Dalla scuola alla prevenzione: nuovi strumenti per migliorare lo screening della vista nei bambini

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La salute visiva è una componente fondamentale del benessere e dello sviluppo dei bambini. Vedere bene significa poter leggere, scrivere, seguire le attività scolastiche, giocare, praticare sport e costruire relazioni con gli altri

Un problema della vista non riconosciuto o non corretto, invece, può interferire con l’apprendimento e con le attività quotidiane e, in alcuni casi, compromettere lo sviluppo della funzione visiva

Non sempre, però, un bambino è in grado di accorgersi di avere una difficoltà visiva o di comunicarla: può semplicemente essere abituato a vedere in un determinato modo. Per questo è importante prestare attenzione ad alcuni possibili segnali, che però non costituiscono una diagnosi, ma possono rappresentare un motivo per rivolgersi a un professionista della salute visiva.

Lo screening per individuare precocemente i problemi della vista

In questo contesto, lo screening della vista rappresenta uno strumento importante di prevenzione. Il suo obiettivo è individuare precocemente i bambini che potrebbero avere un problema visivo e che necessitano quindi di una valutazione più approfondita. 

Tra le condizioni che possono essere intercettate durante l’infanzia ci sono difetti refrattivi come la miopia, oltre ad ambliopia (occhio pigroe strabismo (occhio “storto”). Riconoscere tempestivamente queste condizioni è particolarmente importante perché la funzione visiva si sviluppa soprattutto nei primi anni di vita e un intervento precoce può contribuire a prevenire conseguenze più importanti. 

Lo screening, tuttavia, non sostituisce la visita oculistica: quando emerge un possibile problema, è fondamentale che il bambino possa accedere agli approfondimenti necessari e, se indicato, al trattamento. 

La scuola come punto di partenza per la prevenzione

La scuola può svolgere un ruolo importante nella promozione della salute visiva, perché rappresenta uno degli ambienti in cui i bambini trascorrono gran parte della loro giornata e nel quale eventuali difficoltà visive possono emergere durante attività come la lettura, la scrittura o il lavoro alla lavagna

Rafforzare lo screening in ambito scolastico significa quindi creare una collaborazione più stretta tra insegnanti, famiglie, servizi sanitari e professionisti della salute degli occhi. Una rete di questo tipo può contribuire non solo a riconoscere prima un possibile problema, ma anche ad accompagnare il bambino nel percorso successivo. 

La prevenzione, infatti, non dovrebbe fermarsi al momento dello screening: è necessario garantire un adeguato follow-up, affinché il bambino che necessita di una visita possa effettivamente accedervi e ricevere, quando necessario, le cure appropriate.

Una prevenzione che deve essere accessibile a tutti

La tutela della vista dei bambini è anche una questione di equità. Non tutti hanno infatti le stesse possibilità di accedere ai servizi sanitari, alle visite specialistiche o alle informazioni sulla salute degli occhi. Per questo è importante sviluppare strategie capaci di raggiungere anche le comunità più vulnerabili e di ridurre le barriere che possono ostacolare l’accesso alla diagnosi e alle cure. 

Proteggere la vista significa investire nel futuro

Investire nella salute visiva durante l’infanzia significa creare condizioni migliori per la crescita e per il percorso scolastico. Formazione degli operatori, screening appropriati, attenzione ai segnali di possibili difficoltà e un efficace sistema di invio e follow-up possono contribuire a individuare precocemente i problemi della vista e a intervenire tempestivamente. 

Dalla scuola alla famiglia, dai servizi sanitari al territorio, la prevenzione richiede quindi una responsabilità condivisa. Perché vedere bene non significa soltanto poter leggere una pagina o seguire una lezione, ma soprattutto avere le migliori condizioni possibili per imparare, giocare, relazionarsi e sviluppare pienamente le proprie capacità.

Fonte: Prevent Blindness, Children’s Eye Health 2026 Media Release

Cataratta: una persona su due che rischia la cecità non ha ancora accesso all’intervento 

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La cataratta è una delle principali cause di perdita della vista nel mondo e rappresenta una sfida importante per la salute pubblica, nonostante esista un trattamento in grado di ripristinare la capacità visiva. Con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento del numero di persone colpite, cresce anche la necessità di garantire l’accesso alle cure.  

Tuttavia, la possibilità di sottoporsi all’intervento non è distribuita in modo uniforme e milioni di persone continuano a convivere con una perdita della vista che, in molti casi, potrebbe essere evitata. 

Un intervento efficace che non è ancora accessibile a tutti 

A fotografare questa situazione è un nuovo studio, ripreso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui quasi una persona su due tra quelle che necessitano di un intervento per una cataratta che può portare alla cecità non riesce ancora ad accedervi.  

La cataratta, che consiste nell’opacizzazione del cristallino e provoca un progressivo offuscamento della vista, interessa oltre 94 milioni di persone nel mondo. Eppure, il suo trattamento può essere relativamente semplice: l’intervento di cataratta dura circa 15 minuti e può consentire un recupero della vista immediato e duraturo.  

Negli ultimi vent’anni la copertura globale degli interventi è aumentata di circa il 15%, ma la crescita non è stata sufficiente a tenere il passo con l’aumento dei casi e con l’invecchiamento della popolazione. 

