Sempre più persone con problemi di vista o addirittura cieche

Il primo rapporto OMS/WHO dice che 2.2 miliardi di persone sono ipovedenti o non vedono affatto. In almeno 1 miliardo si poteva prevenire o si potrebbe curare. Ma il rapporto dice anche che il rischio cresce invece di diminuire. Invecchiamento, povertà dei sistemi sanitari e aumento della popolazione non sono le uniche cause. Diabete, vita al chiuso, lavoro al computer e diagnosi tardive sono altre cause gravi dei problemi alla vista.

In vista della Giornata Mondiale della Vista l’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) ha rilasciato il suo primo rapporto sulla vista, secondo il quale almeno 2.2 miliardi di persone soffrono di un problema visivo. 1 miliardo di queste non ha ricevuto le cure che avrebbero potuto prevenirlo o non ricevono le cure che potrebbero curarlo.

Le cause di questi rischi per la vista sono molte. E il dato allarmante è che stanno aumentando.

Una parte importante del problema riguarda le risorse. Più povero è un Paese e minore è, tendenzialmente, la capacità di rispondere al bisogno di salute visiva. “È inaccettabile che ci siano 65 milioni di persone cieche quando la loro condizione potrebbe essere risolta con un semplice intervento di cataratta o che 800 milioni di persone facciano fatica ogni giorno perché non possono accedere ad un paio di occhiali”, ha detto il direttore generale dell’Organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Ma i problemi alla vista vanno più in profondità e riguardano anche i paesi sviluppati. L’invecchiamento della popolazione e l’incremento conseguente delle patologie degenerative connesse all’età contribuisce ad aumentare il rischio cecità in termini assoluti anche perché – come nel caso del glaucoma – si tratta di malattie asintomatiche negli stadi iniziali. “Per questo – spiega Francesco Bandello, Direttore della Clinica Oculistica dell’Università Vita-Salute-Istituto Scientifico San Raffaele di Milano e Presidente del Comitato scientifico nazionale di IAPB Italia onlus – è importante farsi visitare con regolarità e prima di avvertire un problema. I danni fatti silenziosamente a retina e nervo ottico, non sono riparabili”.

Anche fattori ambientali e stili di vita pesano in maniera crescente. La miopia aumenta perché aumenta il tempo che si passa al chiuso. Passare più tempo all’aperto – dice espressamente l’OMS – ridurrebbe il rischio. Anche lavorare continuamente “da vicino” – ovvero, nella maggior parte dei casi, al computer – affatica l’occhio e aumenta il rischio di miopia. “L’occhio umano – spiega Bandello – è fatto per vedere oltre i tre metri e il continuo mettere a fuoco da vicino lo stanca molto. Forse troppo”.

Infine, ma non certo ultima per ordine di importanza, è la crescita del diabete di tipo 2 a livello mondiale. È un dato importante per la vista perché praticamente tutte le persone con diabete avranno qualche forma di retinopatia nella loro vita. Una malattia che, se non diagnosticata e controllata per tempo, contribuirà ad aumentare il numero di persone cieche e ipovedenti ancora di più.

Comunicato stampa: WHO launches first World report on vision


Oggi è la giornata mondiale della vista

IAPB Italia: “Cogliere l’opportunità delle visite gratuite”. Presso la Presidenza del Consiglio il focus su vista e inquinamento ambientale.

“GUARDA CHE È IMPORTANTE! Inquinamento ambientale e salute visiva” è il titolo della conferenza stampa promossa dall’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità – IAPB Italia onlus in occasione della Giornata Mondiale della Vista. L’incontrosi è tenuto questa mattina, giovedì 10 ottobre, presso la sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri a partire dalle ore 10.

Il messaggio centrale è stato l’importanza di farsi visitare da uno specialista in oftalmologia per diagnosticare tempestivamente delle malattie che, se prese per tempo, possono essere curate, ma che, se lasciate svilupparsi, rappresentano un forte pericolo di cecità: glaucoma e retinopatia diabetica, che diventeranno sempre più diffuse man mano che aumenta l’età media della popolazione.

GUARDA CHE IMPORTANTE! è, infatti, il richiamo alle persone perché approfittino di diverse occasioni per farsi visitare gratuitamente.

