Entro il 2050 le menomazioni visive aumenteranno sensibilmente, complice l’invecchiamento demografico
In poco più di 30 anni i ciechi e gli ipovedenti negli Stati Uniti potranno raddoppiare, passando da 8,8 milioni a oltre 15 milioni. Lo prevede un nuovo studio pubblicato su JAMA Ophthalmology da un team di ricercatori della Johns Hopkins University School of Medicine (Baltimora).
Occorrerà quindi un incremento dei servizi di riabilitazione per gli ipovedenti dato che la popolazione invecchia, e non solo negli USA. Ad esempio l’Italia è uno dei Paesi al mondo col maggiore tasso d’invecchiamento demografico, insieme a Giappone, Germania e Portogallo.
Calo visivo a stelle e strisce
La forte riduzione della vista fino alla cecità colpisce una parte importante della popolazione americana, soprattutto durante la terza età.
Durante la ricerca sono stati esaminati i dati relativi a 6016 persone, di cui 1714 minorenni (28,4% del campione), 2358 (39,1%) con un’età compresa tra i 18 e i 44 anni e 1944 individui dai 45 anni in su (il 32,3%).
Secondo i ricercatori negli Usa vivono – considerando l’acuità visiva con miglior correzione (BCVA [[Best Corrected Visual Acuity, ndr]]) in persone dai 45 anni in su – 3 894 406 persone che vedono meno di 5/10, 1 483 703 persone con meno di 3/10 circa e 1 082 790 che vedono 1/10 o anche meno, in tutti i casi usando lenti.
In conclusione, va ricordato come siano in aumento le malattie degenerative croniche, tra cui la degenerazione maculare legata all’età (AMD), che può causare cecità centrale. Attualmente essa è considerata la prima causa di menomazione visiva nei Paesi sviluppati tra gli anziani, mentre la retinopatia diabetica è la prima causa di perdita della vista in età lavorativa.
Si celebra il 14 novembre ed è dedicata alle donne. Per l’OMS ci sono 422 milioni di diabetici nel mondo
Oggi nel mondo un adulto su tre è in sovrappeso e uno su dieci è obeso. Segno evidente che bisogna prestare più attenzione allo stile di vita. In particolare per le donne c’è il rischio di essere colpite da diabete gestazionale.
Circa 1000 iniziative in tutta Italia
Il 14 novembre 2017 si celebra la Giornata mondiale del diabete, dedicata soprattutto alle donne: ai fini di una sua prevenzione o di una diagnosi precoce si tengono – dal 6 al 18 novembre – tante iniziative gratuite con Diabete Italia onlus. In tutto sono circa 1000 gli appuntamenti nelle piazze, presso i Centri di diabetologia (dove si potranno verificare eventuali complicanze), presso i medici di medicina generale e in una serie di farmacie (ad esempio nel Lazio hanno aderito le farmacie comunali). [[In quest’edizione sarà presente un’Unità mobile oftalmica della IAPB Italia onlus a Civitavecchia, dove i controlli oculistici (esame della retina) si terranno sabato 18 novembre 2017, ndr]]
Allarme diabete… in vista
L’incremento dei diabetici nel mondo è uno principali allarmi a risuonare sul piano della salute mondiale. Secondo gli ultimi dati OMS ve ne sono 422 milioni nel mondo [415 milioni secondo altre fonti, tra cui la Federazione internazionale diabetici, ndr]], di cui circa 147 milioni sono affetti da [retinopatia diabetica, una delle principali complicanze. Nei Paesi sviluppati è la prima causa di cecità in età lavorativa (20-65 anni); tuttavia l’aumento più forte si registra nelle nazioni a medio e basso reddito. I tempi impongono, quindi, un miglioramento degli stili di vita: più attività fisica, miglioramento della dieta, ecc.
Occhio alla retinopatia diabeticaLa prevalenza del diabete è in aumento soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, mentre in precedenza ciò avveniva principalmente nei Paesi benestanti. “Le cause – spiega l’OMS – sono complesse, ma in parte si deve all’aumento delle persone in sovrappeso, compreso l’incremento dell’obesità, e a una carenza diffusa d’esercizio fisico”. Le diverse forme di diabete possono provocare gravi complicanze che colpiscono parti del corpo come occhi, reni, piedi, nervi, cuore (rischio più elevato d’infarto) ed encefalo (maggiore rischio d’ictus).
