Corpo Vitreo

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Corpo Vitreo

Cos’è?

Sostanza gelatinosa, trasparente, che occupa la cavità oculare compresa tra il cristallino e la retina (circa 4 millilitri: costituisce la maggior parte del volume del bulbo oculare). È composto per il 99 per cento d’acqua. Al suo interno ci sono fasci incrociati di sottili fibrille collagene che interagiscono con molecole di acido ialuronico. Sono presenti inoltre, in minima percentuale, potassio, bicarbonati, zucchero e acido ascorbico (vitamina C). Il corpo vitreo aderisce alla retina.

Che caratteristiche ha?

La struttura del corpo vitreo è viscosa, elastica e trasparente. Quest’ultimo aspetto è legato all’elevato contenuto di acqua, mentre l’elasticità e la viscosità sono dovute alla presenza delle fibre proteiche collagene, disposte in una struttura reticolare tridimensionale. Il vitreo è un importante mezzo di refrazione (attraverso di esso passano i fasci luminosi provenienti dal mondo esterno) e contribuisce a mantenere la tensione oculare (pressione dell’occhio).

Quali sono le sue funzioni?

Il corpo vitreo ha essenzialmente due funzioni:
a. strutturale: tiene la retina adesa al fondo oculare;
b. serve a trasportare sostanze nutritive alla retina e da essa.

Quali sono le principali patologie del corpo vitreo?

A causa di vari processi patologici, all’interno del vitreo possono formarsi degli addensamenti chiamati corpi mobili vitreali, responsabili della visione di opacità od ombre scure simili a punti (“mosche volanti”), filamenti o ragnatele.

Cosa sono esattamente i corpi mobili?

Sono ombre scure od opache che si spostano rapidamente con i movimenti dell’occhio, che possono disturbare la visione soprattutto se, spostandosi, si collocano in posizione centrale (tra la pupilla e la macula). Sono percepiti più nettamente quando c’è più luce e sulle superfici chiare: si percepisce l’ombra che gli addensamenti proteici del vitreo proiettano sulla retina stessa.

Come si “curano” i corpi mobili vitreali?

Di per sé non sono trattabili (ad eccezione di un tipo di laser che però presenterebbe elevati rischi). Tuttavia è possibile ridurne la quantità e le dimensioni bevendo molta acqua (almeno 1,5 litri al dì) ed, eventualmente, assumendo integratori specifici (prescritti dall’oculista) per evitare una eccessiva disidratazione del vitreo e la formazione di altri addensamenti. Effettuare visite oculistiche periodiche di controllo con esame del fondo oculare, soprattutto se le ombre aumentano notevolmente di numero o sono accompagnate dalla visione di flash. Di fatto bisogna imparare a convivere col problema, anche se, con il passare del tempo, le ombre appariranno sempre più sbiadite e si percepiranno con minore frequenza, poiché il cervello tenderà ad “annullarle” (a non considerarle più).

Cos’è il distacco posteriore di vitreo?

Il vitreo aderisce intimamente alla retina, soprattutto nella sua porzione posteriore; per varie cause (età, traumi, miopia elevata, ecc.) può distaccarsi e determinare la comparsa improvvisa di un’ombra mobile a forma di anello al centro del campo visivo.
Generalmente è un’affezione benigna che, in alcuni casi, può essere accompagnata da:
1. visione di “lampi” o “flash”, espressione della trazione meccanica che il vitreo esercita sulla retina, determinandone la stimolazione;
2. visione annebbiata per la presenza di una piccola emorragia causata dalla rottura di un vaso durante il distacco del vitreo (il sangue generalmente si riassorbe spontaneamente).



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Pagina pubblicata il 11 maggio 2007. Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2016.

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Coroide

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Coroide

Cos’è?

Occhio (nomenclatura) È lo strato intermedio tra la sclera e la retina e, al pari di questi due strati, avvolge l’occhio. Insieme all’iride e al corpo ciliare costituisce l’ùvea (fitto reticolato di vasi sanguigni che gli conferiscono il caratteristico aspetto a grappolo).

Da cosa è costituita la coroide?

È un tessuto spugnoso ricco di vasi sanguigni che forniscono alla retina ossigeno e sostanze nutritive. Contiene un pigmento scuro che cattura i raggi luminosi e impedisce loro di riflettersi all’interno del bulbo, in modo tale da non interferire con la visione.

Come si classificano le malattie della coroide?

Si distinguono in patologie congenite e acquisite.

Quali sono le malattie congenite?

Le malformazioni congenite consistono essenzialmente nel coloboma della coroide. Si tratta di un difetto, tipo mutilazione, causato dalla mancata chiusura della fessura ottica, una struttura transitoria presente durante lo sviluppo dell’occhio. Può coinvolgere anche altre parti del bulbo (iride, macula, retina e nervo ottico). Può causare riduzione della vista con formazione di scotomi (macchie scure fisse). Non vi sono trattamenti chirurgici in grado di correggere un coloboma; tuttavia, l’uso di occhiali può migliorare la visione.

Quali sono le malattie acquisite?

Tra le malattie acquisite vi sono le coroiditi, ossia lesioni infiammatorie della coroide causate da agenti infettivi o tossine provenienti da altri focolai (zone di infiammazione circoscritta di natura infettiva). I sintomi sono caratterizzati da disturbi della vista causati dall’opacità del corpo vitreo e dai focolai stessi. La terapia consiste nella somministrazione di cortisonici e antibiotici per via sistemica (per bocca) in associazione con l’instillazione di colliri midriatici (che dilatano la pupilla) per prevenire i fenomeni reattivi (infiammazioni) nella parte anteriore dell’occhio, oltre alla somministrazione di cortisonici per via retrobulbare (vengono iniettati nell’orbita).

Cos’è il melanoma della coroide?

Il melanoma coroideale rientra tra le patologie acquisite della coroide. È il tumore maligno intraoculare più frequente nell’adulto. Può infiltrare sia internamente il bulbo, sia invadere i OCT ad alta definizione (spectralis)tessuti orbitari più esterni tipo la sclera. La diagnosi si basa sull’esecuzione del fondo oculare , della fluorangiografia e dell’ecografia bulbare. Il trattamento varia a seconda della localizzazione e della dimensione del tumore in rapporto alle conseguenze del trattamento sulla funzione visiva e sull’integrità dell’occhio. Può essere radicale, ossia il tumore può essere asportato attraverso l’enucleazione (asportazione dell’intero bulbo oculare). Tuttavia, il trattamento conservativo (il tumore viene solo trattato e non asportato) rappresenta oggi la scelta terapeutica più utilizzata. In questo caso si fa ricorso alla radioterapia.


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Cornea

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Cornea

Cos’è la cornea?

