Glaucoma: uno su due non sa di averlo 

occhio verde di uomo

Il dott. Francesco Oddone spiega perché il glaucoma è una malattia che va cercata, non aspettata.  

C’è un paradosso nel glaucoma: è una delle principali cause di cecità irreversibile al mondo, eppure nella sua fase iniziale non si sente, non fa male, non offusca la vista centrale e non manda segnali evidenti. Lavora ai margini, letteralmente, erodendo lentamente il campo visivo periferico mentre la persona continua a leggere, guidare, vivere. 

Nel mondo si stima che oltre 76 milioni di persone siano affette da glaucoma, e i numeri sono destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione. In Italia si parla di circa un milione di pazienti, ma almeno la metà non sa di avere la malattia. Una quota sommersa che rende il glaucoma non solo una questione clinica, ma anche un problema di sanità pubblica. 

Un recente studio inglese ha stimato una prevalenza quasi del 50% superiore rispetto alle valutazioni precedenti. Un dato che cambia prospettiva: stiamo parlando di un fenomeno sanitario in crescita, legato sì all’invecchiamento, ma anche a una revisione più accurata dei modelli epidemiologici. 

Ne parliamo con Francesco Oddone, medico chirurgo specialista in Oculistica e responsabile dell’Unità Operativa Glaucoma della Fondazione G.B. Bietti, centro di riferimento nazionale per le malattie oculari. 

Dottor Oddone, un recente studio inglese indica che la prevalenza del glaucoma nel Regno Unito sarebbe significativamente più elevata rispetto alle stime precedenti. Che cosa cambia, concretamente? 

Si tratta di uno studio molto interessante perché aggiorna in modo realistico le stime sulla diffusione del glaucoma. I ricercatori stimano che oggi nel Regno Unito oltre un milione di persone sopra i 40 anni abbia il glaucoma, circa il 50% in più rispetto alle valutazioni precedenti, e che questo numero possa superare 1,6 milioni entro il 2060. L’aumento è legato in gran parte all’invecchiamento della popolazione, ma anche a una maggiore attenzione nel ricalcolare la prevalenza in base a età, sesso ed etnia.  

Il dato più preoccupante, però, è che una quota molto elevata di questi casi non è diagnosticata. Il glaucoma, soprattutto nelle sue forme più comuni, è una malattia silenziosa: nelle fasi iniziali non provoca sintomi evidenti e la perdita visiva interessa inizialmente la periferia del campo visivo, che il paziente non percepisce. Inoltre, non esiste un esame che consenta di fare diagnosi da solo: servono valutazioni integrate e controlli mirati. Anche nei sistemi sanitari più avanzati, quindi, molte persone arrivano all’osservazione quando il danno è già presente. 

Facciamo un passo indietro: cos’è il glaucoma e perché è una delle principali cause di cecità irreversibile? 

Il glaucoma è un insieme di malattie caratterizzate dal danno progressivo del nervo ottico, la struttura che trasmette le informazioni visive dall’occhio al cervello. Quando questo danno si verifica, la perdita visiva è irreversibile. 

Il principale fattore di rischio è l’aumento della pressione intraoculare, ma si tratta di una patologia complessa e multifattoriale: può svilupparsi anche con pressioni apparentemente normali e dipende da fattori genetici, vascolari e dall’età. La sua pericolosità sta soprattutto nel fatto che nella maggior parte dei casi non dà sintomi nelle fasi iniziali. I disturbi compaiono spesso solo quando la malattia è già avanzata. Esiste anche una forma acuta, più rara ma urgente, che si manifesta con dolore oculare intenso, arrossamento e visione improvvisamente annebbiata. 

Il glaucoma non va “aspettato”, ma cercato con controlli regolari, soprattutto in presenza di fattori di rischio. 

Quanto riusciamo oggi, con le terapie disponibili, a rallentare o stabilizzare la malattia se diagnosticata in tempo? 

Se il glaucoma viene scoperto nelle fasi iniziali, oggi le possibilità di rallentare in modo significativo la malattia sono elevate. In molti casi, con una diagnosi precoce e controlli regolari, la perdita visiva può essere contenuta al punto da non compromettere la qualità della vita per decenni. 

È però importante chiarire un aspetto spesso frainteso: il glaucoma non si può guarire, perché il danno al nervo ottico è irreversibile. Le terapie servono a fermare o rallentare la progressione, non a recuperare la vista già persa.  

Il trattamento si basa principalmente sull’abbassamento della pressione dell’occhio, che rappresenta il principale fattore di rischio modificabile. Ridurre la pressione significa diminuire lo stress sul nervo ottico e rallentare l’evoluzione della malattia. È un principio ormai ben consolidato e supportato da decenni di studi clinici. 

Oggi i medici dispongono di diverse opzioni terapeutiche: colliri, trattamenti laser e, quando necessario, interventi chirurgici. La scelta dipende dallo stadio della malattia e dalla risposta del singolo paziente. Non esiste una soluzione valida per tutti: la terapia viene calibrata nel tempo, con un approccio sempre più personalizzato. 

Un altro punto chiave è che non esiste una pressione “normale” universale. Ciò che è sicuro per un paziente può non esserlo per un altro. Per questo il follow-up è fondamentale: controlli regolari permettono di capire se la malattia è stabile o se è necessario intervenire in modo più deciso. 

Quando il glaucoma viene diagnosticato precocemente, molti pazienti non svilupperanno mai una disabilità visiva rilevante. Il problema è che troppo spesso la diagnosi arriva tardi. 

Aspettare i sintomi significa spesso arrivare tardi; cercarlo attivamente, invece, può fare la differenza tra conservare la vista e perderla gradualmente. 

A che età dovrebbe iniziare un controllo mirato per il glaucoma, anche in assenza di sintomi? 

In assenza di fattori di rischio particolari, un primo controllo mirato per il glaucoma dovrebbe essere effettuato intorno ai 40 anni. È un’età chiave, perché a partire da questo periodo della vita il rischio inizia lentamente ad aumentare e perché consente di avere un punto di riferimento utile per i controlli successivi. 

In presenza di fattori di rischio, il controllo dovrebbe iniziare prima. Familiarità per glaucoma, pressione oculare elevata, miopia medio-elevata, diabete, ipertensione, uso prolungato di cortisonici o alcune caratteristiche anatomiche dell’occhio rendono opportuno anticipare la valutazione anche ai 30–35 anni, o prima in casi selezionati. 

