Usa, allo studio lenti a contatto elettroniche

Lente a contatto su computer

In futuro gli ipovedenti potrebbero essere facilitati a navigare sul web con la realtà aumentata

In futuro si potrà probabilmente “potenziare” la propria vista indossando delle speciali lenti a contatto elettroniche, che andranno ben oltre la semplice correzione di un difetto refrattivo (miopia, astigmatismo, ipermetropia).
Infatti in un possibile scenario futuro si potrà attivare la navigazione su internet e spostarsi in una realtà arricchita d’informazioni (realtà aumentata), analogamente a quello che avviene nella realtà virtuale tridimensionale; al momento in cui scriviamo, tuttavia, le lenti a contatto elettroniche non sono ancora disponibili.

Il possibile scenario evoca però i film di fantascienza: gli ingegneri della Washington University sono riusciti a realizzare – nell’ambito di un progetto quinquennale (2009-2013) – dei prototipi di lenti contenenti un circuito elettronico. Tra l’altro questi ausili potrebbero consentire, un giorno, di visualizzare a circa mezzo metro di distanza una serie di informazioni utili, rendendo più semplice l’orientamento e la mobilità.

Tuttavia alla fine del 2011 la risoluzione del prototipo di lente elettronica era ancora di un pixel (ossia un solo punto), una qualità decisamente lontana da quella delle immagini tridimensionali di tipo televisivo.Foto: lente a contatto elettronica applicata a occhi di coniglio

“Guardare attraverso una lente completa – annuncia Babak Parviz, che insegna ingegneria presso l’Università di Washington – significherebbe vedere ciò che il display genera, sovrapposto al mondo esterno”. L’immagine fluttuerebbe innanzi a chi indossa le lenti a contatto speciali a una distanza apparente compresa tra i 50 cm e un metro. Le lenti a contatto elettroniche sono fatte con materiali biocompatibili e sono alimentate grazie alle onde radio emesse da un dispositivo prossimo, che vengono captate da una microantenna ad anello. Le future versioni potrebbero però ricavare energia direttamente dal sole (con dei micropannelli) o da un cellulare, che al contempo trasmetterebbe informazioni visualizzabili dalle lenti a contatto in sovrapposizione con lo sfondo.

Eppure, nonostante i limiti di queste ricerche – ancora ampiamente sperimentali – si potranno dischiudere molte prospettive: non solo si potranno vedere immagini ibride, frutto di una sovrapposizione tra mondo reale e realtà virtuale, ma si potranno trovare molte applicazioni concrete come, ad esempio, l’insegnamento dell’orientamento nello spazio o le applicazioni ludiche.

I ricercatori dell’Università di Washington (Usa) e della Aalto University (Finlandia) il 19 settembre 2011 hanno presentato il progetto di un display incorporato in una lente a contatto elettronica alimentata senza fili (wireless) in un articolo pubblicato sul Journal of Micromechanics and Microengineering . Scrivono gli autori:

In futuro i sistemi di lenti a contatto potranno ricevere dati da piattaforme esterne (ad esempio telefoni cellulari) e fornire una notifica in tempo reale degli eventi.

La lente a contatto elettronica incorpora un microchip collegato a un’antenna ad anello che lo alimenta. Gli autori dello studio osservano che, almeno potenzialmente, si possono incorporare diversi circuiti nelle lenti a contatto. Concludono i ricercatori:

Sebbene il nostro display abbia un solo pixel controllabile, abbiamo fornito la prima tecnologia che dimostra come, in linea di principio, si possano ottenere immagini composte da molti pixel.

Nel 2016 è stato pubblicato un nuovo articolo su PNAS sulle lenti a contatto del futuro. Si tratta di un progetto degli Istituti nazionali di sanità americani: la lente hi-tech potrà essere utile, in futuro, ai presbiti e consentirà anche loro di misurare la pressione oculare. Il loro potere di correzione sarà regolabile: varierà a seconda del grado di presbiopia grazie a un liquido interno alla lente stessa, i cui circuiti sono alimentati da mini-celle solari.

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Fonti: University of Washington, Journal of Micromechanics and Microengineering, New Scientist, PNAS.

Epiteliopatia

Immagine: cornea ed epitelio

Cos’è?

Col termine “epiteliopatia” si indica una patologia a carico dell’epitelio. Di solito coinvolge l’epitelio corneale o l’epitelio pigmentato (il cosiddetto foglietto esterno della retina).