LaSocietà Oftalmologica Italiana (SOI)è stata al a fianco di IAPB Italia onlusegli oculisti italiani hanno messo a disposizione in tutto il Paese 30.000 visite gratuite per chi non ha mai effettuato i necessari controlli specialistici. È sufficiente collegarsi al sito www.giornatamondialedellavista.it per riservare un appuntamento, chiamando direttamente lo specialista più vicino indicato nella mappa.  A settembre 2019, inoltre è partita la campagna di prevenzione delle malattie della retina e del nervo ottico. Un ambulatorio su ruote di IAPB Italia ad altra tecnologia raggiungerà le principali città italiane di tutte le Regioni da qui al 2021. Prossima tappa l’Abruzzo tra il 19e il 27 ottobre. Scopri dove

Per Giuseppe Castronovo, presidente di IAPB Italia onlus “il sogno è far sì che non ci siano più ciechi e ipovedenti e si tratta di un sogno che passa per una parola sola: prevenzione. IAPB Italia ha fatto molto e continuerà a fare molto per sensibilizzare le persone. La vista è un dono troppo importante per darlo per scontato. Bisogna averne cura, bisogna farsi visitare con regolarità prima di sentire dei sintomi”.

“Ogni anno – gli ha fatto eco durante la conferenza il presidente della SOI Matteo Piovella –  più di 7 mila oculisti salvano la vista a 1 milione e 700mila persone”. Un risultato che indica sia il livello di qualità dell’oculistica italiana sia la fragilità degli occhi e il bisogno di costante attenzione da dedicare alla vista. “L’occhio – prosegue, infatti, Piovella –  è l’organo più debole e a 40 anni diventa vecchio. È un tema importante, riguarda tutta la popolazione e bisogna continuare a parlarne dicendo che i problemi alla vista non sono un ricordo, non fanno parte del passato. La cecità, al contrario aumenterà se le persone non si assumono la responsabilità di aver cura dei propri occhi”.

Due, infine, le tavole rotonde a conclusione dell’incontro – “L’inquinamento ambientale e gli effetti sulla salute generale ed oculare” e “Proteggere la vista dall’ambiente inquinato” – nelle quali si sono conforntati rappresentanti del Ministero della Salute, esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ricercatori dell’Istituto Superiore della Sanità e molti autorevoli oculisti e specialisti della medicina del lavoro delle università italiane.

Il cibo spazzatura è causa di cecità? Un caso in Inghilterra getta nuova luce sul rapporto nutrimento/vista

Per un gruppo di ricercatori della Bristol Medical School l’alimentazione sana risulta fondamentale per la salute del nervo ottico: lo dimostra il caso di un giovane adolescente rimasto cieco.

Un caso limite che giunge dall’Inghilterra mette in risalto la relazione tra la salute della vista e corretto stile alimentare. È successo a Bristol, dove un giovane ha sviluppato la cecità dopo anni di carenza di nutrienti fondamentali, in particolare della vitamina B12. Lo studio, pubblicato su “Annals of Internal Medicine”[1], ha collegato la condizione dell’adolescente alla neuropatia ottica nutrizionale: una condizione reversibile solo se presa per tempo. Se la patologia non viene rilevata può recare danni strutturali permanenti al nervo fino a condurre alla cecità.

Il caso clinico in questione, esaminato dagli scienziati clinici della Bristol Medical School e del Bristol Eye Hospital, è quello di un ragazzo di 14 anni recatosi dal proprio medico di base per una sindrome da stanchezza. La neuropatia ottica nutrizionale, che non è stata diagnosticata per via di un indice corporeo e un’altezza nella norma, si è sviluppata “silenziosamente”: il legame tra lo stato nutrizionale e la salute visiva è stato rilevato solo molto tempo dopo, quando il deficit visivo del ragazzo era già diventato permanente.

Il giovane dall’inizio della scuola secondaria, aveva consumato una dieta di patatine, pane bianco e carne di maiale, ma per il resto stava bene e non assumeva farmaci. I test iniziali hanno rilevato un’anemia macrocitica e un basso livello di vitamina B12, che sono stati trattati con iniezioni di vitamina B12 e consigli dietetici. Un anno dopo la prima visita, il paziente aveva già sviluppato i sintomi della perdita della vista e dell’udito senza che venisse rilevata alcuna causa, fino ad arrivare alla cecità all’età di 17 anni.

