La neuropatia ottica ischemica anteriore (NOIA) è una patologia oculare acuta che provoca una perdita improvvisa e indolore della vista, dovuta a una riduzione del flusso sanguigno al nervo ottico. Colpisce soprattutto persone sopra i 50 anni e si manifesta spesso al risveglio, interessando generalmente un solo occhio.
Esistono due forme: la non arteritica, più comune, associata a fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, diabete e fumo; e la arteritica, legata a una malattia infiammatoria dei vasi (arterite a cellule giganti), che richiede un trattamento urgente.
La diagnosi si basa su esami oculistici e, nei casi sospetti, su analisi del sangue. Il trattamento varia a seconda della forma, ma è sempre fondamentale intervenire precocemente e controllare i fattori di rischio.
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La macula è una piccola area della retina, responsabile della visione centrale e della capacità di svolgere attività quotidiane come leggere o riconoscere i volti. Proprio per il suo ruolo così delicato, anche alterazioni di dimensioni ridotte possono avere un impatto significativo sulla qualità della vista.
Tra le patologie che possono colpirla, il foro maculare rappresenta una condizione particolarmente rilevante, soprattutto quando raggiunge dimensioni elevate. Si tratta di un’interruzione del tessuto retinico nella sua porzione centrale, che compromette la visione in modo progressivo.
Dalla ricerca alla sala operatoria: un’innovazione da Shanghai
Un contributo significativo in questo ambito arriva dall’Eye & ENT Hospital of Fudan University, centro di riferimento internazionale per la cura e la ricerca in oftalmologia, parte della Fudan University, in collaborazione con lo Shanghai Key Laboratory of Visual Impairment and Restoration, un laboratorio impegnato nello studio dei meccanismi alla base della perdita della vista e nello sviluppo di nuove strategie per il recupero visivo.
Proprio dall’integrazione tra esperienza clinica e ricerca nasce una nuova tecnica chirurgica, pensata per trattare i fori maculari più complessi, anche dove le procedure tradizionali spesso non sono sufficienti.
Come funziona la nuova tecnica per i fori maculari
I chirurghi dello Eye & ENT Hospital of Fudan University hanno messo a punto una procedura innovativa chiamata impianto sotto retinico di membrana amniotica, che sfrutta le proprietà rigenerative e antinfiammatorie della membrana amniotica, già impiegata in diversi ambiti della medicina rigenerativa.
L’elemento distintivo della tecnica riguarda glistrumenti chirurgici utilizzati. Per ottenere innesti circolari di dimensioni precise, adattati al foro maculare del paziente, i chirurghi hanno modificato dei punch corneali, strumenti normalmente impiegati nella chirurgia corneale. I piccoli “tappi” così creati vengono poi posizionati sotto la retina, nell’area del foro, durante l’intervento di vitrectomia.
Lo scopo della procedura è duplice: offrire un sostegno strutturale per facilitare la chiusura della lesione, stimolare i naturali processi di riparazione della retina, e aumentare le possibilità di recupero visivo anche nei casi più complessi.
I risultati preliminari ottenuti con questa procedura sono particolarmente promettenti. Nelle prime otto persone trattate, tutti i fori maculari si sono chiusi entro sei mesi dall’intervento. Oltre al successo anatomico, è stato osservato un miglioramento significativo della funzione visiva, senza complicanze intraoperatorie o postoperatorie rilevanti, come danni retinici o reazioni avverse al tessuto impiantato. Questi dati suggeriscono che l’impianto sotto retinico di membrana amniotica, realizzato con i punch corneali modificati, possa rappresentare un’opzione sicura ed efficace anche nei casi più complessi.
In un ambito in cui i risultati non sono sempre prevedibili, innovazioni di questo tipo contribuiscono a migliorare le prospettive di cura e la qualità della vita dei pazienti, e a mostrare come le scoperte scientifiche possano tradursi in nuovi trattamenti efficaci per la pratica clinica.
Fonte: Subretinal Implantation of a Human Amniotic Membrane Plug Prepared Using a Modified Corneal Punch Technique For The Treatment of Large Full-Thickness Macular Holes,Retinal Journal
Le cellule staminali sono al centro di importanti studi scientifici e rappresentano una prospettiva concreta per il futuro della medicina, inclusa l’oftalmologia. Tuttavia accanto ai progressi della ricerca si moltiplicano informazioni fuorvianti e proposte terapeutiche non validate. Per questo le istituzioni sanitarie richiamano l’attenzione sulla necessità di distinguere tra trattamenti supportati da evidenze scientifiche e pratiche non autorizzate.
