Dry Eye: uno studio sugli organoidi delle ghiandole lacrimali rivela il ruolo chiave dell’autofagia 

ghiandole lacrimali

Un nuovo studio pubblicato nel dicembre 2025 accende i riflettori su un possibile meccanismo alla base della sindrome dell’occhio secco, grazie allo sviluppo di ghiandole lacrimali umane riprodotte in laboratorio. La ricerca offre una prospettiva inedita: osservare la malattia non solo attraverso i sintomi, ma direttamente nei processi cellulari che ne determinano l’insorgenza. 

Cos’è la sindrome dell’occhio secco e perché è così diffusa 

La sindrome dell’occhio secco (Dry Eye Disease, DED) è una condizione sempre più comune. Si manifesta con sintomi come bruciore, arrossamento, sensazione di corpo estraneo e affaticamento visivo, che possono compromettere attività quotidiane come la lettura o l’uso di dispositivi digitali.  

Alla base del disturbo c’è un’alterazione del film lacrimale, essenziale per proteggere e nutrire la superficie oculare. Questo equilibrio dipende in parte dalla corretta funzionalità delle ghiandole lacrimali, responsabili della produzione della componente acquosa delle lacrime. 

Dallo studio sugli organoidi alle nuove prospettive terapeutiche 

Proprio sulle ghiandole lacrimali si è concentrato il lavoro del team guidato da Sovan Sarkar dell’Università di Birmingham (Regno Unito), che ha sviluppato organoidi (ovvero degli organi sviluppati in laboratorio) a partire da cellule staminali embrionali umane.  In questo studio, in particolare hanno replicato con grande precisione struttura e funzione della ghiandola lacrimale, inducendo però una modificazione genetica che impediva un processo biochimico fondamentale delle cellule, l’autofagia, per valutare il suo impatto sulla funzione lacrimale. 

In questi mini-organi si è potuto osservare che, quando questo meccanismo viene compromesso, le cellule accumulano componenti danneggiati, perdono funzionalità e sono più soggette a morte cellulare, con conseguente riduzione e alterazione della qualità del film lacrimale, condizioni caratteristiche della sindrome dell’occhio secco. 

I ricercatori hanno anche valutato se fosse possibile sostenere queste ghiandole lacrimali danneggiate utilizzando due molecole: nicotinammide mononucleotide (NMN) e melatonina. La prima è una sostanza che aiuta le cellule a produrre energia e a mantenersi in salute, mentre la seconda è nota soprattutto per regolare il sonno, ma ha anche effetti protettivi sulle cellule. 

Negli organoidi con autofagia compromessa, la molecola NMN ha aiutato le cellule a recuperare energia, ridurre l’accumulo di componenti danneggiati e migliorare la sopravvivenza. Questo ha permesso alle ghiandole di produrre proteine lacrimali in maniera più simile alle ghiandole sane. La melatonina invece, pur agendo in modo diverso, ha favorito la secrezione di queste proteine, contribuendo al corretto funzionamento delle ghiandole. 

Questi risultati suggeriscono che molecole come NMN e melatonina non solo aiutano le cellule a sopravvivere, ma possono anche ripristinare alcune delle funzioni chiave delle ghiandole lacrimali, aprire la strada a nuovi trattamenti più mirati ed efficaci per il trattamento della sindrome dell’occhio secco. 

FONTE: A hidden cellular breakdown may be driving dry eye disease, Science Daily 

Kocak G, Korsgen ME, Amores LF, et al. Autophagy is required for the development and functionality of lacrimal gland-like organoids. Stem Cell Reports. 2026;21(1):102744. doi:10.1016/j.stemcr.2025.102744  

Scopri l’ecografia oculare bulbare e orbitaria

ecografia oculare

L’ecografia oculare, che comprende la valutazione bulbare e orbitaria, è un esame diagnostico non invasivo che utilizza ultrasuoni per studiare in modo accurato sia le strutture interne del bulbo oculare sia i tessuti dell’orbita. La componente bulbare consente di analizzare retina, vitreo, cristallino e coroide, mentre quella orbitaria permette di valutare strutture come il nervo ottico e i muscoli extraoculari.

L’ecografia oculare è particolarmente utile quando non è possibile osservare direttamente il fondo oculare, ad esempio in presenza di cataratta o emorragie, e trova impiego nella diagnosi e nel monitoraggio di numerose patologie oculari e orbitarie.