Cos’è l’epitelio corneale?

Immagine: cornea ed epitelioL’epitelio corneale è il primo degli strati della cornea: è quello più esterno, a contatto col film lacrimale, indispensabile per la sua integrità (gli altri sono la membrana di Bowmann, lo stroma, la membrana di Descemet e l’endotelio).
Una sua alterazione provoca dolore e sensazione di corpo estraneo (è come se ci fosse sabbia negli occhi), che aumenta con l’apertura e la chiusura delle palpebre: si creano delle “rotture” dell’epitelio che lasciano scoperte le terminazioni nervose.

Quali sintomi dà l’epiteliopatia corneale?

In caso di epiteliopatia corneale si ha una visione annebbiata. Una lesione dell’integrità della cornea rende quest’ultima maggiormente vulnerabile alle infezioni.

Quali sono le sue cause?

Immagine: strati della corneaLe cause delle epiteliopatie sono varie: distrofie corneali che possono essere acquisite e cheratiti (infiammazioni della cornea), congiuntiviti allergiche, alterazioni del film lacrimale, come nel caso della sindrome di Sjogren. Tale condizione colpisce le ghiandole lacrimali che riducono la secrezione delle lacrime; quindi l’epitelio corneale non più protetto va incontro a un essiccamento e degenera (come un terreno che si secca al sole e, di conseguenza, si spacca).

Quando si può verificare?

Tutte le volte che si verifca una scarsa lacrimazione (quindi una diminuzione della protezione dell’epitelio grazie al film lacrimale) si possono verificare più facilmente dei danni causati, ad esempio, da corpi estranei nell’occhio, colpi di vento, impiego di saponi/shampoo non neutri, determinati cosmetici, ecc. Inoltre, ci sono altri soggetti a rischio: i portatori di lenti a contatto, chi va in motorino senza occhiali protettivi, le donne dopo la menopausa (sindrome dell’occhio secco). La terapia può essere basata sulla semplice somministrazione di lacrime artificiali, di antibiotici locali e sui riepitelizzanti.

Perché le lenti a contatto possono danneggiare l’occhio?

Un uso improprio delle lenti a contatto può provocare un danno epiteliale: se portate eccessivamente possono causare una condizione di ipossia (riduzione dell’apporto di ossigeno), creando un edema epiteliale. In caso di alterazione della lacrimazione la lente a contatto può, a volte, causare dei microtraumi della superficie esterna trasparente dell’occhio.

Che cosa può avvenire all’epitelio della retina?

L’epitelio pigmentato retinico può essere colpito da molti processi patologici a carico della retina; ad esempio, si può verificare un distacco dell’epitelio stesso, causato da una diminuzione della permeabilità della membrana di Bruch. Le possibili evoluzioni sono: atrofia geografica, distacco del neuroepitelio, rottura dell’epitelio pigmentato o una risoluzione spontanea – senza danni funzionali -, come avviene spesso nei soggetti giovani.

Quando la lesione dell’epitelio retinico è centrale, si ha un rapido peggioramento della vista, mentre quand’è integra la fovea (zona centrale della retina) l’acuità visiva si preserva. Inoltre, nelle persone con miopia elevata l’epitelio pigmentato (che “nutre” lo strato della retina neurosensoriale) è molto assottigliato.

Esiste qualche forma rara?

Si, ad esempio l’epiteliopatia acuta multifocale posteriore a placche di pigmento è una patologia rara bilaterale di cui non si conosce la causa, che non provoca danni visivi permanenti. Colpisce la retina, si presenta tra i 30 e i 50 anni con un calo visivo (inizialmente a un solo occhio ma diventa bilaterale in pochi giorni). È caratterizzata dalla presenza, a livello retinico, di lesioni a placche multiple, di grandi dimensioni e di color crema.

Retinoblastoma

Foto: retinoblastoma

Cos’è?

Foto: retinoblastoma Il retinoblastoma è il tumore maligno oculare più frequente in età pediatrica. Statisticamente colpisce annualmente la retina di un bambino ogni ventimila nati vivi; può svilupparsi sia ad un solo occhio che ad entrambi. I primi segni e sintomi sono riscontrati in bambini di età inferiore ai 3 anni. Nel 40% dei casi ha un’origine ereditaria.

Da cosa è causato?