Diabete Italia onlus scrive:
Quest’anno la Giornata mondiale del diabete ha inteso sottolineare in modo particolare l’importanza di un equo accesso alle cure per le donne con diabete o a rischio di svilupparlo. Accesso alle cure significa ai farmaci, alle tecnologie, alle informazioni e ai supporti necessari per essere il più possibile autonome e protagoniste nella gestione e nella prevenzione del diabete ottenendo così i migliori risultati.
Un problema serio sono le ineguaglianze di genere: esse, conclude Diabete Italia, “espongono in modo particolare le femmine ai principali fattori di rischio: alimentazione poco sana, sedentarietà, fumo e abuso di alcolici”.
Quest’iniziativa ha ricevuto, tra l’altro, il patrocinio dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus, che fornisce opuscoli sulla retinopatia diabetica a ospedali e aziende sanitarie aderenti all’iniziativa.
Fondamentale la prevenzione
Il 6 novembre si è tenuta a Roma una conferenza stampa per presentare le iniziative della Giornata mondiale del diabete. Il Presidente di Diabete Italia, l’ing. Gianni Lamenza, ha affermato:
Al centro c’è ancora il paziente con la sua capacità di curarsi una volta diagnosticato… Il diabete è il nemico numero uno. Per questo è importante la prevenzione.
Tuttavia laddove non fosse possibile prevenire il diabete sarà necessaria almeno una diagnosi tempestiva, che invece in circa il 30% dei bambini avviene in ritardo. Sono particolarmente a rischio i bimbi obesi, che in Italia sono presenti in numero elevato.
Rischio diabete gestazionale
Secondo Diabete Italia un bambino su sette nasce da una madre a cui è stato diagnosticato un diabete gestazionale, che potrebbe poi restare come diabete di tipo 2 dopo la fine della gravidanza (quello meno grave, controllabile generalmente con un’alimentazione accorta [[in particolare è opportuno evitare i grassi saturi, quelli che troviamo in formaggi grassi, salumi, carni, ndr]]). In conclusione, per combattere il diabete ci sono tre chiavi: 1) una dieta corretta; 2) un’attività fisica regolare; 3) autocontrollo della glicemia (oppure suo controllo dal medico almeno una volta l’anno salvo diversa indicazione dello specialista).
Relatori della conferenza stampa organizzata da Diabete Italia onlus (Roma, 6 novembre 2017)
La cecità è la terza disabilità al mondo: India e Cina in testa alla classifica per non vedenti
Non vedente con accompagnatoreLa cecità è la terza disabilità nel mondo, mentre al primo posto si trova quella motoria. Se complessivamente i disabili sono circa un miliardo, l’OMS stima che i non vedenti siano 36 milioni e gli ipovedenti 217 milioni [Si veda il [sito dell’OMS la cataratta e gli errori refrattivi sono i problemi visivi principali, nell’80 per cento dei casi la cecità può essere prevenuta o curata; in otto casi su dieci le persone hanno più di 50 anni]]. Dunque prevenire la perdita del senso generalmente più amato dall’uomo è un dovere morale primario per i sistemi sanitari nazionali. A partire dell’India e dalla Cina, dove il numero di ciechi è molto elevato [secondo [l’Atlante internazionale della IAPB in India ci sono oltre 8,8 milioni di non vedenti mentre in Cina più di 6 milioni]].
Un gruppo di ricercatori australiani e cinesi ha messo in relazione la disabilità con la situazione sociale ed economica di 190 Paesi del mondo, pubblicando queste stime in un articolo su Jama Ophthalmology, dov’è scritto:
In questo studio intersettoriale i fattori socioeconomici rendono conto del 69,4% delle variazioni globali della disabilità visiva da moderata a grave e del 76,3% delle variazioni globali nella prevalenza della cecità.