Disinformazione e cure non autorizzate per le cellule staminali: i rischi per i pazienti
Il Ministero della Salute evidenzia la crescente diffusione di presunti trattamenti a base di cellule staminali presentati come risolutivi. Queste cure miracolose sono spesso promosse online o tramite cliniche private, talvolta all’estero, e possono richiedere ingenti somme di denaro.
Secondo le indicazioni istituzionali, uno degli elementi più critici è la promessa di risultati straordinari per patologie molto diverse tra loro, un approccio incompatibile con la medicina basata sulle evidenze. IlMinistero richiama l’attenzione anche sul fatto che molte informazioni rientrano nel fenomeno delle fake news sanitarie, che contribuiscono a creare aspettative irrealistiche nei pazienti.
Anche l’Agenzia Italiana del Farmaco sottolinea che questi trattamenti alimentano un vero e proprio mercato che sfrutta la vulnerabilità di persone affette da malattie gravi o prive di cure efficaci.
Come riconoscere i rischi e proteggersi dalle fake news
Il Ministero della Salute e l’Agenzia Italiana del Farmaco invitano i cittadini a prestare particolare attenzione ad alcuni segnali tipici delle false terapie.
Tra questi:
l’assenza di studi clinici pubblicati
l’uso di testimonianze emotive al posto di dati scientifici
la proposta di trattamenti sperimentali al di fuori di percorsi autorizzati
Un punto fondamentale riguarda lo stato reale della ricerca. Le terapie a base di cellule manipolate, incluse le cellule staminali, sono veri e propri farmaci, i cosiddetti Prodotti Medicinali di Terapia Avanzata (ATMP), e come tali devono essere autorizzati e controllati da enti regolatori come l’Agenzia Europea per i Medicinali.
Attualmente sono pochissime le terapie approvate. Nella maggior parte dei casi si tratta di trattamenti con cellule geneticamente modificate prelevate dallo stesso paziente, utilizzati per specifiche patologie, tra cui alcune malattie genetiche e particolari condizioni oculari.
Inoltre, nella grande maggioranza dei casi, i medicinali a base di cellule staminali sono ancora in fase di studio e possono essere utilizzati solo nell’ambito di sperimentazioni cliniche autorizzate e controllate. Non esistono terapie legali a base di cellule staminali manipolate che possano essere effettuate a domicilio, e la loro somministrazione richiede strutture ospedaliere altamente qualificate e accreditate. Per questo è fondamentale diffidare di chi propone interventi invasivi, come iniezioni o prelievi, al di fuori dei centri autorizzati.
Per tutelarsi, le istituzioni raccomandano di confrontarsi sempre con il proprio medico.
Oggi affidarsi a fonti ufficiali e verificate rappresenta la strategia più efficace per proteggersi ed evitare rischi per la propria salute, compiendo scelte consapevoli e informate.
FONTE: Cellule staminali, come proteggersi dalle false “cure miracolose”, Ministero della Salute
Come difendersi dalle false cure miracolose: le raccomandazioni di AIFA, Aifa
La trabeculectomia è un intervento chirurgico utilizzato per trattare il glaucoma, una condizione in cui l’aumento della pressione oculare danneggia il nervo ottico e il campo visivo. Quando i farmaci non sono più sufficienti a controllare la pressione, la chirurgia diventa necessaria per evitare danni irreversibili alla vista.
L’intervento di trabeculectomia consiste nella rimozione di una piccola porzione di tessuto oculare, creando una via di deflusso per l’umore acqueo, riducendo così la pressione intraoculare. Sebbene efficace, la trabeculectomia comporta alcuni rischi, come infezioni o un abbassamento eccessivo della pressione, ma la maggior parte delle complicanze è gestibile e temporanea.
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La moda, soprattuto durante le varie Fashion Week, è spesso considerata un’esperienza esclusivamente visiva. Sfilate, colori, tessuti e silhouette nascono principalmente per essere osservati, ma cosa accade quando a partecipare sono persone cieche o ipovedenti?
Alla recente edizione della London Fashion Week, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla moda, alcuni stilisti hanno provato a rispondere a questa domanda sperimentando nuovi modi di rendere le sfilate più accessibili, con un obiettivo semplice ma significativo: permettere anche alle persone con disabilità visiva di vivere l’esperienza della moda in modo più completo.