Rapida, indolore e senza preparazione, può essere eseguita con diverse modalità (A-scan e B-scan). Una variante ad alta risoluzione, l’UBM, consente inoltre uno studio dettagliato del segmento anteriore, risultando fondamentale soprattutto nella valutazione del glaucoma.

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Piccoli indizi nelle lacrime: segnali preziosi per cervello e occhi 

lacrime

Le lacrime non servono solo a proteggere e lubrificare gli occhi. Si tratta di un fluido apparentemente semplice, spesso associato alle emozioni o a piccoli fastidi oculari, ma in realtà molto complesso dal punto di vista biologico. 

Infatti, sempre più ricerche dimostrano che le lacrime possono diventare una vera e propria “finestra” sulla salute dell’organismo, e offrire informazioni preziose non solo sulle malattie oculari, ma anche su quelle di altri distretti del corpo. 

Come sono fatte le lacrime 

Per capire perché questo fluido sia così importante, è utile partire dalla sua composizione. Non si tratta solo di acqua: al suo interno si trova un equilibrio raffinato di sostanze che lavorano insieme per proteggere e mantenere in salute la superficie oculare. Oltre alla componente acquosa, infatti, le lacrime contengono proteine, enzimi con funzione difensiva, lipidi che limitano l’evaporazione e mucine che aiutano il film lacrimale ad aderire uniformemente all’occhio. 

Questa struttura complessa è fondamentale per garantire una visione nitida e per difendere l’occhio da agenti esterni, come batteri e particelle irritanti. Quando l’equilibrio del film lacrimale si altera, possono comparire disturbi come secchezza, bruciore o visione offuscata. Proprio perché così ricche di componenti biologiche, le lacrime non svolgono solo una funzione protettiva, ma possono anche riflettere ciò che accade nei tessuti oculari e, più in generale, nell’organismo

Le vescicole extracellulari: messaggeri invisibili 

All’interno delle lacrime sono presenti anche minuscole particelle chiamate vescicole extracellulari, diventate negli ultimi anni oggetto di crescente interesse scientifico. Si tratta di piccolissime strutture rilasciate dalle cellule, che trasportano molecole come proteine e materiale genetico e funzionano come veri e propri messaggeri biologici

La loro importanza è legata al fatto che proteggono il contenuto che trasportano e rispecchiano lo stato di salute delle cellule da cui provengono. Analizzarle significa quindi poter raccogliere informazioni preziose in modo semplice e non invasivo. Ma c’è di più: queste vescicole sono in grado di attraversare barriere molto selettive, come quella tra sangue e cervello o quella tra sangue e retina. Questo significa che le lacrime possono contenere segnali utili per decifrare non solo di malattie oculari, ma anche di processi che coinvolgono il sistema nervoso, comprese alcune patologie neurodegenerative. 

Verso diagnosi più precoci e meno invasive 

Il gruppo IVECAT (Innovation in Vesicles and Cells for Application in Therapy) dell’Istituto di Ricerca Germans Trias i Pujol, un team specializzato nello studio delle vescicole extracellulari e dei loro potenziali biomarcatori, è uno dei gruppi di studio che sta studiando le lacrime come strumento innovativo per monitorare la salute dell’occhio e dell’organismo in generale. Tradizionalmente la raccolta di fluidi oculari come l’umor acqueo o il corpo vitreo richiede procedure complesse e invasive, limitando il loro utilizzo nella pratica clinica quotidiana. Le lacrime, invece, possono essere raccolte facilmente, in modo rapido e senza disagio per il paziente, e rappresentano così un’alternativa molto promettente per individuare biomarcatori precoci di malattia. 

Le ricerche del gruppo hanno evidenziato il ruolo centrale delle vescicole extracellulari presenti nel liquido lacrimale nel suggerire un potenziale collegamento con malattie neurodegenerative, come morbo di Alzheimer e di Parkinson, Sclerosi Multipla e Glaucoma e per alcuni tipi di tumori. 

In collaborazione con il Dipartimento di Oftalmologia dell’Ospedale Universitario Germans Trias i Pujol, il team ha pubblicato una revisione che sintetizza oltre cento studi sull’uso delle vescicole derivate dalle lacrime come biomarcatori, sottolineando sia i vantaggi sia le sfide ancora aperte, come la standardizzazione dei protocolli di raccolta e analisi dei campioni. 

