Italia più vecchia e in modesta ripresa

anziane-solidali-teste-web.jpg

Presentato il Rapporto annuale Istat: il 22% della popolazione ha almeno 65 anni, più diffuse le malattie cronico-degenerative

istat-alleva-presentazione_rapporto-2017.jpg“L’invecchiamento della popolazione è l’aspetto demografico che più contraddistingue l’Italia nel contesto internazionale”: lo ha affermato il 17 maggio il Presidente dell’Istat Giorgio Alleva illustrando il suo nuovo Rapporto annuale 2017-La situazione del Paese [Sala della Regina di Palazzo Montecitorio]]. Tant’è vero che, in Italia, 22 persone su cento hanno dai 65 anni in su. Con annessa maggiore diffusione delle malattie croniche e degenerative correlate all’età (nel caso degli occhi si pensi all’[AMD e ad altre forme di retinopatia, cataratta o al glaucoma). (Si tenga conto che gli ultraquarantenni sono circa il 58,6% della popolazione italiana, ndr).

Si legge nel Rapporto Istat:

L’aumento della sopravvivenza genera l’incremento costante di una fascia di popolazione più esposta a problemi di salute di natura cronico-degenerativa. Tutto ciò pone, e porrà sempre di più in futuro, i sistemi sanitari dei paesi avanzati sotto forte pressione per l’aumento della domanda di cure, con conseguenti problemi di sostenibilità.

Più controlli di routine

Scrive l’Istituto Nazionale di Statistica a proposito delle visite mediche periodiche e alle analisi del sangue:

alleva-presidente_istat.jpg

I controlli di routine dei livelli di colesterolo e glicemia nel sangue e della pressione arteriosa sono semplici esami che consentono una diagnosi tempestiva. I controlli, pertanto, non riguardano solo la popolazione a rischio di insorgenza di malattia croniche, ma tutta la popolazione, con una cadenza appropriata. I comportamenti di prevenzione non possono però prescindere dalla prevenzione primaria, che riguarda gli stili di vita: in particolare l’adozione di stili di vita salutari (sana alimentazione, riduzione nel consumo di sale, lotta all’obesità e al tabagismo, promozione dell’attività fisica) durante tutto il percorso di vita a partire dalla prima infanzia.

Nel 2015 – con riferimento alla popolazione di 15-64 anni – l’Istat nota come l’Italia abbia mostrato un comportamento complessivamente più virtuoso della media europea con riferimento ai controlli del livello di colesterolo e glicemia nel sangue e meno virtuoso per quanto riguarda il controllo della pressione arteriosa. I risultati mostrano come, a parità di altre caratteristiche, le donne abbiano una maggiore propensione a svolgere controlli, così come i residenti nel Nord e nel Centro in confronto a chi risiede nel Mezzogiorno.

Prendendo come riferimento il gruppo delle famiglie a basso reddito di italiani, la propensione a svolgere controlli di prevenzione è inferiore per le famiglie a basso reddito con stranieri. È invece più elevata per la classe dirigente e le famiglie d’impiegati.

Sempre più persone rinunciano alle visite specialistiche

Una percentuale crescente di persone – conferma l’Istat – ha rinunciato a una visita specialistica negli ultimi 12 mesi perché considerata troppo costosa. Si è passati, infatti, tra il 2008 e il 2015, dal 4% al 6,5% della popolazione (un incremento pari al 55,5%, ndr). Questo fenomeno di rinuncia riguarda soprattutto il Mezzogiorno, dove si è passati a un tasso di rinuncia delle visite specialistiche del 6,6% a un preoccupante 10,1%. Questo problema riguarda naturalmente soprattutto i più poveri. Con conseguente riduzione della possibilità di prevenzione delle malattie, comprese quelle oculari, che invece necessitano di controlli periodici di uno specialista.

Lieve miglioramento della salute percepita

anziane-solidali-teste-web-photospip2a1629ff8e3b5d1f0067084612ec4791.jpgAumenta il numero di anni vissuti senza limitazioni nelle attività della vita quotidiana dopo i 65 anni: da 9 a 9,9 per gli uomini tra il 2008 e il 2015, e da 8,9 a 9,6 per le donne. Anche la percezione dello stato di salute mostra un lieve miglioramento al netto degli effetti dell’invecchiamento: si dichiara in buone condizioni il 67,7% della popolazione nel 2016 rispetto al 64,8% del 2009.

Disuguaglianze più pronunciate

Nonostante alcuni segni di ripresa (considerati volatili), perdura la crisi economica e sono sempre più accentuate le disuguaglianze socio-economiche. Anche tra un gruppo sociale e l’altro le diseguaglianze nelle condizioni di salute sono notevoli. Nel gruppo della classe dirigente tre quarti delle persone si dichiarano in buone condizioni, mentre nel gruppo più svantaggiato [[persone anziane sole e giovani disoccupati]] la quota scende al 60,5%.