Il progetto “Making Fashion Accessible”
Tra le promotrici delle iniziative che stanno rendendo le sfilate di moda più accessibili anche alle persone cieche e ipovedenti c’è Anna Cofone, esperta di hairstyling per editoriali ed affermata a livello internazionale, che negli anni ha lavorato con numerosi stilisti e con artisti del mondo della musica e dello spettacolo, come Dua Lipa e Lana Del Rey. Cofone porta avanti un progetto per l’inclusione delle persone cieche e ipovedenti, nato dal contatto diretto con la realtà di suo padre, che era cieco.
Infatti partendo proprio dalla sua esperienza quotidiana, Anna si è resa conto di quanto l’estetica e la cura della propria immagine possano avere un valore importante per l’autonomia e per il benessere individuale, anche quando la vista viene meno. Da questa consapevolezza è nato “Making Fashion Accessible”, un’iniziativa che mira a rendere il mondo della moda più aperto e fruibile per le persone cieche e ipovedenti.
In cosa consiste l’iniziativa di Anna Cofone
Durante alcune sfilate della London Fashion Week, l’idea dell’hairstyling italiana si è concretizzata attraverso un format pensato per rendere l’evento più accessibile. Prima dell’inizio della passerella, piccoli gruppi di ospiti ciechi e ipovedenti sono stati invitati a incontrare i designer e ad esplorare i capi della collezione.
Gli abiti sono stati presentati uno per uno e i partecipanti hanno potuto toccarne i materiali, le cuciture e le lavorazioni, percependo così dettagli che normalmente vengono trasmessi solo attraverso la vista. In questo modo, il tatto è diventato lo strumento principale per comprendere forme, volumi e texture.
Tra gli artisti che hanno aderito all’iniziativa c’è stato anche Chet Lo, stilista e designer americano noto per le sue creazioni tridimensionali e dalle texture complesse. Lo ha guidato personalmente il gruppo, svelando colori, tagli e ispirazione dei modelli mentre i partecipanti li esploravano con le mani.
Quando la sfilata è iniziata, l’esperienza è proseguita con descrizioni audio dal vivo che accompagnavano il passaggio dei modelli in passerella, raccontando silhouette, movimento dei tessuti e combinazioni di colori e materiali.
Grazie a questa combinazione di tocco, narrazione e osservazione diretta, i partecipanti hanno potuto costruire una rappresentazione mentale dei capi. La passerella, così, non è stata più soltanto uno spettacolo visivo, ma un’esperienza multisensoriale.
Grazie al progetto “Making Fashion Accessible”, anche il settore della moda, tradizionalmente legato all’immagine, puòaprirsi a nuove forme di accessibilità. Rendere questi contesti più inclusivi significa riconoscere che la cultura, in tutte le sue forme, deve poter essere condivisa da tutti, promuovendo partecipazione, autonomia e pari opportunità anche per le persone con disabilità visiva.
Fonte: The Guardian, “Touch, sound and style: how London Fashion Week is opening up to visually impaired guests”, 1 marzo 2026.
La microperimetria retinica è un esame diagnostico che permette di valutare con grande precisione la funzionalità della parte centrale della retina, chiamata macula, responsabile della visione più nitida, e dei dettagli.
Durante l’esame vengono proiettati stimoli luminosi di diversa intensità in punti specifici della retina: il paziente segnala quando li percepisce e lo strumento crea una mappa della sensibilità retinica, misurata in decibel.
La microperimetria consente inoltre di analizzare la fissazione, cioè il punto della retina utilizzato per guardare un oggetto, fornendo informazioni utili anche nei casi di riduzione della vista.
È un esame non invasivo e indolore, utilizzato soprattutto nello studio delle patologie maculari, nel monitoraggio dei trattamenti e nei programmi di riabilitazione visiva per i pazienti ipovedenti.
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I problemi alla vista colpiscono miliardi di persone nel mondo, ma la disparità di accesso aure efficaci compromette salute, autonomia e qualità della vita
La vista è una risorsa fondamentale in ogni fase della vita, dall’infanzia all’età adulta, e ci permette di studiare, lavorare e partecipare alla vita sociale. Infatti, è proprio attraverso la capacità visiva che esploriamo il mondo, impariamo, ci relazioniamo e prendiamo decisioni quotidiane. Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), almeno 2,2 miliardi di persone nel mondo convivono con una riduzione della vista, da vicino o da lontano.