Da una mutazione del gene Retinoblastoma (RB), che comporta la proliferazione incontrollata di cellule e lo sviluppo del tumore all’interno dell’occhio. La mutazione può essere trasmessa per via ereditaria o insorgere spontaneamente (mutazione sporadica).

Quali sono i sintomi?

Purtroppo è in genere privo di sintomi, per cui spesso viene diagnosticato tardivamente. Il segno più frequente è la leucocoria ovvero un riflesso bianco nella pupilla simile a una piccola macchia dovuto alla massa tumorale che si sviluppa all’interno della camera vitrea. Frequente è anche lo strabismo (la deviazione di uno o entrambi gli occhi verso l’interno o verso l’esterno).

Come si effettua la diagnosi?

Inizialmente attraverso l’esame del fondo oculare. In seconda battuta è fondamentale che i bambini siano sottoposti ad ecografia oculare; talvolta, nei centri ad alta specializzazione vengono sottoposti anche a fluorangiografia. È importante sempre che gli esami siano eseguiti in tutti e due gli occhi, in quanto le forme inizialmente unilaterali possono poi coinvolgere anche l’altro occhio. Il bambino deve essere sottoposto, se possibile, a TAC e Risonanza Magnetica per valutare il coinvolgimento del nervo ottico e/o la presenza di eventuali metastasi.

Quali sono le terapie disponibili?

Attualmente esistono dei protocolli terapeutici stabiliti dalla comunità scientifica che impongono determinati trattamenti a seconda dello stadio di malattia. I trattamenti locali includono: laser fotocoagulazione, crioterapia, termoterapia transpupillare e brachiterapia (applicazione di placche radioattive). A questi trattamenti viene associata attualmente una chemioterapia per via sistemica. Negli ultimi tempi si sta affermando l’utilizzo di chemioterapia per via arteriosa, attraverso l’arteria oftalmica. Purtroppo nelle forme più avanzate di malattia è necessario rimuovere chirurgicamente il bulbo oculare malato.

Con che frequenza bisogna fare visitare i malati?

I bambini affetti da retinoblastoma devono essere seguiti con controlli in tempi molto ravvicinati per via della velocità di progressione della malattia e, anche dopo essere stati curati, devono essere sottoposti a controlli semestrali per i primi 5 anni dalla fine della terapia.

Approfondisci

Retinopatia del prematuro (ROP)

Retina colpita da ROP

Cos’è?

Retina colpita da ROP La retinopatia del prematuro (ROP) o retinopatia del pretermine, in passato chiamata “fibroplasia retrolentale”, è una malattia vascolare della retina che si manifesta in neonati prematuri e si presenta, in genere, in tutti e due gli occhi, anche se può avere gradi diversi.

Da cosa è causata?

È provocata dalla formazione di nuovi vasi sanguigni (neovascolarizzazioni) nella periferia retinica conseguenti alla prematurità e al basso peso corporeo alla nascita. In particolare l’ossigenoterapia a cui sono sottoposti i prematuri può determinare la comparsa della malattia. Anche eventuali crisi di apnea, infezioni, trasfusioni e persistenza del dotto di Botallo aumentano il rischio di contrarla. Il peso alla nascita è, comunque, sempre il fattore di rischio più importante: si è visto che i nati con peso inferiore a 1250 grammi hanno un rischio elevato di sviluppare una forma medio-grave di retinopatia del prematuro.

Quali sono i sintomi?

Il neonato non è in grado, ovviamente, di riferire alcun sintomo. L’unico segno di malattia può essere la presenza di un riflesso bianco (leucocoria) che, tuttavia, si può osservare solo nelle fasi più avanzate e gravi. Per questo è fondamentale che tutti i nati prematuri siano sottoposti a visite frequenti (anche settimanali) del fondo oculare durante le prime settimane di vita, in modo da poter diagnosticare il prima possibile eventuali segni della patologia; nel caso in cui vengano riscontrati è raccomandabile valutare giorno per giorno l’evoluzione del quadro clinico. L’evoluzione clinica è rapida e può portare a un distacco di retina totale, con conseguente cecità.

Come si effettua la diagnosi?

Attraverso l’esame del fondo oculare. La malattia presenta diversi stadi; purtroppo negli stadi più avanzati si ha un recupero scarso, mentre per le forme iniziali è importantissimo che il controllo sia frequente e venga eseguito da oculisti specializzati. Questo perché anche impercettibili alterazioni delle periferia retinica possono evolvere nel giro di pochi giorni in quadri più gravi.