Un divario che riguarda soprattutto le aree più svantaggiate 

La difficoltà di accesso alle cure varia però significativamente tra le diverse aree del mondo. Lo studio ha analizzato stime relative a 68 Paesi e ha evidenziato il divario più ampio nella Regione africana, dove circa tre persone su quattro tra quelle che necessitano di un intervento di cataratta non ricevono il trattamento. Anche il genere rappresenta un elemento di disuguaglianza: in tutte le regioni le donne registrano un accesso alle cure inferiore rispetto agli uomini.  

Alla base di queste differenze ci sono diversi ostacoli, tra cui la carenza e la distribuzione non uniforme degli specialisti, i costi a carico dei pazienti, i lunghi tempi di attesa e una limitata consapevolezza della possibilità di sottoporsi all’intervento

Accelerare l’accesso alla chirurgia per ridurre la cecità evitabile 

Secondo l’OMS, colmare questo divario è possibile attraverso un rafforzamento dei servizi di assistenza oculistica, a partire dall’integrazione degli screening e delle visite oculistiche nelle cure primarie, dagli investimenti nelle strutture chirurgiche e dal potenziamento del personale specializzato, soprattutto nelle aree rurali e meno servite.  

L’obiettivo globale fissato dall’Assemblea mondiale della sanità prevede un aumento del 30% della copertura effettiva della chirurgia della cataratta entro il 2030. Le attuali proiezioni, però, indicano una crescita di appena l’8,4% nel corso di questo decennio, rendendo necessario accelerare gli interventi.  

Garantire un accesso più equo alla chirurgia della cataratta significa quindi non solo curare una patologia dell’occhio, ma intervenire su una delle cause di cecità evitabile più diffuse al mondo. 

Fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) 

Occhio e intelligenza artificiale: un nuovo sistema accelera l’analisi dei dati genetici 

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La ricerca biomedica produce oggi una quantità sempre maggiore di dati, la cui analisi può richiedere tempo e competenze specialistiche. In questo scenario, l’intelligenza artificiale sta emergendo come uno strumento capace di supportare i ricercatori nell’elaborazione di informazioni complesse e nell’individuazione di connessioni che potrebbero risultare difficili da riconoscere attraverso un’analisi tradizionale. Anche nel campo della ricerca oftalmologica, queste tecnologie potrebbero contribuire a rendere più rapido il passaggio dai dati sperimentali alla comprensione dei meccanismi alla base delle malattie. 

IAN, l’intelligenza artificiale che interpreta l’espressione genica 

Proprio la necessità di rendere più rapida e semplice l’interpretazione di questi dati ha portato allo sviluppo di IAN, un sistema di intelligenza artificiale messo a punto dai ricercatori del National Eye Institute (NEI). Lo strumento è stato progettato per analizzare grandi quantità di informazioni sull’espressione genica e trasformarle in una lettura più chiara dei processi biologici coinvolti. IAN combina diversi sistemi di AI, che esaminano i dati attraverso database biologici specializzati e prendono in considerazione elementi come le vie cellulari, la regolazione dei geni e le interazioni tra proteine.  

Le informazioni ottenute vengono quindi integrate in un report che può aiutare i ricercatori a individuare i processi biologici più rilevanti e a formulare ipotesi sui possibili meccanismi alla base di una malattia. L’obiettivo è rendere più veloce il passaggio dalla grande quantità di dati prodotta dalla ricerca a una prima interpretazione utile per orientare gli studi successivi. 

Dall’analisi dei dati alla scoperta di nuovi bersagli 

Le potenzialità di IAN sono state valutate anche attraverso dati relativi all’uveite, una patologia caratterizzata dall’infiammazione dell’occhio. Analizzando queste informazioni, il sistema ha individuato RELBun fattore di trascrizione coinvolto nella regolazione della risposta immunitaria, come possibile elemento rilevante nei meccanismi associati alla malattia. Si tratta di un risultato che non rappresenta di per sé una nuova terapia, ma che mostra come l’AI possa aiutare i ricercatori a formulare più rapidamente ipotesi da sottoporre successivamente a verifica sperimentale.  

Un approccio di questo tipo potrebbe rivelarsi particolarmente utile nella ricerca sulle malattie oculari, dove la capacità di analizzare rapidamente grandi quantità di dati genetici può facilitare l’identificazione dei meccanismi biologici coinvolti e di nuovi possibili bersagli terapeutici. 

Una nuova prospettiva per la ricerca visiva 

L’impiego dell’intelligenza artificiale non sostituisce quindi il lavoro degli scienziati, ma può affiancarlo rendendo più veloce e accessibile una fase complessa della ricerca: quella che trasforma grandi quantità di dati in ipotesi biologiche interpretabili. Strumenti come IAN aprono così una prospettiva interessante per la ricerca visiva, con la possibilità di accelerare lo studio delle patologie oculari e, nel lungo periodo, contribuire allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. 