Circa la metà delle malattie oculari potrebbe essere evitata se tutti avessero accesso a cure e strumenti adeguati. Questi numeri evidenziano profonde disuguaglianze nell’accesso alla diagnostica, alle cure, all’informazione e ai servizi, che colpiscono soprattutto le popolazioni più vulnerabili.
È necessario riconoscere la visione e la prevenzione oculare come diritti fondamentali di salute pubblica, non come privilegi riservati soltanto a chi può permettersi cure e strumenti adeguati. Tuttavia, in molti Paesil’assistenza sanitaria non è alla portata di chi ne ha bisogno.
Anche gli strumenti più semplici non sono sempre accessibili: occhiali e chirurgia della cataratta
L’OMS stima che, nei Paesi a basso reddito, due persone su tre che necessitano di occhiali non vi abbiano accesso, e che una persona su due che necessita di chirurgia della cataratta non possa beneficiarne. La riduzione della vista non corretta genera una perdita di produttività molto più alta dei costi necessari per fornire interventi preventivi e trattamenti efficaci. Dunque investire nella prevenzione e nella cura della vista non rappresenta soltanto un dovere etico, ma anche la possibilità di garantire un servizio sanitario più duraturo ed efficiente. Per affrontare questa sfida, l’OMS suggerisce di adottare un approccio integrato alla salute oculare, che metta al centro la persona e garantisca continuità tra prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. È importante rafforzare i sistemi sanitari in modo che l’assistenza oculistica sia accessibile, coordinata e sostenibile, migliorando l’offerta di servizi e le competenze degli operatori. Allo stesso tempo, occorre aumentare la consapevolezza della popolazione attraverso campagne informative ed educative, per favorire la prevenzione e l’accesso tempestivo alle cure.
Diverse strategie già delineate nel World Report on Vision del 2019 e nel modello di assistenza oculare integrata e centrata sulla persona puntano a rafforzare i sistemi sanitari e a garantire entro il 2030 cure adeguate a centinaia di milioni di persone oggi prive di accesso, attraverso prevenzione, diagnosi precoce, trattamenti, riabilitazione e promozione della salute oculare. Tra le strategie principali si segnalano l’integrazione della salute oculare nei sistemi di copertura sanitaria universale, l’adozione del modello Integrated People‑Centred Eye Care(IPEC) per garantire continuità e coordinamento dei servizi, il rafforzamento della capacità e della formazione degli operatori sanitari, e campagne di sensibilizzazione per aumentare consapevolezza, prevenzione e accesso tempestivo alle cure.
In un contesto globale in cui le popolazioni invecchiano rapidamente, le conseguenze della riduzione della vista, come l’isolamento sociale, minori opportunità lavorative e di apprendimento, e la perdita di autonomia negli anziani, diventano sempre più rilevanti, e rendono la salute visiva una priorità non solo clinica, ma anche sociale ed economica.
La tonometria è un esame diagnostico utilizzato per misurare la pressione all’interno dell’occhio, un parametro fondamentale per la salute visiva. Il controllo della pressione intraoculare è particolarmente importante perché valori troppo elevati possono danneggiare il nervo ottico e favorire lo sviluppo di patologie oculari come il glaucoma.
Si tratta di una procedura semplice, rapida, che può essere eseguita con diverse tecniche e strumenti, sia a contatto sia senza contatto diretto con l’occhio. Per questo motivo la tonometria rappresenta uno degli esami più utilizzati durante le visite oculistiche, soprattutto a partire dai 40 anni o nei soggetti con fattori di rischio.