Dopo aver analizzato la nutrizione del paziente, i test successivi eseguiti dal team di ricercatori guidato dalla Dottoressa Denize Atan, docente in Oftalmologia presso la Bristol Medical School e responsabile clinico di Neuro-oftalmologia presso il Bristol Eye Hospital, hanno rilevato una carenza di vitamina B12, bassi livelli di rame e selenio, un alto livello di zinco e una marcata riduzione dei livelli di vitamina D e della densità minerale ossea. I ricercatori hanno così concluso che la dieta del “cibo spazzatura” del paziente e l’assunzione limitata di vitamine e minerali nutrizionali hanno provocato l’insorgere della neuropatia ottica nutrizionale.

Gli stessi ricercatori hanno poi sottolineato quanto tale condizione possa diventare sempre più diffusa in futuro, dato il consumo di “junk food” a scapito di alimenti più nutrienti e la crescente diffusione dell’alimentazione vegana. Questo caso evidenzia così l’impatto della dieta sulla salute visiva, dimostrando quanto l’apporto calorico e l’indice di massa corporea non siano indicatori affidabili per la valutazione dello stato nutrizionale. I ricercatori raccomandano, dunque, di considerare la neuropatia ottica nutrizionale in tutti i pazienti con sintomi visivi inspiegabili che seguano una cattiva alimentazione, al fine di evitare la perdita permanente della vista. La storia dietetica, inoltre, dovrebbe far parte di qualsiasi esame clinico di routine, per evitare di ritardare la diagnosi della patologia e trattare per tempo le carenze nutrizionali.


[1]   https://annals.org/aim/article-abstract/2749497/blindness-caused-junk-food-diet


La prima visita oculistica in streaming al mondo

È avvenuta tra Londra e Edimburgo: chi si visitava era ad una capo della connessione 5G; l’oculista era lontano 650 km e riceveva le immagini in 4K. L’esperimento è il primo del suo genere e apre concretamente le porte alla tele-oftalmologia.

Avere abbastanza connessione per trasmettere immagini in altissima risoluzione e permettendo ad un medico di visitare un paziente, anche se non è fisicamente presente. Questo è uno degli aspetti della Telemedicina: quello che promette di cambiare molto nelle abitudini delle persone, soprattutto se anziane e con difficoltà a muoversi, oppure nel caso di malattie rare con pochi specialisti e diversi pazienti sparsi per il globo. Oggi, un futuro dove sia il medico a raggiungere virtualmente il paziente è più vicino.

Si è tenuta, infatti, la prima visita oculistica in streaming al mondo, trasmessa in 4K e con tecnologia 5G tra Londra e Edimburgo.

Nel dettaglio Peter Thomas, consulente oculistico e direttore dell’innovazione digitale presso il Moorfields Eye Hospital, ha utilizzato uno smartphone connesso al 5G per inviare l’immagine del suo occhio al collega Iain Livingstone che si trovava 650 chilometri più a Nord.

“Questo approccio – ha spiegato la direzione sanitaria del dipartimento della Forth Valley (NHS) [1] – promette numerosi benefici per i pazienti. Tra questi, la possibilità di risparmiarsi il viaggio in ospedale e poter essere visitati da uno specialista distante anche presso l’optometrista o nel dipartimento di emergenza locali. La stessa piattaforma può aumentare la possibilità di accesso ai medici specializzati in malattie rare o favorire la visita anche in paesi con poche risorse, perché l’equipaggiamento necessario si riduce ad una buona connessione internet e poco altro”.

Per il già citato Thomas “questa dimostrazione rappresenta una svolta nella tele-oftalmologia perché abbiamo dimostrato di poter inviare immagini ad altissima definizioni utilizzando strumenti già ora ampiamenti disponibili”.

Ovviamente, al momento solo una parte dei controlli di una visita oculistica può essere svolta da remoto e ci sono ancora diversi passaggi da risolvere, sia amministrativi che tecnici, perché le visite in tele-oftalmologia diventino un fenomeno diffuso e abituale. La prima visita oculistica in streaming, però, ha dimostrato che non sono neppure più collocabili in un remoto futuro, ma diventeranno, verosimilmente, sempre più frequenti.