Dunque lo sviluppo di un Paese condiziona fortemente la presenza di ciechi o ipovedenti. I ricercatori dell’Università di Melbourne e colleghi concludono quindi sempre su Jama Ophthalmology:
Quando si attuano strategie per la prevenzione della cecità bisognerebbe tener conto dei fattori socioeconomici […]. [Serve quindi] identificare i Paesi con i bisogni più rilevanti, dov’è particolarmente importante stabilire priorità e attuare strategie appropriate in base alle risorse, avendo come riferimento i dati relativi allo sviluppo socioeconomico di altri Paesi del mondo.
A Roma il 6° Healthcare Summit organizzato da Sanità 24-Il Sole24Ore: esperti e dirigenti a confronto
Internet in manoPiù innovazione tecnologica applicata, più investimenti, efficienza e sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale (compresa quella dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza). Se n’è parlato a Roma il 25 ottobre 2017, in occasione del 6° Healthcare Summit organizzato dalla rivista Sanità24-Il Sole24Ore. Un appuntamento dove è stata sottolineata l’importanza della telemedicina come prospettiva d’assistenza domiciliare e della cartella sanitaria elettronica, strumenti che ancora stentano a decollare nonostante le loro enormi potenzialità.
Esistono diverse esigenze di sistema sul piano sanitario: quella di contenere alcuni costi, ma anche d’incrementare l’efficienza e l’impiego delle tecnologie per liberare risorse. Al contempo occorre migliorare l’aderenza terapeutica anche nel caso delle malattie croniche, che colpiscono una popolazione sempre più anziana.
Guardiamo al futuro
All’Healthcare Summit si sono susseguiti interventi di dirigenti d’industria e di vari esperti in sanità. Tra le voci più critiche quella della onlus Cittadinanzattiva: Tonino Aceti – coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato – ha chiesto di garantire l’“effettività dei nuovi LEA, di abolire i superticket [[in particolare sulle visite specialistiche, ndr]] e l’assunzione del personale” in sanità. Infatti “I LEA si erogano attraverso il personale fino a prova contraria”. Sono stati complessivamente giudicati buoni gli effetti dell’innovazione tecnologica. “La richiesta – per Cittadinanzattiva – è quella di una manovra che sia più coraggiosa verso le esigenze di salute dei cittadini”.
Un momento del convegno organizzato a Roma da Sanità24-Il Sole24OrePerò la nuova manovra è stata giudicata essere “di contenimento”. “È indubbio che il nostro Sistema Sanitario Nazionale sta attraversando un periodo di grandi sfide”, ha scritto il Ministro Beatrice Lorenzin, che non è potuta essere presente, evidenziando nel suo messaggio l’importanza dell’appropriatezza (dunque una migliore aderenza terapeutica), della riduzione dei costi dell’assistenza e della necessità di garantire la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale, invitando ciascuno a fare la propria parte.
In conclusione dei lavori si è parlato anche di cybersicurezza (necessaria a tutelare i nostri dati sanitari), di ricerca e, en passant, di responsabilità medica.
Secondo l’Istat in Italia oltre un terzo degli anziani soffre di limitazioni visive gravi o moderate
Cecità e ipovisione “annebbiano” la salute del Vecchio Continente. Nell’Unione europea le gravi limitazioni visive colpiscono mediamente il 2,1% della popolazione dai 15 anni in su, mentre a partire dai 65 anni si arriva al 5,6% e dai 75 anni all’8,7% [[la popolazione Ue complessiva era di oltre 508,5 milioni nel 2015]]. Nel nostro Paese oltre un terzo degli anziani soffre di limitazioni visive almeno moderate, il che significa circa 4,5 milioni di persone.
Cosa accade nel Belpaese
L’Istat ha pubblicato, il 19 ottobre 2017, un nuovo Rapporto sulle “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea”: in Italia le cifre sono indicativamente in linea con l’intera Ue a 28 Stati. Infatti nel nostro Paese due persone su cento, dai 15 anni in su, soffrono di gravi limitazioni sul piano visivo [[nel 2015 nel nostro Paese le persone con un’età uguale o superiore a 15 anni erano complessivamente 52.412.490 su un popolazione di oltre 60 milioni di abitanti]], percentuale che sale al 5,4% tra chi ha più di 65 anni e all’8,6% per chi ha almeno 75 anni.