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I limiti dei test disponibili, i costi diagnostici e l’elevato numero di falsi positivi rendono incerta l’efficacia dello screening universale del glaucoma
Mentre la validità e la convenienza costo/efficacia dello screening sistematico della retinopatia diabetica sono supportate da solide evidenze scientifiche, non altrettanto si può dire per il Glaucoma Primario ad Angolo Aperto(GAA) la cui prevenzione secondaria mediante screening di massa non gode di un consenso condiviso. Studi modellistici suggeriscono che l’identificazione precoce dei casi potrebbe migliorare la qualità di vita e ridurre i costi a lungo termine, ma la letteratura non è concorde nel considerare favorevole il bilancio complessivo tra costi e benefici di uno screening esteso alla popolazione generale. Un elemento cruciale è che per il GAA non disponiamo di un singolo test di screening che sia al tempo stesso rapido, poco costoso e, soprattutto, dotato di elevata sensibilità e specificità. La diagnosi richiede in genere una combinazione di esami: tonometria, valutazione del nervo ottico e dello strato di fibre, gonioscopia, campo visivo, OCT, con un impegno rilevante di apparecchiature, tempo e personale. In assenza di un siffatto test unico, che per essere applicabile su vasta scala dovrebbe possedere requisiti di sensibilità e specificità pressoché assoluti, l’attuazione di programmi universali rimane gravata da una palese inefficacia clinica e da un’insostenibile inefficienza economica.
Bassa prevalenza e falsi positivi: il nodo epidemiologico dello screening
La combinazione tra bassa prevalenza del GAA nella popolazione generale e mancanza di un test diagnostico altamente accurato determina, inevitabilmente, una quota molto elevata di falsi positivi. Ciò significa, da un lato, un notevole impiego di risorse per approfondimenti diagnostici inutili, low‑value care, e dall’altro, l’esposizione di molti soggetti sani a disagi, ansia e potenziali diagnosi improprie. Per dare un’idea delle dimensioni quantitative di questo fenomeno, ipotizziamo uno screening su mille soggetti ultraquarantenni senza diagnosi nota di glaucoma. Sulla base dei dati europei, possiamo stimare che in questa fascia di popolazione la prevalenza di glaucoma non diagnosticato sia pari circa all’1,7% (≈ 17 soggetti). Utilizzando come test di screening la tonometria, con valore soglia di 21 mm Hg e con sensibilità dell’80% e specificità del 90%, una stima indicativa per una tonometria usata come unico test, si otterrebbero i seguenti risultati:
Soggetti con glaucoma non diagnosticato: 17.
Soggetti sani: 1000 − 17 = 983.
Veri positivi (malati correttamente identificati): 17 × 80% = 14.
Veri negativi (sani correttamente identificati): 983 × 90% = 884.
Falsi negativi (malati classificati come sani): 17 − 13= 4.
Riportiamo questi risultati in una tabella riassuntiva:
Positivi al test
Negativi al test
Totale
Malati
14 (veri positivi)
3 (falsi negativi)
17
Sani
99 (falsi positivi)
884 (veri negativi)
983
Totale
113
887
1000
In un tale scenario, dunque, per identificare quattordici glaucomatosi misconosciuti, dei diciassette attesi, si dovrebbero sottoporre ad accertamenti diagnostici di conferma, almeno pachimetria corneale, campimetria ed OCT,tutti i centotredici soggetti risultati positivi al test di screening, dei quali ben novantanove risulterebbero sani e quindi esaminati inutilmente. Si consideri anche che tre soggetti con glaucoma comunque non sarebbero individuati.
Non sorprende quindi che diversi organismi internazionali abbiano concluso di non disporre di prove sufficienti per raccomandare lo screening universale del glaucoma. La U.S. Preventive Services Task Force, ad esempio, nel 2013 ha espresso una raccomandazione di incertezza, insufficient evidence, sullo screening del glaucoma negli adulti asintomatici, posizione sostanzialmente confermata nell’aggiornamento del 2022. In linea con questo approccio prudente, la maggior parte delle principali società scientifiche, tra cuil’American Academy of Ophthalmology e l’International Council of Ophthalmology,non raccomanda programmi di screening di popolazione generalizzata per il GAA, preferendo strategie di identificazione mirata dei soggetti a rischio.
Le raccomandazioni degli organismi internazionali: prudenza sullo screening universale
Una parte della letteratura recente mette tuttavia in discussione un atteggiamento eccessivamente restrittivo e propone modelli discreening mirato, targeted, su popolazioni ad alto rischio basati su una selezione del campione stratificata per fattori di rischio. In questi gruppi, ad esempio persone di origine afroamericana o ispanica, soggetti con forte familiarità per glaucoma, portatori di particolari varianti genetiche, o con fattori di rischio oculari significativi, la prevalenza di malattia è nettamente più elevata, con conseguente aumento del valore predittivo positivo del test e riduzione del peso relativo dei falsi positivi. In tali contesti, diversi studi community‑basedcondotti in aree geografiche differenti mostrano che programmi di screening mirato possono raggiungere una buona sensibilità nell’identificare casi in stadio iniziale o moderato, risultando potenzialmente costo‑efficaci in termini di cecità evitata e qualità di vita preservata.