Nonostante il settore di ricerca sia ancora agli inizi, i risultati indicano un grande potenziale: le lacrime potrebbero diventare uno strumento efficace per la diagnosi precoce e il monitoraggio delle malattie oculari, e aprire nuove possibilità nella comprensione delle patologie neurodegenerative e neoplastiche. L’impegno dei ricercatori del gruppo IVECAT rappresenta dunque un passo fondamentale verso terapie più mirate, medicina predittiva d’avanguardia e una diagnostica sempre meno invasiva

FONTE: Tears could open new avenue for diagnosing and monitoring eye and neurodegenerative diseases, medicalxpress.com  

Sanroque-Muñoz M, Garcia SG, Pan L, et al. Tear-derived extracellular vesicles as diagnostic biomarkers for ocular and neurodegenerative diseases: opportunities and challenges. Extracell VesiclesCirc Nucl Acids. 2025;6(3):609-625. Published 2025 Sep 30. doi:10.20517/evcna.2025.72 

Scopri la Neuropatia ottica ischemica anteriore (NOIA) e come si manifesta

neuropatia ottica ischemica anteriore

La neuropatia ottica ischemica anteriore (NOIA) è una patologia oculare acuta che provoca una perdita improvvisa e indolore della vista, dovuta a una riduzione del flusso sanguigno al nervo ottico. Colpisce soprattutto persone sopra i 50 anni e si manifesta spesso al risveglio, interessando generalmente un solo occhio.

Esistono due forme: la non arteritica, più comune, associata a fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, diabete e fumo; e la arteritica, legata a una malattia infiammatoria dei vasi (arterite a cellule giganti), che richiede un trattamento urgente.

La diagnosi si basa su esami oculistici e, nei casi sospetti, su analisi del sangue. Il trattamento varia a seconda della forma, ma è sempre fondamentale intervenire precocemente e controllare i fattori di rischio.

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Fori maculari: uno studio di Shanghai mostra come la membrana amniotica può favorirne la riparazione 

fori maculari

La macula è una piccola area della retina, responsabile della visione centrale e della capacità di svolgere attività quotidiane come leggere o riconoscere i volti. Proprio per il suo ruolo così delicato, anche alterazioni di dimensioni ridotte possono avere un impatto significativo sulla qualità della vista. 

Tra le patologie che possono colpirla, il foro maculare rappresenta una condizione particolarmente rilevante, soprattutto quando raggiunge dimensioni elevate. Si tratta di un’interruzione del tessuto retinico nella sua porzione centrale, che compromette la visione in modo progressivo. 

Dalla ricerca alla sala operatoria: un’innovazione da Shanghai 

Un contributo significativo in questo ambito arriva dall’Eye & ENT Hospital of Fudan University, centro di riferimento internazionale per la cura e la ricerca in oftalmologia, parte della Fudan University, in collaborazione con lo Shanghai Key Laboratory of Visual Impairment and Restoration, un laboratorio impegnato nello studio dei meccanismi alla base della perdita della vista e nello sviluppo di nuove strategie per il recupero visivo. 

Proprio dall’integrazione tra esperienza clinica e ricerca nasce una nuova tecnica chirurgica, pensata per trattare i fori maculari più complessi, anche dove le procedure tradizionali spesso non sono sufficienti. 

Come funziona la nuova tecnica per i fori maculari 

I chirurghi dello Eye & ENT Hospital of Fudan University hanno messo a punto una procedura innovativa chiamata impianto sotto retinico di membrana amniotica, che sfrutta le proprietà rigenerative e antinfiammatorie della membrana amniotica, già impiegata in diversi ambiti della medicina rigenerativa. 

L’elemento distintivo della tecnica riguarda gli strumenti chirurgici utilizzati. Per ottenere innesti circolari di dimensioni precise, adattati al foro maculare del paziente, i chirurghi hanno modificato dei punch corneali, strumenti normalmente impiegati nella chirurgia corneale. I piccoli “tappi” così creati vengono poi posizionati sotto la retina, nell’area del foro, durante l’intervento di vitrectomia. 

Lo scopo della procedura è duplice: offrire un sostegno strutturale per facilitare la chiusura della lesione, stimolare i naturali processi di riparazione della retina, e aumentare le possibilità di recupero visivo anche nei casi più complessi. 

I risultati preliminari ottenuti con questa procedura sono particolarmente promettenti. Nelle prime otto persone trattate, tutti i fori maculari si sono chiusi entro sei mesi dall’intervento. Oltre al successo anatomico, è stato osservato un miglioramento significativo della funzione visiva, senza complicanze intraoperatorie o postoperatorie rilevanti, come danni retinici o reazioni avverse al tessuto impiantato. Questi dati suggeriscono che l’impianto sotto retinico di membrana amniotica, realizzato con i punch corneali modificati, possa rappresentare un’opzione sicura ed efficace anche nei casi più complessi. 