[1] World’s First 5G Tele-Examination of an Eye
Anche CorriereComunicaiomni.it

Trapianto di cornea: la biostampa 3D dei tessuti è possibile

Uno studio inglese dell’Istituto di Medicina Genetica dell’Università di Newcastle rileva che i cheratociti corneali sopravvivono dopo la biostampa 3D. Un segno che fa ben sperare per lo sviluppo futuro di applicazioni cliniche.

Una ricerca non recentissima, ma comunque interessante, ha messo in evidenza a maggio 2018 una scoperta rilevante per il trapianto di cornea, che rappresenta uno dei principali trattamenti per i casi gravi di perdita della funzione corneale. Attraverso lo studio[1] di Isaacson, Swioklo e Connon, pubblicato su “Experimental Eye Research”, è stato stabilito che la biostampa 3D è un metodo fattibile per progettare strutture corneali artificiali.

Lo sforzo è stato concentrato sui tessuti per produrre protesi corneali funzionali e sintetiche da impiegare nei trapianti di cornea. Utilizzando un modello corneale umano digitale 3D esistente, i ricercatori sono riusciti a fabbricare strutture corneali equivalenti alla struttura dello stroma corneale umano nativo.

Queste strutture sono state biostampate in 3D tramite un bio-inchiostro interno a base di collagene, contenente cheratociti corneali incapsulati. I costrutti stampati erano anatomicamente analoghi a un modello corneale umano derivato dai dati topografici di una cornea umana adulta. Diverse combinazioni di bio-inchiostro a bassa viscosità sono state testate prima dell’incorporazione delle celle. La vitalità dei cheratociti corneali incapsulati è stata valutata da 1 a 7 giorni dopo la stampa facendo emergere i seguenti risultati: i cheratociti hanno mostrato un’elevata vitalità cellulare, sia al primo giorno post-stampa (> 90%) che al 7° giorno (83%).

 Non esiste al momento nessuna applicazione clinica ma lo studio fornisce una base perulteriori ricerche e rafforza l’impressione che la biostampa 3D possa rivelarsi un grande aiuto nella medicina del futuro.


[1]          Isaacson A., Swioklo S., Connon C.J, 3d bioprinting of a corneal stroma equivalent, in “Experimental Eye Research”, vol. 17, August 2018, pp. 188-193.

Traumi cranici: l’OTC retinico può rivelarli!

In uno studio inglese pubblicato su “Eye and Brain” i Boxer olimpici mostrano forti variazioni di macula e fibre nervose retiniche rispetto al gruppo di controllo. Un risultato inaspettato.

Uno studio di studio di Childs, Barker, Gage e Loosemore ha rilevato casi di modifiche alla retina nei pugili olimpici esposti a frequenti colpi alla testa che hanno frequentato due programmi obbligatori di screening oculare a distanza di 18 mesi.

Nello studio pubblicato “Eye and Brain” nel 2018, sono stati reclutati 16 pugili olimpici di età compresa tra 20 e 33 anni che sono stati confrontati con 20 sedentari sani tra 24 e 45 anni all’interno di due sessioni di screening. Sebbene il gruppo di controllo fosse più vecchio dei pugili olimpici, il resto rientrava nella fascia compresa tra i 24 ei 33 anni. Nel gruppo di controllo, inoltre, sono state reclutate più donne rispetto al gruppo olimpico (12 rispetto a 4).

Nell’arco temporale di 18 mesi, lo spessore dello strato di macula e di fibre nervose retiniche (RNFL) è stato misurato utilizzando la tomografia a coerenza ottica (OCT). È stato osservato un significativo ispessimento della macula nel 75% dei settori dell’occhio destro e del 50% dell’occhio sinistro. Le due proiezioni oculari hanno così fornito dati longitudinali sul cambiamento della retina nel tempo, mostrando nelle sezioni trasversali ispessimento e assottigliamento dei settori di macula nei pugili olimpici rispetto al gruppo di controllo.