La cornea è un tessuto trasparente che riveste la superficie anteriore dell’occhio (è una sorta di piccola cupola che rappresenta la “barriera” esterna del bulbo oculare). Ha uno spessore di poco superiore al mezzo millimetro (520-540 µm). È composta da 5 strati: epitelio, membrana di Bowman, stroma, membrana di Descemet ed endotelio (secondo altre classificazioni ci sarebbero uno-due strati in più). Deve essere considerata la lente naturale più potente.

In condizioni fisiologiche la cornea è trasparente, avascolare, speculare: è priva di vasi sanguigni, permette ai raggi luminosi di penetrare nell’occhio facendoli convergere sulla retina dopo essere passati attraverso il cristallino. Quando la cornea è danneggiata a causa di traumi, infezioni o malattie perde la sua trasparenza: le immagini non sono più nitide e la vista risulta ridotta o compromessa; nei casi estremi si può arrivare alla cecità, ma spesso è possibile intervenire con un trapianto di cornea totale o parziale (cheratoplastica perforante o lamellare), ripristinando così la funzione visiva.

Cosa fare in caso di traumi?

Un’abrasione corneale è una lesione superficiale dovuta al contatto accidentale con polvere, sabbia e altri corpi estranei (ad esempio schegge di legno o di metallo). Quando la cornea è lesa si può avvertire una sensazione di granulosità nell’occhio (da non confondere con la congiuntivite), dolore, arrossamento, bruciore, copiosa lacrimazione, fotofobia, visione offuscata e mal di testa.

La cornea si può “graffiare” durante il trucco, a seguito di un trauma, per l’utilizzo di lenti a contatto o, ripetutamente, nel caso di distrofie corneali. Si tratta di una condizione molto dolorosa, che guarisce di solito nell’arco di pochi giorni, seguendo la terapia adeguata prescritta dall’oculista. Nel caso in cui si abbia il sospetto di essersi accidentalmente provocati un’abrasione corneale, è importante evitare di toccare o sfregare la superficie oculare e lavare l’occhio ripetutamente e con acqua corrente in abbondanza, in modo da eliminare qualsiasi residuo della sostanza entrata in contatto. È sempre consigliabile consultare un medico oculista o recarsi tempestivamente a un pronto soccorso oculistico.

Cosa fare in caso di sensazione di secchezza oculare?

La secchezza oculare può essere provocata da cause diverse: tra i fattori ambientali vanno ricordati la luce del sole molto intensa, i gas di scarico irritanti, l’aria condizionata o il lavoro prolungato allo schermo di un computer (si possono instillare lacrime artificiali per ridurre il problema); tra i farmaci, ricordiamo che l’occhio secco si annovera tra gli effetti collaterali di alcuni antidepressivi e beta-bloccanti. Le donne in menopausa ne soffrono di frequente, dal momento che le variazioni ormonali possono provocare alterazioni del film lacrimale. Anche i portatori di lenti a contatto sono più a rischio perché la cornea riceve un’ossigenazione minore (per questo non bisogna farne un utilizzo troppo prolungato e seguire scrupolosamente le norme d’impiego). Tra le patologie associate va ricordata la sindrome di Sjögren e altre malattie autoimmuni, come ad esempio il lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide, la sclerodermia e la tiroidite di Hashimoto.

Quali malattie possono colpirla?

La cornea è protetta da un sottile strato di lacrime (film lacrimale) e dalle palpebre, ma può essere esposta a traumi e lesionata persino dalle ciglia. Tale evenienza si può verificare in caso di entropion, una patologia delle palpebre che comporta la loro rotazione verso l’interno, oppure quando si ha un’anomala crescita cigliare (invece di estendersi verso l’esterno si rivolgono verso la superficie corneale: trichiasi).

La cornea è soggetta ad infezioni (cheratiti) più o meno profonde, che offuscano anche solo parzialmente la vista e che, una volta guarite, possono – in alcuni casi – lasciare lesioni permanenti. Possono avere origine virale, batterica, fungina o protozoaria e vengono curate in modo specifico a seconda della causa (eziologia). Una cicatrice di piccole dimensioni che permane nel tempo come esito di pregressa infezione corneale si definisce nubecola; quando, invece, si evidenzia un’opacità più profonda ed estesa si parla di leucoma. In base alla sede della cicatrice sulla cornea, si ha una riduzione dell’acuità visiva più o meno grave (lo è tanto più quanto maggiormente è centrale perché compromette la zona ottica).

La cornea si può deformare?

Sì, può accadere a causa di alcune malattie. Per ectasie corneali s’intende un gruppo di patologie congenite, a carattere multifattoriale, caratterizzate dall’alterazione della normale curvatura corneale. Le più frequenti sono: il cheratocono, la degenerazione marginale pellucida, la megalocornea e la microcornea. Le distrofie corneali sono un gruppo di disturbi progressivi, solitamente bilaterali (colpiscono entrambi gli occhi), in gran parte geneticamente determinati, di natura non infiammatoria, che causano opacizzazione del tessuto; l’età di presentazione varia a seconda della malattia considerata.

Quali esami permettono di studiarla?

La cornea può essere studiata con maggior attenzione grazie a diversi esami strumentali:

  • pachimetria;
  • topografia;
  • conta endoteliale;
  • microscopia confocale;
  • OCT(del segmento anteriore).


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Pagina pubblicata il 4 maggio 2007. Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2019.

Ultima revisione scientifica: 15 aprile 2016.

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Congiuntiva

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Congiuntiva

Cos’è?

La congiuntiva è la mucosa trasparente che ricopre la superficie interna delle palpebre e la superficie anteriore del bulbo oculare (“bianco dell’occhio”). Si estende dai margini palpebrali sulla faccia interna delle palpebre (congiuntiva tarsale), poi si piega e riveste i fornici (spazio tra palpebre e bulbo oculare) fino a ricoprire il bulbo oculare (congiuntiva bulbare) tranne che nella porzione corneale, dove non c’è congiuntiva.

La congiuntiva è costituita dall’epitelio (più superficiale), a sua volta composto da diversi strati, e dallo stroma. È poi presente un sistema ghiandolare prevalentemente formato da cellule caliciformi che contengono granuli di mucina e altre ghiandole. La congiuntiva è innervata da filamenti del nervo trigemino. Ha una vascolarizzazione complessa: non solo vi giungono i vasi palpebrali, ma anche quelli muscolari e cigliari anteriori.

A che serve?

La principale funzione della congiuntiva è proteggere esternamente il bulbo oculare, grazie al suo rivestimento. Esistono, inoltre, meccanismi di difesa a livello immunitario mediati dal tessuto congiuntivale.

Cosa bisogna fare se sento gli occhi gonfi e sono molto arrossati?

