OMS: vittoria contro il tracoma

Pozzo realizzato grazie alla IAPB Italia onlus in una regione rurale dell'Etiopia per prevenire il tracoma (2008)

Le persone a rischio si sono ridotte da 2 miliardi a 142 milioni, con una diminuzione del 91% tra il 2002 e il 2019. Però la malattia oculare tropicale è ancora endemica in 44 Paesi

Foto OMS-RTI International-by Nabin Baral (WHO)
Foto OMS-RTI International-by Nabin Baral (WHO)

L’OMS canta vittoria contro il tracoma, una malattia infettiva oculare che può causare perdita della vista, facendo riferimento a una riduzione del 91% delle persone a rischio in quasi 20 anni: sono passate da 2 miliardi nel 2002 a 142 milioni nel 2019. Questi numeri sono stati citati il 27 giugno 2019 a Maputo (Mozambico) in occasione del 22° meeting internazionale dedicato all’eliminazione di questa patologia tropicale (Global Elimination of Trachoma by 2020-GET2020).

A Maputo si sono riuniti circa 180 specialisti provenienti da ogni parte del mondo. Si è detto che il numero di persone che necessitano d’intervento chirurgico per l’ultimo stadio del tracoma (trachomata trichiasis) si è ridotto significativamente, passando da 7,6 milioni del 2002 a 2,5 milioni del 2019 (-68%).

180 specialisti al meeting dell’OMS (Maputo, 27 giugno 2019) (Foto WHO)
180 specialisti al meeting dell’OMS (Maputo, 27 giugno 2019) (Foto WHO)

Il tracoma è una malattia che – precisa l’Organizzazione Mondiale della Sanità –, nonostante i progressi registrati, resta endemica in 44 Paesi: si stima che abbia causato cecità o ipovisione a circa 1,9 milioni di persone nel periodo considerato.

Lo studio della sua distribuzione è stato completato, in modo tale da poterlo controllare meglio grazie ai seguenti mezzi: 1) chirurgia per la trichiasi (le palpebre si rigirano verso l’interno e le ciglia finiscono col graffiare la cornea, causando infezioni); 2) impiego di antibiotici per combattere l’infezione; 3) pulizia del viso; 4) miglioramento delle condizioni ambientali per ridurre il rischio di contagio (acqua potabile, ecc.).

Il tracoma è causato da un’infezione veicolata da un batterio (Chlamydia trachomatis) che coinvolge la congiuntiva e la cornea. Solo nel 2018 sono stati trattati 146.112 casi di trichiasi e sono stati somministrati antibiotici contro questa malattia oculare a oltre 90 milioni di persone.

Anche la IAPB Italia onlus ha dato un suo contributo, realizzando 113 pozzi d’acqua potabile in una zona povera rurale dell’Etiopia chiamata Amhara (approfondisci).

“Eliminare il tracoma contribuisce alla salute oculare e alla qualità della vita delle persone più povere e svantaggiate in tutto il mondo e ci avvicina di più alla copertura sanitaria universale”, ha affermato il dott. Mwelecele Ntuli Malecela, direttore del Dipartimento dell’OMS per il controllo delle malattie tropicali dimenticate. “Liberare il mondo da questa malattia dolorosa e debilitante è reso possibile grazie a generose donazioni di un antibiotico come l’azitromicina”.

Scott McPherson, presidente della Coalizione internazionale per il controllo del tracoma, ha affermato invece:

Eliminare il tracoma dà un beneficio immediato nel preservare la vista delle persone a rischio. Però il lavoro per combattere il tracoma ha richiesto la creazione di partnership innovative, che contribuiranno a garantire che le persone più lontane ed emarginate non vengano lasciate indietro man mano che vengono rafforzati i servizi sanitari, [che divengono sempre] più completi.

Fonti principali: WHO, IAPB

Centri urbani meno sani

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Il 2 luglio 2019 si è celebrata la seconda Giornata nazionale per la salute e il benessere in città, laddove è maggiore il rischio di diabete e obesità

benessere-city-grafica-2019.jpgNei centri urbani ci sono più opportunità, ma la qualità della vita è tendenzialmente peggiore. Il 2 luglio 2019 si è celebrata la Giornata nazionale per la salute e il benessere in città istituita l’anno precedente. Suo obiettivo è contrastare la crescita delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, importanti problemi di salute del nostro tempo (vedi anche retinopatia diabetica).

Solo i diabetici in Italia si stima che siano oltre tre milioni mentre i maggiorenni obesi sono oltre uno su dieci; il 40% degli italiani non pratica né sport né altra attività fisica (dati Istat). [[“Affrontare i problemi di salute pubblica, a partire dalla promozione di stili di vita sani, di una corretta alimentazione, dell’attività fisica costante per creare consapevolezza che siamo tutti chiamati all’azione”. È quanto ha auspicato una lettera aperta indirizzata alle autorità nazionali in particolare ai membri del Governo, a senatori e deputati, ai presidenti di Regioni e Province, ai sindaci dei Comuni e ai rettori delle università italiane e ai presidenti dei centri di ricerca nazionali, presentata il 7 maggio 2019 presso la Camera dei Deputati.]]