L’edizione di quest’anno del Rapporto Istat affronta in modo non convenzionale il tema della struttura socioeconomica, letta attraverso le caratteristiche dei gruppi sociali. Descrive dei gruppi sociali italiani troppo cristallizzati attorno a posizioni d’interesse, una mobilità sociale troppo ridotta, con un Paese che ha numeri da record a livello d’età.

Fonte principale: Istat

Sanità, Italia divisa in tre

visita-oculistica-anziana-struttura-ospedaliera-2.jpg

Rapporto Eurispes presentato il 16 maggio a Roma: liste d’attesa più lunghe al Sud, troppe le strutture fatiscenti

eurispes-presentazione_rapporto_italia-2017.jpgSul piano dell’assistenza sanitaria l’Italia è divisa in tre: “Al Nord, nonostante i casi problematici, prevale un servizio accettabile, il Centro si colloca in una posizione intermedia, nel Mezzogiorno i disagi sono estremamente frequenti”. Lo scrive l’Istituto di ricerca Eurispes, che il 16 maggio a Roma ha presentato un nuovo Rapporto.

Le pazienti attese

Dall’Eurispes vengono denunciate lunghe attese per visite ed esami in tutto il Paese, ma se al Nord-Ovest le ha sperimentate il 49,8%, la quota tocca punte del 93,2% al Sud e del 90% circa nelle Isole. Per gli interventi chirurgici le attese sono state vissute da meno della metà dei residenti del Centro e del Nord-Ovest, ma da oltre il 66% al Sud e nelle Isole.

Netto divario Nord-Sud

visita-oculistica-anziana-struttura-ospedaliera-2.jpgDal “Rapporto Italia” emerge un netto divario relativo alle condizioni delle strutture sanitarie. Vengono definite fatiscenti dal 18% degli intervistati al Nord-Ovest, dal 34,5% nel Nord-Est, dal 46,6% al Centro e dal 60% al Sud, con un massimo del 69,3% nelle Isole (circa il doppio del Nord-Est). Una tendenza analoga è stata registrata nelle indicazioni relative a strutture igienicamente non adeguate.

Gli errori medici, sperimentati al massimo nel 30% dei casi al Centro-Nord, vengono citati dal 55,3% dei residenti al Sud e dal 40,9% di chi abita Sicilia e Sardegna. La tendenziale peggiore offerta di servizi sanitari nelle aree del Mezzogiorno coinvolge anche la disponibilità del personale medico ed infermieristico, considerata insoddisfacente da oltre la metà degli intervistati.

Servono fiducia, efficienza e senso del dovere

Spiega il Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, fondatore dell’Istituto di ricerca:

gian_maria_fara-eurispes-web.jpg

Dallo studio emerge l’immagine di un Paese che sembra non voler esercitare nessuno sforzo in direzione del cambiamento. Il Rapporto conferma, inoltre, che esistono più Italie: una che produce ritardi, lentezze e che non si innova e un’altra che invece traina l’economia, la produzione, i servizi, con fiducia nel futuro e senso del dovere. Ad una Italia chiusa in se stessa se ne contrappone una che resiste e che si impegna.

Fonte: Eurispes

Più rischio d’infarto con retinopatia diabetica proliferante o edema retinico

Fondo oculare di persona affetta da retinopatia diabetica

Il cuore di un diabetico può essere più a rischio: consigliabili regolari visite cardiologiche così come quelle oculistiche

cuore-battente-gif.gifSicuramente grazie a un’analisi sistematica retrospettiva degli studi scientifici condotti sui diabetici, ricercatori americani, australiani e singaporiani hanno concluso che chi soffre di retinopatia diabetica proliferante o di edema maculare corre un maggiore rischio di avere malattie cardiovascolari che potrebbero persino essere fatali.

Come si è svolto lo studio

Questa ricerca – pubblicata su Jama Ophthalmology – ha preso in considerazione 7604 persone affette da diabete di tipo 2, che hanno partecipato a 656 studi. Sarebbero più a rischio infarto [[dunque dovrebbero recarsi regolarmente da un cardiologo per prevenirlo]] coloro che hanno una forma particolarmente devastante di retinopatia (detta “proliferante” perché i vasi retinici dannosi si moltiplicano rapidamente) oppure hanno un accumulo di liquido sotto al centro della retina (èdema retinico).

La connessione tra la retinopatia diabetica [[che in almeno in un terzo dei casi provoca retinopatia diabetica]] e l’infarto è indiretta. Un indice del potenziale devastante del diabete può essere proprio lo stato della retina (una sorta di finestra sulla salute vascolare). Durante lo studio si sono verificati 1203 eventi cardiovascolari in quasi sei anni di monitoraggio. Infatti, l’elevata concentrazione di zuccheri nel sangue per periodi prolungati tende a danneggiare il cuore e i vasi.