È molto importante che, ad esempio in presenza dei sintomi di una congiuntivite (come bruciore, prurito, occhio rosso e secrezione), ci rechi a un pronto soccorso o presso un oculista di fiducia. Questo perché le terapie sono differenti a seconda della causa (batterica, virale, allergica) ed eventuali trattamenti fai-da-te errati potrebbero persino determinare complicanze più gravi della malattia.

L’altra causa frequente di occhio rosso è l’emorragia sottocongiuntivale: anche se si vede l’occhio improvvisamente insanguinato senza lesioni esterne, spesso la preoccupazione non corrisponde a un reale pericolo. Di per sé, infatti, non è un fenomeno particolarmente grave per l’occhio: il rossore tende a scomparire spontaneamente in 15 giorni circa. Però è importante controllare la pressione sistemica del sangue arterioso: la causa più frequente di emorragia sottocongiuntivale è l’ipertensione.

Da quali altre malattie può essere colpita la congiuntiva?

Può essere colpita da tumori (come il melanoma): è importante che, in presenza di macchie pigmentate o di neoformazioni, vi rechiate da un oculista per un controllo. Meno gravi sono invece quelle degenerazioni congiuntivali come la pinguecola o lo pterigio, che possono essere causa di arrossamento e fastidio, ma non sono da considerarsi dei tumori. In alcuni casi lo pterigio invade la cornea e determina la necessità di asportarlo chirurgicamente; purtroppo, tuttavia, non è raro che in seguito all’intervento lo pterigio si rigeneri.

Il calazio e l’orzaiolo possono causare una lieve infiammazione della congiuntiva, che il più delle volte guarisce spontaneamente.


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Pagina pubblicata il 11 aprile 2018. Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2018.

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Trapianto di cornea

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Trapianto di cornea

Cos’è?

corneaIl trapianto di cornea consiste nella sostituzione della porzione della superficie oculare divenuta opaca con una porzione di eguale grandezza prelevata da un donatore.

Quando si deve ricorrere al trapianto?

Si può ricorrere al trapianto quando le terapie a base di farmaci non consentono più alla cornea di guarire o quando essa si è indebolita troppo e, quindi, rischia una rottura spontanea. Ad esempio, l’intervento chirurgico è necessario quando c’è stato un taglio profondo della superficie oculare posta davanti all’iride, quando questa è stata colpita da un’infezione grave che ha creato ulcerazioni profonde, qualora si fossero verificate causticazioni (provocate da acidi o da altre sostanze chimiche).

Che alterazioni deve aver subito la cornea?

la cornea, quando è in salute, è perfettamente trasparente e non presenta alterazioni morfologiche. Ha la forma di una calotta su cui si può notare il caratteristico riflesso
Il trapianto è necessario quando risulta alterata la struttura microscopica della cornea o il suo metabolismo. Ciò, infatti, si traduce nella perdita (localizzata o diffusa) della sua trasparenza a causa della formazione di tessuto cicatriziale o per la formazione anomala di vasi sanguigni in una zona in cui normalmente sono assenti; oppure si può essere verificata un’alterazione della curvatura della cornea (ad esempio, nel cheratocono compare un’area di suo assottigliamento e sfiancamento).

Quali sono le cause dell’opacità della cornea?

Le cause che possono compromettere definitivamente la trasparenza della cornea sono: infiammazioni, infezioni, cause meccaniche, tossiche o distrofiche (come nel caso del cheratocono). Fondamentale per la trasparenza corneale è la funzione dello strato più profondo (endotelio) che, se danneggiato, non consente più di mantenere entro i limiti fisiologici la quantità di acqua all’interno della cornea che, di conseguenza, si opacizza (causando quello che viene definito “scompenso” corneale). Ciò che avviene è che si inizia a vedere come se si guardasse attraverso un vetro smerigliato.

Quali sono le indicazioni per il trapianto?

Le indicazioni al trapianto di cornea sono ottiche (miglioramento della visione per opacizzazione corneale), ricostruttive (ad esempio, sostituzione di una cornea perforata) o terapeutiche: si ricorre al trapianto quando le terapie farmacologiche non riescono a preservare la funzione corneale.

Quando operare?

La condizione necessaria per effettuare il trapianto di cornea è l’assoluta certezza di avere l’occhio “in quiete”: strati della corneal’eventuale processo infettivo e infiammatorio deve essersi esaurito. Si deve procedere al trapianto quando lo spessore corneale è talmente basso da rischiare una rottura spontanea della cornea e, quindi, un’apertura del bulbo oculare… Attualmente, il rischio di rottura è considerato molto elevato sotto i 100-150 micron. Oggi, con le nuove tecniche lamellari si ricorre all’intervento quando le caratteristiche ottiche sono compromesse o, nel caso del trapianto di endotelio, quando si ha un iniziale èdema corneale (maggiore quantità di acqua all’interno della cornea).

In che misura la cornea deve essere sostituita?

Il trapianto di cornea può consistere nella sostituzione della porzione opacizzata di cornea in tutto il suo spessore (cheratoplastica perforante) o solo di alcuni strati (cheratoplastica lamellare). Oggi si cerca di ricorrere il più possibile al trapianto parziale della cornea per la maggiore velocità di ripresa postoperatoria e per la minore invasività dell’intervento.

Quali sono i vantaggi del trapianto lamellare e quali le sue indicazioni?

Il trapianto lamellare della cornea permette di sostituire solo gli strati patologici con strati equivalenti prelevati da una cornea sana di un donatore. Tale tecnica consente di lasciare in sede gli strati corneali sani. Il trapianto lamellare della cornea consente di ottenere gli stessi risultati del trapianto a tutto spessore, ma con una ripresa funzionale molto più rapida e minori complicanze (si riduce il rigetto immunologico).
Le nuove tecniche possono essere applicate al trattamento delle più comuni malattie della cornea: il cheratocono, le distrofie corneali e le opacità corneali da infezioni virali (erpetiche) oppure batteriche e da traumi.
La possibilità di sostituire solo alcune parti della cornea è data dalla caratteristica della struttura corneale a strati. Questa tecnica permette quindi di sostituire solo gli starti irreversibilmente danneggiati dal processo patologico. Le tecniche definite profonde permettono, in caso di scompenso corneale (in seguito a un altro intervento chirurgico) di poter sostituire solo gli strati profondi della cornea come l’endotelio corneale, spesso responsabile della perdita della trasparenza corneale.