I numeri del diabete e dell’obesità

Secondo quanto scrive la Federazione Internazionale del Diabete (IDF) circa 425 milioni di adulti (20-79 anni) hanno il diabete ed, entro il 2045, questa cifra arriverà a 629 milioni di persone. A livello mondiale la maggior parte dei diabetici hanno oggi tra i 40 e i 59 anni, ma in un caso su due non sono stati diagnosticati (212 milioni). Ben 352 milioni di persone sono a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 che comunque resta quello più diffuso. Talvolta questa forma si può aggravare e, in questo caso, potrebbe diventare necessaria l’insulina.

I dati epidemiologici nazionali – secondo la Società Italiana di Diabetologia (SID) – suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni anno.
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Secondo l’OMS l’obesità, rispetto al 1975, è quasi triplicata a livello mondiale. Tanto che nel 2016 già si contavano oltre 650 milioni di adulti obesi. Anche l’obesità infantile risulta in crescita, in particolar modo in Italia, dove – scrive l’ISTAT – tra gli adulti il 35,5% è in sovrappeso e il 10,4% è obeso.

Stili di vita sani più in vista

Dunque bisogna correre ai ripari perché, se lo scenario è preoccupante, le prospettive rischiano di essere peggiori. Dunque tutti cittadini e gli amministratori pubblici sono chiamati ad essere parte attiva, mentre associazioni ed istituzioni potranno organizzare autonomamente azioni di sensibilizzazione culturali, sociali, sportive, sanitarie collegate al tema della salute e del benessere urbano. Tutto ciò caratterizza la Giornata promossa da Health City Institute, Cittadinanzattiva, CIA-Agricoltori Italiani, rete delle Città per il cammino e della salute della FIDAL-Federazione Italiana Atletica Leggera e rete Cities Changing Diabetes [[con il patrocinio di Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, ANCI-Associazione Nazionale Comuni d’Italia, Intergruppo parlamentare Qualità di vita nelle città, Unione Provincie Italiane, Coni e Rete Città Sane dell’Organizzazione Mondiale della Sanità]].
Per la seconda Giornata Nazionale per la salute e il benessere nelle città del 2 luglio Enzo Bianco, Vicepresidente del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea, ha spiegato che l’Italia si è fatta parte attiva “per portare la proposta di istituire la Giornata per la salute e il benessere nelle città a livello europeo presso il Comitato delle Regioni dell’UE”.

Il Prof. Andrea Lenzi
Il Prof. Andrea Lenzi

Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute e del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del Consiglio dei ministri, ha ricordato – riferendosi alla crescita di malattie croniche quali diabete e obesità – “che si tratta di un fenomeno strettamente legato all’aumento della popolazione nelle città e che rappresenta oggi il principale rischio per la salute e lo sviluppo dell’uomo”.

Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva, ha dichiarato:

Nell’ultimo decennio, la popolazione mondiale risiedente negli ambiti urbani ha superato il 50 per cento e questo trend è in costante crescita, tanto che le stime dicono che rappresenterà circa il 70 per cento da qui a trent’anni… Questo imponente sviluppo urbano ha modificato profondamente lo stile di vita e trasforma il contesto sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute. Per contrastare questo fenomeno è necessario promuovere politiche che rendano i cittadini partecipi e consapevoli dell’importanza di avere comportamenti più virtuosi, come praticare attività fisica o seguire un’alimentazione corretta.

Fonti principali: Cittadinanza Attiva, IDF, SID, Istat

Prevenire gli effetti del caldo

Il Ministero della Salute pubblica i bollettini sulle ondate di calore. La Croce Rossa ha attivato il numero verde 800-065510

termometro-temperatura_40o-freedigitalphotos.jpgIl caldo attanaglia l’Italia e può mettere a rischio la nostra salute. Cosa si può fare per prevenirne gli effetti negativi? Innanzitutto leggere i bollettini sulle ondate di calore pubblicati dal Ministero della Salute e adottare una serie di accorgimenti (vedi oltre). Inoltre la Croce Rossa Italiana (CRI) mette ora a disposizione un numero verde.

Occhio ai numeri utili

cri_per_le_persone-web-2.jpgNel 2019 la CRI ha attivato un nuovo servizio telefonico per tutte le persone, l’800-065510 (disponibile 24 ore su 24), per l’emergenza caldo e i consigli quotidiani relativi alla salute.