Lo scenario diventa più preoccupante se si sommano le limitazioni visive moderate a quelle gravi: in questo caso dai 75 anni in poi ne soffrono 43 persone su 100, il 33,4% a partire dai 65 anni e il 17,6% dai 15 anni in su.
Quell’Italia che non si muove
Per preservarsi in salute contano anche gli stili di vita. La sedentarietà è invece un “virus” che ancora colpisce gli italiani: secondo Eurostat (2015) in Italia 65 persone su cento con almeno 15 anni non dedicano neanche un minuto la settimana al movimento fisico contro il 48,8% dell’intera Unione europea. Tale forma di pigrizia sembra risparmiare, tra le nostre Regioni, solo il Trentino Alto Adige; il Veneto e l’Emilia Romagna si attestano invece attorno alla media europea, mentre tutte le altre fanno decisamente peggio.
Nel Belpaese complessivamente fa movimento regolarmente solo il 16,8% della popolazione over 15 (contro il 20,4% della media Ue) per un tempo fino a 149 minuti (circa due ore e mezzo la settimana), che si riduce al 9,4% (il 14,2% nell’Ue) se si considerano dalle due e mezzo alle cinque ore d’esercizio; infine ci attestiamo a circa la metà della media Ue quando si va oltre le cinque ore settimanali d’esercizio (8,9% dell’Italia contro il 16,6% dell’Unione europea).
Troppe disuguaglianze sociali in sanità
Si confermano, secondo l’Istat, le disuguaglianze sociali nelle condizioni di salute. Il 55,7% degli anziani del primo quinto di reddito sono colpiti da più di una malattia cronica contro il 40,6% dell’ultimo quinto. Analogamente accade per chi soffre di almeno una malattia cronica grave (46,4% contro 39,0%), vive una seria riduzione di autonomia nelle attività di cura della persona (13,2% contro 8,8%) e in quelle quotidiane di tipo domestico (35,7% contro 22,0%) oppure per chi ha gravi limitazioni motorie.
Nel Mezzogiorno si stima una prevalenza del 56,4% di persone con almeno due patologie croniche (contro il 42,7% del Nord) e una presenza di anziani affette da malattie croniche gravi del 49,4% (contro il 39,4% del Settentrione), oltre che colpite da gravi limitazioni motorie (il 27,7% contro il 17%) o sensoriali (il 16,5% contro il 12,8%).
Tra gli anziani con grave riduzione di autonomia nelle attività di cura della persona il 58,1% dichiara di aver bisogno di aiuto o di averne in misura insufficiente. La quota di aiuto non soddisfatto appare superiore al Sud (67,5%) e, sempre nella terza età, tra i meno abbienti (64,2%).
Oltre un anziano su quattro (25,9%) dichiara di poter contare su una solida rete di sostegno sociale, il 18% su una debole assistenza e uno su due si colloca invece in una situazione intermedia. Gli anziani soli più frequentemente riferiscono uno scarso supporto, in particolare i maschi (24,7%) e gli over65 che vivono in aree popolate (20,2%) sia nel Nord-ovest che nel Sud.
Nel mondo la vista si riduce fino all’ipovisione per i seguenti motivi: vizi refrattivi non corretti (53%), cataratta non operata (25%), degenerazione maculare legata all’età (4%), glaucoma (2%), retinopatia diabetica (1%). Inoltre le principali cause di cecità – reversibile o irreversibile – sono le seguenti: cataratta non operata (35%), difetti refrattivi non corretti (21%) e glaucoma (8%).
Con l’occasione ricordiamo che, nei Paesi più avanzati, la prima causa di perdita della vista in età lavorativa resta la retinopatia diabetica (20-65 anni), mentre se si considera l’intera durata della vita la prima responsabile è la degenerazione maculare legata all’età (può causare la perdita della visione centrale). Anche le persone colpite da glaucoma (con rischio di riduzione della visione periferica) e i loro familiari vanno sempre seguiti con particolare attenzione.
Presentato il nuovo Rapporto di Cittadinanzattiva: in media circa tre mesi per una visita oculistica nel pubblico
Troppe disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari che incidono sulla salute dei cittadini. Sebbene al Sud si concentrino le regioni con più problemi, al Nord si fatica sempre più a mantenere i livelli tradizionali. Questo è il ritratto che emerge dal Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità presentato il 19 ottobre 2017 a Roma da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.