Quando si utilizza il trapianto di cornea a tutto spessore?

cornea artificiale
Il trapianto di cornea a tutto spessore viene definito cheratoplastica perforante e viene utilizzato sempre meno. Rimane l’unica via percorribile per ripristinare la funzione visiva quando la cornea è danneggiata in tutti i suoi strati. Questa tecnica ha dei tempi di recupero molto più lunghi rispetto alla cheratoplastica lamellare. Ciò è dovuto al fatto che il tessuto che viene impiantato non poggia più su un tessuto già presente: è necessario che vi sia una ripresa della forma il più possibile regolare per avere un’efficienza ottica adeguata. I punti che vengono applicati dovranno essere tolti fino a un anno dall’intervento.

Il trapianto di cornea in cosa differisce rispetto ad altri trapianti?

La cornea non è vascolarizzata, per cui non ci sono connessioni sanguigne o linfatiche da ripristinare tra l’organismo e la cornea trapiantata; questo comporta un minore rischio di rigetto e un’elevata compatibilità tra i vari donatori e i riceventi. Inoltre, grazie a queste caratteristiche non è necessaria la terapia immunosoppressiva per i pazienti che dovranno sottoporsi al trapianto di cornea, sia esso lamellare o perforante.

Quali sono le possibilità di successo del trapianto di cornea?

Il trapianto di cornea ha probabilità di successo potenzialmente molto elevate, soprattutto in caso di cheratocono o di altre patologie che non presentano una neovascolarizzazione corneale. Di fondamentale importanza, per il successo del trapianto, è la condizione della parte della cornea su cui inserire il lembo da trapiantare. Infatti, le cornee che presentano vascolarizzazioni anomale o tessuti fibrotici hanno un rischio di rigetto più elevato.

Quali sono le complicazioni?

Cornea artificiale (al computer)
Le complicanze sono di vario genere: si va dal classico rigetto arrivando a quelle di origine traumatica (si può separare il lembo e il ‘letto’ su cui viene innestato), passando per le infezioni (si può riaprire una ferita chirurgica) e problemi refrattivi (come un forte astigmatismo).
Il rigetto è una complicanza di origine immunologica che va trattata precocemente mediante assunzione di farmaci immunosoppressori e cortisonici. Può essere un evento reversibile, ma a volte è necessario effettuare un nuovo trapianto. Di fondamentale importanza, ancora una volta, è ascoltare attentamente le indicazioni del medico oculista, seguendo con precisione la terapia prescritta.

Quanto dura una cornea trapiantata?

In realtà non esiste una durata minima o massima per la cornea trapiantata. Ci sono casi in cui il trapianto non causa problemi o li crea dopo varie decine di anni, mentre in altri si rende necessario un nuovo trapianto in tempi minori. Ciò dipende da un insieme di fattori, tra cui la patologia per la quale si è effettuato il trapianto, lo stato della cornea al momento del trapianto e le condizioni del ricevente.

Quali sono malattie trasmissibili tramite il lembo?

Non vi sono rischi effettivi di contagio, sia per le caratteristiche del tessuto, sia per i controlli che vengono effettuati prima e dopo l’espianto. Queste procedure sono affidate alle banche degli occhi, che sono strutture controllate dal Ministero della Salute, che si occupano della selezione dei donatori, dell’espianto e dell’analisi e della conservazione del lembo. In Italia la disponibilità del lembo è elevata, per cui l’attesa per il trapianto è generalmente contenuta.

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Pagina pubblicata il 9 aprile 2009. Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2016. 

Ultima revisione scientifica: 22 settembre 2016.

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Trabeculectomia

I tuoi occhi

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Trabeculectomia

Cos’è la trabeculectomia?

trabeculectomia
La trabeculectomia è un intervento chirurgico il cui scopo è quello di arrestare il progredire dei danni oculari provocati dal glaucoma, correlati a una pressione oculare elevata. È comunque indispensabile che il medico oculista consultato sia certo che il valore pressorio sia patologico per l’occhio in esame e che, quindi, sia necessario ottenere una sua riduzione (anche con i rischi che il procedimento chirurgico comporta).

Trattandosi, infatti, di un intervento invasivo può essere effettuato solo su persone con diagnosi certa di glaucoma che avessero una ridotta risposta ai farmaci (colliri ipotonizzanti) e/o una scarsa tolleranza nei loro confronti, oppure sui quali non abbia funzionato la parachirurgia laser. Lo scopo della chirurgia è dunque quello di bloccare il deterioramento della funzione visiva, delle fibre del nervo ottico e del campo visivo. Nel momento in cui si ottiene la normalizzazione del tono oculare attraverso l’intervento chirurgico, si osserva, nella maggior parte dei casi, un arresto nella progressione della malattia.

In cosa consiste?

L’intervento di trabeculectomia rientra tra quelli definiti “filtranti protetti”. Viene eseguito solitamente in anestesia locale, e prevede l’asportazione di una piccola porzione profonda di tessuto oculare esterno (limbus corneo-sclerale contenente il trabecolato e il canale di Schlemm) creando una sorta di “sportellino” da cui far defluire l’umor acqueo. 

In pratica, si forma una bozza congiuntivale, più o meno rilevata, detta bozza filtrante, che costituisce una via di deflusso alternativa del liquido all’interno dell’occhio (umore acqueo), consentendo un abbassamento della pressione oculare.

Che problemi si possono presentare?

Gli eventuali insuccessi nella trabeculectomia sono fondamentalmente legati a una cicatrizzazione indesiderata che ostacola il deflusso dell’umor acqueo. Per prevenire questo normale processo, che si manifesta più rapidamente nei giovani o nei diabetici, si utilizzano farmaci quali il 5-fluorouracile (5-FU)e la mitomicina-C,  che inibiscono la proliferazione del tessuto cicatriziale o si procura artificialmente un aumento del deflusso innestando una valvola artificiale. 

Ci possono essere complicazioni?

Ovviamente sì. Si possono distinguere complicanze che avvengono nel corso dell’operazione (intraoperatorie) da quelle successive (postoperatorie). Tra le prime principalmente vanno ricordate le emorragie,  ma possono verificarsi anche: perforazione congiuntivale e/o sclerale, perdita di vitreo, prolasso dell’iride, distacco di coroide. Tra le seconde, invece, si segnalano infezioni, un eccessivo deflusso dell’umor acqueo verso l’esterno, che causa un’importante riduzione della pressione intraoculare (ipotono); si tratta, comunque, di un inconveniente limitato nel tempo e facilmente gestibile.

intervento di trabeculectomia
Inoltre, si può verificare la formazione di aderenze nell’angolo della camera anteriore dell’occhio (goniosinechie) e di anomale dislocazioni dell’umore acqueo appena formato. Infine, è importante ricordare che talvolta le manovre chirurgiche eseguite possono determinare un’opacità del cristallino  (cataratta) per effetti traumatici.

 

 

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Pagina pubblicata il 6 novembre 2013. Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2022. 

Ultima revisione scientifica:  4 ottobre 2022. 

Topografia corneale

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Topografia corneale

Cos’è?