Quando sottoporsi a visita oculistica

Fondo oculare di persona affetta da retinopatia diabetica
Fondo oculare di persona affetta da retinopatia diabetica
Se ci si sottopone a una visita oculistica completa almeno annualmente (con dilatazione della pupilla) non si dovrebbero correre rischi visivi. Un’eventuale diversa frequenza potrà essere raccomandata dallo stesso oculista al diabetico. In ogni caso bisogna monitorare accuratamente l’andamento della glicemia, soprattutto se si soffre da molti anni di diabete; ciò si può fare con un esame chiamato “emoglobina glicosilata” o “emoglobina glicata”, che fornisce l’andamento degli zuccheri nel sangue negli ultimi 2-3 mesi. Ai primi segni di retinopatia diabetica i controlli oculistici andrebbero fatti con una maggior frequenza [Vedi [sito di SID Italia]].

Leggi anche: “Prendere a cuore la salute

Fonti: Jama Ophthalmology, New England Journal of Medicine

Crescono problemi visivi in età prescolare

occhi_azzurri_bambino_foto-hodan-web.jpg

Studio americano su bambini dai 3 ai 5 anni con proiezioni fino al 2060: in aumento i piccoli ipovedenti

centro_pediatrico_pluridisabili_sensoriali-gemelli-iapb-inaugurazione13dicembre2012-bimbo-stanza-sx-gallery-6-photospipdb77eabf10ab71e4697252b3ac952bb6.jpgÈ in aumento il numero dei bimbi tra i 3 e i 5 anni con problemi visivi che causano ipovisione. Un nuovo studio americano prevede che, tra il 2015 e il 2060, ci sarà un incremento di oltre un quarto dei casi nei soli Stati Uniti (+26,3%), passando da oltre 174 mila bambini ipovedenti affetti da vizi refrattivi non corretti (forte miopia, ipermetropia, astigmatismo) e/o occhio pigro (ambliopia bilaterale) a più di 220 mila piccoli con gli stessi problemi visivi, principalmente ispano-americani.

occhi_azzurri_bambino_foto-hodan-web.jpgUna diagnosi precoce è fondamentale per evitare futuri problemi o danni oculari, soprattutto se si tratta dell’occhio pigro: se non viene individuato per tempo può impedire il corretto sviluppo dei circuiti cerebrali perché solo l’occhio dominante fornisce informazioni alla corteccia cerebrale visiva (mentre l’altro viene “disattivato”). Infatti una buona visione stereoscopica è importante per una buona qualità della vita.

Secondo i ricercatori di Los Angeles e di Seattle, che hanno pubblicato la loro ricerca su Jama Ophthalmology:

I problemi visivi nella prima infanzia possono danneggiare significativamente lo sviluppo della funzione visiva, motoria e cognitiva e portare a conseguenze psicosociali avverse.

Concludono, quindi, i ricercatori:

Questi dati suggeriscono che un’alta proporzione di bambini in età prescolare vive un’inutile perdita della vista che potrebbe essere prevenuta mediante una diagnosi precoce e la correzione di un errore refrattivo significativo [nel 2015 l’avevano circa il 69% dei piccoli ipovedenti americani, ndr].

Fonte: Jama Ophthalmology

Morbillo, crescono i casi in Italia

morbillo-web.jpg

Un terzo dei casi con complicanze: dalla cheratocongiuntivite alla neurite ottica, passando per polmonite, otite e diarrea

morbillo-web.jpgIn Italia si è arrivati, dall’inizio dell’anno al 3 maggio 2017, a 1920 casi di morbillo [[http://www.epicentro.iss.it/problemi/morbillo/bollettino/Measles_WeeklyReport_N6.pdf]], mentre in tutto il 2016 si sono avuti 866 casi. [[http://www.epicentro.iss.it/problemi/morbillo/epidItalia.asp]] I contagiati sono quindi aumentati di 6,6 volte confrontando i primi due quadrimestri di questo biennio.

In Europa il nostro Paese e la Romania vivono un’epidemia di morbillo. Però anche in Belgio e in Germania ci sarebbero dei rischi superiori alla media, così come in Francia, Polonia, Svizzera e Ucraina. [[http://www.thejournal.ie/measles-outbreak-europe-who-3312030-Mar2017]]

Si tratta di una malattia infettiva esantematica virale: circa un terzo delle persone è colpito da complicanze; tra queste ci sono la cheratocongiuntivite e, anche se rara, la neurite ottica retrobulbare. Tra le altre possibili complicanze segnaliamo la diarrea, la stomatite (infiammazione della mucosa della bocca), la polmonite, l’insufficienza respiratoria e l’otite.