Il controllo mirato non consiste in una semplice misurazione della vista: comprende la misurazione della pressione oculare, l’osservazione del nervo ottico e, quando indicato, esami strumentali che permettono di individuare segni molto precoci di sofferenza, ancora prima che il paziente se ne accorga. 

Un aspetto spesso sottovalutato è che un singolo controllo non basta. Il glaucoma è una malattia che evolve lentamente nel tempo, e solo attraverso visite periodiche è possibile cogliere cambiamenti sottili ma significativi. La frequenza dei controlli viene stabilita dall’oculista in base al profilo di rischio individuale. 

Non esiste un’età “troppo giovane” per escludere il glaucomama esiste un’età in cui iniziare a cercarlo in modo consapevole. Inserire un controllo mirato nei programmi di prevenzione, anche in assenza di disturbi visivi, è oggi una delle strategie più efficaci per ridurre il rischio di perdita visiva evitabile. 

Diagnosi precoce e screening, perché non sono la stessa cosa? 

Oggi siamo in grado di fare una diagnosi precoce del glaucoma grazie a esami clinici e strumentali sempre più accurati, che permettono di individuare la malattia prima che compaiano i sintomi. Questo consente di iniziare il trattamento in tempo e rallentare in modo significativo la progressione. 

Diverso è il concetto di screening di massa. Per il glaucoma non esiste ancora uno screening universale realmente efficace, perché la diagnosi non si basa su un solo test semplice e perché il rischio nella popolazione generale non è sufficientemente alto da rendere sostenibile uno screening indiscriminato. L’approccio più efficace oggi è individuare attivamente la malattia nei soggetti a rischio, come le persone più anziane, chi ha familiarità o altri fattori predisponenti

Liste d’attesa e accesso alle cure: quanto rallenta la diagnosi del glaucoma? 

L’accesso agli ambulatori specialistici rappresenta una delle principali criticità nella gestione del glaucoma. Si tratta di una malattia cronica che richiede controlli regolari e monitoraggi nel tempo. Liste d’attesa, percorsi complessi e una distribuzione non uniforme dei servizi possono ritardare sia la diagnosi sia gli interventi terapeutici necessari. 

I dati più recenti mostrano che l’aumento dei casi di glaucoma non è una sfida dei prossimi decenni, ma una realtà già attuale. Questo rende urgente rendere i percorsi assistenziali più efficienti, migliorare l’integrazione tra territorio e centri specialistici e rafforzare le strategie di prevenzione. Informare i cittadini e aumentare la consapevolezza rimane oggi uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di perdita visiva evitabile.  

Il glaucoma è silenzioso. Ma il sistema sanitario non può permettersi di esserlo. 

Che ruolo possono avere il territorio e la medicina di prossimità nel migliorare la diagnosi precoce del glaucoma? 

Nel glaucoma, più che in molte altre malattie oculari, il problema non è solo curare, ma intercettare. Ed è qui che il territorio e la medicina di prossimità possono giocare un ruolo decisivo. Perché una patologia silenziosa non si scopre nei pronto soccorso o quando compaiono i sintomi, ma nei percorsi di prevenzione quotidiana

Medici di medicina generale, farmacisti, ottici e servizi sanitari territoriali possono contribuire in modo concreto a identificare i soggetti a rischio, indirizzandoli verso una valutazione specialistica prima che il danno si manifesti. Non si tratta di fare diagnosi, ma di attivare il sospetto giusto al momento giusto. 

Un altro aspetto fondamentale è l’accessibilità. La medicina di prossimità riduce le barriere: geografiche, culturali e organizzative. Ambulatori territoriali ben integrati con i centri specialistici consentono di intercettare pazienti che altrimenti rimarrebbero esclusi dai percorsi di prevenzione, in particolare anziani e persone fragili. 

Anche la condivisione dei dati clinici e l’uso di strumenti diagnostici di primo livello sul territorio possono fare la differenza. Un percorso strutturato, in cui il territorio dialoga in modo fluido con i centri di riferimento, permette di selezionare meglio chi deve essere approfondito e chi può essere semplicemente monitorato nel tempo. 

In prospettiva, il glaucoma rappresenta una delle sfide più emblematiche per i sistemi sanitari moderni: una malattia cronica, in crescita, che richiede un’organizzazione intelligente delle cure, non solo terapie efficaci. Rafforzare la medicina di prossimità significa passare da una sanità che reagisce a una sanità che previene. 

“Prima che la luce si spenga, ferma il glaucoma”

Settimana mondiale del glaucoma, 8-14 marzo – IAPB Italia ETS organizza controlli oculistici gratuiti in 80 città italiane. In Italia si stima un milione di pazienti, ma almeno la metà non sa di avere la malattia.

“Prima che la luce si spenga, ferma il glaucoma”. È questo il claim che la Fondazione IAPB Italia ETS – Sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità – ha scelto per la “Settimana mondiale del glaucoma” che si celebra tra l’8 e il 14 marzo 2026.

L’obiettivo della Settimana, istituita nel 2008 da World Glaucoma Association (WGA) e World Glaucoma Patient Association (WGPA), è quello di sensibilizzare cittadini e opinione pubblica sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce per questa patologia che costituisce una delle principali cause di cecità irreversibile.

Per questo IAPB Italia ETS e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI) ETS-APS organizzano e promuovono in 86 città italiane controlli oculistici gratuiti e attività divulgative, utili a sensibilizzare la popolazione sui gravi rischi che gravano sulla vista a causa di tale malattia (l’elenco delle città coinvolte è consultabile sul sito www.settimanaglaucoma.it). Anche in questa settimana, come durante tutto l’anno, IAPB Italia offre un servizio gratuito di consultazione oculistica telefonica al numero verde 800-068506, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13.

La patologia. Il glaucoma è un insieme di malattie caratterizzate dal danno progressivo del nervo ottico, la struttura che trasmette le informazioni visive dall’occhio al cervello. Quando questo danno si verifica, la perdita visiva è irreversibile. Il principale fattore di rischio è l’aumento della pressione intraoculare, ma si tratta di una patologia complessa e multifattoriale: può svilupparsi anche con pressioni apparentemente normali e dipende da fattori genetici, vascolari e dall’età. La sua pericolosità sta soprattutto nel fatto che nella maggior parte dei casi non dà sintomi nelle fasi iniziali e la perdita visiva, nella maggior parte dei casi, interessa inizialmente la periferia del campo visivo, che il paziente non percepisce. I disturbi compaiono spesso solo quando la malattia è già avanzata.