Fonte: National Eye Institute (NEI) 

Supporto a persone con cecità o ipovisione e demenza: strategie pratiche per la gestione quotidiana

cecità ipovisione demenza

La compresenza di demenza e deficit visivi come cecità o ipovisione rappresenta una condizione particolarmente complessa da gestire nella vita quotidiana. Le difficoltà non derivano solo dalla perdita della vista o dal declino cognitivo, ma dall’interazione tra questi due fattori, che può amplificare il disorientamento, ridurre l’autonomia e aumentare il rischio di incidenti domestici

Per questo motivo, il supporto alle persone coinvolte richiede strategie pratiche mirate, che tengano conto sia delle esigenze visive sia di quelle cognitive.

Come la demenza modifica l’esperienza della perdita visiva

La demenza non compromette direttamente gli occhi, ma altera i processi cerebrali che permettono di interpretare correttamente ciò che si vede. Quando a questo si aggiunge una condizione di ipovisione o cecità, il cervello dispone di informazioni sensoriali ancora più limitate, rendendo più difficile orientarsi, riconoscere ambienti e comprendere situazioni quotidiane.

In questi casi, anche cambiamenti minimi nell’ambiente possono generare confusione. Oggetti spostati, variazioni nell’illuminazione o nuovi ostacoli possono essere interpretati in modo errato o non essere percepiti affatto, aumentando il rischio di cadute e disorientamento.

L’importanza dell’ambiente nella sicurezza quotidiana

Uno degli aspetti fondamentali nella gestione di queste condizioni è l’organizzazione dell’ambiente domestico. La prevedibilità degli spazi aiuta a ridurre l’ansia e facilita l’autonomia residua della persona. Mantenere la disposizione dei mobili sempre uguale, eliminare ostacoli inutili e ridurre il disordine visivo sono interventi semplici ma molto efficaci.

Anche la luce ha un ruolo cruciale. Un’illuminazione adeguata e uniforme può migliorare la percezione degli spazi residui nelle persone ipovedenti, mentre ombre marcate o contrasti improvvisi possono aumentare la confusione nelle persone con demenza. L’uso di contrasti cromatici tra oggetti e superfici può inoltre facilitare il riconoscimento degli elementi principali dell’ambiente.

Strategie di comunicazione e relazione

La comunicazione con una persona con demenza e deficit visivo richiede attenzione e coerenza. È importante identificarsi prima di iniziare a parlare, utilizzare un tono di voce calmo e frasi semplici, evitando informazioni troppo complesse o sovrapposte. Le indicazioni devono essere chiare, sequenziali e accompagnate, quando possibile, da riferimenti tattili o sonori.

Il contatto fisico, se accettato dalla persona, può rappresentare un importante strumento di rassicurazione e orientamento. Guidare delicatamente la mano o descrivere ciò che sta accadendo nell’ambiente aiuta a compensare la mancanza di informazioni visive e a ridurre lo stato di ansia o agitazione.

Il ruolo della riabilitazione e del supporto specialistico

Accanto alle strategie quotidiane, il supporto di professionisti della riabilitazione visiva e cognitiva può contribuire in modo significativo a migliorare la qualità della vita. Interventi personalizzati possono includere l’addestramento all’uso del residuo visivo, quando presente, l’adozione di ausili ottici o tattili e percorsi di stimolazione cognitiva adattati.

Anche il coinvolgimento dei familiari e dei caregiver è fondamentale. Una formazione adeguata sulle modalità di comunicazione e gestione dell’ambiente consente di ridurre lo stress assistenziale e migliorare la sicurezza della persona assistita.

La gestione della cecità o dell’ipovisione in presenza di demenza richiede un approccio globale, che integri aspetti ambientali, relazionali e riabilitativi. Intervenire in modo mirato sulle difficoltà quotidiane non significa solo ridurre i rischi, ma anche preservare il più possibile l’autonomia e la dignità della persona. In questo senso, piccoli adattamenti e strategie coerenti possono fare una grande differenza nella qualità della vita, sia per chi vive la condizione sia per chi se ne prende cura.

FONTE 

Tips for Supporting Individuals with Blindness/ Low Vision and Dementia, Aphconnectcenter

Dall’intestino all’occhio: il ruolo del microbiota nella degenerazione maculare

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Negli ultimi anni la ricerca sta modificando profondamente la comprensione della degenerazione maculare legata all’età (AMD), una delle principali cause di perdita della visione centrale dopo i 50 anni. 

Accanto ai fattori tradizionalmente riconosciuti, come età, genetica e fumo, stanno emergendo nuovi elementi. Tra questi, il microbiota intestinale, ovvero l’insieme di batteri fisiologicamente presente nell’intestino,  è oggi oggetto di numerosi studi che suggeriscono un possibile ruolo nella comparsa e nella progressione della malattia.

La degenerazione maculare e i fattori di rischio noti

La degenerazione maculare legata all’età è una patologia progressiva che colpisce la macula, la regione centrale della retina responsabile della visione dettagliata. Le forme principali sono una forma secca, caratterizzata da un lento deterioramento maculare, e una forma umida, in cui la crescita di vasi sanguigni anomali accelera il danno retinico.

Sebbene l’età rappresenti il principale fattore di rischio, numerosi studi confermano il ruolo anche di predisposizione genetica, fumo di sigaretta e patologie cardiovascolari. Tuttavia, questi elementi non spiegano completamente la variabilità della malattia tra individui, aprendo la strada alla ricerca di nuovi fattori sistemici coinvolti.