Cosa dice l’OMS

L’OMS scriveva, a fine marzo, che i Paesi più colpiti dal morbillo in Europa erano l’Italia e la Romania. [[http://www.euro.who.int/en/media-centre/sections/press-releases/2017/measles-outbreaks-across-europe-threaten-progress-towards-elimination]] Eppure, nonostante questa situazione, l’Organizzazione mondiale della sanità parla di una drastica diminuzione dei decessi grazie alle vaccinazioni (-79% di vittime nel mondo tra il 2000 e il 2015). A livello planetario due anni fa circa l’85% dei bambini aveva ricevuto il suo primo vaccino entro il primo anno di vita (era il 73% nel 2000).

Il Ministro Lorenzin: lontani dal 95% di copertura vaccinale

La copertura vaccinale non è ancora sufficiente, in Italia, a impedire un contagio su ampia scala del morbillo, per cui è già scattato l’allarme delle autorità sanitarie (che raccomandano la vaccinazione). Oggi siamo infatti ancora solo attorno all’85% di bambini vaccinati. Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha spiegato:

Nonostante il Piano di eliminazione del morbillo sia partito nel 2005 e la vaccinazione contro il morbillo sia tra quelle fortemente raccomandate e gratuite, nel 2015 la copertura vaccinale contro il morbillo nei bambini a 24 mesi (coorte 2013) è stata dell’85,3% […], ancora lontana dal 95% che è il valore soglia necessario ad arrestare la circolazione del virus nella popolazione.

ministro_lorenzin-ministero_salute-web.jpgÈ ora indispensabile intervenire rapidamente con un impegno e una maggiore responsabilità a tutti i livelli, da parte di tutte le istituzioni e degli operatori sanitari, per rendere questa vaccinazione fruibile, aumentandone l’accettazione e la richiesta da parte della popolazione. Analogamente le amministrazioni regionali e delle aziende sanitarie, così come pediatri e medici di medicina generale devono promuovere una campagna di ulteriore responsabilizzazione da parte dei genitori e delle persone non immuni di tutte le età affinché non rinuncino a questa fondamentale opportunità di prevenire una malattia che può essere anche letale.

Intanto ai turisti stranieri che intendono viaggiare in Italia viene consiglia una copertura con vaccino contro il morbillo. [[https://wwwnc.cdc.gov/travel/notices/watch/measles-italy]]

Link utile: il morbillo (sito del Ministero della Salute)

Fonti: Epicentro, WHO, Secolo XIX, Ministero della Salute

Diabete, il Belpaese è spaccato

diabete-lente.jpg

Prevalenza nazionale al 5,4%. Calabria, Campania e Lazio le tre regioni peggiori. Presentati a Roma dati allarmanti

retinopatia_diabetica_visione_alterata-macchie-tablet-web-300pix.jpgCalabria (8,2%), Campania (6,7%) e Lazio (6,6%) sono le tre regioni italiane più colpite dal diabete. Quelle con meno diabetici in rapporto alla popolazione sono, invece, il Trentino Alto-Adige, il Veneto, la Liguria e la Lombardia. Soprattutto a causa di una dieta migliore e di un’attività fisica più regolare.

Mentre Bolzano e Trento sono città decisamente virtuose, la situazione è molto preoccupante soprattutto a Roma e provincia, dove risiedono più persone con diabete di tutto il Piemonte (286 mila). Gli zuccheri raffinati, i grassi animali e la sedentarietà sono, da questo punto di vista, i principali nemici della salute.

Il 5 maggio sono stati presentati a Palazzo Valentini questi e altri dati preliminari del progetto internazionale Cities Changing Diabetes per Roma [[il progetto, a livello nazionale e capitolino, è coordinato dall’Health City Institute in collaborazione con il Ministero della Salute, l’Anci, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istat, la Fondazione Censis, Coresearch, l’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Medi-Pragma e tutte le Università di Roma, le Società scientifiche del diabete e dell’obesità nonché con associazioni pazienti e di cittadinanza]], volto a studiare il legame fra una malattia cronica come il diabete e la città, promuovendo al contempo nuove iniziative per salvaguardare la salute dei suoi cittadini. Si può infatti prevenire la patologia nella sua forma più comune (il diabete di tipo 2) o, almeno, si può diagnosticare tempestivamente (in particolare il diabete di tipo 1 [[richiede insulina e rappresenta circa il 10% dei casi, ndr]]).

Occhio alla salute in città, nel mondo è pandemia

Dopo Città del Messico, Copenhagen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg è stata Roma la metropoli scelta per il 2017 col progetto nato tre anni fa in Danimarca [[promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia]]. Nelle grandi città vivono oggi la gran parte delle persone con diabete di tipo 2.