Che terapie sono disponibili?

Attualmente esistono dei protocolli terapeutici stabiliti dalla comunità scientifica che prevedono determinati trattamenti a seconda dello stadio di malattia. Negli stadi iniziali si esegue un criotrattamento della retina o un suo trattamento laser: “bruciando” la retina periferica si evita che stimoli la formazione dei nuovi vasi dannosi. Quando si manifestano gli ultimi stadi della malattia è necessario intervenire chirurgicamente con vitrectomia o chirurgia del distacco di retina (piombaggio sclerale).

Leggi anche: ROP, il successo col trattamento laser precoce Nuovi orizzonti per i nati prematuri ROP, trattamento precoce nelle forma grave

Atrofia Girata

Cos’è?

L’atrofia girata è una distrofia corioretinica ereditaria: colpisce la coroide e la retina danneggiandoli irreparabilmente. Viene trasmessa in forma autosomica recessiva (entrambi i genitori presentano il difetto genetico). In genere i sintomi si avvertono attorno ai 20-30 anni.

Da cosa è causata?

Da una mutazione di un gene responsabile della produzione dell’enzima ornitina aminotransferasi, coinvolto nel metabolismo dell’ornitina (proteina che viene sintetizzata anche attraverso la dieta). Il danno oculare si manifesta con aree di atrofia retinica: si perde progressivamente la funzionalità della retina.

Quali sono i suoi sintomi?

I sintomi consistono soprattutto in disturbi della visione notturna e nella riduzione periferica del campo visivo. La visione centrale viene, invece, conservata anche in età molto avanzata. La progressione della malattia è, comunque, molto lenta.

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi viene effettuata con l’esame del fondo oculare: si evidenziano aree focali in periferia (e media periferia) di atrofia corioretinica. La fluorangiografia non è esame fondamentale per la diagnosi. L’elettro-oculogramma (EOG) si presenta alterato così come l’elettroretinogramma (ERG). È molto importante valutare il dosaggio dell’ornitina sierica, nelle urine ed eventualmente nel fluido cerebrospinale; infatti la sua presenza in quantità elevate si associa alla malattia.

Ci sono altre malattie sistemiche associate all’atrofia girata?

Sono state riscontrate alterazioni della funzionalità epatica; in alcuni casi si presentano patologie della struttura delle ossa e anomalie a livello di elettroencefalogramma.

Che terapie sono disponibili?

Alcune ricerche hanno evidenziato che, diminuendo l’apporto di arginina attraverso la dieta, si riducono i livelli sierici di ornitina e, quindi, si rallenta la progressione della malattia.

Malattia di Best

Cos’è?

La malattia di Best è una patologia ereditaria della retina. Viene trasmessa in forma autosomica dominante (un genitore trasmette il difetto genetico al figlio o alla figlia).

Da cosa è causata?

La malattia è causata da una mutazione di un gene (chiamato VMD2, localizzato sul cromosoma 11q13), che nella retina regola il trasporto di determinate sostanze (acidi grassi polinsaturi) e comporta l’accumulo di un materiale di scarto biologico (lipofuscina) in uno strato chiamato epitelio pigmentato retinico.

Quali sono i sintomi?

I sintomi consistono soprattutto nella riduzione della vista generalmente in forma lieve, con una progressione lenta. I pazienti riferiscono disturbi maggiori nelle visione da vicino, a cui si possono accompagnare la distorsione dell’immagine e gli scotomi centrali (macchie nere nel campo visivo).

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi viene effettuata con l’esame del fondo oculare: si possono osservare caratteristiche alterazioni della macula (zona centrale della retina) che compaiono già dall’infanzia e adolescenza, con la presenza di una lesione tipica (detta vitelliforme) che, col passare degli anni, può evolvere in altri stadi associandosi alla riduzione della vista; la fluorangiografia può essere di aiuto nella diagnosi. Tuttavia, l’esame fondamentale per accertare la malattia è l’elettroculogramma (EOG) che si presenta alterato in associazione ad un elettroretinogramma (ERG) normale.

Ci sono altre malattie sistemiche associate alla malattia di Best?

No, non sono stati descritti casi di altre malattie associati alla malattia di Best.

Quali terapie sono disponibili?