In un ambito in cui i risultati non sono sempre prevedibili, innovazioni di questo tipo contribuiscono a migliorare le prospettive di cura e la qualità della vita dei pazienti, e a mostrare come le scoperte scientifiche possano tradursi in nuovi trattamenti efficaci per la pratica clinica. 

Fonte: Subretinal Implantation of a Human Amniotic Membrane Plug Prepared Using a Modified Corneal Punch Technique For The Treatment of Large Full-Thickness Macular Holes, Retinal Journal 

Cellule staminali, tra ricerca e inganni: l’allerta del Ministero della Salute sulle false cure 

cellule staminali

Le cellule staminali sono al centro di importanti studi scientifici e rappresentano una prospettiva concreta per il futuro della medicina, inclusa l’oftalmologia. Tuttavia accanto ai progressi della ricerca si moltiplicano informazioni fuorvianti e proposte terapeutiche non validate. Per questo le istituzioni sanitarie richiamano l’attenzione sulla necessità di distinguere tra trattamenti supportati da evidenze scientifiche e pratiche non autorizzate. 

Disinformazione e cure non autorizzate per le cellule staminali: i rischi per i pazienti  

Il Ministero della Salute evidenzia la crescente diffusione di presunti trattamenti a base di cellule staminali presentati come risolutivi. Queste cure miracolose sono spesso promosse online o tramite cliniche private, talvolta all’estero, e possono richiedere ingenti somme di denaro.  

Secondo le indicazioni istituzionali, uno degli elementi più critici è la promessa di risultati straordinari per patologie molto diverse tra loro, un approccio incompatibile con la medicina basata sulle evidenze. IlMinistero richiama l’attenzione anche sul fatto che molte informazioni rientrano nel fenomeno delle fake news sanitarie, che contribuiscono a creare aspettative irrealistiche nei pazienti. 

Anche l’Agenzia Italiana del Farmaco sottolinea che questi trattamenti alimentano un vero e proprio mercato che sfrutta la vulnerabilità di persone affette da malattie gravi o prive di cure efficaci.  

Come riconoscere i rischi e proteggersi dalle fake news 

Il Ministero della Salute e l’Agenzia Italiana del Farmaco invitano i cittadini a prestare particolare attenzione ad alcuni segnali tipici delle false terapie.  

Tra questi: 

  • l’assenza di studi clinici pubblicati 
  • l’uso di testimonianze emotive al posto di dati scientifici 
  • la proposta di trattamenti sperimentali al di fuori di percorsi autorizzati 

Un punto fondamentale riguarda lo stato reale della ricerca. Le terapie a base di cellule manipolate, incluse le cellule staminali, sono veri e propri farmaci, i cosiddetti Prodotti Medicinali di Terapia Avanzata (ATMP), e come tali devono essere autorizzati e controllati da enti regolatori come l’Agenzia Europea per i Medicinali.  

Attualmente sono pochissime le terapie approvate. Nella maggior parte dei casi si tratta di trattamenti con cellule geneticamente modificate prelevate dallo stesso paziente, utilizzati per specifiche patologie, tra cui alcune malattie genetiche e particolari condizioni oculari. 

Inoltre, nella grande maggioranza dei casi, i medicinali a base di cellule staminali sono ancora in fase di studio e possono essere utilizzati solo nell’ambito di sperimentazioni cliniche autorizzate e controllate. Non esistono terapie legali a base di cellule staminali manipolate che possano essere effettuate a domicilio, e la loro somministrazione richiede strutture ospedaliere altamente qualificate e accreditate. Per questo è fondamentale diffidare di chi propone interventi invasivi, come iniezioni o prelievi, al di fuori dei centri autorizzati.  

Per tutelarsi, le istituzioni raccomandano di confrontarsi sempre con il proprio medico. 

Oggi affidarsi a fonti ufficiali e verificate rappresenta la strategia più efficace per proteggersi ed evitare rischi per la propria salute, compiendo scelte consapevoli e informate. 

FONTE: Cellule staminali, come proteggersi dalle false “cure miracolose”, Ministero della Salute 

Come difendersi dalle false cure miracolose: le raccomandazioni di AIFAAifa 

Scopri cosa è la trabeculectomia 

trabeculectomia

La trabeculectomia è un intervento chirurgico utilizzato per trattare il glaucoma, una condizione in cui l’aumento della pressione oculare danneggia il nervo ottico e il campo visivo. Quando i farmaci non sono più sufficienti a controllare la pressione, la chirurgia diventa necessaria per evitare danni irreversibili alla vista. 