Le evidenze scientifiche sul microbiota intestinale

Le ipotesi sul ruolo del microbiota nella degenerazione maculare derivano da diversi livelli di evidenza scientifica. Alcuni studi hanno documentato differenze significative nella composizione del microbiota intestinale tra pazienti con AMD e soggetti sani, con una riduzione della diversità microbica e alterazioni di specifici gruppi batterici associati a processi infiammatori.

Parallelamente, alcune ricerche hanno identificato cambiamenti nelle vie metaboliche intestinali potenzialmente coinvolte nella risposta immunitaria e nella produzione di specifiche molecole che possono favorire una condizione di infiammazione sistemica cronica di basso grado.

L’asse intestino–occhio: un nuovo modello di malattia

Queste evidenze hanno portato allo sviluppo del concetto di “asse intestino–occhio”, secondo cui il microbiota potrebbe influenzare la salute retinica attraverso meccanismi sistemici. Le ipotesi più accreditate includono l’aumento della permeabilità intestinale, la diffusione di mediatori infiammatori nel circolo sanguigno e l’attivazione del sistema immunitario, con conseguenze a livello della retina.

In particolare, alcune revisioni recenti suggeriscono che l’infiammazione cronica di basso grado e l’attivazione del sistema del complemento possano rappresentare un ponte biologico tra alterazioni della flora batterica intestinale e degenerazione maculare, contribuendo alla progressione del danno retinico.

Prospettive future della ricerca

Nonostante i risultati siano ancora preliminari, il coinvolgimento del microbiota nella degenerazione maculare apre nuove prospettive sia per la prevenzione sia per possibili strategie terapeutiche future. Interventi mirati sulla composizione del microbiota, attraverso dieta, probiotici o altre strategie modulanti, sono attualmente oggetto di studio, ma richiedono ulteriori evidenze cliniche prima di poter essere applicati nella pratica.

Il legame tra intestino e retina rappresenta un campo di ricerca in rapida evoluzione, che sta ampliando la comprensione della degenerazione maculare oltre i confini tradizionali dell’oftalmologia

Sebbene le evidenze siano ancora in fase di consolidamento, emerge sempre più chiaramente come la salute dell’occhio possa essere influenzata da fattori apparentemente lontani, aprendo la strada a un approccio più integrato alla prevenzione e alla cura delle malattie oculari.

FONTE 

Repubblica, Repubblica.it

A Novara nasce un nuovo modello per seguire il glaucoma: le cliniche virtuali asincrone

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Il glaucoma è una malattia cronica che richiede controlli regolari per tutta la vita del paziente, grazie ai quali oggi è possibile monitorare l’evoluzione della malattia e ridurre il rischio di perdita visiva. Ma proprio il carattere cronico del glaucoma sta creando una nuova sfida per i sistemi sanitari: il numero di persone da seguire aumenta, mentre il tempo disponibile degli specialisti rimane limitato.

Non tutti i pazienti, però, hanno le stesse necessità. C’è chi presenta una malattia stabile da anni e ha bisogno soprattutto di un monitoraggio periodico, e chi invece mostra segnali di peggioramento e necessita di una valutazione più approfondita e tempestiva.

Nel modello tradizionale, queste due situazioni vengono spesso gestite nello stesso modo. Un paziente con glaucoma stabile può occupare uno spazio in agenda per una visita specialistica completa, mentre un altro paziente con un cambiamento clinico importante potrebbe dover attendere lo stesso percorso prima di essere rivalutato.

Da questa esigenza nasce il progetto avviato all’ospedale Maggiore di Novara, che punta a introdurre un nuovo modello organizzativo basato sulle cliniche virtuali asincrone: un sistema pensato per distinguere meglio i controlli di routine dai casi che richiedono l’intervento diretto dello specialista.

Il problema delle liste d’attesa nelle malattie oculari croniche

Seguire nel tempo un paziente con glaucoma o con una patologia retinica significa raccogliere e interpretare continuamente nuovi dati: esami della vista, immagini diagnostiche e misurazioni che permettono di capire se la malattia è stabile o se sta cambiando. Ma con l’aumento progressivo del numero di pazienti cronici, il modello tradizionale di assistenza rischia di non essere più sufficiente.

La difficoltà principale è organizzativa: non tutti i controlli richiedono lo stesso livello di attenzione specialistica. Alcuni pazienti hanno una malattia stabile e necessitano soprattutto di un monitoraggio periodico; altri, invece, possono presentare segnali di peggioramento che richiedono una valutazione tempestiva del medico.

Nel sistema attuale, però, queste differenze spesso emergono solo durante la visita. Di conseguenza, pazienti con bisogni molto diversi finiscono nello stesso percorso, con il rischio di occupare tempo specialistico anche quando non è necessario e di rallentare l’accesso alle cure per chi ne ha più bisogno.

Come ha spiegato il professor Alessandro Rabiolo, responsabile scientifico del progetto e docente associato all’ospedale Maggiore di Novara e all’Università del Piemonte Orientale, la sfida nasce dall’“aumento dei pazienti cronici a fronte di risorse limitate”.