Al momento non ci sono terapie efficaci nel bloccare la progressione del danno o per poter guarire dal danno precedente. Nei casi in cui l’evoluzione della lesione maculare determina l’insorgenza di neovascolarizzazioni si possono eseguire dei trattamenti laser per il controllo delle stesse. Può essere importante l’uso di ausili per ipovedenti che permettono di sfruttare al meglio il residuo visivo.

Malattia di Stargardt (maculopatia di Stargardt)

Fondo oculare di malato di Stargardt

Cos’è?

Fondo oculare di malato di Stargardt

La malattia (o maculopatia) di Stargardt è una patologia ereditaria della retina che si manifesta generalmente prima dei vent’anni. Il più delle volte viene trasmessa in forma autosomica recessiva (entrambi i genitori presentano il difetto genetico [[pur potendo essere portatori sani]]), ma sono stati descritti anche casi di forme autosomiche dominanti (un solo genitore trasmette il difetto del DNA).

Da cosa è causata?

La malattia è provocata da una mutazione di un gene (ABCA4), che comporta l’accumulo di materiale di scarto (simile alla lipofuscina) nella retina (in uno strato esterno chiamato epitelio pigmentato). Questo materiale è originato dalla degradazione di sostanze presenti nei coni e nei bastoncelli (fotorecettori retinici).

Quali sono i suoi sintomi?

Consistono soprattutto nella riduzione della visione centrale (spesso in forma grave) che può iniziare durante l’adolescenza o anche nell’infanzia. Inoltre, chi ne è affetto può lamentare disturbi nella percezione dei colori (discromatopsia), scotomi centrali (macchie nere nel campo visivo) e fotofobia (intolleranza alla luce).

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi viene effettuata con l’esame del fondo oculare: si possono osservare caratteristiche alterazioni della macula (zona centrale della retina); tuttavia ciò deve essere confermato dalla fluorangiografia. Al contrario, gli esami elettrofunzionali (ERG, EOG, PEV) non sono in questo caso importanti per la diagnosi, in quanto non presentano alterazioni caratteristiche.

Quante persone colpisce la malattia?

Indicativamente una persona su diecimila. Se entrambi i genitori sono portatori sani della patologia la probabilità che un figlio si ammali è del 25% (una probabilità su quattro).

Ci sono malattie sistemiche associate alla Stargardt?

No, non sono stati descritti casi di altre malattie sistemiche associate.

Che terapie sono disponibili?

Al momento non ci sono terapie efficaci nel bloccare la progressione della malattia o per poter guarire dal danno già esistente (alcuni scienziati stanno però tentando di usare sperimentalmente cellule staminali per rallentare la degenerazione retinica). Tuttavia, è di grande aiuto l’utilizzo di ausili per ipovedenti che permettono di sfruttare al meglio ciò che resta della vista (residuo visivo). Anche la riabilitazione visiva consente di dare risultati soddisfacenti, con eventuali sedute di fotostimolazione e un supporto psicologico.

Lenti a contatto

Immagine: lente a contatto

(correttive o terapeutiche)

Cosa sono?

Le lenti a contatto (LAC) sono “dispositivi medici” per la correzione dei disturbi refrattivi (miopia, ipermetropia e astigmatismo). Soprattutto per difetti di una certa entità, grazie al loro impiego la visione è generalmente migliore e più ampia rispetto a quella che normalmente si ottiene con gli occhiali. Tuttavia la loro manutenzione e un loro corretto impiego sono fondamentali per preservare la salute oculare (bisogna seguire le norme igieniche).

Quali tipi esistono?

Immagine: lente a contatto Anche se esistono centinaia di tipi diversi, possiamo dividere le lenti a contatto in due grandi gruppi: morbide e rigide (categoria che comprende quelle gas-permeabili, dette anche semirigide). Inoltre, ve ne sono di terapeutiche (senza potere refrattivo) che vengono impiegate esclusivamente dai medici oculisti: sono in grado di rilasciare farmaci nell’occhio (ad esempio antibiotici) e, dunque, per alcune patologie possono essere di grande utilità. Lo stesso tipo viene utilizzato in seguito a certi interventi chirurgici effettuati sulla cornea (ad esempio dopo il laser PRK).

Un particolare tipo di lenti a contatto rigide gas-permeabili, dette “a superficie invertita”, vengono utilizzate nell’ortocheratologia: applicandole durante la notte (cosa che normalmente non bisogna mai fare) si modifica la superficie corneale e, in alcuni casi, si possono correggere alcuni difetti refrattivi.