Nel mondo si stima che oltre 80 milioni di persone siano affette da glaucoma, e i numeri sono destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione. In Italia si parla di circa un milione di pazienti, ma almeno la metà non sa di avere la malattia. In assenza di fattori di rischio particolari un primo controllo mirato per il glaucoma dovrebbe essere effettuato intorno ai 40 anni. Il controllo dovrebbe iniziare prima in presenza di fattori di rischio come familiarità per glaucoma, pressione oculare elevata, miopia medio-elevata, diabete, ipertensione, uso prolungato di cortisonici e nelle persone di origine africana e latinoamericana.

L’importanza della prevenzione. Come spiegato da Mario Barbuto, presidente della Fondazione  IAPB Italia e UICI, “Il glaucoma è una malattia silenziosa, perché nelle prime fasi è asintomatica e insidiosa poiché la vista persa non può più essere recuperata. Pertanto, non va aspettata ma anticipata con visite oculistiche regolari. Per questo portiamo la prevenzione nelle piazze, tra la gente, coinvolgiamo mass media e comunicazione sociale per rendere i cittadini agenti attivi della propria salute, affinché nessuno possa perdere la vista per cause evitabili. Quest’anno grazie al sostegno dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti riusciamo a garantire una maggiore incisività alle iniziative e a coinvolgere un maggior numero di stakeholder, con l’unico obiettivo di tutelare realmente il bene prezioso della vista”.

La testimonianza di Giovanna

Ho sofferto di miopia fin dalle scuole elementari. La mia vista non è mai stata perfetta, non ho mai raggiunto i 10/10, ma ero una donna indipendente: guidavo, lavoravo, facevo tutto.

Sembrava andare tutto bene. Ho un figlio di 35 anni e da tre settimane sono nonna di una bambina che non ho mai visto. La cosa più dolorosa, in questi giorni, è stata prendere consapevolezza del fatto che devo ricordare il volto di mio figlio, ma non potrò più vederlo. E non poter conoscere il volto di mia nipote è qualcosa che mi ha profondamente inquietata. Ho dovuto fare un percorso prima della sua nascita. Nella mia vita le cose me le sono sempre dovute conquistare.

Quando avevo 45 anni, ho iniziato ad accorgermi di una nebbia davanti agli occhi. Una nebbia che diventava sempre più fitta. La vista peggiorava al punto da non permettermi più di guidare in sicurezza. Una sera non so nemmeno come sono arrivata a un passaggio a livello: vedevo solo nebbia. Ho acceso le quattro frecce, sono scesa dall’auto e ho iniziato a chiedere aiuto. Alcune persone mi hanno soccorsa perché mi hanno visto agitata. Ho detto loro che non vedevo più nulla.

La diagnosi è stata immediata: glaucoma acuto, pressione oculare a 50, con segni emorragici a carico del nervo ottico. Mi hanno operata tre volte. È stato durissimo. Il primo vero impatto è stato quando sono uscita dall’ospedale. Non vedevo più nulla: occhio sinistro buio totale, occhio destro solo percezione di luci e ombre. Una percezione che non consente autonomia: se cammino per strada non capisco quando arrivano le macchine, se non dal rumore.

Quando una persona perde la vista è come se perdesse anche le gambe. Perdi l’indipendenza. Puoi riacquistare spazi di autonomia, ma è un percorso soggettivo e difficilissimo, soprattutto se non hai sostegno. Io ho sempre amato profondamente la mia vita. Quando il glaucoma mi ha colpita mi sono detta: “Hai voluto sfidarmi? Io non mi fermo”. Sono tornata a casa e ho fatto qualcosa che ancora oggi mi sorprende: ho fatto finta di nulla. Mi sono rimessa ai fornelli, ho imparato di nuovo ad accenderli, ho ricostruito ogni gesto della mia vita precedente.

Credo di aver avuto un privilegio: vivere due vite. La prima, influenzata da ciò che vedevo. La seconda, in cui colgo l’essenza delle persone, perché non sono più condizionata dall’apparenza. La vista è un bene preziosissimo, ma può anche condizionare il giudizio. Oggi io abbraccio le persone. Ho scoperto la “terapia dell’abbraccio”: dentro un abbraccio c’è tutta la bellezza dei rapporti umani.

Ho ripreso a fare tutto ciò che facevo prima. Certo, con qualche incidente. Ma non mi sono arresa. Rifaccio il letto, stiro. Quando mi chiedono “Come fai a stirare?” rispondo: “Come fanno tutti, con le mani”. 

L’impatto con l’esterno, però, è stato duro. Ti aspetti solidarietà. Io ho percepito molto silenzio. Come se non servissi più a nulla. Come se non avessi più diritto di truccarmi o curarmi.

Io continuo a guardarmi allo specchio. Anche se non mi vedo, lo specchio mi dà sicurezza. È il mio modo per dire che voglio essere una donna come tutte le altre.

Il glaucoma è un ladro silente. Quando arriva, spesso non lascia scampo. Ti cambia la vita. Ma la vita vale la pena di essere vissuta: Il sole non lo vedo, ma lo sento. Il mare non lo vedo più, ma ne ascolto il suono. Ogni onda ha una frequenza diversa. Tutto ciò che prima era scontato perché lo vedevi, oggi lo percepisci con altri sensi: odori, suoni, consistenze. È una questione di testa.

La vita è uno stato mentale, la disabilità è negli occhi di chi guarda.

Non è semplice perdere la vista. Ma se impariamo a valorizzare ciò che resta, possiamo trasformare il dolore in evoluzione.

Oggi la mia missione è la prevenzione. Non voglio che accada ad altri ciò che è accaduto a me. Non tutti hanno la stessa forza. Durante una campagna di screening, una donna misurò quasi per caso la pressione oculare: era altissima. L’abbiamo intercettata in tempo. Oggi è in terapia. Abbiamo salvato una persona. La prevenzione è un’arma potente. Il glaucoma è una malattia eredo-familiare. Arrivare presto fa la differenza.

Scopri il Glaucoma: il “ladro silenzioso” della vista 

glaucoma: donna che fa un controllo visivo

Il Glaucoma è una malattia oculare cronica che danneggia progressivamente il nervo ottico, spesso senza dare segni o sintomi evidenti nelle fasi iniziali. Nella maggior parte dei casi è associato a un aumento della pressione intraoculare, ma può svilupparsi anche con valori considerati normali. 