Come funzionano le cliniche virtuali asincrone

Per affrontare il problema della gestione dei controlli nei pazienti con glaucoma e patologie retiniche, l’ospedale Maggiore di Novara ha avviato il progetto Asynchronous Virtual Clinics for Monitoring Glaucoma and Retinal Disease Patients. La ricerca è coordinata dalla Struttura complessa a direzione universitaria di Oftalmologia dell’ospedale Maggiore di Novara, diretta dal professor Stefano De Cillà, con la responsabilità scientifica del professor Alessandro Rabiolo. Al progetto partecipano anche la Città della Salute e della Scienza di Torino e la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia.

L’obiettivo è sperimentare un nuovo modello di follow-up in cui il controllo del paziente non coincide necessariamente con la presenza simultanea del medico e del paziente nello stesso momento.

Il percorso inizia in ospedale, dove il paziente esegue gli esami previsti per il monitoraggio della malattia, come avviene normalmente durante una visita oculistica. La raccolta dei dati viene affidata a personale sanitario dedicato, che acquisisce tutte le informazioni necessarie: risultati degli esami, immagini diagnostiche e parametri utili a valutare l’evoluzione del glaucoma o della patologia retinica.

In un secondo momento, lo specialista analizza questi dati senza che sia necessario che il paziente sia presente fisicamente. Il medico può quindi stabilire se il quadro è stabile e il controllo può proseguire secondo il programma previsto, oppure se sono emersi elementi che richiedono una visita in presenza, ulteriori approfondimenti o una modifica della terapia.

Il termine “asincrona” indica proprio questa separazione temporale tra la fase di raccolta delle informazioni e quella della valutazione specialistica. Il vantaggio del modello è che consente di concentrare il tempo del medico sui casi più complessi, evitando che ogni controllo di routine richieda necessariamente una visita completa.

Secondo le esperienze già sviluppate in altri Paesi, questo approccio potrebbe rendere più efficiente la gestione dei pazienti cronici, aumentando la capacità degli ambulatori di seguire un numero maggiore di persone senza aumentare proporzionalmente le risorse disponibili. 

Una possibile risposta alla crescita dei pazienti cronici

Per il momento, le cliniche virtuali asincrone restano un progetto di ricerca e non rappresentano ancora un nuovo percorso già disponibile per i pazienti.

L’obiettivo sarà capire se questo modello possa essere integrato stabilmente nel Servizio sanitario nazionale, mantenendo la qualità delle cure e migliorando la gestione delle risorse.

La sfida sarà anche valutare l’esperienza dei pazienti: un percorso in cui gli esami e la valutazione del medico avvengono in momenti diversi potrebbe richiedere un cambiamento nelle abitudini, soprattutto per chi è abituato al modello tradizionale della visita in un unico appuntamento.

Se dimostrasse di funzionare, questo sistema potrebbe diventare uno strumento utile per seguire meglio un numero crescente di persone con glaucoma e malattie retiniche, riservando più tempo specialistico ai casi che ne hanno davvero bisogno.

Scopri cosa sono i traumi oculari e perché non devono essere sottovalutati 

traumi oculari

Un colpo all’occhio può sembrare banale, ma in alcuni casi può nascondere lesioni importanti: ecco cosa sapere. 

I traumi oculari sono lesioni che interessano l’occhio e le strutture che lo circondano, provocate da urti, cadute, incidenti domestici, attività sportive, lavori manuali o incidenti stradali. Nella maggior parte dei casi si tratta di lesioni lievi, ma anche un trauma apparentemente modesto può causare danni alle strutture interne dell’occhio e compromettere la vista se non viene valutato tempestivamente. 

In base al tipo di lesione, i traumi oculari si distinguono in contusivi, quando l’occhio subisce un impatto senza che la sua parete venga perforata, e penetranti o perforanti, quando è presente una ferita che interessa il bulbo oculare. Le conseguenze possono variare da una semplice abrasione della cornea fino a emorragie, distacco di retina o altre lesioni che richiedono un trattamento urgente. 

Dopo qualsiasi colpo all’occhio è importante prestare attenzione a sintomi come dolore, riduzione della vista, visione doppia, comparsa di lampi luminosi, macchie scure o forte sensibilità alla luce. In presenza di questi segnali, oppure se il trauma è stato particolarmente violento, è consigliabile rivolgersi rapidamente a un oculista. Una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo possono infatti fare la differenza nel preservare la salute dell’occhio e la funzione visiva. 

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Una maschera da indossare di notte contro il glaucoma: cosa ha scoperto lo studio HERCULES

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Il glaucoma è una malattia silenziosa che nella maggior parte dei casi non provoca dolore né sintomi evidenti nelle fasi iniziali, ma può danneggiare progressivamente il nervo ottico fino a compromettere la vista. La pressione oculare troppo alta rappresenta il principale fattore di rischio della malattia che può essere tenuto sotto controllo dall’oculista.

Ma c’è un aspetto che rende alcuni casi particolarmente difficili da gestire: non sempre una pressione apparentemente normale significa che il rischio sia sotto controllo. Alcuni pazienti, infatti, arrivano alla visita con valori nella norma, mentre il loro nervo ottico continua comunque a subire danni. È il caso del glaucoma a tensione normale (NTG), una forma in cui la misurazione effettuata in ambulatorio potrebbe non raccontare tutta la storia.