Topografia corneale (malato di cheratocono: la superficie dell'occhio appare deformata nella zona rossa) È un esame diagnostico che consente di studiare la forma della cornea [1] e alcune sue caratteristiche ottiche.

A cosa serve?

La topografia permette di misurare con estrema precisione la curvatura della superficie anteriore della cornea in ogni suo punto. Il risultato dell’esame è una mappatura colorata. Ad ogni colore corrisponde un raggio di curvatura: i colori freddi (tendenti al blu) indicano i punti di cornea più piatti (raggio di curvatura maggiore), mentre quelli caldi (che tendono al rosso) indicano una maggiore curvatura. [2]

Una topografia normale mostra al centro una sorta di immagine a clessidra che indica l’astigmatismo fisiologico; di solito ha colori più caldi rispetto alla periferia, che appare più piatta. Oltre alla scala dei colori, i moderni topografi indicano anche il potere della cornea (quanto riesce a ingrandire un’immagine). Inoltre esistono altri strumenti che studiano la superficie posteriore della cornea e il suo spessore in ogni suo punto.

Come si fa la topografia corneale?

Persona con cheratocono (astigmatismo regolare)Si effettua mediante il topografo corneale. Lo strumento è composto da una parte (il “cheratoscopio”) che proietta sulla cornea una serie di anelli concentrici e legge la riflessione dell’immagine sulla cornea. Un computer elabora quest’immagine e, in base alla distorsione che gli anelli hanno subito, calcola la curvatura. I moderni topografi possono elaborare diverse mappe (tangenziale, assiale, altitudinale, assoluta) che permettono un accurato studio della superficie oculare trasparente. La procedura è analoga a ciò che avviene quando si proietta una diapositiva su una parete: quanto più è irregolare la superficie tanto più l’immagine proiettata apparirà distorta. Ricordiamo che la cornea ha di fatto una forma simile a una calotta sferica.

Come si esegue?

L’esecuzione della topografia corneale è semplice e non invasiva e, tra l’altro, non richiede colliri. Va effettuata almeno 24 ore dopo l’uso di lenti a contatto morbide o 48 ore nel caso in cui si siano portate lenti a contatto rigide: bisogna evitare che la forma della cornea risulti impropriamente alterata. Mentre vengono scattate le fotografie che vengono acquisite dal computer si deve fissare un punto centrale.

In quali casi si ricorre alla topografia?

La topografia si usa quando è necessario ottenere informazioni precise sulla curvatura corneale. È un esame molto importante per valutare la gravità del cheratocono, una malattia oculare che consiste in una deformazione della cornea e consta di quattro stadi. Inoltre, quest’esame è fondamentale per impostare il programma chirurgico in caso di chirurgia refrattiva: occorre per sapere dove e in che misura bisogna agire col laser; inoltre, serve alla valutazione post-operatoria.

Anche nel trapianto di cornea la topografia è necessaria per un miglior posizionamento del lembo corneale (per ottenere il miglior risultato refrattivo); si usano topografi corneali in sede operatoria. Viene usata in contattologia per valutare gli effetti della lente a contatto sulla cornea e per le costruzioni delle lenti a contatto.

[1è un tessuto trasparente che si trova davanti all’iride e costituisce la lente più potente che abbiamo nell’occhio (rappresenta circa il 60% del suo potere refrattivo) Il suo potere medio è più del doppio di una lente di ingrandimento classica.

[2Qualcosa di analogo avviene con la topografia terrestre: mentre il blu (il mare) rappresenta una superficie tendenzialmente piatta, i rilievi tendono al rosso.

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Pagina pubblicata il 17 febbraio 2009. Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2019. 

Ultima revisione scientifica: 17 febbraio 2009.

Tonometria

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Tonometria

Cos’è la tonometria?

La tonometria è una procedura medica utilizzata per misurare la pressione intraoculare, ovvero la pressione presente all’interno dell’occhio. Questo parametro rappresenta un indicatore fondamentale per la valutazione della salute oculare ed è particolarmente importante nella diagnosi e nel monitoraggio di alcune patologie, tra cui il glaucoma. Il termine tonometria deriva dall’espressione “tono oculare”, utilizzata per indicare la pressione all’interno del bulbo oculare.Questo valore viene misurato in millimetri di mercurio (mmHg) e può essere influenzato da diversi fattori fisiologici e clinici. Tra questi rientra lo spessore della cornea: una cornea più sottile può determinare valori di pressione apparentemente più bassi, mentre una cornea più spessa può portare a rilevazioni più elevate. Anche terapie a base di corticosteroidi, traumi oculari o precedenti interventi chirurgici agli occhi possono incidere sul tono, alterandone i valori. L’esecuzione della tonometria rappresenta un esame diagnostico fondamentale, utile per individuare precocemente eventuali alterazioni della pressione oculare e permettere un intervento tempestivo volto a prevenire complicanze e preservare la salute visiva.

Cosa accade se la pressione intraoculare è troppo elevata?

Il controllo della pressione intraoculare è particolarmente importante poiché valori troppo elevati possono provocare danni irreversibili, compromettendo progressivamente la funzione visiva. Lastruttura maggiormente esposta al rischio è il nervo ottico che ha il compito di trasmettere al cervello le informazioni visive provenienti dall’occhio. Quando il nervo ottico subisce un danno, infatti, gli impulsi bioelettrici generati dalla retina in risposta alla luce non riescono più a essere trasmessi correttamente al cervello. Di conseguenza, l’informazione visiva non può essere elaborata dalle aree cerebrali deputate alla visione, localizzate principalmente nella corteccia occipitale,situata nella parte posteriore del cervello. Nel caso del glaucoma, l’aumento della pressione intraoculare, se non adeguatamente controllato e ridotto nel tempo, può determinare un progressivo deterioramento della capacità visiva, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla cecità.

LA PRESSIONE INTRAOCULARE PUÒ ESSERE ANCHE TROPPO BASSA?

Sì, la pressione intraoculare può essere anche troppo bassa, sebbene questa condizione sia meno frequente rispetto all’ipertono. Una pressione intraoculare ridotta, definita ipotonia oculare, può verificarsi come complicanza di alcuni interventi chirurgici oftalmici.Tra le possibili cause vi sono, ad esempio, il trapianto di cornea (cheratoplastica) oppure la trabeculectomia, un intervento chirurgico utilizzato nel trattamento del glaucoma quando la malattia non risponde adeguatamente alla terapia farmacologica. In questi casi l’intervento ha lo scopo di favorire il deflusso dell’umoracqueo e ridurre la pressione all’interno dell’occhio; tuttavia, in alcune situazioni può verificarsi un abbassamento eccessivo della pressione oculare. Sebbene meno comune, anche una pressione intraoculare troppo bassa può avere conseguenze sulla funzionalità dell’occhio e richiede quindi unattento monitoraggio da parte dell’oculista, al fine di individuare e trattare tempestivamente eventuali complicanze. 