Alla luce di questi risultati, l’OCT può rivelarsi clinicamente utile per lo studio del cambiamento neuropatologico dopo lievi lesioni cerebrali traumatiche o ripetuti colpi alla testa.La diagnostica della retina è una tecnica consolidata e non invasiva per l’osservazione dell’occhio e delle malattie sistemiche e, grazie a questa, la retina oculare e neurosensoriale può essere visualizzata in modo relativamente semplice. GliOCT offrono così un potenziale come biomarcatore non invasivo della neuropatologia: un cambiamento significativo nelle densità di macula e RNFL, che si verificano in un intervallo di 18 mesi, è infatti una scoperta inaspettata in soggetti altrimenti sani e in perfetta forma.

Sempre più miopia in Giappone

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Tra i 12 e i 14 anni quasi il 95% dei nipponici ha il vizio refrattivo. Per l’OMS nel 2020 i miopi nel mondo saranno oltre 2,5 miliardi

bimbi_orientali-160pix-web.jpgIl mondo vede sempre peggio da lontano a partire dall’infanzia. Uno studio pubblicato su Jama Ophthalmology, condotto in Giappone su 1478 alunni, attesta che tra i 6 e gli 11 anni è miope il 76,5%, mentre tra i 12 e i 14 anni si arriva quasi al 95%. Invece i bambini affetti da miopia elevata – che può comportare maggiori rischi per la salute oculare – sono, nella prima fascia d’età, il 4% e nella seconda l’11,3%.

In Asia la miopia è particolarmente diffusa, presumibilmente non favorita dagli stili di vita moderni: carenza di attività all’aria aperta e visione protratta da vicino potrebbero contribuire a una progressione del difetto visivo se già esiste una predisposizione (la miopia sarebbe correlata con almeno una cinquantina di geni).bambini_aria-prato-web.jpg

L’aumento della miopia preoccupa anche l’OMS, che ha stimato 2,56 miliardi di miopi entro il 2020. Di conseguenza si prevede un aumento del rischio di distacco della retina, glaucoma e degenerazione maculare (con annesse lesioni retiniche), soprattutto tra coloro che hanno una miopia elevata.

Solo in Italia sono miopi circa 15 milioni di persone e la tendenza è in aumento.

Fonti: Jama Opthalmology, WHO

Retinite pigmentosa: interruzione del flusso di glucosio

Retinite pigmentosa bambini

Secondo uno studio sino-americano pubblicato sulla rivista Cell i fotorecettori muoiono perché non vengono più nutriti

immagine_cell-rp-july_2019.jpgI ricercatori di oftalmologia dell’Università di Louisville hanno constatato che nella retinite pigmentosa la perdita della vista è il risultato di un’interruzione del flusso di glucosio che serve a nutrire i coni e i bastoncelli. Questo stop arriva a causare, nello stadio più evoluto, la morte dei fotorecettori per “fame”.

Lo studio, condotto assieme a ricercatori cinesi e pubblicato su Cell, descrive i cambiamenti metabolici della retina che culminano in una ridotta disponibilità di glucosio per le cellule nervose fotosensibili. Ciò potrà contribuire a mettere a punto nuove terapie per trattare una malattia che, pur essendo rara, è la più comune tra queste (si stima che colpisca una persona su quattromila a livello globale).

Nella retinite pigmentosa – malattia ereditaria causata da almeno una sessantina di geni con mutazioni – i bastoncelli si deteriorano per primi, retinite_pigmentosa-simulazione_visione-iapb_italia_onlus-copyright-300pixel.jpgprovocando una perdita della visione periferica e della sensibilità a scenari con poca luce. Purtroppo quando la malattia è molto evoluta, agli ultimi stadi coinvolge anche i coni, compromettendo infine la percezione cromatica e la visione centrale.

Il dott. Douglas C. Dean, che ha diretto la ricerca [[sostenuta dal National Eye Institute, BrightFocus Foundation and Research to Prevent Blindness]], ha affermato:

È interessante il fatto che questi cambiamenti metabolici siano simili a quelli che stiamo studiando, nel corso di altre ricerche, nei laboratori che si occupano di cancro ai polmoni. Sia il tumore ai polmoni che i neuroni della retina utilizzano, per il loro metabolismo, come fonte primaria [di nutrimento] il glucosio. Intervenire su questo meccanismo è una strategia importante per combattere il tumore polmonare. Questo legame inatteso tra il metabolismo retinico e quello tumorale ci ha condotto a collegare questi sistemi apparentemente non interrelati, in modo da poter cercare farmaci simili [efficaci] sia sul cancro ai polmoni che sulla degenerazione retinica.