Il diabete, secondo l’OMS, colpisce 422 milioni di persone: si tratta di una “pandemia” e mostra una tendenza alla crescita. Solo in Italia sono più di 3,2 milioni. Oltre a Calabria, Campania e Lazio, superano la prevalenza nazionale del diabete (5,4%) l’Emilia Romagna, la Sicilia, la Puglia, la Basilicata e il Molise.

Retinopatia diabetica: serve più prevenzione

Fondo oculare di persona affetta da retinopatia diabetica
Fondo oculare di persona affetta da retinopatia diabetica
La retinopatia diabetica è una delle numerose complicanze [[come problemi cardiaci, vascolari (soprattutto alla circolazione dei piedi), renali, dei nervi (riduzione della sensibilità periferica)]] della malattia correlata a una concentrazione eccessiva di zuccheri nel sangue: colpisce circa un terzo dei diabetici. È considerata la prima causa di cecità in età lavorativa ed è responsabile di circa il 13% dei casi di handicap visivo. Per prevenire i danni retinici è indispensabile controllare periodicamente la glicemia e sottoporsi regolarmente a visite oculistiche (con controllo del fondo oculare).

La maggior parte dei costi del diabete è legata alle sue complicanze e spesso non c’è consapevolezza della malattia. Anche per questo bisogna sempre prestare attenzione alla prevenzione.

Roma e Lazio non virtuosi

Ketty Vaccaro (Censis), coordinatrice di Roma Cities Changing Diabetes, ha dichiarato:

Il Lazio e, in particolare, Roma registrano un aumento di obesità e invecchiamento della popolazione, entrambi fattori di rischio strettamente legati all’incremento della prevalenza del diabete… Non solo l’obesità, l’invecchiamento della popolazione, la sedentarietà, ma anche fattori sociali come istruzione, accesso alle cure, risorse disponibili incidono fortemente sul suo incremento.

Spiega il prof. Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute:

Nelle città aderenti al programma Cities Changing Diabetes i ricercatori svolgono ricerche per individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte.

diabete-lente.jpgL’aumento delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, infatti, è strettamente legato alla crescita della popolazione urbana, fenomeno sociale inarrestabile e apparentemente una tendenza irreversibile, proprio per via del cambiamento degli stili di vita (alimentazione) e di movimento. Dunque in città occorre ricercare persino più attivamente il benessere adottando stili di vita più sani.

Vedi anche: Prevalenza del diabete in Italia (Istat)

Link utile: Roma Cities Changing Diabetes Atlas 2017 (pdf).

Leggi anche: “Diabete, troppi zuccheri ammazza-vista”

Fonte principale: Cities Changing Diabetes

AMD, troppe le mancate diagnosi

bulbo_oculare-ricostruzione_virtuale.jpg

Negli Usa la degenerazione maculare legata all’età non viene individuata in un occhio malato su quattro

amd-avanzata-simulazione_visione-scotoma-photospipd02c442b4735b046ba2cdd901535c9e3.pngIn un occhio retinopatico su quattro non viene scoperta. Parliamo della degenerazione maculare legata all’età (AMD), la prima causa di perdita della vista nei Paesi benestanti, che dopo i 55 anni può colpire il centro della retina (macula). Il campanello d’allarme arriva da uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology.

Risultati dello studio

Hanno partecipato alla ricerca – condotta negli Stati Uniti dall’Università dell’Alabama – 644 persone con un’età media di quasi 69 anni e mezzo. Complessivamente non risultavano avere AMD tre occhi su quattro (75,2%). In 320 occhi su 1288, invece, la degenerazione era subdolamente presente. In molti di essi sono stati osservati accumuli retinici chiamati drusen [[depositi extracellulari di scarto: si tratta di molecole ricche di grassi e colesterolo che si formano a livello della membrana di Bruch (sotto l’epitelio pigmentato retinico)]], iperpigmentazione retinica (10%) o ipopigmentazione (13,4%).

Più sottovalutazione tra gli anziani

bulbo_oculare-ricostruzione_virtuale-photospip5b09928aa4725981047a60ffc691d89a.jpgL’AMD non risultava diagnosticata soprattutto tra i più anziani, in persone con un livello d’istruzione basso e nei maschi: circa il 25% degli occhi sembravano avere una macula sana, ma in realtà non lo era, com’è poi risultato evidente facendo un esame più approfondito del fondo a pupilla dilatata.

In totale il 30% degli occhi per cui non era stata formulata una diagnosi di degenerazione maculare legata all’età mostrava già grandi drusen che, concludono i ricercatori, “sarebbero state trattabili con integratori alimentari” se diagnosticate per tempo. Quindi i ricercatori americani auspicano l’applicazione, da parte dei centri oftalmologici, di migliori strategie per individuare precocemente l’AMD.