Colpisce le cellule ganglionari della retina e provoca una perdita graduale del campo visivo, inizialmente periferico. Se non trattato tempestivamente, può portare a ipovisione o cecità irreversibile. 

La diagnosi precoce, attraverso una visita oculistica completa con misurazione della pressione oculare, campo visivo e OCT, è fondamentale per rallentare la progressione della malattia. Le terapie disponibili, come i colliri, il laser o la chirurgia, permettono di preservare la vista nella maggior parte dei casi. 

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La visione periferica ci aiuta a comprendere il mondo: il potere invisibile dei nostri occhi 

occhio celeste di donna

La visione periferica è la parte della nostra vista che si estende oltre il punto preciso che stiamo fissando. È tutto ciò che vediamo “ai margini” mentre concentriamo lo sguardo su un dettaglio. Non è uno sfondo sfocato o irrilevante, ma una rete di informazioni che il cervello utilizza costantemente per comprendere il mondo intorno a noi. 

Quando leggiamo una parola, osserviamo un volto o guardiamo un oggetto, sembra che la nostra attenzione sia tutta lì. In realtà, nello stesso momento, la visione periferica continua a lavorare: rileva movimenti, riconosce forme, coglie variazioni di luce e di colore. 

Grazie a questo sistema possiamo accorgerci di qualcosa che si muove di lato, mantenere l’equilibrio, orientarci nello spazio e reagire rapidamente a stimoli improvvisi, senza dover spostare continuamente lo sguardo o girare la testa. Anche quando pensiamo di guardare una sola cosa, il nostro cervello sta già osservando molto di più. 

Il Texture Tiling Model e l’ispirazione dai modelli di texture 

Negli ultimi anni, i ricercatori hanno sviluppato alcuni modelli per capire come la visione periferica codifichi le informazioni visive. Uno dei più importanti è il Texture Tiling Model (TTM), proposto da Ruth Rosenholtz e dai suoi colleghi, che suggerisce come la periferia non registri ogni singolo dettaglio dell’immagine, ma ne ricavi un riassunto statistico, cioè informazioni generali su luminosità, contrasti, orientamenti e pattern. In pratica il cervello crea una versione sintetica della scena, invece di copiarla punto per punto. 

Il TTM si ispira al modello di Portilla & Simoncelli (2000), ideato per ricostruire al computer texture realistiche, come sabbia, erba o tessuti, utilizzando solo alcune caratteristiche matematiche dell’immagine. L’idea è simile a quella del nostro sistema visivo: raccogliere informazioni di base, affini a quelle elaborate dai neuroni della prima area visiva (V1), e combinarle per rappresentare porzioni più ampie della scena.  

Il ruolo del Summary Statistics Model e il fenomeno del crowding 

Un altro contributo chiave dei ricercatori è il Summary Statistics (SS) model, strettamente collegato al TTM. Questo approccio aiuta a comprendere perché la visione periferica è così efficace nel cogliere rapidamente il senso generale di una scena, il cosiddetto “gist”, pur se meno accurata sui dettagli fini. 

Il modello chiarisce anche il fenomeno del crowding, o affollamento visivo. Quando più oggetti si trovano vicini nella periferia, le loro informazioni si mescolano, fino a diventare difficilmente distinguibili. Non si tratta di una semplice sfocatura, ma di un vero e proprio limite intrinseco del modo in cui la periferia organizza e comprime le informazioni. In altre parole, la periferia privilegia la visione d’insieme rispetto ai dettagli puntuali, e il crowding è la conseguenza naturale di questa strategia di codifica. 

Perché la visione periferica è essenziale 

La visione periferica è spesso sottovalutata. Molti credono che solo la parte centrale dell’occhio, la fovea, dove la visione è più nitida e dettagliata, sia davvero importante, e che tutto il resto sia una versione sbiadita della realtà. In realtà, anche se meno precisa della visione centrale, la periferia è fondamentale per il modo in cui esploriamo, interpretiamo e comprendiamo il mondo. 

Capire come funziona la visione periferica significa andare oltre l’idea che vedere coincida semplicemente con “mettere a fuoco”. Gran parte della nostra esperienza visiva dipende da questo sistema silenzioso, potente e sorprendentemente efficiente, che ci permette di cogliere l’insieme della scena prima ancora di analizzarne i dettagli. 

La visione periferica non è un limite della nostra vista, ma un alleato silenzioso. Ci permette di comprendere il mondo in modo rapido, efficace e intelligente, per cogliere l’insieme della scena anche quando i dettagli sfuggono all’occhio.  

FONTE 

Annual Reviews  – Capabilities and Limitation of Peripheral Vision

Glaucoma nel Regno Unito: la prevalenza stimata è quasi del 50% più alta rispetto alle valutazioni precedenti 

Un nuovo studio stima oltre un milione di persone attualmente affette da glaucoma nel Regno Unito. Le proiezioni indicano che i casi potrebbero superare 1,6 milioni entro il 2060, in linea con trend europei e globali.  

La prevalenza del glaucoma nel Regno Unito sarebbe significativamente più elevata rispetto a quanto stimato in precedenza. È quanto emerge da un recente comunicato stampa diffuso dal Moorfields Eye Hospital, che presenta i risultati di uno studio pubblicato sul British Journal of Ophthalmology.  Gli autori riferiscono che l’attuale prevalenza del glaucoma risulta quasi del 50% più alta rispetto alle stime precedenti e che il numero complessivo di persone affette potrebbe superare 1,6 milioni entro il 2060. Tra i fattori che contribuiscono a questo incremento, i ricercatori indicano principalmente l’invecchiamento della popolazione. Lo studio richiama inoltre l’attenzione sull’importanza della diagnosi precoce del glaucoma, una patologia che nelle fasi iniziali decorre spesso in assenza di sintomi e può quindi essere identificata solo attraverso controlli mirati. 