Quali difetti correggono?

Permettono di correggere difetti visivi sfero-cilindrici di varia entità (diottrie di miopia, ipermetropia e astigmatismo). Per astigmatismi medio-elevati, oltre le due diottrie, si ottiene una correzione migliore con l’uso delle lenti rigide.

Che caratteristiche hanno?

Le lenti a contatto vengono applicate sulla superficie oculare e “galleggiano” sul film lacrimale. Inoltre le lenti morbide, ricche d’acqua, assorbono la componente acquosa delle lacrime. Dunque una buona funzionalità lacrimale è importante.

Sia le lenti a contatto morbide che quelle rigide sono costruite in base a una serie di parametri; infatti non tutti gli occhi sono uguali. I parametri fondamentali di una lente morbida sono la geometria della lente (la forma), il raggio base, il diametro della lente, il materiale che la compone e, ovviamente, il suo potere refrattivo (capacità d’ingrandimento).

Come applicarle la prima volta?

Immagine: applicazione di una lente a contatto È fondamentale che la prima applicazione di una lente a contatto venga fatta da una persona esperta, capace non solo di scegliere la lente migliore per la singola persona, ma anche di fornire informazioni sul suo corretto utilizzo. È, inoltre, essenziale provare le lenti stesse e verificare che non si avverta una sensazione di fastidio dopo un po’.

Che problemi si possono avere?

L’uso improprio delle lenti a contatto può portare a importanti complicanze dovute principalmente a:

  • ipossia cronica: dovuta al fatto che le lenti riducono la quantità di ossigeno che giunge alla cornea (però ne esistono di tipi che lasciano traspirare meglio la superficie oculare);
  • microtraumatismo: per la presenza continua di un corpo estraneo nell’occhio (la lente), che si può anche rompere;
  • infezioni: dovute alla presenza di germi patogeni nella lente, a causa delle manipolazioni o della non perfetta manutenzione (bisogna usare solo gli speciali liquidi di conservazione e sostituire periodicamente il contenitore portalenti).

Questi fenomeni possono essere la causa di vere e proprie cheratiti e/o congiuntiviti oppure di disturbi “minori” ma fastidiosi: bruciore, prurito, intolleranza alle lenti, sensibilità alla luce (fotofobia) e occhi arrossati. I disturbi più lievi possono portare all’impossibilità di continuare a portare le lenti a contatto, mentre quelli più gravi possono compromettere la funzione visiva stessa dell’occhio (come l’ulcera corneale).

Infine, è importante sottolineare la necessità di una corretta applicazione e gestione delle lenti a contatto, al fine di ottenere un’ottima qualità visiva e ridurre al minimo le possibili complicanze correlate al loro impiego, prestando sempre attenzione all’igiene (devono essere applicate con le mani lavate e asciutte, non vanno mai messe sotto l’acqua corrente, non vanno mai tenute oltre i tempi indicati).

Possono sostituire integralmente gli occhiali?

Foto: lente a contattoLe lenti a contatto non dovrebbero sostituire integralmente gli occhiali: non bisogna esagerare col loro uso (anche perché, alla lunga, si rischia di avere fenomeni di sensibilizzazione). Il tempo massimo di utilizzo cambia da soggetto a soggetto e dipende da molti fattori, tra cui il tipo di lente utilizzata.

Comunque, quando le lenti cominciano a dare fastidio, si appannano e l’occhio si arrossa bisognerebbe rimuoverle senza indugio e utilizzare gli occhiali (generalmente dopo 6-8 ore al massimo). È, inoltre, consigliabile instillare lacrime artificiali senza conservanti, in modo tale da idratare adeguatamente l’occhio e prevenire un’eventuale secchezza.

Immagine:  lente a contatto progettata al computer

Leggi anche il Dodecalogo per l’uso corretto delle lenti a contatto

Pucker maculare

pucker_maculare-web.jpg

Cosa è?

pucker_maculare-web.jpgIl pucker maculare (membrana epiretinica) è un’alterazione anatomica dell’interfaccia tra il corpo vitreo e la retina: consiste nello sviluppo di una sottile membrana traslucida sopra la macula (zona centrale della retina). Quando tale membrana si contrae e si arriccia causa una deformazione e una progressiva distorsione della macula stessa, con conseguente peggioramento della visione centrale.

Quali sono i sintomi?