Aspettando una visita
Per una visita oculistica nel pubblico si attendono mediamente circa tre mesi (87 Oculistagiorni, 18 in più rispetto al 2014): si va da un minimo di 74 giorni al Sud e nelle Isole a 104 giorni del Nord-Est. Le attese più lunghe si registrano però per una mammografia: 122 giorni nel 2017 (+60 giorni rispetto al 2014) ossia quasi 4 mesi in media. Segue la colonscopia con 93 giorni in media (+6). Anche in base all’ultimo monitoraggio del Ministero della Salute (2014) Calabria, Campania, Lazio e Molise risultano inadempienti nell’indicatore relativo alle liste di attesa.
Riguardo al disagio economico a causa di spese sanitarie non rimborsate dal Sistema Sanitario Nazionale, le famiglie delle Sardegna e della Sicilia sono quelle più in difficoltà. All’estremo opposto troviamo l’Emilia Romagna e il Trentino-Alto Adige.
Emergenza: quei minuti che salvano la vita
Il tempo ritenuto accettabile per un soccorso efficace è compreso entro i 18 minuti, ma le differenze regionali riscontrate dall’ultimo monitoraggio dei Livelli Essenziali d’Assistenza sono notevoli.
Cittadinanzattiva osserva che punte minime si registrano in Liguria (13 minuti), Lombardia (14 minuti), Lazio (15 minuti), Toscana, Emilia-Romagna, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Piemonte. Alcune regioni, invece, fanno registrare intervalli di attesa fuori normalità: è il caso della Sardegna (23 minuti), della Calabria, del Molise (22 minuti) e della Basilicata (27 minuti).
Se n’è parlato a Roma il 12 e il 13 ottobre 2017 al Congresso nazionale SIOL: riforme di legge e responsabilità medica
Relatori del XX Congresso della Società Italiana di Oftalmologia Legale. A sinistra il prof. Filippo Cruciani (segretario scientifico SIOL)Esplorare i profili legali della professione oculistica: con questo obiettivo di fondo medici, avvocati, docenti universitari e magistrati si sono incontrati all’ultimo Congresso della Società Italiana di Oftalmologia Legale (SIOL) che si è tenuto a Roma il 12 e il 13 ottobre 2017.
La nuova legge sulla responsabilità professionale dei medici
L’On. Federico Gelli (relatore della Legge sulla responsabilità professionale dei medici)Tra i relatori è intervenuto il promotore della norma d’iniziativa parlamentare, l’On. Federico Gelli: “La parte più importante della Legge è la prevenzione”. Si è infatti introdotto il principio della sicurezza delle cure. “Oggi ogni struttura sanitaria, pubblica o privata, deve avere una copertura assicurativa”, ha osservato il parlamentare medico e politico. Il quale ha tenuto a sottolineare anche l’importanza della trasparenza dei dati sanitari e della necessità di un impiego diffuso della cartella sanitaria digitale.
Il nostro Paese ha visto, in passato, un aumento del contenzioso tra medici e pazienti, che la nuova norma mira invece a ridurre. La punibilità del medico è ora prevista solo nei casi più gravi, in particolare se il camice bianco ha commesso un errore non attenendosi alle linee guida. Tuttavia il paziente che si ritenesse vittima di un errore medico potrà fare causa sia al singolo medico che alla struttura sanitaria, mirando a ottenere un congruo risarcimento.
L’ausipicio di una nuova legge per valutare la menomazione visiva
Si è parlato poi di una norma precedente (del 2001) ancora in vigore, in cui si definiscono i criteri di valutazione della menomazione visiva. Il Vicepresidente dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus [tra i patrocinanti del Congresso]], Michele Corcio, ha affermato: “Non vi è dubbio che è arrivato il tempo di porre mano alla [Legge 138“. Dunque una norma che era stata fortemente voluta anche dall’Unione italiana ciechi e dalla Società Oftalmologica Italiana potrebbe teoricamente essere migliorata e superata “tenendo conto anche di aspetti psicologici e socio-economici” sia dei ciechi che degli ipovedenti.