Gli autori evidenziano che la diagnosi tardiva rappresenta ancora un fattore di rischio rilevante per la perdita visiva associata al glaucoma. Secondo quanto riportato, oltre il 40% dei pazienti nel Regno Unito ha sperimentato un deficit visivo potenzialmente prevenibile, attribuibile a ritardi nella diagnosi e nell’avvio del trattamento. Lo studio sottolinea come stime aggiornate e proiezioni a lungo termine del carico di malattia siano fondamentali per supportare lo sviluppo di strategie di prevenzione efficaci. Queste includono iniziative di sensibilizzazione pubblica volte a ridurre i ritardi diagnostici, oltre a una pianificazione sanitaria adeguata e a un’allocazione appropriata delle risorse. Con il progressivo invecchiamento della popolazione britannica, il carico del glaucoma è destinato ad aumentare ulteriormente, con un impatto crescente sul sistema sanitario nazionale. 

La ricerca è stata condotta da un gruppo di studiosi del Moorfields Eye Hospital e dell’University College London, guidati dalla dottoressa Laura Antonia Meliante, dottoranda presso il Dipartimento degli Organi di Senso di Sapienza Università di Roma. L’analisi si basa sui dati dell’ultimo censimento del Regno Unito e del Consorzio Europeo di Epidemiologia degli Occhi, integrando informazioni su età, sesso ed etnia. In base a questa classificazione, la popolazione è stata suddivisa in quattro gruppi etnici (europeo, africano, asiatico e misto/altro), evidenziando un rischio più elevato di glaucoma nei gruppi non europei

Gli autori riportano che, su circa 34 milioni di adulti britannici di età pari o superiore a 40 anni, si stima che 1.019.629 individui convivano attualmente con il glaucoma. Il numero di casi stimati aumenta progressivamente con l’età, passando da circa 10.000 nella fascia 40-44 anni a quasi 173.000 tra le persone di età pari o superiore a 85 anni. Sebbene i gruppi non europei rappresentino il 5,8% della popolazione britannica di età ≥65 anni, essi costituiscono circa l’8,1% dei casi attuali di glaucoma. Entro il 2060, il numero di persone affette potrebbe raggiungere 1,61.

In prospettiva, gli autori sottolineano la necessità di potenziare i servizi oftalmologici, comprese iniziative di individuazione precoce dei casi, per far fronte all’aumento previsto del carico di glaucoma e garantire un accesso equo alle cure, in particolare per le popolazioni più svantaggiate.  

Inquadramento europeo 

I dati emersi dallo studio condotto nel Regno Unito si inseriscono in un quadro epidemiologico più ampio che interessa l’intera Europa. Un’analisi basata su dati individuali provenienti da 14 studi di popolazione europei, che ha incluso oltre 55.000 adulti di età pari o superiore a 40 anni, ha stimato una prevalenza complessiva del glaucoma pari a circa il 3% nella popolazione europea. Secondo gli autori, ciò corrisponde a oltre 12,3 milioni di persone attualmente affette da glaucoma in Europa, di cui una maggioranza senza diagnosi precedente. Si prevede che questo carico aumenterà di oltre 1 milione di persone entro il 2050 a causa del cambiamento della struttura d’età della popolazione, con una preponderanza di glaucoma primario ad angolo aperto. Un elemento di particolare rilievo è rappresentato dall’elevata quota di casi non diagnosticati: più della metà dei soggetti identificati nello studio non era a conoscenza della patologia al momento della valutazione clinica. Questo dato appare in linea con quanto osservato nel contesto britannico e rafforza l’evidenza che il glaucoma rappresenti una condizione ampiamente sottodiagnosticata anche a livello europeo, con implicazioni rilevanti per la prevenzione della perdita visiva e per la pianificazione dei servizi sanitari. 

Contesto globale e proiezioni a lungo termine 

Su scala globale, il carico del glaucoma ad angolo aperto (OAG) è destinato ad aumentare in modo sostanziale nei prossimi decenni. Un recente studio pubblicato sull’American Journal of Ophthalmology, basato su un’analisi di 77 studi di popolazione, stima che tra gli adulti di età pari o superiore a 40 anni la prevalenza globale del solo OAG (senza contare le forme di glaucoma ad angolo chiuso) potrebbe salire dal 2,8% nel 2024 al 3,5% entro il 2060. Il numero di persone affette in questa fascia di età è destinato ad aumentare da circa 80,5 milioni a circa 186,6 milioni. Oltre all’invecchiamento demografico, (responsabile di un incremento a 77,3 milioni) gli autori identificano l’aumento della prevalenza della miopia come un importante fattore di rischio che contribuisce significativamente alla crescita prevista dei casi: si prevedono circa 28,9 milioni di casi aggiuntivi attribuibili alla miopia elevata sopra i 40 anni e oltre 6 milioni di casi tra i 20 e i  39 anni. Includendo anche quest’ultima fascia d’età, le stime globali al 2060 arrivano a 192.7 milioni. 

Sebbene l’incremento maggiore sia atteso in alcune aree geografiche, come l’Asia orientale, le tendenze globali confermano che il glaucoma rappresenta una sfida crescente per i sistemi sanitari di tutto il mondo. In questo contesto, le proiezioni britanniche si allineano a un fenomeno globale, sottolineando l’urgenza di strategie di diagnosi precoce, di prevenzione della miopia elevata e di pianificazione sanitaria a lungo termine per far fronte al futuro carico di malattia. 

Fonti 
British Journal of Ophthalmology – studio di Moorfields Eye Hospital e University College London, ripreso da Ophthalmology Times Europe 

American Journal of Ophthalmology – Prevalence of Glaucoma in Europe and Projections to 2050 

Ophthalmology – Global Glaucoma Prevalence: Burden and Projection to 2060 

Vaccino a mRNA: la nuova strada per proteggere la vista dai danni della degenerazione maculare 

La ricerca di Science Tokyo, istituto giapponese dedicato alla ricerca scientifica, tecnologica e medica, apre nuove prospettive nella cura della AMD con un vaccino somministrabile tramite iniezione nel braccio. 

La degenerazione maculare legata all’età (AMD) è una delle principali cause di perdita della vista nelle persone sopra i 60 anni, e colpisce quasi 200 milioni di persone in tutto il mondo, compromettendo attività quotidiane come leggere, guidare o riconoscere i volti. La forma più grave di AMD è quella cosiddetta “umida”, dove vasi sanguigni anomali si sviluppano a livello della macula e rilasciano liquidi nella retina, alterandone la struttura. 

Il trattamento di questa patologia prevede la somministrazione di farmaci che devono essere iniettati nell’occhio, spesso più volte, a intervalli regolari. Una procedura invasiva e scomoda, che può complicareulteriormente la vita dei pazienti. 