Fonti: University of Louisville, Cell

OMS: il fumo a rapporto

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Il consumo di tabacco è ancora un problema globale per la salute che potrebbe essere contrastato meglio

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Oltre un miliardo di persone nel mondo ancora fuma, una su quattro in Italia. Come farle smettere? Aumentando le tasse sulle sigarette, supportando maggiormente chi vuole abbandonare il vizio, promuovendo la prevenzione del tabagismo. Sono alcune delle strategie proposte dall’OMS contenute nel suo settimo Rapporto sul fumo. Se da un lato è vero che gli avvisi di “no smoking”, le avvertenze grafiche sui pacchetti e altre misure simili raggiungono cinque miliardi di persone, dall’altro – scrive il WHO – “ci sono Paesi che non stanno adeguatamente implementando le politiche che possono salvare dal tabacco vite umane”.

L’OMS (WHO) scrive:

Sono stati fatti dei progressi, con 2,4 miliardi di persone che vivono in Paesi che ora offrono servizi onnicomprensivi per smettere di fumare (2 miliardi in più rispetto al 2007). Però solo 23 Paesi offrono servizi del miglior livello (tra cui si annovera anche l’Italia, ndr) […]

I Paesi dove la lotta contro il fumo è attuata al meglio sono, secondo l’OMS, quattro: Arabia Saudita, Repubblica Ceca, Slovacchia e Svezia. Occorre naturalmente anche un’azione di sensibilizzazione che serva a far capire la nocività delle sostanze che vengono inalate con una semplice sigaretta: si va dal catrame a elementi con una debole radioattività (come il polonio), passando per i residui della combustione della carta. Secondo la Fondazione Veronesi, inoltre, “i sigari hanno più catrame e sostanze cancerogene. In un sigaro c’è la nicotina di un pacchetto di sigarette”. Invece i potenziali effetti collaterali nel lungo periodo delle sigarette elettroniche non sono ancora noti (vedi slide dell’Istituto Superiore di Sanità); tuttavia secondo l’OMS non sono affatto innocue come inizialmente si poteva pensare e, anzi, sembra che generalmente non aiutino a smettere [“non esistono prove indipendenti sufficienti per sostenere che l’uso di questi prodotti possa realmente aiutare le persone a smettere di usare il tabacco convenzionale. Inoltre, le prove disponibili non supportano l’affermazione dell’industria del tabacco secondo cui questi prodotti sono meno dannosi rispetto ai prodotti del tabacco convenzionali” ([approfondisci)]].

Tutti i dati senza fumo negli occhi

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Oltre ai 23 Paesi con le politiche antitabacco più virtuose, il Rapporto rileva che ce ne sono 116 che offrono servizi parziali o completi in strutture sanitarie (con relativa copertura dei costi), mentre altri 32 Paesi propongono servizi interamente a carico del cittadino (il che dimostra che c’è una domanda elevata da parte di chi cerca di smettere).

In una nota del WHO si legge:
Anche il consumo di tabacco è diminuito in proporzione nella maggior parte dei Paesi, ma la crescita della popolazione significa che il numero totale di persone che consumano tabacco è rimasto troppo elevato. Attualmente, ci sono circa 1,1 miliardi di fumatori, circa l’80% dei quali vive in paesi a basso e medio reddito (LMIC).

Oltre la metà della popolazione mondiale – 3,9 miliardi di persone che vivono in 91 paesi – beneficiano di avvertenze grafiche sui pacchetti […]. Il miglior impatto sulla popolazione è stato registrato con la tassazione del tabacco [ovvero aumentando le tasse sui pacchetti, ndr].

Circa l’80% degli 1,1 miliardi di fumatori attivi nel mondo vive in Paesi a basso e medio reddito. Se consideriamo anche coloro che sono esposti passivamente al fumo, raggiungiamo l’impressionante cifra di 1,4 miliardi di persone a livello planetario la cui salute è potenzialmente a rischio.