QUANDO SI RICHIEDE LA TONOMETRIA?

La tonometria viene prescritta in diverse situazioni cliniche, soprattutto nell’ambito della prevenzione e del monitoraggio di alcune patologie oculari. L’esame è generalmente consigliato dopo i 40 anni durante le visite oculistiche di routine, poiché con l’avanzare dell’età aumenta il rischio di sviluppare malattie legate alla pressione intraoculare, come il glaucoma. La misurazione della pressione oculare è indicata anche in presenza di familiarità per glaucoma, quando si sospettano patologie che possano interferire con il tono oculare, oppure per monitorare pazienti già in terapia antiglaucomatosa. Inoltre, l’esame può essere richiesto in presenza di sintomi specifici, come dolore oculare, visione offuscata o percezione di aloni intorno alle luci, che potrebbero indicare un’alterazione della pressione intraoculare. La frequenza con cui effettuare l’esame dipende principalmente dall’età del paziente e dall’eventuale presenza di fattori di rischio individuali. Durante l’esecuzione della tonometria è possibile ottenere diverse informazioni utili per la valutazione dello stato di salute dell’occhio. In particolare, l’esame consente di rilevare il valore numerico della pressione intraoculare, espresso in millimetri di mercurio (mmHg), di individuare eventuali differenze significative tra i due occhi, di osservare variazioni della pressione nel tempo e di valutare la risposta della pressione oculare alle eventuali terapie in corso. La tonometria fornisce quindi dati oggettivi e misurabili, fondamentali per permettere al medico oculista di valutare correttamente la condizione dell’occhio, monitorare l’evoluzione di eventuali patologie e pianificare, se necessario, gli interventi terapeutici più appropriati.

COME SI ESEGUE LA TONOMETRIA?

Esistono diversi strumenti per la misurazione della pressione intraoculare chiamati tonometri, i più utilizzati sono: 

tonometro a contatto, anche noto come tonometro ad applanazione di Goldmann;
tonometro a rimbalzo;
tonometro a soffio.

1. Tonometro ad applanazione di Goldmann (a contatto)


Il tonometro di Goldman è lo strumento più diffuso e preciso per la misurazione della pressione intraoculare. È costituito da un corpo centrale che contiene al suo interno un meccanismo simile a quello di un piccolo bilancino, progettato per misurare con precisione la forza esercitata sulla superficie oculare. La parte superiore dello strumento è formata da una sottile staffa metallica alla cui estremità è collocato un cono semitrasparente che viene portato delicatamente a contatto con la cornea per consentire la misurazione della pressione intraoculare. Per eseguire correttamente l’esame, il paziente deve essere seduto davanti alla lampada a fessura, con la fronte e il mento posizionati sugli appositi supporti, mantenendo lo sguardo rivolto in avanti. Prima della misurazione viene instillata nell’occhio una goccia di anestetico topico per ridurre la sensibilità della cornea e rendere la procedura indolore. Successivamente l’occhio viene colorato con una sostanza gialla chiamata fluoresceina, che permette allo specialista di osservare con maggiore precisione il punto di contatto tra il cono e la superficie corneale. Al paziente viene quindi chiesto di ammiccare alcune volte, in modo da distribuire uniformemente il colorante sulla superficie dell’occhio. Durante la misurazione il cono viene illuminato con luce blu e portato lentamente in avanti fino a toccare l’apice della cornea. L’oculista, ruotando una scala graduata presente sullo strumento, rileva il valore della pressione intraoculare, espresso in millimetri di mercurio (mmHg), sulla base della resistenza opposta dalla superficie dell’occhio. Poiché questa tecnica prevede il contatto diretto con la superficie oculare, deve essere eseguita esclusivamente da un oculista. È inoltre fondamentale che prima di ogni misurazione il cono venga accuratamente disinfettato oppure, nel caso di dispositivi monouso, sostituito con uno nuovo per garantire adeguate condizioni di sicurezza e igiene.

Durante l’esame il paziente deve mantenere lo sguardo fisso in avanti e limitare il più possibile la chiusura delle palpebre, poiché eventuali movimenti involontari possono compromettere l’accuratezza della misurazione. Oltre al tonometro di Goldmann esistono comunque altri strumenti per la misurazione della pressione intraoculare, sebbene meno diffusi e utilizzati soprattutto in condizioni particolari o in ambito di ricerca scientifica (il Tonometro di Schiotz, il Tono-Pen, il Tonometro Pascal e il Tonometro di Mackay-Marg).

2.  Tonometro a soffio (non a contatto)

Il tonometro a soffio è uno strumento che permette di misurare la pressione all’interno dell’occhio senza toccare direttamente la cornea (no contact). Lo strumento è costituito da una base dalla quale viene estratto un puntatore, che viene poi avvicinato all’occhio del paziente. Durante l’esame, il paziente deve mantenere lo sguardo fisso e gli occhi ben aperti. Dal puntatore viene emesso un getto d’aria che spinge leggermente la cornea e consente di determinare il valore della pressione intraoculare (visualizzato su uno schermo digitale). Per ottenere risultati più affidabili, spesso si eseguono più misurazioni, perché i valori possono variare leggermente da un rilevamento all’altro; singole letture possono variare a causa di allineamento, movimento del paziente o caratteristiche corneali. Il vantaggio principale di questa tecnica è che, non essendoci contatto diretto con l’occhio, l’esame può essere fatto senza anestesia e con un basso rischio di trasmissione di infezioni oculari. Per questo motivo, i tonometri a soffio sono molto utili per lo screening di massa della pressione intraoculare, permettendo di controllare rapidamente molti pazienti in sicurezza e in modo pratico.

3. Tonometro a rimbalzo

Nella tonometria a rimbalzo viene utilizzata una sonda molto leggera che entra momentaneamente in contatto con la cornea. La sonda è generalmente costituita da una piccolissima asticella di plastica con un’estremità tondeggiante, che viene fatta rimbalzare contro la superficie oculare. Il rallentamento della sonda è correlato alla pressione intraoculare: maggiore è la pressione interna all’occhio, maggiore sarà la resistenza del bulbo oculare e più breve sarà il tempo di contatto della sonda con la cornea, e viceversa. I parametri di movimento della sonda vengono rilevati da un sistema di sensori magnetici, che misura l’induzione prodotta dalla sonda in movimento. L’energia cinetica totale della sonda è estremamente ridotta, circa un microjoule, e solo una minima parte di questa energia viene trasferita all’occhio, rendendo l’esame sicuro e poco invasivo.