Fonte: Jama Ophthalmology

Se il caffè dilata la pupilla

caffe-tazza-web.jpg

Il diametro pupillare aumenta: la caffeina può influenzare le prestazioni visive

caffe-tazza-web.jpgVizi e virtù del caffè vengono periodicamente evidenziati dalle ricerche scientifiche. Grazie a un nuovo studio internazionale – pubblicato su Eye – è stato possibile valutare l’aumento del diametro della pupilla in seguito all’assunzione di caffeina. Quest’ultima può influenzare le prestazioni visive incidendo anche sull’accomodazione.

Metodo e risultati

Cinquanta persone hanno partecipato allo studio, con un’età compresa tra i 19 e i 25 anni. Venivano selezionati casualmente soggetti che, in giorni diversi, consumavano una bevanda che conteneva 250 mg di caffeina, pari a circa tre tazze di caffè [[Secondo l’EFSA l’espresso contiene indicativamente 80 mg di caffeina (anche se tale quantità può variare a seconda dei Paesi, della qualità e delle modalità di preparazione), ndr]], oppure era un placebo (tipo decaffeinato, ndr).

pupilla_dilatata.jpgIl diametro pupillare è stato misurato a 30, 60 e 90 minuti dall’assunzione, osservando sempre un suo incremento significativo quando nella bevanda era presente la caffeina: dopo un’ora e mezza si è passati mediamente da una pupilla di 3,4 millimetri ai 4,5 mm (+32,36%).

Verificandosi una variazione dell’accomodazione, ci potrebbero essere problemi nella corretta messa a fuoco. Tuttavia bisogna considerare che nell’esperimento è stato utilizzato un dosaggio elevato di caffeina. Invece un solo espresso potrebbe avere effetti trascurabili sul visus mentre, per converso, può migliorare l’attenzione e i riflessi alla guida, per cui gli automobilisti possono trarne un evidente vantaggio.

Gli effetti della caffeina

La caffeina è un neurostimolante: raggiunge il circolo sanguigno entro una trentina di minuti dalla sua assunzione. Quindi si diffonde in tutto il corpo, poi viene metabolizzata ed escreta attraverso le urine. L’emivita media della caffeina nel corpo è di 4 ore (ma le stime variano dalle 2 alle 10 ore). Generalmente viene sconsigliato di superare le 4 tazzine al giorno [[www.ilfattoalimentare.it/efsa-caffeina-caffe.html]].

Scrive lo European Food Information Council (EUFIC):

Dosaggi di 100-600 mg di caffeina accelerano e rendono più chiari i pensieri, oltre a migliorare la coordinazione generale del corpo. Tra gli aspetti negativi, la caffeina può provocare irrequietezza e perdita del controllo motorio fine. Quantitativi superiori ai 2000 mg possono causare insonnia, tremori e un’accelerazione del respiro. Questi sintomi vengono talvolta osservati a dosaggi inferiori. Tuttavia, la sua tolleranza aumenta col suo consumo regolare per molti di questi effetti: le proprietà stimolanti della caffeina riguardano meno i consumatori abituali di caffè rispetto ai consumatori occasionali.

La caffeina ha molti altri effetti acuti. Stimola il rilascio di cortisolo e di adrenalina, che causa un incremento della pressione sanguigna e un’accelerazione del battito cardiaco. Possiede anche effetti diuretici, provoca il rilassamento bronchiale, aumenta la produzione degli acidi gastrici e accelera il metabolismo.

Fonti: Eye (Nature), EUFIC, EFSA

Glaucoma, la morte delle cellule retiniche “in diretta”

glaucoma-simulazione-visione_tubulare-web_ok.jpg

Messa a punto una nuova tecnica con un tracciante radioattivo: nei glaucomatosi l’apoptosi è dieci volte più rapida

apoptosi_retinica-da-glaucoma-darc-esempio-web.jpgSi può osservare la morte delle cellule retiniche “in diretta”? La risposta è positiva: avrebbe rilevato l’apoptosi delle cellule ganglionari un gruppo di ricercatori inglesi in persone affette da glaucoma, pubblicando poi la ricerca su Brain.

Questa malattia silente, infatti, può procurare danni irreversibili al nervo ottico e alle cellule ganglionari retiniche (CGR): se il glaucoma non viene diagnosticato in tempo [[tonometria (misurazione del tono oculare), l’esame del fondo oculare e possibilmente una “mappatura” del campo visivo, ndr]] la visione si restringe sino a diventare tubulare (come se si vedesse attraverso un telescopio). Generalmente questo fenomeno è associato a una pressione oculare troppo alta.