Inoltre per ottenere informazioni esiste anche il numero verde di pubblica utilità 1500 del Ministero della Salute. Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 16.[[Salvo eventuale potenziamento]]

Naturalmente resta sempre valido e utile il numero unico europeo 112 per tutte le emergenze.

Rischio alte temperature, c’è la app

caldo-e-salute-app-360pix.jpgIl sistema ministeriale di monitoraggio delle temperature funziona già in 27 città italiane [[Le città monitorate sono: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona, Viterbo.]]: consente d’individuare le condizioni meteo-climatiche a rischio per la salute, soprattutto nelle persone più vulnerabili (anziani, malati cronici, bambini, donne in gravidanza).

Gli aggiornamenti sono consultabili anche attraverso la app “Caldo e Salute”, realizzata dal Ministero della Salute in collaborazione con il Dipartimento di Epidemiologia del servizio sanitario della Regione Lazio-ASL Roma.[[Disponibile per dispositivi Android su Google Play e per iOS su App Store]]

Consigli utili

Ecco alcuni consigli del Ministero della Salute [[Dispensati già nel 2018]] sui comportamenti da adottare d’estate per proteggersi dal caldo:

  • Non uscire nelle ore più calde: durante le giornate in cui viene previsto un rischio elevato, deve essere ridotta l’esposizione all’aria aperta nella fascia oraria compresa tra le 11.00 e le 18.00.
  • Migliorare l’ambiente domestico e di lavoro: la misura più semplice è la schermatura delle finestre esposte a sud e a sud-ovest con tende e oscuranti regolabili (persiane, veneziane) che blocchino il passaggio della luce, ma non quello dell’aria. Efficace è naturalmente l’impiego dell’aria condizionata che tuttavia va impiegata con attenzione, evitando di regolare la temperatura a livelli troppo bassi rispetto alla temperatura esterna. Una temperatura tra 25-27°C con un basso tasso di umidità è sufficiente a garantire il benessere e non espone a bruschi sbalzi termici rispetto all’esterno. Sono da impiegare con cautela anche i ventilatori meccanici. Accelerano il movimento dell’aria, ma non abbassano la temperatura ambientale. Per questo il corpo continua a sudare: è perciò importante continuare ad assumere grandi quantità di liquidi. Quando la temperatura interna supera i 32°C, l’uso del ventilatore è sconsigliato perché non è efficace per combattere gli effetti del caldo.frutta-donna-sorriso-web.jpg
  • Bere molti liquidi: bere molta acqua e mangiare frutta fresca è una misura essenziale per contrastare gli effetti del caldo. Soprattutto per gli anziani è necessario bere anche se non si sente lo stimolo della sete. Esistono tuttavia particolari condizioni di salute (come l’epilessia, le malattie del cuore, del rene o del fegato) per le quali l’assunzione eccessiva di liquidi è controindicata. Se si è affetti da qualche malattia è necessario consultare il medico prima di aumentare l’ingestione di liquidi. È necessario consultare il medico anche se si sta seguendo una cura che limita l’assunzione di liquidi o ne favorisce l’espulsione.
  • Non bere bevande alcoliche o bevande contenenti caffeina.
  • Fare pasti leggeri: la digestione è per il nostro organismo un vero e proprio lavoro che aumenta la produzione di calore nel corpo.
  • Vestire comodi e leggeri, con indumenti di cotone, lino o fibre naturali (evitare le fibre sintetiche). All’aperto è utile indossare cappelli leggeri e di colore chiaro per proteggere la testa dal sole diretto.
  • In auto, ricordarsi di ventilare l’abitacolo prima di iniziare un viaggio, anche se la vettura è dotata di un impianto di ventilazione. In questo caso, regolare la temperatura su valori di circa 5 gradi inferiori alla temperatura esterna evitando di orientare le bocchette della climatizzazione direttamente sui passeggeri. Se ci si deve mettere in viaggio, evitare le ore più calde della giornata (specie se l’auto non è climatizzata) e tenere sempre in macchia una scorta d’acqua. Non lasciare mai neonati, bambini o animali in macchina, neanche per brevi periodi.
  • Evitare l’esercizio fisico nelle ore più calde della giornata. In ogni caso, se si fa attività fisica, bisogna bere molti liquidi. Per gli sportivi può essere necessario compensare la perdita di elettroliti con gli integratori.
  • Occuparsi delle persone a rischio, facendo visita almeno due volte al giorno e anziane-solidali-teste-web-photospip2a1629ff8e3b5d1f0067084612ec4791.jpg controllando che non mostrino sintomi di disturbi dovuti al caldo. Controllare neonati e bambini piccoli più spesso.
  • Dare molta acqua fresca agli animali domestici e lasciarla in una zona ombreggiata.