PREPARAZIONE E CONTROINDICAZIONI

La tonometria non richiede particolari preparazioni. Prima dell’esame è sufficiente rimuovere eventuali lenti a contatto e informare il medico di possibili allergie ai colliri. Le controindicazioni sono piuttosto limitate: l’esame può essere sconsigliato in presenza di infezioni oculari acute o di lesioni corneali estese, soprattutto quando si esegue la tonometria a contatto. Inoltre, l’esame può risultare più difficile in pazienti ansiosi o poco collaborativi. Nella maggior parte dei casi, la procedura è sicura e ben tollerata. Eventuali fastidi sono di breve durata e di lieve entità, soprattutto quando si utilizzano tecniche senza contatto diretto con la cornea.

CONCLUSIONI

La tonometria rappresenta uno strumento diagnostico fondamentale per la prevenzione e il monitoraggio di diverse patologie oculari. La sua capacità di misurare con precisione la pressione intraoculare consente di individuare precocemente alterazioni che, se trascurate, possono portare a danni irreversibili al nervo ottico e a compromissioni permanenti della vista, come avviene nel glaucoma. Grazie alla disponibilità di diverse metodiche, sia a contatto che non a contatto, è possibile adattare l’esame alle esigenze del singolo paziente, bilanciando accuratezza, sicurezza e comfort. La tonometria, inoltre, costituisce uno strumento essenziale non solo per la diagnosi iniziale, ma anche per il follow-up dei pazienti già in trattamento, permettendo di valutare l’efficacia delle terapie e di intervenire tempestivamente in caso di variazioni della pressione oculare. In questo senso, l’esame assume un ruolo centrale nella strategia di prevenzione di alcunepatologie oculari importanti, come il glaucoma, rappresentando uno degli strumenti più affidabili per tutelare la funzione visiva e garantire un approccio clinico tempestivo e mirato.

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Pachimetria

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Esecuzione dell'esame con pachimetro

Cos’è?

È un test che serve per misurare lo spessore della cornea. La sua misura si indica in millesimi di millimetro (micron, abbreviato con la lettera greca μ). Per avere un’idea lo spessore normale al centro della cornea è di circa 520-540 μ.

Come si esegue?

L’esame si esegue in modo rapido e procura un disagio minimo. A tal fine è necessario instillare una goccia di anestetico nell’occhio da esaminare. In seguito viene applicata una piccola sonda ad alta frequenza (simile a una penna) che sfrutta gli ultrasuoni per effettuare la misurazione.

Quali sono le metodiche?

Quella più diffusa sfrutta le tecniche di ecografia monodimensionale (A-scan), con sonde ad alta frequenza. La seconda tecnica utilizza, invece, formule matematiche applicate alla misurazione dei riflessi di proiezioni luminose sulla superficie anteriore e posteriore della cornea.

A cosa serve?

L’esame viene eseguito in persone affette da glaucoma. Infatti le relazioni tra pachimetria corneale e questa patologia oculare – associata generalmente a una pressione dell’occhio elevata – sono state scoperte dopo che si è diffusa la chirurgia refrattiva.

Prima di eseguire questi interventi è, infatti, necessario eseguire la pachimetria. Essi spesso provocano un assottigliamento della cornea, con una conseguente riduzione della pressione intraoculare.

Eseguendo la pachimetria anche su persone non operate colpite da glaucoma si sono dimostrate in modo inequivocabile due importanti relazioni:

  1. I pazienti con cornea sottile hanno un maggior rischio di sviluppo e progressione di danni glaucomatosi, mentre quelli con una cornea spessa sarebbero più protetti da questo rischio;
  2. Nei pazienti con cornea sottile la misura della pressione oculare risulta minore di quella reale e, viceversa, la pressione appare superiore al vero in persone con una cornea spessa.

Pertanto, in presenza di una cornea sottile si rischia di ignorare (se le misure della pressione oculare sono normali) o sottostimare (se le misure della pressione risultano poco alterate) il principale fattore di rischio associato al glaucoma [[ossia la pressione intraoculare troppo elevata]]. Viceversa, in caso di cornea molto spessa ci si può preoccupare meno anche in presenza di valori pressori lievemente superiori alla norma (generalmente 20 millimetri di mercurio).

Quando si esegue?

L’esecuzione della pachimetria fornisce una misurazione dello spessore corneale che, diversamente dall’esame del campo visivo e di altre misurazioni eseguite per la valutazione del danno glaucomatoso (che può progredire nel tempo), non subisce significative variazioni negli anni. Quindi, nella maggior parte dei casi è sufficiente eseguire la pachimetria corneale una sola volta. Inoltre, questo esame è utile per valutare la superficie e lo spessore della cornea e per studiarla sia prima che dopo gli interventi e durante l’evoluzione di una patologia (tipo il cheratocono). Se vi sono alterazioni dell’endotelio corneale (ad esempio, la cheratopatia bollosa) lo spessore della cornea aumenta notevolmente.

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Pagina pubblicata il 10 marzo 2009. Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2017. 

Ultima revisione scientifica: 4 agosto 2014.

Microperimetria

Riabilitazione presso il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva: microperimetria

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Microperimetria

Cos’è?

microperimetria

 

 

 

 

La microperimetria retinica è un esame diagnostico avanzato che permette di studiare in modo dettagliato la funzionalità della regione centrale della retina, correlando l’aspetto morfologico con quello funzionale. Grazie a questa indagine è possibile valutare la capacità del paziente di percepire stimoli luminosi di diversa intensità in punti specifici della retina, creando una vera e propria mappa della sensibilità della macula, misurata in decibel. L’esame consente inoltre di analizzare la fissazione, individuandone la sede e la stabilità, anche in presenza di un’acuità visiva ridotta. 

La microperimetria permette quindi di osservare in tempo reale il fondo oculare e di definire con estrema precisione topografica la sensibilità visiva in ogni punto della regione centrale della retina, anche nei casi in cui la visione sia particolarmente compromessa. 

Cosa consente di ottenere?

Lo studio microperimetrico fornisce informazioni preziose, da integrare con la misurazione dell’acuità visiva e consente di valutare in modo più accurato la funzionalità della macula. Questo esame è stato introdotto nella pratica clinica principalmente per l’analisi funzionale di patologie maculari, che possono causare, più o meno precocemente, la comparsa di scotomi centrali, cioè aree di perdita della visione al centro del campo visivo. La microperimetria retinica viene impiegata in diversi ambiti clinici: per lo studio di malattie degenerative, miopiche, vascolari o con componenti trazionali della retina, per supportare programmi di riabilitazione visiva nei pazienti ipovedenti, e per valutare l’efficacia di trattamenti medici o chirurgici tramite confronti pre e post intervento. Grazie a queste applicazioni, l’esame è utile sia nella pratica quotidiana in ambulatorio sia nel contesto di studi clinici mirati a comprendere meglio le alterazioni funzionali della retina. 