Qualcosa, tuttavia, potrebbe cambiare: un nuovo studio promosso dall’Institute of Science Tokyo, i cui risultati sono stati pubblicati all’interno della rivista Vaccine, sembra aprire la strada a una promettente innovazione. I ricercatori infatti stanno sviluppando un vaccino a mRNA somministrabile tramite iniezione nel braccio che potrebbe ridurre la crescita dei vasi sanguigni anomali e proteggere la vista. Questo approccio è meno invasivo per il paziente e molto più semplice da eseguire rispetto alle iniezioni intraoculari, che in Italia possono essere effettuate solo da medici oculisti. 

Come funziona il vaccino a mRNA per l’AMD 

Il vaccino sfrutta la stessa tecnologia utilizzata nei vaccini COVID-19 a mRNA. Infatti, l’mRNA funziona come una sorta di “istruzione” che indica alle cellule del corpo come produrre una proteina specifica. Nel caso della AMD umida, il vaccino induce l’organismo a produrre anticorpi contro la leucine-rich alpha-2-glycoprotein 1 (LRG1), una proteina che favorisce la formazione dei nuovi vasi sanguigni e che è presente in quantità elevate nei pazienti affetti. Gli anticorpi neutralizzano la LRG1, riducendo la crescita dei vasi anomali. 

Il vaccino si è dimostrato efficace e sicuro nel modello animale. 

Questa scoperta rappresenta una speranza concreta per milioni di pazienti: un trattamento più semplice, meno invasivo e potenzialmente efficace nel prevenire la perdita della vista. Sebbene siano necessari ulteriori studi clinici, la prospettiva di proteggere la vista con una semplice iniezione nel braccio potrebbe trasformare radicalmente la gestione della degenerazione maculare, migliorando la qualità della vita dei pazienti e permettendo di alleggerire le liste di attesa e i costi degli attuali trattamenti. 

Fonte 

Yanagi Y, Ichikawa H, Nguyen LBT, et al. mRNA vaccination mitigates pathological retinochoroidal neovascularization in animal models. Vaccine. 2025;61:127451. doi:10.1016/j.vaccine.2025.127451 

Cataratta in entrambi gli occhi nello stesso giorno: uno studio UK conferma sicurezza ed efficacia

I dati del 2025 della Società europea di cataratta e chirurgia refrattiva (ESCRS, European Society of Cataract and Refractive Surgeons) suggeriscono che la chirurgia di cataratta bilaterale immediata può offrire ottimi risultati visivi e un recupero più rapido per i pazienti.

Quando si parla di chirurgia della cataratta, una delle domande più comuni è: “Posso operare entrambi gli occhi nello stesso giorno?” Storicamente, in molte nazioni si è preferito operare un occhio alla volta, per consentire alla vista di stabilizzarsi e per eventuali complicanze prima di procedere con il secondo intervento. Ma negli ultimi anni questo approccio è stato messo in discussione, anche grazie alle esperienze cliniche accumulate nel periodo pandemico, durante il quale si è cercato di ottimizzare il numero di accessi ospedalieri.

Un recente studio presentato al 43° Congresso ESCRS, tenutosi quest’anno a Copenaghen, suggerisce che l’approccio bilaterale immediato stia diventando una realtà solida e vantaggiosa. Lo studio, condotto da Vincenzo Maurino e Gabriele Gallo Afflitto del Moorfields Eye Hospital di Londra, ha analizzato l’efficacia e la sicurezza della chirurgia di cataratta bilaterale differita (ovvero operare prima un occhio, e in un secondo momento l’altro) con la chirurgia di cataratta bilaterale immediata (ovvero operare entrambi gli occhi nella stessa seduta chirurgica). Lo studio ha confrontato i risultati tra chi ha ricevuto impianti di lenti intraoculari di diverso tipo, sia con chirurgia bilaterale immediata (ISBCS) che con chirurgia bilaterale differita (DSBCS). 

I risultati sono incoraggianti: l’esito refrattivo finale era molto simile tra i gruppi.  

Queste evidenze suggeriscono che, quando eseguita con criteri di selezione accurati e protocolli rigorosi di sterilità, la chirurgia di cataratta bilaterale nello stesso giorno può offrire ottimi risultati visivi, indipendentemente dal tipo di lente intraoculare utilizzata. Uno dei vantaggi più apprezzati è la rapidità nel recupero della visione funzionale, con un’adattazione più fluida alla nuova vista binoculare e un ritorno più veloce alle attività quotidiane. Non sono da trascurare nemmeno gli impatti potenzialmente trasformativi sui sistemi sanitari pubblici, poiché comporterebbe una riduzione drastica delle liste d’attesa, ottimizzando i costi procedurali.

Un elemento centrale della discussione clinica riguarda naturalmente la sicurezza; l’operazione bilaterale simultanea potrebbe esporre al rischio di complicanze entrambi gli occhi contemporaneamente; tuttavia, come sottolineato dagli autori dello studio, la procedura è considerata sicura se eseguita seguendo protocolli rigorosi e con un’attenta valutazione pre-operatoria— e numerosi studi precedenti ne avevano già dato conferma, tanto che in paesi come la Svezia la chirurgia bilaterale immediata rappresentava già nel 2019 uno su cinque interventi di cataratta.  

Bisogna tuttavia mantenere in considerazione, come espresso dagli stessi autori della ricerca, che lo studio ha dei limiti: per ora è stato condotto in un unico centro e potrebbe esserci un “bias di selezione”, poiché l’ISBCS è stata offerta a pazienti considerati candidati ideali.

Sebbene, quindi, non sia adatta a tutti i casi, con le dovute precauzioni l’ISBCS rappresenta un potenziale nuovo standard applicabile ad una larga maggioranza dei pazienti, offrendo una soluzione più efficiente e rapida per il ripristino della vista.

https://www.theophthalmologist.com/issues/2025/articles/december/bilateral-benefits-uk-study

Aiello F, Gallo Afflitto G, Leviste K, et al. Immediate sequential vs delayed sequential bilateral cataract surgery: systematic review and meta-analysis. J Cataract Refract Surg. 2023;49(11):1168-1179. doi:10.1097/j.jcrs.0000000000001230

I dati di quattro anni dello studio RUSH2A ora accessibili: una spinta alla ricerca sulle malattie retiniche ereditarie

La Foundation Fighting Blindness rende pubblici i risultati di uno dei più importanti studi di storia naturale sulla retinite pigmentosa legata al gene USH2A e sulla sindrome di Usher.