Attualmente, secondo l’OMS, il glaucoma colpisce 55 milioni di persone ed è la seconda causa di cecità irreversibile al mondo. Si stima che 25 milioni di persone abbiano già perso la vista per causa sua.
glaucoma-simulazione-visione_tubulare-web_ok.jpg

Cosa hanno scoperto i ricercatori

I ricercatori britannici sono riusciti a dimostrare che, in linea di principio, sarebbe persino possibile vedere la degenerazione di una singola cellula della retina grazie a un tracciante radioattivo, un marcatore fluorescente che si lega alle proteine delle cellule “morenti” [[che appaiono all’esame del fondo oculare come punti bianchi fluorescenti, ndr]]. Le persone colpite da glaucoma perdono all’incirca il 4% delle cellule ganglionari retiniche ogni anno contro lo 0,4% causato dai normali processi d’invecchiamento. Si calcola, per l’esattezza, che nei glaucomatosi vadano incontro ad autodistruzione, ogni anno, tra le 28mila e le 33mila cellule retiniche (77-90 al giorno).

(Cellula ganglionare della retina. Foto cortesia della Johns Hopkins University)
(Cellula ganglionare della retina. Foto cortesia della Johns Hopkins University)
Un nuovo strumento diagnostico pionieristico – sviluppato da ricercatori dell’Università di Londra (UCL) e del Western Eye Hospital – ha consentito di osservare il fenomeno dell’apoptosi della parte posteriore dell’occhio sin dai suoi primi “passi”. Come spiega il professore Philip Bloom di quest’ultimo ospedale britannico:

Il trattamento [contro il glaucoma] ha molto più successo quando comincia nelle prime fase della patologia, quando la perdita visiva è minima. Le nostre scoperte ci potrebbero consentire di diagnosticare la malattia dieci anni prima di quanto fosse possibile in precedenza.

La direttrice della ricerca Francesca Cordeiro (professoressa presso il Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Londra) ha affermato:

Diagnosticare il glaucoma precocemente è fondamentale perché i sintomi non sono sempre evidenti. […] Anche se non possiamo curare la malattia, il nostro test consente di iniziare i trattamenti prima che si manifestino i sintomi. In futuro questo test potrebbe essere utilizzato anche per diagnosticare altre malattie neurodegenerative.

Una diagnosi tempestiva consente agli oculisti di iniziare prima i trattamenti (ad esempio l’istillazione di colliri per abbassare le pressione oculare), evitando sin dai primi segni retinici che il campo visivo venga danneggiato. Lo stesso test potrà anche servire per la diagnosi tempestiva di malattie neurologiche quali il Parkinson, l’Alzheimer e la sclerosi multipla.

Fonti: Brain, UCLB

Malattie croniche, le carenze nell’assistenza

anziane-solidali-teste-web.jpg

Cittadinanzattiva: tempi lunghi per diagnosi e cure, si ascoltano poco i pazienti

posto_letto-chiaroscuro-web-2.jpgDa un lato ci sono le attese troppo lunghe, si è indietro nell’applicazione di programmi di prevenzione perché l’Italia investe ancora troppo poco e i cittadini possono registrare – in particolare quando sono affetti da una malattia cronica – anche ritardi nella diagnosi (soprattutto se rara). Dall’altro lato i ricoveri possono richiedere troppo tempo anche perché, nel nostro Paese, si sta verificando un’allarmante riduzione di posti letto [[a fronte, invece, di un aumento degli anziani: secondo l’Istat 22 persone su 100 hanno almeno 65 anni, ndr]].

Sono questi i principali aspetti critici dell’assistenza sanitaria italiana evidenziati nel nuovo Rapporto di Cittadinanzattiva presentato a Roma il 27 aprile. Questa onlus ha consultato 46 associazioni – rappresentative di oltre 100 mila cittadini – per redigere una pubblicazione di un centinaio di pagine intitolata “In cronica attesa”. Una fotografia che, per molti versi, si rivela impietosa pur nella sua utilità (oscurando comunque i primati positivi del nostro Sistema sanitario nazionale).

Cosa dicono le associazioni

anziane-solidali-teste-web-photospip9f18bb9d5b2e17ec700631c6cbde73c3.jpgPiù del 60% delle associazioni segnala la carenza di servizi socio-sanitari sul proprio territorio e le difficoltà ad orientarsi; più della metà evidenzia difficoltà in ambito lavorativo, legate alla propria patologia, nonché disagi nel comunicare la malattia, oltre alle difficoltà economiche. Una crescente quota di cittadini si ritrova, tra l’altro, a sostenere spese più consistenti per la salute. Le associazioni che, nel 2016, hanno partecipato a programmi di screening sono solo poco più di un quarto di quelle intervistate (26%).