La pressione oculare, infatti, può aumentare nelle ore notturne, mentre il paziente dorme e non è possibile monitorarla con una normale visita. È proprio su questo momento “invisibile” della giornata che si è concentrato lo studio HERCULES, pubblicato sull’American Journal of Ophthalmology nel luglio 2025, che ha valutato una nuova maschera progettata per ridurre la pressione oculare durante il sonno. 

La notte, un momento critico per la pressione oculare 

Il glaucoma normotensivo è una forma di glaucoma in cui il nervo ottico si danneggia progressivamente nonostante i valori di pressione oculare risultino apparentemente normali durante la visita. In altre parole, l’occhio mostra segni di sofferenza anche in assenza di una pressione considerata elevata.

La sua caratteristica principale è quindi una pressione oculare generalmente pari o inferiore a 21 mmHg, il valore considerato nella norma. Il problema è che una singola misurazione fotografa solo un momento della giornata e potrebbe non mostrare eventuali aumenti della pressione nelle ore successive.

Gli studi che hanno monitorato la pressione oculare nell’arco delle 24 ore, tra cui diverse ricerche citate dagli autori dello studio HERCULES, hanno mostrato che molti pazienti raggiungono il loro picco pressorio al di fuori dell’orario della visita, spesso proprio durante la notte.

Questo rende più difficile il controllo della malattia: molti colliri utilizzati contro il glaucoma hanno una buona efficacia durante il giorno, ma possono non coprire completamente le ore notturne. Finora, l’unico trattamento capace di garantire un abbassamento continuo della pressione nelle 24 ore erano gli interventi chirurgici, considerati efficaci ma non privi di possibili complicanze.

Per questo motivo il controllo della pressione notturna rimane una delle principali sfide nella cura del glaucoma, soprattutto nei pazienti con glaucoma normotensivo o in quelli che non ottengono una risposta sufficiente dalle terapie disponibili. 

Come funziona la maschera che riduce la pressione oculare

Per capire se fosse possibile controllare la pressione oculare anche durante il sonno, un gruppo di ricercatori statunitensi ha condotto lo studio HERCULES, pubblicato sull’American Journal of Ophthalmology nel luglio 2025. Si è trattato di uno studio multicentrico, realizzato in undici centri oftalmologici negli Stati Uniti, con l’obiettivo di valutare sicurezza ed efficacia di una nuova tecnologia pensata per ridurre la pressione intraoculare nelle ore notturne.

Il dispositivo testato si chiama FYSX ocular pressure adjusting pump ed è stato sviluppato da Balance Ophthalmics, una società statunitense specializzata nello sviluppo di tecnologie mediche innovative per la cura delle patologie oculari, con particolare attenzione a nuove soluzioni per il controllo della pressione nell’occhio.

Si tratta di una maschera da indossare durante il sonno, collegata a una piccola pompa programmabile. La maschera contiene due camere sigillate, una per ciascun occhio, che creano una pressione negativa controllata, cioè un delicato effetto “vuoto”, con valori compresi tra -5 e -20 mmHg. L’obiettivo è ridurre la pressione esercitata sull’occhio e abbassare la pressione intraoculare per tutta la durata dell’utilizzo.

Lo studio ha coinvolto 93 pazienti con glaucoma a tensione normale, per un totale di 186 occhi. Per rendere il confronto più affidabile, in ogni paziente un occhio è stato assegnato casualmente al trattamento con la maschera, mentre l’altro occhio è stato utilizzato come controllo senza applicazione della pressione negativa.

I partecipanti hanno utilizzato il dispositivo ogni notte per un anno, permettendo ai ricercatori di valutare se questa strategia fosse in grado di ridurre la pressione oculare sia durante il giorno sia nelle ore notturne.

I risultati dello studio HERCULES

Dopo 52 settimane di utilizzo, i risultati dello studio HERCULES hanno mostrato una riduzione significativa della pressione oculare negli occhi trattati con la maschera.

Durante il giorno, l’88,3% degli occhi che avevano utilizzato il dispositivo ha raggiunto una riduzione della pressione di almeno il 20%, un obiettivo considerato clinicamente rilevante nella gestione del glaucoma. Nel gruppo di controllo, formato dagli occhi dello stesso paziente ma senza applicazione della pressione negativa, questo risultato è stato raggiunto solo dall’1,7% dei casi.

L’effetto è risultato ancora più evidente durante la notte, cioè proprio nel periodo in cui la pressione oculare può aumentare e in cui le terapie tradizionali possono offrire un controllo meno completo. Nella valutazione notturna effettuata in laboratorio del sonno, il 96,7% degli occhi trattati ha ottenuto una riduzione di almeno il 20% della pressione, rispetto al 5% degli occhi di controllo.

Considerando i valori medi, la pressione oculare notturna negli occhi trattati è scesa da 20,4 mmHg a 12,4 mmHg, con una riduzione di circa 8 mmHg, pari al 39,1%. Si tratta di un calo importante, soprattutto considerando che il dispositivo agisce senza ricorrere né a farmaci né a un intervento chirurgico.