Link utile: opuscoli del Ministero della Salute

Fonti: Ministero della Salute, Cri

ISTAT: migliorano gli indicatori della salute

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Presentato alla Camera il 20 giugno il 27° Rapporto sulla situazione del Paese. Il Presidente dell’ISTAT Blangiardo: c’è “malessere demografico”

immagine-rapporto-annuale-istat-2019-2.jpgMigliora la salute in Italia, ma c’è ancora un problema demografico. Sono due punti importanti contenuti nella 27ª edizione del “Rapporto annuale ISTAT 2019-La situazione del Paese”, presentato a Roma il 20 giugno 2019 alla Camera dei Deputati.

A proposito di longevità nel volume si legge che in Italia:

Un uomo può godere di buona salute in media 59,7 anni, mentre una donna 57,8 anni. Queste ultime, sebbene più longeve degli uomini, vivono un maggior numero di anni in condizioni di salute via via più precarie. Le donne sono infatti maggiormente colpite da patologie croniche meno letali, che insorgono più precocemente e diventano progressivamente invalidanti con l’avanzare degli anni. Rispetto al 2009 gli uomini hanno però guadagnato solo due anni di vita in buona salute, mentre le donne ne hanno conquistati quasi tre.

Nel confronto internazionale si sottolinea, sempre nel Rapporto ISTAT, come “l’Italia sia tra i paesi in Europa con i minori differenziali sociali nella salute” in relazione al livello d’istruzione. Insomma, il nostro Sistema Sanitario Nazionale nel complesso sembra funzionare efficacemente come “livellatore” sociale.

Progressi su diversi fronti

Secondo l’ISTAT gli ambiti nei quali oltre due terzi degli indicatori in Italia migliorano sono sei: salute, benessere soggettivo, politica e istituzioni, sicurezza, ambiente, innovazione ricerca e creatività.

Ciò sintetizza progressi per buona parte degli indicatori che riguardano la salute: la speranza di vita alla nascita, indicatori relativi agli stili di vita, con diminuzioni nella quota di fumatori, nel comportamento a rischio nel consumo di alcol e nella sedentarietà, ecc. Per quanto riguarda il benessere soggettivo, è aumentata la quota di persone che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi cinque anni [[passando dal 24,6 per cento nel 2012 al 29 per cento nel 2018]].

presidente_dell_istat_gian_carlo_blangiardo-2019-2-photospip786a3d59e17934a853a52caa81ec26ea.jpgIl Presidente dell’ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha illustrato a grandi linee i contenuti del Rapporto nella cornice istituzionale della Camera. “Gli ultra 90enni – oggi 800.000 – sono destinati ad aumentare di altri 500.000 nei prossimi 20 anni”. Allungamento della vita e diminuzione della natalità sono già in atto da tempo e sono fenomeni che non mostrano un’inversione di rotta, anzi s’aggravano in Italia, testimoniando un “malessere demografico del Paese” (il numero di nascite si è ulteriormente ridotto a poco più di un figlio per donna).

Dal canto suo il Presidente della Camera Roberto Fico ha auspicato, nel suo intervento, una “ridefinizione di una strategia di sviluppo sostenibile e duratura, senza lasciare indietro nessuna delle categorie più fragili”.

Fonti: ISTAT, Camera dei Deputati

Riabilitazione, il punto dell’OMS

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Nei Paesi a basso e medio reddito i riabilitatori sono troppo pochi in rapporto alle esigenze reali: c’è una diffusione crescente di malattie non trasmissibili

Malattie, lesioni o traumi. Sono diversi i motivi per cui può essere necessaria la riabilitazione, compresa quella visiva. A fare il punto è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che cita non solo le difficoltà di vedere – in particolare per gli ipovedenti – oppure problemi di tipo cognitivo, ma anche di udito, comunicazione, deambulazione, difficoltà relazionali e lavorative.

L’OMS scrive nel suo sito:

La riabilitazione consente a individui di ogni età di mantenere o di recuperare le proprie attività quotidiane, adempiere al proprio ruolo significativo e massimizzare il proprio benessere.

Cos’è la riabilitazione

riabilitazione_visiva_signora_ipovedente-chiaroscuro-web-small.jpgLa riabilitazione è una strategia sanitaria incentrata sulla persona che può essere portata avanti grazie a programmi specifici oppure integrata in altri programmi e servizi, ad esempio inseriti nell’assistenza primaria.

Gli interventi precoci consentono di ottenere risultati migliori soprattutto in alcuni bambini, sfruttando la plasticità cerebrale, l’integrazione sensoriale e la cura di sé.

Interventi a sostegno delle attività quotidiane possono contemplare l’accesso a gruppi di auto e mutuo aiuto costituiti da persone colpite da grave riduzione oppure da perdita visiva. Esiste una vasta gamma di professionisti della salute che offrono interventi riabilitativi (compresi fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, tecnici, medici fisici e medici specializzati nella riabilitazione).