Capire come una malattia evolve nel tempo è uno dei passaggi più delicati — e più necessari — per arrivare a nuove terapie. Per le persone che convivono con una patologia ereditaria della vista, questo significa trasformare l’esperienza quotidiana della perdita visiva in dati utili alla ricerca, permettendo di studiare passo passo quella che si chiama la “storia naturale” della malattia. 

È proprio con questo obiettivo che la Foundation Fighting Blindness ha deciso di rendere pubblici i dati raccolti seguendo più di 100 pazienti nei primi quattro anni dello studio RUSH2A, uno dei più ampi studi di storia naturale mai condotti su queste condizioni, e che si prolungherà portando la durata complessiva dell’osservazione a 9 anni.

Lo studio RUSH2A segue nel tempo persone con mutazioni del gene USH2A, responsabile di forme di retinite pigmentosa non sindromica e della sindrome di Usher di tipo 2A. Si tratta di malattie genetiche rare che causano una progressiva degenerazione della retina e, nel caso della sindrome di Usher, possono essere associate anche a una perdita dell’udito. Comprendere come e con quale velocità la visione cambia nel corso degli anni è fondamentale per migliorare la diagnosi, il monitoraggio e la progettazione di futuri trattamenti.

Per mappare con precisione questa evoluzione, i ricercatori utilizzano protocolli standardizzati presso oltre 40 siti cliniciche compongono il Clinical Consortium (ovvero una collaborazione formale tra più centri di sperimentazione, per la gestione di studi clinici complessidella Fondazione. I dati vengono raccolti attraverso esami avanzati come:

• Acuità visiva corretta (BCVA).

• Microperimetria e sensibilità dell’intero campo visivo.

• Tomografia a coerenza ottica (OCT) [VI4] per l’analisi strutturale della retina.

Questo approccio ha consentito di raccogliere un quadro accurato e continuo dell’evoluzione della malattia, basato su dati reali e comparabili nel tempo.

La decisione di rendere questi dati accessibili alla comunità scientifica, in forma anonima e nel pieno rispetto della privacy dei pazienti, rappresenta un passaggio strategico per la ricerca. Come riporta Ophthalmology Times, la condivisione dei dati dello studio RUSH2A nasce con l’obiettivo di “accelerare lo sviluppo di terapie per le malattie retiniche ereditarie, offrendo ai ricercatori una base solida su cui costruire nuovi studi clinici”. Una disponibilità che può aiutare a definire meglio gli indicatori di progressione della malattia e a progettare sperimentazioni più mirate ed efficaci.

Ma questo passaggio è rilevante anche dal punto di vista dei pazienti. Gli studi di storia naturale come RUSH2A sono infatti essenziali per capire se una futura terapia funziona davvero: senza conoscere l’evoluzione spontanea della malattia, è difficile misurare l’efficacia di un trattamento. In questo senso, la pubblicazione dei dati può contribuire ad rendere più rapido e più solido il percorso verso nuove opzioni terapeutiche, incluse quelle basate su approcci genetici oggi in fase di studio.

Il rilascio dei dati RUSH2A conferma così l’importanza di una ricerca costruita in modo aperto e collaborativo, in cui l’esperienza delle persone che convivono con queste patologie diventa parte integrante del progresso scientifico. Un passo avanti che non rappresenta una cura immediata, ma che rende il cammino verso nuove soluzioni più trasparente, condiviso e orientato al futuro.

FONTE: https://www.ophthalmologytimes.com/view/foundation-fighting-blindness-releases-4-year-rush2a-data-to-public


Le crescenti criticità dell’assistenza sanitaria oggi in Italia

A firma di Tiziano Melchiorre, Segretario Generale IAPB Italia ETS

Il 3 dicembre è stato presentato il Rapporto OASI (The Observatory on Healthcare Organizations and Policies in Italy), elaborato annualmente dal Cergas (Centre for Research on Health and Social Care Management) dell’Università Bocconi. L’immagine che si ricava dall’analisi dei dati è un sistema sanitario attraversato da criticità profonde, alimentate da trend evolutivi non sempre favorevoli. La sfida più urgente è rappresentata dalla crescente divaricazione demografica tra popolazione attiva e popolazione anziana, che mette sotto pressione la sostenibilità finanziaria del sistema. Inoltre, non sono state ancora adottate strategie sufficienti per affrontare problemi cruciali come la non autosufficienza, e senza un deciso intervento programmatorio il rischio è di compromettere l’equilibrio complessivo del SSN.

MANCANZA DI PROGRAMMAZIONE DELLE RISORSE UMANE E DELL’OFFERTA SANITARIA

L’Italia si trova a fronteggiare una crisi demografica che incide direttamente sulla disponibilità di personale sanitario. Negli ultimi decenni sono nati 4 milioni di persone in meno e, parallelamente, l’aspettativa di vita è aumentata di 17 anni. Entro pochi anni gli over 65 raggiungeranno quota 19 milioni, cinque in più rispetto a oggi, passando dal 24% al 35% della popolazione. Si tratta di una fascia molto fragile: il 56% degli over 65 convive con due o più patologie croniche, percentuale che sale al 63% tra chi ha un basso livello di istruzione.

Questa dinamica porta a un calo atteso della popolazione attiva pari a 7,7 milioni di persone (-26%), con una conseguente contrazione del PIL stimata attorno al 17% a parità di altre condizioni. È quindi evidente quanto una corretta programmazione delle risorse umane rappresenti una priorità imprescindibile.

SQUILIBRI PROFESSIONALI IN AUMENTO

La distribuzione delle professioni sanitarie in Italia presenta squilibri significativi. Il nostro Paese ha il numero più alto di medici in Europa rispetto a Francia, Regno Unito, Germania e Spagna, ma allo stesso tempo condivide con quest’ultima il primato negativo del minor numero di infermieri.

Per il prossimo anno accademico, il bando per Medicina prevede 24.000 posti, a fronte di oltre 53.000 domande (domande/posti a semestre filtro). Nel campo infermieristico, invece, i posti sono 20.400 a fronte di 17.200 richieste, mentre per fisioterapia il divario è ancora più evidente: 2.700 posti disponibili e quasi 18.000 domande. Questi numeri confermano un disallineamento tra offerta formativa ed esigenze reali del sistema sanitario.