Come si esegue?

Durante la microperimetria, il paziente viene posizionato davanti allo strumento (il microperimetro), generalmente dopo la dilatazione delle pupille. L’esame consiste nel fissare un punto luminoso centrale, spesso rappresentato da una piccola croce, anche se possono essere utilizzati più punti o un cerchio. Quando compaiono stimoli luminosi di intensità variabile in diverse posizioni della retina, il paziente li segnala premendo un pulsante. In questo modo il dispositivo valuta la funzionalità retinica e produce una mappa dettagliata della sensibilità, evidenziando con precisione le aree più o meno sensibili. La procedura, che non è invasiva e non provoca dolore, dura circa 10-15 minuti per occhio. È altamente specifica, ripetibile e consente di confrontare in tempo reale eventuali difetti visivi con la loro localizzazione sulla retina. Nei pazienti poco collaborativi, l’esame può richiedere più tempo e i risultati possono mostrare maggiore variabilità. Per eseguire la microperimetria non è richiesta una preparazione particolare; il soggetto si siede davanti allo strumento e appoggia il mento sul supporto previsto; deve mantenere lo sguardo sul punto luminoso centrale mentre il dispositivo registra la stabilità della fissazione. Stimoliluminosi di diversa intensità vengono proiettati sulla retina, e il paziente segnala ogni percezione. Al termine dell’esame viene prodotta una mappa che mostra le aree di maggiore e minore sensibilità della retina, fornendo informazioni precise sulla funzione della macula. 

Quando si effettua?

Abbiamo già accennato in precedenza ai principali utilizzi della microperimetria; più nello specifico, l’esame viene eseguito principalmente per lo studio di diverse patologie maculari, come le degenerazioni maculari senili e giovanili (ad esempio la malattia di Best e la malattia di Stargardt), l’edema maculare, la retinopatia miopica e diabetica e i fori maculari. Risulta particolarmente utile anche nei controlli successivi a trattamenti retinici, come le iniezioni intravitreali per la forma essudativa della degenerazione maculare legata all’età. Inoltre, la microperimetria ha un ruolo fondamentale nel guidare le decisioni nel periodo post-operatorio, nel valutare i risultati degli interventi chirurgici e nel supportare i programmi di riabilitazione visiva dei pazienti ipovedenti. 

A cosa serve esattamente la riabilitazione visiva con microperimetro?

Biofeedback

 

 

 

Il training microperimetrico viene utilizzato anche per individuare il punto di fissazione retinica più funzionale. Quando la visione centrale viene compromessa, il cervello tende a sfruttare aree retiniche adiacenti alla zona cieca (scotomatosa), adottando una cosiddetta fissazione eccentrica. La regione di retina che viene preferenzialmente utilizzata per sostituire la fissazione foveale è definita PRL (PreferredRetinal Locus). Attraverso il microperimetro, la riabilitazione visiva ha l’obiettivo di far utilizzare in modo stabile l’area retinica più adatta. L’addestramento avviene mediante biofeedback, un metodo che permette al paziente di imparare a vedere in modo “diverso”, sfruttando la nuova zona di fissazione con maggiore precisione e stabilità. Inoltre, l’esame microperimetrico, se associato alla valutazione del campo visivo, fornisce informazioni fondamentali sull’estensione e sulla posizione delle diverse aree retiniche, sia quelle poco sensibili sia quelle ancora funzionanti. Questi dati permettono di individuare l’ausilio visivo più adatto alle esigenze del paziente. Ad esempio, strumenti come dispositivi digitali o tablet possono essere regolati per ingrandire il testo, adattare la luminosità e migliorare il contrasto, consentendo una lettura più agevole e una migliore comprensione delle informazioni.

In cosa consiste la rieducazione mediante biofeedback ?

Una volta individuate le aree retiniche ancora funzionanti, la riabilitazione visiva mediante biofeedback consente al paziente di sfruttare al meglio le potenzialità residue della retina. Questo tipo di training mira a migliorare l’utilizzo delle zone retiniche più efficienti, favorendo un adattamento funzionale della visione. Il percorso riabilitativo si svolge attraverso specifiche sedute di biofeedback. Durante queste sessioni il paziente osserva stimoli visivi mentre riceve segnali sonori che lo aiutano a orientare la fissazione verso le aree retiniche più adatte. Luci o forme vengono proiettate in punti precisi della retina e il sistema registra in tempo reale la risposta retinica. I segnali acustici guidano progressivamente il paziente nell’allenamento della fissazione, contribuendo a potenziare l’utilizzo delle zone retiniche ancora attive. Nel corso del trattamento viene effettuato un monitoraggio continuo dei risultati, che permette di valutare i progressi e, se necessario, adattare il programma riabilitativo alle esigenze del paziente. L’obiettivo della riabilitazione è migliorare la fissazione, aumentare la stabilità della visione e ridurre l’impatto funzionale delle aree retiniche danneggiate, favorendo così un utilizzo più efficace della capacità visiva residua. 

In cosa consistono gli esercizi riabilitativi?

Il programma di training riabilitativo prevede generalmente un ciclo iniziale di 5-10 sedute, effettuate di solito con cadenza settimanale, della durata di circa 10 minuti per ciascun occhio. Al termine di questo primo ciclo è prevista una pausa di circa tre mesi; successivamente, se necessario, può essere avviato un nuovo ciclo di ulteriori sedute. Questo tipo di intervento può essere ripetuto nel tempo come terapia di mantenimento, adattando numero, frequenza e modalità delle sedute in base alla patologia del paziente, agli obiettivi riabilitativi e ai risultati ottenuti nel corso del trattamento. Grazie a queste caratteristiche, la microperimetria rappresenta uno strumento sempre più importante per lo studio della funzionalità maculare e per la riabilitazione visiva. Le sue applicazioni stanno acquisendo un ruolo crescente sia nella valutazione sia nel trattamento delle patologie che interessano la parte centrale della retina, ovvero la macula.  

I pazienti che intraprendono un percorso di riabilitazione visiva basato sul biofeedback riportano spesso miglioramenti significativi nella lettura, nella visione degli oggetti a distanza ravvicinata e nel riconoscimento dei volti. Questo tipo di training aiuta a ridurre l’affaticamento visivo e a migliorare la stabilità della fissazione, consentendo un uso più efficace delle aree retiniche funzionanti. Gli effetti positivi della riabilitazione visiva si riflettono direttamente nella vita quotidiana: attività come leggere, scrivere o riconoscere le persone diventano più agevoli, con un conseguente aumento della sicurezza visiva e della qualità della vita.  

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