Dal punto di vista della sicurezza, lo studio non ha rilevato eventi avversi gravi collegati al dispositivo. Gli effetti indesiderati più frequenti sono stati un gonfiore della palpebra (11,8% degli occhi trattati) e un edema nella zona intorno all’occhio (12,9%). Secondo gli autori, questi disturbi sono risultati temporanei e si sono risolti rapidamente dopo la sospensione dell’utilizzo della maschera.

I ricercatori sottolineano comunque che i risultati dimostrano soprattutto la capacità del dispositivo di abbassare la pressione oculare. Saranno necessari studi più lunghi per capire se questa riduzione si tradurrà anche in un rallentamento della progressione del glaucoma, cioè in una maggiore protezione del nervo ottico nel corso degli anni.

Cosa sappiamo sul glaucoma e cosa resta da capire

I risultati dello studio HERCULES confermano quanto già osservato in precedenti ricerche sullo stesso dispositivo e aggiungono nuovi dati ottenuti dopo un anno di utilizzo su un gruppo più ampio di pazienti.

Uno degli elementi più interessanti dello studio è stato il suo disegno sperimentale: ogni paziente ha fornito il proprio occhio di controllo, permettendo ai ricercatori di confrontare direttamente un occhio trattato con uno non trattato nella stessa persona. Questo approccio riduce l’influenza delle differenze individuali e rende il confronto più preciso.

Restano però alcuni aspetti ancora da chiarire. Lo studio non ha analizzato in modo approfondito quanto sia facile per i pazienti accettare e utilizzare la maschera ogni notte per periodi molto lunghi, un elemento fondamentale perché qualsiasi trattamento contro il glaucoma deve essere sostenibile nella vita quotidiana. Inoltre, nella pratica clinica il dispositivo verrebbe probabilmente utilizzato su entrambi gli occhi, mentre nello studio è stato applicato soltanto a uno.

Il risultato più importante da verificare nel tempo sarà un altro: ridurre la pressione oculare durante la notte permetterà davvero di rallentare la progressione del glaucoma e proteggere più a lungo il nervo ottico?

Per rispondere in maniera più precisa saranno necessari studi con un follow-up più lungo, capaci di valutare non solo la diminuzione della pressione, ma anche l’effetto reale sulla perdita di funzione visiva. Solo allora sarà possibile capire se questa tecnologia potrà diventare una nuova opzione terapeutica, da sola o insieme alle cure già disponibili.

Il lato oscuro dell’eclissi: il rischio per la vista è grave

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Come può danneggiare la retina, come proteggersi e chi sono le persone maggiormente a rischio

In occasione della pubblicazione delle nuove linee guida dedicate alla protezione degli occhi durante le eclissi solari, elaborate dal Comitato Tecnico Nazionale per la Prevenzione della Cecità e dell’Ipovisione (CTNPC) del Ministero della Salute, abbiamo intervistato la Presidente del Comitato Francesca Simonelli, Professoressa Ordinaria di Malattie dell’Apparato Visivo presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Un’eclissi solare non è, di per sé, dannosa per la salute. Osservare direttamente il Sole senza un’adeguata protezione, tuttavia, può provocare lesioni alla retina anche quando il disco solare è parzialmente coperto e l’esposizione dura pochi secondi. Con la professoressa Simonelli abbiamo approfondito i principali rischi e le precauzioni da adottare per assistere in sicurezza all’eclissi del 12 agosto 2026, che sarà visibile in forma parziale da buona parte dell’Italia.

Quali sono le principali raccomandazioni per osservare in sicurezza un’eclissi solare?

Il prossimo 12 agosto sarà possibile osservare anche dall’Italia un’eclissi parziale di Sole: la Luna si interporrà tra la Terra e il Sole, coprendone una parte. Si tratta di un fenomeno molto affascinante, capace di richiamare l’attenzione soprattutto dei bambini e dei giovani, ma che può essere osservato solo adottando rigorose precauzioni.

È infatti un fenomeno molto rischioso da guardare ad occhio nudo, perché la diminuzione della luminosità percepita è ingannevole: le radiazioni ultraviolette e infrarosse presenti, infatti, danneggiano la retina anche se la luce appare meno intensa rispetto a quella del Sole non coperto.

Le radiazioni possono colpire la macula, la parte della retina responsabile della nostra visione centrale da lontano e da vicino. È grazie alla macula che possiamo leggere, distinguere i colori, i dettagli di un oggetto e riconoscere i volti. Proprio per il suo ruolo fondamentale nella visione, un danno a questa zona può compromettere irreparabilmente la qualità della vista. È quindi fondamentale, per osservare l’ecclissi solare in sicurezza, indossare degli occhiali ad hoc per ecclissi e non i normali occhiali da sole oppure filtri artigianali, come radiografie, pellicole fotografiche, vetri anneriti o altri materiali improvvisati. L’esposizione non protetta può provocare una maculopatia fototossica. Nei casi più gravi si può determinare la perdita dei fotorecettori e la comparsa di uno scotoma, cioè di una zona centrale nella quale la persona non riesce più a vedere. Le lesioni più severe sono permanenti e non esiste una terapia specifica in grado di ripristinare la funzione delle cellule retiniche perdute.

Ci sono persone maggiormente esposte al rischio?