Al momento della comparsa i sintomi sono rappresentati da una lieve distorsione delle immagini e, soprattutto, dei testi scritti con i caratteri più piccoli (le righe appariranno ondulate). Quando la trazione esercitata dalla membrana sulla macula aumenta, allora anche la distorsione delle righe è maggiore (metamorfopsie) e la lettura dei testi con l’occhio interessato diventa più difficile. L’evoluzione della malattia porta, infine, alla sofferenza dei fotorecettori della zona centrale della retina con la conseguente comparsa di una macchia che impedisce la visione centrale.

Quali sono le cause?

Nella maggior parte dei casi si forma spontaneamente per ragioni ancora non note. Tra le altre cause ipotizzate ci sarebbero soprattutto processi infiammatori (edema maculare da molto tempo) o la complicanza di trattamenti laser retinici (particolarmente panfotocoagulazioni in pazienti affetti da retinopatia diabetica).
Macula colpita da un raggio di luce (Immagine: Lund University)

Come viene eseguita la diagnosi?

Durante la visita oculistica lo specialista può effettuare un test per valutare l’effettiva entità della distorsione delle righe mediante una griglia (test di Amsler). La diagnosi comunque viene fatta grazie all’esame del fondo oculare, che permette di visualizzare la membrana. Tuttavia, la conferma deve essere ottenuta tramite OCT (esame che consente di analizzare gli strati della retina, in particolare la macula), il quale permette di valutare l’entità della trazione e, inoltre, aiuta a controllare nel tempo la sua evoluzione.

Quali sono le terapie?

Inizialmente si valuta l’evoluzione dello sviluppo della membrana, senza effettuare un’azione diretta ma – come abbiamo detto – eseguendo soltanto controlli frequenti del fondo oculare e l’OCT. Nel momento in cui la trazione comporta una riduzione dell’acuità visiva rilevante si rende necessario l’intervento chirurgico di rimozione della membrana (vitrectomia con peeling maculare). Questa operazione permette di bloccare i meccanismi di trazione e, in alcuni casi, di appianare la retina, con un possibile miglioramento della sintomatologia (la distorsione viene ridotta). E’ comunque un intervento molto delicato, in quanto si agisce direttamente sulla zona più importante della retina (la macula) e purtroppo non sempre consente di ottenere il risultato sperato.

Link utile: Consenso informato SOI

Orzaiolo

occhio con orzaiolo

occhio con orzaiolo

Cos’è?

È un’infezione comune e acuta di un follicolo ciliare (dotto che contiene le ciglia) e della ghiandola di Zeiss.

Quali sono i sintomi?

Gonfiore e arrossamento delle palpebre. Sul bordo palpebrale è spesso presente un rigonfiamento con un puntino biancastro. Può causare dolore locale, che può essere anche molto fastidioso. La lacrimazione può essere più intensa della norma e ci può essere sensazione di corpo estraneo nell’occhio.

Quali cause ha?

L’orzaiolo è generalmente causato da un batterio, lo Staphylococcus aureus (90-95% dei casi [Lo Staphylococcus epidermidis è un’altra causa possibile: si veda la pubblicazione “[Stye” (2018) ]]). Tuttavia, quando gli orzaioli si presentano frequentemente e contemporaneamente (compaiono tra l’altro foruncoli cutanei in altre zone del corpo) è opportuno sottoporsi a esami clinici non solo oculistici e a visite dermatologiche.

Quali tipi di terapia sono indicati?

Pomate, spesso antibiotiche, che andrebbero prescritte sempre da un medico oculista. Generalmente la rottura spontanea del gonfiore, con la conseguente fuoriuscita del pus, allevia i sintomi fino al suo spontaneo riassorbimento. Non è il caso però di ricorrere a impacchi, soprattutto se caldi, perché potrebbero irritare ulteriormente le palpebre.

Cosa va evitato?

Vanno evitate le terapie fai-da-te; bisogna invece affidarsi alle indicazioni di un oculista di fiducia. Inoltre non bisogna mai cercare di spremere l’orzaiolo come se fosse un brufolo perché si rischia di sortire un effetto contrario, propagando l’infezione e irritando ulteriormente la cute palpebrale.

Cosa si può fare per prevenirlo?

Localmente è molto importante una costante detersione del bordo palpebrale e una buona igiene (mani comprese). Anche una corretta alimentazione può contribuire alla prevenzione dell’orzaiolo.