L’intervento di trabeculectomia consiste nella rimozione di una piccola porzione di tessuto oculare, creando una via di deflusso per l’umore acqueo, riducendo così la pressione intraoculare. Sebbene efficace, la trabeculectomia comporta alcuni rischi, come infezioni o un abbassamento eccessivo della pressione, ma la maggior parte delle complicanze è gestibile e temporanea. 

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“Making Fashion Accessible”: il progetto che ha reso accessibile la London Fashion Week anche alle persone con disabilità visiva 

fashion week

La moda, soprattuto durante le varie Fashion Week, è spesso considerata un’esperienza esclusivamente visiva. Sfilate, colori, tessuti e silhouette nascono principalmente per essere osservati, ma cosa accade quando a partecipare sono persone cieche o ipovedenti? 

Alla recente edizione della London Fashion Week, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla moda, alcuni stilisti hanno provato a rispondere a questa domanda sperimentando nuovi modi di rendere le sfilate più accessibili, con un obiettivo semplice ma significativo: permettere anche alle persone con disabilità visiva di vivere l’esperienza della moda in modo più completo. 

Il progetto “Making Fashion Accessible” 

Tra le promotrici delle iniziative che stanno rendendo le sfilate di moda più accessibili anche alle persone cieche e ipovedenti c’è Anna Cofone, esperta di hairstyling per editoriali ed affermata a livello internazionale, che negli anni ha lavorato con numerosi stilisti e con artisti del mondo della musica e dello spettacolo, come Dua Lipa e Lana Del Rey. Cofone porta avanti un progetto per l’inclusione delle persone cieche e ipovedenti, nato dal contatto diretto con la realtà di suo padre, che era cieco. 

Infatti partendo proprio dalla sua esperienza quotidiana, Anna si è resa conto di quanto l’estetica e la cura della propria immagine possano avere un valore importante per l’autonomia e per il benessere individuale, anche quando la vista viene meno. Da questa consapevolezza è nato “Making Fashion Accessible”, un’iniziativa che mira a rendere il mondo della moda più aperto e fruibile per le persone cieche e ipovedenti. 

In cosa consiste l’iniziativa di Anna Cofone 

Durante alcune sfilate della London Fashion Week, l’idea dell’hairstyling italiana si è concretizzata attraverso un format pensato per rendere l’evento più accessibile. Prima dell’inizio della passerella, piccoli gruppi di ospiti ciechi e ipovedenti sono stati invitati a incontrare i designer e ad esplorare i capi della collezione. 

Gli abiti sono stati presentati uno per uno e i partecipanti hanno potuto toccarne i materiali, le cuciture e le lavorazioni, percependo così dettagli che normalmente vengono trasmessi solo attraverso la vista. In questo modo, il tatto è diventato lo strumento principale per comprendere forme, volumi e texture. 

Tra gli artisti che hanno aderito all’iniziativa c’è stato anche Chet Lo, stilista e designer americano noto per le sue creazioni tridimensionali e dalle texture complesse. Lo ha guidato personalmente il gruppo, svelando colori, tagli e ispirazione dei modelli mentre i partecipanti li esploravano con le mani. 

Quando la sfilata è iniziata, l’esperienza è proseguita con descrizioni audio dal vivo che accompagnavano il passaggio dei modelli in passerella, raccontando silhouette, movimento dei tessuti e combinazioni di colori e materiali. 

Grazie a questa combinazione di tocco, narrazione e osservazione diretta, i partecipanti hanno potuto costruire una rappresentazione mentale dei capi. La passerella, così, non è stata più soltanto uno spettacolo visivo, ma un’esperienza multisensoriale

Grazie al progetto “Making Fashion Accessible”, anche il settore della moda, tradizionalmente legato all’immagine, può aprirsi a nuove forme di accessibilità. Rendere questi contesti più inclusivi significa riconoscere che la cultura, in tutte le sue forme, deve poter essere condivisa da tutti, promuovendo partecipazione, autonomia e pari opportunità anche per le persone con disabilità visiva. 

Fonte: 
The Guardian, “Touch, sound and style: how London Fashion Week is opening up to visually impaired guests”, 1 marzo 2026. 