L’OMS precisa:

C’è un crescente bisogno di riabilitazione in tutto il mondo associato al cambiamento delle tendenze sanitarie e demografiche della crescente prevalenza di malattie non trasmissibili e dell’invecchiamento della popolazione. Si prevede che la proporzione di individui di età superiore a 60 anni raddoppierà entro il 2050 e c’è [già] stato un aumento del 18% nella prevalenza di malattie non trasmissibili negli ultimi 10 anni.

oms-edificio-ginevra-vert-web.jpgAttualmente la necessità di riabilitazione è in gran parte insoddisfatta nel mondo. in particolare, in molti Paesi a basso e medio reddito vi è una forte carenza di professionisti qualificati per fornire servizi riabilitativi, con meno di 10 professionisti qualificati ogni milione di abitanti.

L’appuntamento

A febbraio 2017 l’OMS ha ospitato l’evento Rehabilitation 2030: a Ginevra, in seguito a un appello, si sono riuniti oltre 200 esperti in riabilitazione provenienti da 46 Paesi. Si è così fatto il punto sulle esigenze riabilitative globali, invitando a un’azione coordinata a livello mondiale da parte di tutti i protagonisti della riabilitazione (stakeholders). Un secondo appuntamento è previsto l’8 e il 9 luglio 2019 sempre a Ginevra.

Fonte: OMS

Quasi 20 milioni di italiani si pagano le prestazioni sanitarie

Welfare Day 2019 (13 giugno a Roma), foto Twitter

Presentato il 13 giugno a Roma il IX Rapporto Rbm-Censis: nell’ultimo anno un italiano su tre si è dovuto rivolgere alla sanità privata o all’intramoenia per tempi d’attesa eccessivi

Gli italiani pagano sempre più spesso di tasca propria le prestazioni sanitarie: nell’ultimo anno 19,6 milioni di persone hanno provato a prenotarle col Servizio Sanitario Nazionale, ma si sono dovute rivolgere alla sanità privata o all’intramoenia per i tempi d’attesa eccessivi. Insomma, hanno dovuto pagare di tasca propria le prestazioni sanitarie necessarie. Lo rileva il IX Rapporto Rbm-Censis presentato il 13 giugno a Roma, presso il “Welfare Day 2019” – sulla base di un campione nazionale di 10.000 maggiorenni –, un evento patrocinato dal Ministero della Salute.

Stando a questo studio gli italiani sono arrivati alla sanità a pagamento dopo il 36,7% dei tentativi di prenotazione di visite specialistiche e il 24,8% degli accertamenti diagnostici. I Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA) – a cui si ha diritto sulla carta –, è scritto nel Rapporto, “in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica”.

Aspettando una visita

medici-capannello.jpgListe d’attesa troppo lunghe oppure bloccate. In media in Italia si attendono 128 giorni per una visita endocrinologica, 114 per una diabetologica, 65 per una oncologica, 58 per una neurologica, 57 per una gastroenterologica e 56 giorni per una visita oculistica (comunque in miglioramento perché l’anno precedente per una visita oculistica bisognava attendere mediamente 88 giorni).

Nell’ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse. Per questo poi si sono rivolti al privato anche per prestazioni prescritte dai propri medici.

I rassegnati

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati a priori. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico.

Ci si fida del pronto soccorso

Il 48,9% dei cittadini che nell’ultimo anno hanno avuto una esperienza di accesso al pronto soccorso ha espresso un giudizio positivo, ma solo il 29,7% ci è andato per una condizione di effettiva emergenza, mentre il 38,9% lo ha fatto perché non erano disponibili altri servizi (come il medico di medicina generale, la guardia medica, l’ambulatorio di cure primarie). Il 17,3%, invece, ci è andato perché ha maggiore fiducia nel pronto soccorso dell’ospedale rispetto agli altri servizi.

La spesa sanitaria

Nel 2018 la spesa sanitaria privata è lievitata a 37,3 miliardi di euro: +7,2% in termini reali rispetto al 2014. Nello stesso periodo la spesa sanitaria pubblica ha registrato, invece, un -0,3%. La spesa privata riguarda prestazioni sanitarie necessarie o inutili? Di sicuro tutte quelle svolte nel privato dopo il fallito tentativo di prenotazione nel sistema pubblico sono state prescritte da un medico. “Sono numeri – si legge nel Rapporto Rbm-Censis – che riguardano prestazioni necessarie, non un ingiustificato consumismo sanitario”.

Fonte principale: Censis

Troppi ipovedenti si sentono discriminati

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Lo sostiene JAMA Ophthalmology in uno studio condotto su 7677 partecipanti inglesi over 50

ipovedente-giapponese-lettura-web.jpgNon solo i ciechi possono essere discriminati, ma naturalmente anche gli ipovedenti. Tanto più che la loro disabilità sovente non è visibile dall’esterno e potrebbero essere persino scambiati per falsi ciechi. Si consideri tra l’altro che nel mondo gli ipovedenti sono molto più numerosi dei non vedenti, complice l’invecchiamento demografico globale.

Uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology ha preso a cuore il benessere psicologico di chi vede poco, pochissimo o per nulla: sono stati analizzati i loro sintomi depressivi, il livello di soddisfazione della vita, la qualità di vita e il senso di solitudine. Gli aspetti psicologici degli ipovedenti e dei ciechi sono stati confrontati con quelli di chi dichiarava di vedere bene, molto bene o perfettamente.

Complessivamente hanno partecipato allo studio 7677 persone a partire dai 50 anni, con un’età media di quasi 67 anni.

A distanza sei anni, quando si è fatto un nuovo controllo, la sensazione di essere discriminati era associata a un maggiore rischio di sintomi depressivi tra coloro che riferivano di vedere poco all’inizio dello studio.

La rivista dell’Accademia americana di oftalmologia (AAO) conclude:

Queste scoperte suggeriscono che gli adulti con un’età più avanzata e menomazione visiva sono più a rischio di sentirsi discriminati. Coloro che hanno vissuto quest’esperienza avevano livelli più alti di sintomi depressivi e solitudine, oltre a una qualità della vita inferiore e a un minore livello di soddisfazione. Un’azione per affrontare questa discriminazione potrebbe aiutare, in queste persone, a mitigare questo maggior rischio tra coloro che vivono uno scarso senso di benessere.


Punti chiave secondo l’OMS (Vision Impairment)

  • Globalmente si stima che circa 1,3 miliardi di persone vivano con qualche forma di riduzione visiva più o meno grave;
  • Per quanto riguarda la visione da lontano sono 188,5 milioni di persone che vedono meno di 5/10, mentre 217 milioni soffrono di forme medio-gravi ossia sono ipovedenti (da 3/10 a 1/10) e 36 milioni sono cieche.
  • 826 milioni di persone vedono molto male da vicino.
  • Globalmente le principali cause di riduzione visiva importante sono gli errori refrattivi non corretti e la cataratta.
  • Circa l’80% di tutte le forme di “vision impairment” sono considerate evitabili o trattabili (ad esempio grazie a un’operazione come l’intervento di cataratta)
  • La maggior parte delle persone che vivono una riduzione delle proprie capacità visive hanno dai 50 anni in su.

Fonti: Jama Ophthalmology, WHO

Anziani, ansia e depressione in agguato

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Soprattutto gli ipovedenti sono più a rischio sul piano psicologico per la riduzione della qualità della vi(s)ta

Ansia e depressione possono colpire più spesso gli anziani affetti da gravi problemi visivi e questi ultimi potrebbero essere una causa importante dell’umor “nero”. È quanto si evince da uno studio pubblicato su Jama Ophthalmology. Le persone che vivono una riduzione significativa della proprie capacità visive rischiano, infatti, almeno due volte più spesso alterazioni del proprio benessere psicologico perché la loro qualità della vita si riduce. Ad esempio negli ipovedenti che subiscono una diminuzione della visione centrale possono insorgere difficoltà nella lettura, nel riconoscimento delle persone o nella guida (a cui spesso devono rinunciare).

Joshua R. Ehrlich della University of Michigan di Ann Arbor (Usa), primo autore dello studio scientifico ha dichiarato: “Gli anziani sono esposti a un alto rischio di problemi alla vista rispetto ad altre fasce di età”. Inoltre, “la compromissione della vista, soprattutto in età avanzata, ha molte conseguenze oltre a quella di non vedere chiaramente, tra cui un maggiore rischio di disturbi dell’umore”.

Occhio ai dati

amd_degenerazione_simulazione_distorsione_centrale_barca_vela.jpgAnalizzando i dati di oltre 7.500 anziani di entrambi i sessi, la squadra di Ehrlich ha osservato che i soggetti con problemi alla vista che segnalavano sintomi di depressione erano di numero maggiore rispetto a quelli che non avevano la vista compromessa (31% versus 13%).

Lo stesso valeva per i sintomi dell’ansia (riferiti dal 27% delle persone con compromissione della vista e dall’11% degli altri soggetti). Nel complesso oltre il 40% dei partecipanti con problemi alla vista diventavano ansiosi o depressi contro il 19% che non vivevano difficoltà visive. Le persone con problemi alla vista avevano anche una probabilità superiore del 33% di segnalare nuovi sintomi di depressione nel corso del tempo una volta vissuti altri episodi (lo stesso non valeva però per l’ansia).

Inoltre i depressi avevano una probabilità il 37% più elevata di sviluppare problemi alla vista rispetto a coloro che non erano depressi, mentre per le persone ansiose si saliva al 55%.