Nei Paesi ad alto reddito, Italia compresa, la strategia predominante resta quella dello screening opportunistico, basato su: visite oculistiche periodiche, ovvero i check‑up, identificazione personalizzata dei fattori di rischio (età >40 anni, familiarità, miopie elevate o ipermetropie, comorbidità sistemiche) e, soprattutto, programmi di informazione e educazione sanitaria rivolti ai cittadini. Molti sistemi sanitari affiancano campagne di sensibilizzazione, in particolare durante la Settimana Mondiale del Glaucoma, per richiamare l’attenzione sui sintomi specifici della malattia e sull’importanza dei controlli regolari. Parallelamente, sono in corso progetti pilota che impiegano la telemedicina, come la trasmissione di immagini del disco ottico o di OCT a centri di refertazione remota, e l’intelligenza artificiale per l’analisi automatizzata di immagini retiniche e dati strutturali/funzionali, con l’obiettivo di rendere più accessibile e mirato il case‑finding in contesti extra‑ospedalieri.
Dormire bene non serve solo a sentirsi riposati, infatti la qualità del sonno può avere un impatto importante anche sulla salute dei tuoi occhi. Uno studio pubblicato sul Journal of Glaucoma, e riportato dall’American Academy of Ophthalmology (AAO), l’organizzazione leader di oftalmologia negli Stati Uniti, ha evidenziato un possibile legame tra glaucoma e difficoltà legate al sonno.
Che cos’è il glaucoma?
Il glaucoma è una patologia cronica dell’occhioche danneggia il nervo ottico e colpisce circa 80 milioni di persone nel mondo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), una diagnosi precoce è fondamentale: se non trattata in tempo, questa malattia può portare alla perdita totale e irreversibile della vista. Nei suoi stadi iniziali, inoltre, il glaucoma spesso non dà sintomi evidenti, rendendo i controlli regolari dall’oculistaessenziali per proteggere la vista e mantenere gli occhi in salute.
Glaucoma e qualità sonno: cosa hanno osservato i ricercatori
I ricercatori americani hanno analizzato una banca dati che includeva 6784 pazienti sopra i 40 anni affetti da glaucoma, che avevano completato un questionario sulla salute e la nutrizione che includeva domande specifiche sulla qualità del sonno.
A seguito dell’analisi dei dati è emerso che potrebbero essere rilevanti:
• La quantità di ore di sonno: pazienti che dormivano più di 10 ore o meno di 3 ore a notte avevano un rischio 3 volte maggioredi sviluppare danni alla vista legati al glaucoma, rispetto a chi dormiva 7 ore.
• Il tempo che si impiega ad addormentarsi: pazienti che impiegavano meno di 9 minuti o più di 30 minuti per addormentarsi presentavano circa il doppio del rischio di sviluppare il glaucoma rispetto a chi impiegava un tempo tra i 10 minuti e la mezz’ora.
• La sonnolenza diurna e i problemi di memoria correlati: i pazienti che lamentavano questi disturbi erano due volte più soggetti a danno da glaucoma rispetto a quelli che non li riportavano.
Questo studio amplia e conferma un dato già conosciuto: le apnee ostruttive del sonno(OSAs, Obstructive Sleep Apneas) sono un fattore di rischio noto per il glaucoma, soprattutto nella forma a bassa pressione.
I risultati suggeriscono che il glaucoma possa agire sia come fattore di rischio per i disturbi del sonno, sia come possibile conseguenza di un sonno irregolare o di scarsa qualità. In ogni caso, emerge una correlazione significativa: chi dorme male o in modo irregolare potrebbe essere più vulnerabile ai danni da glaucoma.
Anche se lo studio non è in grado di dimostrare il meccanismo con cui questo avviene, sembra ormai assodato che abitudini regolari e riposanti contribuiscano a mantenere salute generale e potrebbero ridurre il rischio di complicanze legate al glaucoma.
FONTI
Qiu M, Ramulu PY, Boland MV. Association Between Sleep Parameters and Glaucoma in the United States Population: National Health and Nutrition Examination Survey. J Glaucoma. 2019;28(2):97-104. doi:10.1097/IJG.0000000000001169