologia, si possono ridurre con una specifica riabilitazione visiva.
Quasi 4 su 10 ne sono affetti. Per Osservasalute si sono acuiti i divari sociali anche tra Nord e Sud
Il Belpaese sente il “peso” della malattie croniche: colpiscono quasi quattro italiani su dieci (circa 23,6 milioni di persone), mettendo a dura prova la sostenibilità del nostro Sistema sanitario nazionale (SSN).
È quanto si legge nel nuovo Rapporto Osservasalute presentato il 10 aprile 2017 al Policlinico A. Gemelli di Roma, a cui ha partecipato il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Nello studio emerge un aumento del divario Nord-Sud anche sul piano della salute, con riflessi evidenti sull’aspettativa di vita. Il Meridione dispone di minori risorse economiche, è gravato dalla scarsa disponibilità di servizi sanitari e ha politiche di prevenzione spesso non adeguate alle reali necessità della popolazione.
Questa disparità di accesso all’assistenza si riflette in modo sempre più evidente sulla salute delle persone: nel Mezzogiorno è molto più alta la mortalità prematura sotto i 70 anni, indicativa – secondo l’OMS – dell’efficacia dei servizi sanitari.
Si consideri che il 72,1% delle persone con almeno due patologie croniche concomitanti segue più terapie farmacologiche (con 5 o più farmaci differenti). Secondo l’Istat, tra gli anziani dai 75 anni in su almeno una persone su due soffre di artrosi/artrite o ipertensione, il 33,6% d’osteoporosi, il 19,4% di diabete e il 16,4% di depressione o ansia cronica [[i problemi psichici sono tuttavia in aumento anche tra i giovani]].
Si accentuano gli squilibri
Il Rapporto Osservasalute 2016 evidenzia importanti e crescenti divari territoriali, in particolare tra Nord e Sud. Può sembrare un’anomalia, ma nel Meridione ci si alimenta mediamente in modo meno sano, più abbondante e si fuma di più soprattutto nelle periferie urbane; tuttavia l’abuso di alcol è più comune al Settentrione (in particolare nel Nord Est).
La carenza di risorse economiche, comunque, non basta a spiegare le differenze tra Meridione, Settentrione e Isole: molte regioni del Nord hanno migliorato la loro performance sanitaria senza aumentare la spesa. Per contro, alcune Regioni del Mezzogiorno, alle quali si aggiunge il Lazio [[tuttavia questa Regione non è più commissariata perché ha migliorato i conti della sanità, ndr]], hanno peggiorato la loro performance pur aumentando le risorse disponibili (rispetto al dato nazionale).
I dati di Osservasalute in sintesi
Di seguito alcuni dati e tendenze contenuti nel Rapporto Osservasalute 2016 sulla popolazione italiana:
diminuisce il numero degli abitanti del nostro Paese e oltre un italiano su cinque ha più di 65 anni [[secondo l’Istat circa il 22%, ndr]];
si riducono gli ultracentenari;
la mortalità si è ridotta in 11 anni: sono cambiate le cause dei decessi (meno morti per problemi di cuore);
si muore di più per malattie psichiche e infettive;
stabile la quota di italiani sovrappeso e obesi: complessivamente il 45,1% dei soggetti di età dai 18 anni in su è in eccesso ponderale;
alcolici: diminuiscono gli astemi e gli astinenti;
scende la mortalità riconducibile ai servizi sanitari, ma ancora troppe disparità tra Nord e Sud;
la spesa privata dei cittadini per la salute è in aumento, specialmente al Sud. Tutte le regioni del Meridione e le Isole incrementano la spesa sanitaria privata con valori che oscillano fra +1,74% annui in Campania e +3,53% annui in Basilicata. Le regioni del Centro-Nord, invece, presentano incrementi mediamente più contenuti.
Il Rapporto, pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane [[ha sede presso l’Università Cattolica di Roma, ndr]], è stato coordinato dal Professor Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha commentato:
Complici i non sempre perfetti stili di vita e soprattutto la disparità di accesso ai servizi dei cittadini delle diverse regioni le malattie croniche colpiscono gli italiani a un’età sempre più precoce (determinati da fattori di rischio come il sovrappeso o la sedentarietà che riguardano sempre più giovani), il che significa che gli italiani dovranno convivere con queste patologie per un numero di anni sempre maggiore, con conseguente abbassamento della qualità della vita e costi sempre più insostenibili per il SSN.
Fonti principali: Policlinico A. Gemelli (Uff. stampa), Osservasalute
Da maggio a dicembre ci si potrà perfezionare con l’Università Leonardo da Vinci e il Polo Nazionale
Se avete una laurea in medicina, in professioni sanitarie, servizio sociale o psicologia potrete partecipare. Partirà, infatti, il prossimo 9 maggio e proseguirà sino a dicembre 2017 un corso di perfezionamento per diventare esperti in riabilitazione visiva. Il percorso formativo si svolgerà sia online – su una piattaforma telematica dedicata – sia con lezioni frontali che si terranno presso l’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Se completato con profitto, darà diritto a 20 crediti formativi universitari (pari a 500 ore)… (leggi tutto)