Devono prestare particolare attenzione le persone che presentano già una patologia della macula. È il caso, per esempio, di alcune maculopatie ereditarie, come la malattia di Stargardt, che può manifestarsi nei bambini o negli adolescenti. Un altro esempio è rappresentato dalle maculopatie legate all’età. In entrambi i casi una retina già compromessa o particolarmente vulnerabile può essere maggiormente suscettibile al danno fototossico.

Anche le persone operate per cataratta devono adottare la massima prudenza. Con l’intervento chirurgico per la cataratta, il cristallino opacizzato viene sostituito da una lente intraoculare artificiale. Tale lente, in generale, possiede una capacità di filtrazione delle radiazioni luminose minore rispetto a quella del cristallino umano. 

Come si riconoscono gli occhiali adatti all’osservazione dell’eclissi?

Bisogna verificare che siano dispositivi specificamente destinati all’osservazione diretta del Sole e conformi alla norma internazionale ISO 12312-2:2015. Il riferimento alla norma deve essere chiaramente riportato sul prodotto o sulla confezione, insieme alle informazioni sul produttore, alle istruzioni per l’uso e alle avvertenze di sicurezza.

Prima di utilizzarli, è necessario controllare che i filtri siano integri e privi di graffi, fori, lacerazioni o distacchi. Un dispositivo danneggiato deve essere immediatamente eliminato. Gli occhiali per eclissi devono inoltre essere indossati prima di rivolgere lo sguardo verso il Sole e tolti soltanto dopo essersi girati dall’altra parte.

Qual è il ruolo del Comitato Tecnico Nazionale per la Prevenzione della Cecità e dell’Ipovisione e quali sono i suoi principali obiettivi?

Il Comitato è stato recentemente ricostituito dal Ministero della Salute e svolge una funzione di supporto tecnico-scientifico sulle principali tematiche in tema di prevenzione in ambito oftalmologico. Tra i suoi compiti rientra anche quello di contribuire, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, alla promozione e valutazione di linee guida dedicate alle patologie oculari di rilevanza sociale. 

Il Comitato è inoltre chiamato a promuovere programmi di teleoftalmologia e di impiego appropriato dell’intelligenza artificiale a supporto delle diagnosi più complesse delle patologie visive.

Un’altra funzione importante riguarda il monitoraggio delle attività svolte dai diversi enti impegnati nella prevenzione delle malattie oculari e nella riabilitazione visiva. L’obiettivo è individuare possibili azioni di miglioramento, sostenere la costruzione di reti dedicate alle diverse competenze e contribuire a rendere più omogenea la qualità delle prestazioni dei centri presenti sul territorio nazionale.

Il Comitato si è insediato il 17 giugno 2026 e ha avviato il proprio lavoro concentrandosi su quattro aree principali.

La prima riguarda lo stato dell’arte della riabilitazione visiva in Italia, con particolare attenzione all’organizzazione dei servizi e alla qualità delle prestazioni erogate. La seconda è dedicata alle campagne di screening per le maculopatie e alle possibili iniziative per una diagnosi precoce.

Il terzo ambito riguarda la necessità di conoscere e misurare meglio l’impatto delle maculopatie nella popolazione. Tra le azioni allo studio rientra anche la creazione di un registro nazionale dedicato a queste patologie.

La quarta area di lavoro è quella dell’educazione sanitaria. È necessario offrire al grande pubblico informazioni corrette, comprensibili e fondate sulle evidenze scientifiche, intervenendo anche per contrastare i contenuti fuorvianti o privi di attendibilità che circolano sui social media.

Come sarà organizzato concretamente il lavoro del Comitato?

Le quattro aree tematiche sono state affidate ad altrettanti gruppi di lavoro. La prima scadenza è prevista per la fine di ottobre, quando saranno discussi i documenti e i rapporti elaborati dai gruppi.

I risultati saranno successivamente trasmessi al Ministero della Salute e potranno contribuire al confronto istituzionale, anche nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni, con la promozione di azioni di miglioramento in tema di prevenzione e riabilitazione visiva di malattie oculari causa di ipovisione.

Per saperne di più:
https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/leclissi-solare-del-12-agosto-2026-come-vederla-sicurezza/

Scopri la coroideremia: una rara malattia ereditaria della retina  

coroideremia

La coroideremia è una rara malattia genetica ereditaria che colpisce prevalentemente i maschi e determina una progressiva degenerazione della coroide, dell’epitelio pigmentato retinico e dei fotorecettori. I primi sintomi compaiono spesso durante l’infanzia o l’adolescenza e includono difficoltà a vedere in condizioni di scarsa illuminazione (cecità notturna) e una graduale riduzione della visione periferica, che può evolvere fino alla cosiddetta visione “a tunnel”. La visione centrale, invece, tende a rimanere conservata per molti anni. 

La diagnosi si basa su una visita oculistica specialistica associata a esami strumentali, come OCT, campo visivo ed elettroretinogramma, oltre alla conferma mediante test genetico. Attualmente non esiste una terapia definitiva, ma la ricerca, in particolare nel campo della terapia genica, sta offrendo prospettive promettenti per rallentare la progressione della malattia e preservare la funzione visiva. 

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