La situazione in Italia

fumo_in_testa.jpg“L’uso dei prodotti del tabacco nel nostro Paese rappresenta la principale causa di morbosità e mortalità prevenibile”: lo scrive il Ministero della Salute. “La prevenzione e la cura del tabagismo, pertanto, sono – prosegue il Dicastero – un obiettivo prioritario da perseguire attraverso misure efficaci”, che vanno da nuove leggi fino ad attività di educazione e promozione della salute, favorendo la “cessazione del fumo per ottenere una progressiva diminuzione dei consumi dei prodotti del tabacco, il calo della prevalenza dei fumatori e la conseguente riduzione delle gravissime patologie fumo correlate”.

Secondo i dati dell’indagine Eurobarometro 2017 il 26% degli europei fuma (30% gli uomini e il 22% le donne), lo stesso valore del 2014, ma sono in aumento i fumatori nella classe di età 15-24 anni (da 24% a 29%). L’Italia è al decimo posto col 24%, dunque va leggermente meglio della media europea; ma soprattutto tra i giovani occorre fare nuovi passi per dissuaderli.

Leggi anche: Rapporto 2018 sulla prevenzione e controllo del tabagismo (Ministero della Salute)

> Numero utile per smettere di fumare: Telefono Verde contro il Fumo 800 554 088 (Istituto Superiore di Sanità: il servizio nazionale è anonimo e gratuito, attivo dalle 10 alle 16, dal lunedì al venerdì)

Fonti: WHO, Ministero della Salute

Più verdure, meno diabete

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La forma meno grave della malattia potrebbe essere prevenuta con la dieta (fino al 30% dei casi in meno)

dieta-scritta-ort.jpgUna dieta vegetariana potrebbe giovare alla prevenzione del diabete di tipo 2: è la conclusione a cui giungono tre ricercatori che fanno capo all’Università di Harvard (USA), che si è avvalsa di 9 studi condotti precedentemente. Infatti mangiando più verdure, frutta, legumi e cibi integrali si potrebbe ridurre, nel 23-30% dei casi, il rischio di essere colpiti dalla forma meno grave di diabete. Lo si legge su Jama Internal Medicine, autorevole rivista scientifica internazionale, grazie a una metanalisi che ha incluso 307.099 partecipanti (tra cui 23.544 casi di diabete di tipo 2). Solo in Italia le persone affette da diabete sono circa 3,2 milioni (secondo l’Istat), mentre in tutto il mondo 422 milioni (dato OMS), di cui circa 380 milioni affette dal tipo alimentare. Una dieta che limiti molto l’apporto di grassi può favorire non solo una buona linea, ma anche la nostra salute.

Occhio al diabete di tipo 2

retinopatia_diabetica-fundus-ok_web.jpgIl diabete di tipo 2, che rappresenta il 90% dei casi, può persino evolvere nella forma più grave (il tipo 1, che richiede somministrazione d’insulina). Inoltre favorisce la retinopatia diabetica ossia soprattutto danni al microcircolo retinico. Oltre agli aspetti genetici (altri familiari affetti da diabete) esistono anche fattori legati allo stile di vita: una vita sedentaria e lo stress – almeno in alcune categorie professionali [Ad esempio nei lavoratori notturni: si vedano gli [Standard italiani per la cura del diabete mellito (2018) ]] – possono favorirlo, sovraccaricando impropriamente il pancreas: aumentando il fabbisogno di zuccheri (glucosio) serve più insulina. Conta anche l’età: il pancreas, oltre una certa età, potrebbe infatti non rispondere più prontamente. L’ipertensione, il sovrappeso o l’obesità, bassi livelli di colesterolo HDL (detto “buono”) e trigliceridi elevati (eccesso di grassi) nonché un precedente diabete gestazionale sono tutti fattori di rischio di cui tenere conto.

Un possibile nesso ma incerto

Essendo stata individuata una correlazione statistica tra dieta vegetariana e minori casi di diabete di tipo 2, va detto tuttavia come non ci sia alcuna certezza riguardo a un nesso di causalità diretta. Prima di arrivare a una conclusione più solida bisognerà, infatti, attendere ulteriori studi e scartare altre cause alternative possibili. Eppure è noto come il diabete di tipo 2 sia strettamente correlato all’alimentazione; dunque non si può escludere, almeno in linea di principio, che una dieta vegetariana possa promuovere una vita più sana e contribuire alla prevenzione di quella malattia. Vedi anche: Soggetti ad alto rischio diabete di tipo 2 Fonti: Jama Internal Medicine, Medsc.

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