Nonostante i suoi pregi, uno dei limiti dell’attuale normativa è, ha insistito Corcio, che tiene solo conto del campo visivo e dell’acuità visiva. In questo caso possono insorgere anche diversi paradossi, che sono stati ben evidenziati dal prof. Roberto Grenga (Università Sapienza di Roma).
L’importanza degli screening e della prevenzione
Gli screening regolari consentono, da un lato, di ridurre le disuguaglianze e, dall’altro, di salvaguardare la vista, soprattutto se le visite oculistiche si effettuano regolarmente sin dalla nascita. Di questi aspetti ha parlato il Gen. Federico Marmo.
Il Prof. Filippo Cruciani (SIOL)Il Prof. Filippo Cruciani (SIOL) ha precisato, dal canto suo, che gli stessi screening sono una forma di prevenzione secondaria. Tuttavia “la diagnosi spetta solo al medico”. Riabilitazione, cura e prevenzione sono, più in generale, tre obiettivi fondamentali in sanità.
Gli altri interventii
Le lezioni magistrali il 13 ottobre sono state tenute dal prof. Emilio Balestrazzi (già Direttore di Oculistica del Gemelli) e dal prof. Mario Stirpe (Fondazione Bietti).
Tra i numerosi altri interventi ricordiamo, infine, quelli di Matteo Piovella (Presidente SOI), del prof. Francesco Bandello (Direttore della Clinica Oculistica del S. Raffaele di Milano), dell’avv. Giuseppe Castronovo (Presidente della IAPB Italia onlus) e di Mario Barbuto (Presidente dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti).
Report dell’Istat: gravi limitazioni visive per l’8,8% degli italiani dopo i 75 anni
Circa un ultra65enne su due soffre di una malattia cronica grave oppure ne ha più d’una: lo sottolinea l’Istat nella sua nuova pubblicazione (Report) sulle condizioni di salute degli anziani in Italia e nell’Unione europea. A colpire maggiormente la terza età sono l’ipertensione (il 50,2% in Italia versus il 49,2% dell’intera Ue[può provocare anche [retinopatia ipertensiva]]) e l’artrosi (47,9%), ma destano preoccupazione anche il diabete (il 17,9% in confronto al 17,8% [col rischio di [retinopatia diabetica]]), le gravi limitazioni motorie (il 23,3% contro il 21,1%) e le gravi limitazioni nella vista (il 5,6% degli ultra65cinquenni italiani, in linea con la media Ue).
Gli anziani più “giovani” in Italia stanno meglio
Se gli anziani nostrani, che hanno un’età compresa tra i 65 e i 74 anni, riferiscono condizioni di salute migliori rispetto agli altri coetanei dell’Unione europea, il quadro si capovolge invece oltre i 75 anni.
Nel nostro Paese la grave riduzione di autonomia configura una situazione critica nel caso di anziani [si è celebrata la [Giornata internazionale ad essi dedicata il primo ottobre 2017, quando l’OMS ha sottolineato l’importanza di una copertura sanitaria universale]] che vivono soli: si tratta di circa 600mila persone con gravi difficoltà nelle attività di cura della persona (43,2%).
Le donne riportano meno frequentemente malattie croniche gravi, ma soffrono maggiormente di patologie croniche e limitazioni motorie o sensoriali. Lamentano, inoltre, più degli uomini dolore fisico da moderato a molto forte (il 45,4% contro il 27,6%).