In conclusione è opportuno sottolineare l’importanza della consapevolezza – da parte degli oculisti e degli optometristi – del carico psicologico negativo vissuto dalle persone affette da malattie oculari e, in alcuni casi, da menomazione visiva.

Fonti: Jama Ophthalmology, Popular Science

Quando le sigarette minano la salute

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Il 31 maggio si celebra con l’OMS la Giornata mondiale senza tabacco. Solo in Italia ancora fumano 11,6 milioni di persone

locandina-no-tabacco-day-may-2019-who-photospip07ad9887bd7cfe01a36f6c09e9111e77.jpgIl fumo “annebbia” i sensi, a partire dalla vista. Ma in primis nuoce ovviamente ai nostri polmoni: proprio su questo tasto batte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, il 31 maggio 2019, promuove nuovamente la Giornata mondiale senza tabacco.

Se la vita va in fumo

Oltre il 40% dei decessi correlati col tabacco sono riconducibili a malattie polmonari come il cancro, ad affezioni respiratorie croniche e alla tubercolosi. Dunque l’OMS lancia un nuovo appello agli Stati affinché prendano nuove misure per proteggere la salute delle persone e scrive:

Il consumo di tabacco è una delle minacce più gravi che abbiano mai pesato sulla salute pubblica mondiale. Uccide oltre 8 milioni di persone l’anno. Di queste più di 6 milioni ancora fumano oppure lo facevano e circa 890 mila sono non fumatori esposti involontariamente al fumo.

In particolare si ritiene che più di 60 mila bambini con meno di cinque anni soffrano d’infezioni alle vie respiratorie a causa del fumo passivo. Tra l’altro ciò li rende più esposti, una volta divenuti grandi, alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

“Una persona che fuma per tutta la vita – scrive Epicentro – ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo e la sua vita potrebbe non superare un’età compresa tra i 45 e i 54 anni”.

Il consumo di tabacco è il maggiore fattore di rischio evitabile per la nostra salute. La buona notizia è che in Europa si stima che quasi la metà dei fumatori abbia perso il vizio tra il 1980 e il 2010 ossia, più precisamente, il 43,3 % degli oltre 50 mila fumatori presi in considerazione (età: 16-60 anni) in 17 Paesi del Vecchio Continente. Lo ha scritto recentemente la rivista PLOS ONE [Pesce G et al., “[Time and age trends in smoking cessation in Europe“, PLoS One. 2019 Feb 7;14(2):e0211976. doi: 10.1371/journal.pone.0211976. eCollection 2019]].

Inoltre attualmente 1,3 miliardi di persone (circa il 18% della popolazione mondiale) sono già protette da leggi nazionali che regolano il divieto di fumare.

Pure la vista è più a rischio

A livello oculare il fumo aumenta il rischio di AMD ossia di degenerazione maculare legata all’età e sembrerebbe favorire lo sviluppo della cataratta. Fumare potrebbe raddoppiare il rischio di cecità. Ovviamente c’è anche un’azione irritante diretta sulla congiuntiva che potrebbe provocare fastidi (arrossamento transitorio, lacrimazione eccessiva) anche in chi subisce il fumo passivamente.

Lo scenario italiano

il_fumo_aumenta_il_rischio_di_cecita-pacchetto_sigarette-profilo-web-160pix.jpgSecondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in Italia più di una persona su cinque fuma (11,6 milioni di persone, di cui 7,1 milioni sono maschi): in Italia non accenna a diminuire significativamente il numero dei fumatori, anche se cala il numero di sigarette consumate al giorno in media.

Le fumatrici sono aumentate soprattutto nelle regioni del Sud Italia: sono quasi il doppio rispetto a quelle che vivono nelle regioni centrali e settentrionali (il 22,4% al Sud e isole contro il 12,1% al Centro e il 14% al Nord). Oltre la metà dei giovani fumatori tra i 15 e 24 anni fuma già più di 10 sigarette al giorno e oltre il 10% più di 20.

Inoltre, sempre secondo l’ISS, è in crescita tra i giovani l’abitudine a fumare e sorprendentemente, tra i forti fumatori under venti, gli sportivi sono la percentuale più alta. Inoltre e-cig e tabacco riscaldato si consumano generalmente insieme alle sigarette tradizionali e non in alternativa ad esse.

L’appuntamento

A Roma il 31 maggio 2019 si tiene, presso l’Istituto Superiore di Sanità, il XXI Convegno Nazionale Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale, dove si fa il punto soprattutto sulla situazione italiana.

In quest’occasione è stato presentato un nuovo Rapporto sul tabacco. Tra l’altro il cancro al polmone è il quarto tumore in termini di incidenza e la prima causa di morte a questo livello (ossia per neoplasia).