Il grande fardello delle patologie croniche

Il nostro Paese sente tutto il peso della malattie croniche: colpiscono quasi quattro italiani su dieci (il 38,3% degli italiani, pari all’incirca a 23,6 milioni di persone), mettendo a dura prova la sostenibilità del nostro Sistema sanitario nazionale (SSN). Le patologie croniche più diffuse sono l’ipertensione (vedi retinopatia ipertensiva), l’artrosi o artrite e le malattie allergiche (vedi anche congiuntivite).

Poco ascolto da parte dei camici bianchi

medico20gene419d-df9f1.jpgNel rapporto col medico sono diversi i limiti riscontrati: il 78% del campione riscontra poco tempo per l’ascolto, sottovalutazione dei propri sintomi (44%), lamenta la poca reperibilità (42%) e la scarsa empatia (26%). Si è ancora indietro sui programmi di prevenzione soprattutto perché si investe troppo poco: nel nostro Paese si stimano 83€ a persona di spesa per questa voce, cifra inferiore a quella di Paesi come il Regno Unito, la Germania, la Danimarca, l’Olanda e la Svezia.

“Diagnosi in tempi lunghi ed esiti incerti: a volte – scrive Cittadinanzattiva – occorrono anni di attesa, sofferenza, solitudine ed incertezza, accompagnati da costi non indifferenti, prima di arrivare ad una diagnosi certa di malattia cronica o rara”. Più della metà degli intervistati (58%) dice di non essere stato sottoposto/a a programmi di screening nel caso in cui a un familiare sia stata riscontrata una malattia genetica; il 60%, invece, conferma un ritardo diagnostico.

Ritardi nel Piano nazionale della cronicità

La presa in carico del paziente affetto da una patologia cronica è il cuore del Piano nazionale della cronicità e il punto sul quale si misura la qualità dell’assistenza fornita. I cittadini, nel 68% dei casi, si recano invece al Pronto soccorso (con conseguente e inopportuno intasamento). Questo avviene anche perché non si accorciano i tempi di attesa nel percorso di cura: un’associazione su due afferma che non esiste un percorso agevolato che garantisca tempi certi per l’accesso alle prestazioni sanitarie.

Meno posti letto in ospedale

Nel frattempo – osserva ancora Cittadinanzattiva – la riduzione dei posti letto ospedalieri comporta che, in due casi su cinque, i pazienti debbano ricoverarsi lontano dalla propria residenza o, in più di un caso su tre, accontentarsi di un posto letto in un reparto non idoneo.

Quando il ricovero avviene in una struttura riabilitativa, lungodegenza o residenze sanitarie assistenziali (RSA), i cittadini segnalano lunghe attese per accedervi (68%), la mancanza di équipe con diverse professionalità (40%), la necessità di pagare una persona che assista il paziente ricoverato (32%) o il costo eccessivo della stessa struttura (28%). In caso di assistenza domiciliare, invece, il primo ostacolo è, ancora oggi, nella sua attivazione (63%), il numero insufficiente di ore erogate (60%) o la mancanza di figure specialistiche necessarie (45%). Per il 40% manca anche l’assistenza di tipo sociale.

Difficoltà nel riconoscimento dell’handicap

cieco20con20aaf2-ca49d.jpgRiscontrate difficoltà burocratiche soprattutto legate al riconoscimento dell’invalidità civile e dell’handicap e riguardano: per il 46% l’accesso all’indennità di accompagnamento, per il 39% il riconoscimento dell’handicap, per il 31% l’accesso alla pensione di inabilità, per il 27% l’assegno mensile di invalidità civile, per il 15% l’indennità di frequenza. Sull’assistenza protesica ed integrativa, oltre la metà delle associazioni lamenta troppe differenze regionali.

Poca appropriatezza

Sull’appropriatezza emergono, secondo Cittadinanzattiva, aspetti critici rilevanti: ben il 58% riferisce che i suoi sintomi sono stati sottovalutati, con conseguente ritardo nella cura; uno su quattro segnala invece di aver dovuto fare esami inutili o perché non adatti alla propria patologia o perché ripetuti più volte. A livello di aderenza terapeutica, invece, il 59% riferisce che essa è dovuta ai costi indiretti della cura, il 52% alle difficoltà burocratiche, il 39% a interazioni con altri farmaci o ai costi della terapia. In altri casi interviene, infine, lo scoraggiamento: perché non si ottengono i risultati attesi (36%) o perché si tratta di una terapia eccessivamente lunga e complicata (26%).

Sanità digitale in ritardo

Sulla sanità digitale il nostro Paese ancora arranca (ad eccezione di alcune Regioni più virtuose, ndr): il 64% dice di non essere stato coinvolto in nessun progetto di telemedicina e, nonostante la ricetta elettronica sia stata introdotta già da alcuni anni, il 49% ritiene che essa non abbia prodotto alcun risultato o, al limite, solo in alcune realtà (22%).

Link utile: infografiche

Fonte: Cittadinanzattiva