La microperimetria: scopri l’esame fondamentale per la salute della macula 

microperimetria

La microperimetria retinica è un esame diagnostico che permette di valutare con grande precisione la funzionalità della parte centrale della retina, chiamata macula, responsabile della visione più nitida, e dei dettagli. 

Durante l’esame vengono proiettati stimoli luminosi di diversa intensità in punti specifici della retina: il paziente segnala quando li percepisce e lo strumento crea una mappa della sensibilità retinica, misurata in decibel. 

La microperimetria consente inoltre di analizzare la fissazione, cioè il punto della retina utilizzato per guardare un oggetto, fornendo informazioni utili anche nei casi di riduzione della vista. 

È un esame non invasivo e indolore, utilizzato soprattutto nello studio delle patologie maculari, nel monitoraggio dei trattamenti e nei programmi di riabilitazione visiva per i pazienti ipovedenti. 

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Riduzione della vista e cecità: una sfida globale sottovalutata 

Cecità e riduzione della vista: una sfida globale troppo sottovalutata 

I problemi alla vista colpiscono miliardi di persone nel mondo, ma la disparità di accesso aure efficaci compromette salute, autonomia e qualità della vita

La vista è una risorsa fondamentale in ogni fase della vita, dall’infanzia all’età adulta, e ci permette di studiare, lavorare e partecipare alla vita sociale. Infatti, è proprio attraverso la capacità visiva che esploriamo il mondo, impariamo, ci relazioniamo e prendiamo decisioni quotidiane. Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), almeno 2,2 miliardi di persone nel mondo convivono con una riduzione della vista, da vicino o da lontano. 

Circa la metà delle malattie oculari potrebbe essere evitata se tutti avessero accesso a cure e strumenti adeguati. Questi numeri evidenziano profonde disuguaglianze nell’accesso alla diagnostica, alle cure, all’informazione e ai servizi, che colpiscono soprattutto le popolazioni più vulnerabili. 

È necessario riconoscere la visione e la prevenzione oculare come diritti fondamentali di salute pubblica, non come privilegi riservati soltanto a chi può permettersi cure e strumenti adeguati. Tuttavia, in molti Paesil’assistenza sanitaria non è alla portata di chi ne ha bisogno.  

Anche gli strumenti più semplici non sono sempre accessibili: occhiali e chirurgia della cataratta

L’OMS stima che, nei Paesi a basso reddito, due persone su tre che necessitano di occhiali non vi abbiano accesso, e che una persona su due che necessita di chirurgia della cataratta non possa beneficiarne.  La riduzione della vista non corretta genera una perdita di produttività molto più alta dei costi necessari per fornire interventi preventivi e trattamenti efficaci. Dunque investire nella prevenzione e nella cura della vista non rappresenta soltanto un dovere etico, ma anche la possibilità di garantire un servizio sanitario più duraturo ed efficiente.  Per affrontare questa sfida, l’OMS suggerisce di adottare un approccio integrato alla salute oculare, che metta al centro la persona e garantisca continuità tra prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. È importante rafforzare i sistemi sanitari in modo che l’assistenza oculistica sia accessibile, coordinata e sostenibile, migliorando l’offerta di servizi e le competenze degli operatori. Allo stesso tempo, occorre aumentare la consapevolezza della popolazione attraverso campagne informative ed educative, per favorire la prevenzione e l’accesso tempestivo alle cure. 

Diverse strategie già delineate nel World Report on Vision del 2019 e nel modello di assistenza oculare integrata e centrata sulla persona puntano a rafforzare i sistemi sanitari e a garantire entro il 2030 cure adeguate a centinaia di milioni di persone oggi prive di accesso, attraverso prevenzione, diagnosi precoce, trattamenti, riabilitazione e promozione della salute oculare. Tra le strategie principali si segnalano l’integrazione della salute oculare nei sistemi di copertura sanitaria universale, l’adozione del modello Integrated People‑Centred Eye Care (IPEC) per garantire continuità e coordinamento dei servizi, il rafforzamento della capacità e della formazione degli operatori sanitari, e campagne di sensibilizzazione per aumentare consapevolezza, prevenzione e accesso tempestivo alle cure. 

In un contesto globale in cui le popolazioni invecchiano rapidamente, le conseguenze della riduzione della vista, come l’isolamento sociale, minori opportunità lavorative e di apprendimento, e la perdita di autonomia negli anziani, diventano sempre più rilevanti, e rendono la salute visiva una priorità non solo clinica, ma anche sociale ed economica.