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  1. Contatti utili: Numero verde antifumo dell’ISS: 800 554088 (orario: 10-16)
  2. Centri italiani per smettere di fumare (ISS)

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Fonti principali: WHO, ISTAT, ISS

Diabete, un nuovo Rapporto “sale” in Campidoglio

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E’ il “Roma Cities Changing Diabetes Report”: il 21 maggio si è parlato di stili di vita sani, obesità e diabete alimentare nella Sala della piccola Protomoteca

mappa-mondiale-diabete-2017.jpgFermare la diffusione del diabete, in particolare nella città metropolitana di Roma [[ex provincia della Capitale]], combattendo la sedentarietà e promuovendo un’alimentazione sana: sono questi due obiettivi dei curatori del Cities Changing Diabetes Report, preoccupati dagli stili di vita urbani. Ne hanno parlato il 21 maggio 2019 a Roma, nella Sala della piccola Protomoteca del Campidoglio.

Gli occhi sono puntati soprattutto sul “tipo 2” della patologia ovvero sul diabete alimentare, che si può prevenire o almeno controllare con stili di vita appropriati (corretta alimentazione, esercizio fisico), senza somministrare insulina.

diabete-retina_malata-web.jpgAd oggi nel progetto internazionale antidiabete sono stati coinvolti 140 esperti – che hanno permesso un’ampia raccolta di dati contenuti nel “Roma Cities Changing Diabetes Report” –, primo importante passo per la realizzazione di un piano d’azione triennale.

Secondo l’OMS i diabetici del mondo sono 422 milioni, quasi un terzo dei quali sono affetti da retinopatia diabetica; ma le complicanze della malattia includono problemi cardiovascolari, renali, ai nervi periferici, ecc.

Attualmente si stima che nell’area metropolitana di Roma vivano 286.500 persone con diabete già noto, mentre per la sola capitale si scende a 189.500. Per studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia, nel 2017 la capitale è entrata a far parte del programma internazionale Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk. Il programma coinvolge una ventina di metropoli, tra cui Buenos Aires, Città del Messico, Pechino, Vancouver.

Secondo quanto scrive il prof. Andrea Lenzi, Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

Oggi, più del 50% della popolazione mondiale vive nelle città. Se consideriamo che il 65% delle persone con diabete vive in aree urbane, è chiaro che la città è un punto determinante per contrastare la crescita del diabete. Questo fenomeno è stato definito: urban diabetes.
Le città sono chiamate nel contrastare il crescente aumento del numero di persone con diabete, attraverso politiche sui determinanti di salute, in collaborazione con Università, Autorità sanitarie locali ed enti di ricerca.

Anche il prof. Renato Lauro, Presidente della IBDO Foundation, spiega:

La storia ci insegna che alcuni eventi catastrofici accadono in pochi secondi, eventi improvvisi che provocano danni incalcolabili e che possono cambiare la storia di un territorio e il destino dei popoli. Ma esistono catastrofi che possono impiegare anni per svilupparsi senza che nessuno se ne accorga, e quando ci si rende conto di cosa sta accadendo, è troppo tardi per evitarle. La sfida globale del diabete fa parte di quest’ultima categoria…

In conclusione, i messaggi chiave del Rapporto sono:

  • I fattori di rischio per il diabete di tipo 2 (o non insulino-dipendente) sono il sovrappeso, l’obesità e la mancanza di attività fisica;
  • Riportare il peso corporeo nei limiti della normalità con un’alimentazione corretta e un’attività fisica giornaliera costante è quindi fondamentale: in questo modo si riduce la resistenza all’insulina e si migliora l’assorbimento del glucosio da parte dei muscoli;
  • Tutto questo interviene verso l’obiettivo di riduzione dell’obesità che può garantire una significativa riduzione della prevalenza del diabete di tipo 2 nel tempo, contestualmente alla creazione di risparmi crescenti in termini di spesa, creando un circolo virtuoso che potrà e dovrà consentire un reinvestimento delle risorse liberate per il mantenimento e miglioramento degli obiettivi di salute urbana;
  • L’organizzazione dei centri urbani può infatti condizionare e modificare gli stili di vita agendo in primis sui fattori di rischio legati allo sviluppo di queste patologie;
  • E’ necessario investire per promuovere una cultura alimentare appropriata, incoraggiare l’utilizzo di modalità attive di trasporto creando e mettendo a disposizione strade, piste ciclabili sicure e ben collegate ed un efficiente sistema di trasporto pubblico locale; incoraggiare la pratica dell’attività sportiva, creando e mettendo a disposizione infrastrutture pubbliche cui i cittadini possano avere accesso in modo equo e distribuito sul territorio;
  • In sintesi, in una Città Metropolitana come Roma, densamente popolata ed estesa, la parola d’ordine è “prevenzione”.

Link utile: Rapporto sul diabete di tipo 2 e l’obesità dell’area metropolitana di Roma

Fonti: 24orenews, healthcitythinktank.org