INVECCHIAMENTO E ASSISTENZA AGLI ANZIANI

L’invecchiamento della popolazione rende sempre più urgente definire un modello di cura sostenibile. La non autosufficienza continua a crescere: nel 2023 gli over 65 assistiti nelle RSA o in strutture sociosanitarie accreditate rappresentano l’8%, con un incremento del 4% rispetto al 2019.

Gli anziani più fragili sono anche i maggiori utilizzatori di risorse e richiedono competenze professionali specifiche. Un segnale positivo arriva dall’assistenza domiciliare integrata, aumentata del 43% dal 2019 al 2023, anche se il numero di ore per paziente si è leggermente ridotto (da 16 a 14).

Resta però irrisolta la questione della presa in carico nelle Case di Comunità: non è ancora chiaro come verranno gestiti gli anziani non autosufficienti né quali professionisti saranno coinvolti stabilmente.

LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICO-FINANZIARIA DEL SSN

Analizzando la spesa sanitaria complessiva in rapporto al PIL, l’Italia si colloca stabilmente in fondo alla classifica europea: 8,4% contro il 9,2% della Spagna, l’11% del Regno Unito, l’11,5% della Francia e l’11,7% della Germania. È improbabile che nei prossimi anni si registrino aumenti significativi del finanziamento al SSN.

Nonostante tra il 2019 e il 2024 vi siano stati incrementi di risorse, gran parte di questi è stata assorbita dall’inflazione. Vi è un equilibrio sostanziale tra spesa sanitaria pubblica corrente e disavanzo. Aumentano le risorse, dal 2019 al 2024, sebbene tali incrementi vengano in buona parte neutralizzati dai meccanismi inflattivi.

Se da un lato il sistema ha consolidato nel tempo la capacità di allineare risorse disponibili e spesa sanitaria pubblica e privata, dall’altro non ha prodotto incentivi all’aumento dell’efficienza né alla trasformazione dei servizi (attivare processi riallocativi tra setting, discipline e professioni).

CONSUMI PRIVATI IN SANITÀ

La spesa sanitaria privata continua a rappresentare una componente strutturale del sistema italiano, attestandosi nel 2024 al 25% della spesa sanitaria complessiva. All’interno di questa quota si nota un aumento della spesa intermediata (assicurazioni, fondi) a discapito di quella pagata direttamente dai cittadini, che scende di 1,1 miliardi, mentre quella intermediata cresce di 0,5 miliardi.

Rispetto a molti Paesi europei, in Italia la crescita della spesa sanitaria pubblica e privata è più contenuta. Oggi le principali voci della spesa privata riguardano servizi ambulatoriali (53,3%), servizi ospedalieri (12,6%) e beni sanitari (33,9%). I cittadini sono sempre più attenti al rapporto qualità-prezzo e all’accessibilità delle prestazioni.

Sul fronte delle rinunce alle cure, l’ISTAT aveva rilevato che 5 milioni di italiani avevano rinunciato a prestazioni sanitarie per liste d’attesa, problemi economici o difficoltà logistiche. Una rilettura più precisa dei comportamenti, fatta da Eurostat, però riduce la stima: solo 1 milione di persone ha dichiarato di aver rinunciato a cure di cui aveva realmente bisogno nel momento in cui il problema di salute si manifestava.

ASPETTATIVA E QUALITÀ DI VITA

L’Italia mantiene livelli elevati di aspettativa di vita rispetto al contesto europeo, ma peggiora per quanto riguarda la speranza di vita in buona salute alla nascita. Le differenze territoriali restano marcate: tra la Provincia Autonoma di Bolzano (69,7 anni) e la Calabria (53,4 anni) la distanza nella speranza di vita in buona salute alla nascita raggiunge 16,3 anni.
Un divario che riflette disuguaglianze socioeconomiche e di accesso ai servizi.

100 milioni di immagini oculari per una AI medica unica al mondo

Un consorzio internazionale lancia un modello “foundation” di intelligenza artificiale in oftalmologia, addestrato su dati globali per garantire equità e performance

C’è un momento in cui una semplice fotografia della retina diventa molto più di un’immagine: diventa la porta di accesso a un modello di intelligenza artificiale capace di apprendere da milioni di osservazioni e di adattarsi a numerose applicazioni cliniche. Questo è il campo d’azione di Global RETFound, l’iniziativa che unisce oltre 100 gruppi di ricerca in più di 65 Paesi, con l’obiettivo di costruire un modello di IA di base (foundation model) nella medicina.

Un foundation model è un tipo di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di dati diversificati e non etichettati, capace poi di essere adattato a una vasta gamma di compiti successivi: dalla visione artificiale alla diagnosi automatizzata, dalla classificazione delle immagini alla previsione del rischio. Nel caso di Global RETFound, l’addestramento avverrà su oltre 100 milioni di immagini a colori del fondo oculare, raccolte da ogni continente tranne l’Antartide. 

Il progetto è guidato dalla National University of Singapore (NUS), dal  Moorfields Eye Hospital di Londra, dal University College London (UCL) e dalla Chinese University of Hong Kong (CUHK)

“Gli attuali modelli di base sono addestrati su dati geograficamente e demograficamente ‘limitati’, il che ne circoscrive  l’efficacia e può perpetuare le disuguaglianze sanitarie esistenti”, ha spiegato il dottor Yih Chung Tham, della NUS. “Il Global RETFound Consortium affronta questa sfida consentendo un’ampia partecipazione internazionale su una scala senza precedenti, mantenendo al contempo la protezione della privacy dei dati”.

Per renderlo equo e accessibile anche ai Paesi con minori risorse, il consorzio ha adottato una struttura flessibile:

  • i partner dotati di infrastrutture avanzate possono addestrare il modello localmente e inviare soltanto i “pesi” aggiornati;
  • i centri con capacità limitate possono contribuire tramite piattaforme sicure e dati anonimizzati.

In questo modo, il modello potrà riconoscere con maggiore precisione condizioni come retinopatia diabetica, glaucoma, degenerazione maculare e individuare correlazioni utili a stimare il rischio di malattie cardiovascolari. Importante anche il risparmio economico complessivo: la condivisione del processo riduce sensibilmente i costi di sviluppo dell’IA per i sistemi sanitari con meno risorse.

La versione finale di Global RETFound sarà resa disponibile con licenza open-access per uso non commerciale, offrendo agli istituti di tutto il mondo uno strumento avanzato — e finalmente rappresentativo — per la diagnosi e la ricerca medica. Un passo decisivo verso una sanità più inclusiva, trasparente e collaborativa.