Buona la speranza di vita nel Belpaese
L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo. Nell’Ue è al terzo posto dopo la Francia e la Spagna. La speranza di vita a 65 anni [[nel 2015 18,9 anni in più per gli uomini (in totale una longevità di 83,9 anni) e 22,2 per le donne (complessivamente una longevità di 87,2 anni)]] è più elevata di un anno per entrambi i generi rispetto alla media Ue, ma dopo i 75 anni gli anziani in Italia vivono in condizioni di salute peggiori. Scrive l’Istat:
In termini di qualità degli anni che restano da vivere, ovvero in buona salute e senza limitazioni, l’Italia è ai livelli più bassi, sia rispetto alla media dei paesi europei (Ue 28), sia rispetto agli altri grandi paesi europei, soprattutto per le donne. Nel 2015, in Italia, un uomo di 65 anni si può attendere di vivere ancora 13,7 anni in buona salute, mentre il suo coetaneo del Regno Unito ancora 16,1 anni e in media nell’Ue 14,4 anni. Per le donne italiane di 65 anni la speranza di vita in buona salute è pari a 14,3 anni contro i 19,3 delle coetanee francesi e una media europea di 15,8 anni. [[ISTAT, “Anziani: le condizioni di salute in Italia e nell’Unione Europea”, 26 Settembre 2017, p. 2]]
Il 5,6% degli anziani ha gravi problemi visivi o è cieco
Circa l’8,8% degli ultra75enni riferisce, nell’Ue (l’Italia è allineata a questa media), di soffrire di gravi limitazioni visive. Si legge nella pubblicazione Istat:
[In Italia] sono il 30,8% le persone di 65-69 anni che dichiarano almeno una
patologia cronica grave, quota che raddoppia tra gli ultraottantenni (59,0%). Il 37,6% delle persone di 65-69 anni riporta almeno tre patologie croniche (detta comorbilità o multicronicità), a fronte del 64,0% degli ultraottantenni. Nel caso delle limitazioni motorie, l’incremento delle prevalenze è ancora più rilevante, passando dal 7,7% tra gli anziani di 65-69 anni al 46,5% tra quelli di 80 anni e più. Le limitazioni sensoriali (gravi difficoltà nella vista o nell’udito) passano dal 5,1% al 29,5%, con una quota complessiva di anziani pari al 5,6% che riferisce gravi difficoltà di vista o cecità e il 12,2% gravi difficoltà di udito o di essere completamente sordo. [[ivi, p. 3]]
Nel nuovo Atto d’indirizzo del Ministero della Salute la resistenza agli antibiotici è una “grave minaccia alla sanità pubblica”
Occhio alla salute: non dobbiamo “bocciarla” trascurandola, ma ovviamente occorre promuoverla. Anche per questo il Ministero della Salute ha pubblicato l’Atto d’indirizzo per il 2018, dove si mira a migliorare l’assistenza e la qualità della vita puntando anche a una prevenzione delle patologie. Sotto osservazione è, inoltre, finito l’impiego inappropriato degli antibiotici.
No all’uso inappropriato di antibiotici
Il Dicastero della Salute segnala che “si registra nel nostro Paese il progredire del fenomeno della resistenza agli antibiotici, che rappresenta una grave minaccia per la sanità pubblica”. Proprio per questo vengono riproposte periodicamente campagne per evitare l’abuso o l’uso inappropriato degli antibiotici che – ricordiamo – non sono ad esempio efficaci contro i virus. Se prescritti, quindi, dal medico durante un’influenza servono solo a trattare eventuali complicanze.
Prospettiva prevenzione
Occorre che si agisca più in sinergia all’interno dello stesso Sistema Sanitario Nazionale: così si possono evitare le conseguenze devastanti di molte malattie. Per questo nel nuovo Atto d’indirizzo si legge:
La promozione del benessere psicofisico della persona e la tutela della salute richiedono strategie intersettoriali e trasversali nelle quali siano coinvolte le istituzioni centrali e locali e la società civile. Ciò appare necessario per sviluppare politiche integrate e per agire sui principali determinanti di salute. […]Pertanto, per il 2018, particolare attenzione dovrà porsi al bilanciamento delle attività di prevenzione delle malattie trasmissibili (soprattutto di rilevanza epidemica) e di prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili, anche proseguendo nella collaborazione inter-istituzionale per la promozione della salute dei migranti nel percorso di accoglienza ed integrazione.
Più innovazione digitale
L’innovazione digitale è determinante anche per migliorare l’assistenza sanitaria e la sua organizzazione. Per questo lo stesso Ministero della Salute auspica l’adozione di un piano strategico: si punta alla continuità assistenziale, a una migliore gestione del paziente, alla deospedalizzazione (dunque sempre più trattamenti in day hospital, senza ricovero) e alla piena cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella filiera della salute e del benessere. Oltre a una maggiore efficienza, la nota dolente è che si punta a una “revisione della spesa”.