



Leggi anche: “ 10 benefits the EU brings to patients “
Fonti: Europea.eu , Activecitizenship
Pagina pubblicata il 12 maggio 2014.
Ultima modifica: 14 maggio 2014.




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Fonti: Europea.eu , Activecitizenship
Pagina pubblicata il 12 maggio 2014.
Ultima modifica: 14 maggio 2014.




Fonte di riferimento: Policlinico Umberto I




Fonte principale: Jama Ophthalmology
Pagina pubblicata il 6 maggio 2014.
Ultima modifica: 20 maggio 2014




Fonti principali: Regioni.it, Adnk., Presidenza del Consiglio dei Ministri, Bbc, University of St. Andrews


Sono quattro i centri italiani che hanno testato il collirio su persone affette da retinite pigmentosa con un’acutezza visiva – misurata con tabella ETDRS – di almeno 48 lettere e minimo 20° di campo visivo: l’Azienda ospedaliera universitaria Careggi di Firenze, l’Azienda ospedaliera San Paolo di Milano, il nuovo Policlinico della seconda Università di Napoli e il Policlinico Agostino Gemelli di Roma (Istituto di Oftalmologia). Questa sperimentazione è stata condotta complessivamente su cinquanta individui per capire la tollerabilità e la sicurezza del trattamento, dopo aver iniziato con dieci persone.
Il collirio è stato instillato tre volte al giorno per sei mesi in due diverse concentrazioni del principio attivo (l’effetto dell’NGF viene confrontato con placebo). Questa sperimentazione, iniziata nel 2014, si è conclusa alla fine del 2015. L’NGF rallenta la degenerazione retinica nelle cavie animali Il fattore di crescita nervoso (NGF) si è dimostrato già efficace nel rallentare la degenerazione della retina in diversi modelli animali di retinite pigmentosa e, in altri casi (sperimentazioni per il glaucoma), ha mostrato persino potenziali capacità di neurorigenerazione. Dunque si potrebbe migliorare la sopravvivenza delle cellule retiniche favorendo anche il mantenimento delle capacità visive negli esseri umani (che quindi non devono essere già ciechi). Testare un nuovo collirio, infatti, serve perché altre strategie terapeutiche non hanno per ora avuto successo: la retinite pigmentosa coinvolge almeno cinquanta geni ed è, quindi, molto difficile sostituirli tutti con geni sani (ossia ricorrere alla terapia genica).

La retinite pigmentosa colpisce 3 persone su 10 mila Attualmente la retinite pigmentosa colpisce approssimativamente 3 persone su 10 mila nell’Unione europea, per un totale di circa 153 mila persone: è quindi sotto la soglia di malattia orfana, che “scatta” per patologie che interessano non più di 5 persone su 10 mila. Tuttavia è considerata la malattia rara più comune a livello oculare.
Al momento della designazione a farmaco orfano non sono disponibili nell’Unione europea trattamenti mirati soddisfacenti per una malattia di origine genetica, come la retinite pigmentosa, attualmente ancora considerata incurabile. I pazienti che ne soffrono ricevono, infatti, solamente consulenza genetica per essere informati sui rischi di trasmissione della malattia ai figli e un trattamento generale di supporto.
Uno studio pubblicato all’inizio del 2016 sul Journal of Translational Medicine da un’équipe di ricercatori del Policlinico A. Gemelli (Università Cattolica di Roma) giunge alla conclusione che “la somministrazione di collirio con NGF è ben tollerata, senza effetti collaterali significativi. In una minoranza di pazienti il trattamento è stato associato a un miglioramento soggettivo della funzione visiva”; questa impressione è stata confermata da due test. Dunque si stimano potenziali effetti positivi del trattamento sperimentale, di cui viene sottolineata comunque “l’efficacia neuroprotettiva” nei pazienti colpiti da retinite pigmentosa.
Fonti di riferimento: Osservatorio Malattie Rare, www.levimontalcini.eu, Galileo, Dompé Trials, Journal of Translational Medicine
Pagina pubblicata il 28 aprile 2014. Ultimo aggiornamento: 3 marzo 2016




Fonte: Osservasalute
Pagina pubblicata il 18 aprile 2014


Fonte d’informazione quando ci si vuole curare, ma non può sostituire il consulto medico reale 15 aprile 2014 – Quando gli italiani non sono in salute guardano soprattutto a internet come
Fonte d’informazione. Oltre un terzo dei cittadini ricorre sempre di più spesso alla medicina fai-da-te. Lo sostiene il Codacons, che ha condotto uno studio sull’argomento intervistando un campione di circa 2.500 persone nell’ambito del progetto Sentinelle della Salute. Il web impera “A fronte di un 52,45% di italiani che individua nel medico (inteso come medico di famiglia, ospedali, pronto soccorso e strutture sanitarie private) il soggetto cui fare riferimento in tale circostanza (percentuale che sale al 75,4% nella fascia d’età oltre i 61 anni), vi è una fetta consistente e crescente di popolazione, pari al 35,8% del totale, che ricorre al fai-da-te, rappresentato in primis dal web”. “Tale percentuale – scrive ancora il Codacons – arriva a sfiorare il 50% nella fascia d’età 18-30 anni. L’11,6% dei cittadini si rivolge invece ad un farmacista”. Complessivamente l’informazione sanitaria digitale è sempre più in salute; tuttavia è importante che le informazioni siano raccolte in siti attendibili, possibilmente ufficiali o certificati. Crisi economica e liste d’attesa incentivano l’automedicazione “Alla base del fatto che il 35,8% dei cittadini cerca nel web la soluzione a disturbi fisici, vi sono due fattori essenziali: la crisi economica e le liste d’attesa nella sanità pubblica – osserva il Codacons –. Se la crisi rende impossibile il ricorso a visite specialistiche i cui costi non risultano più abbordabili per la maggioranza della popolazione italiana, le liste d’attesa infinite sono forse anche peggiori perché allontanano l’utente medio dalla sanità pubblica, rendendo difficoltoso e snervante l’accesso ad ospedali e strutture sanitarie per le quali i cittadini pagano le tasse. Basti pensare che, solo nel 2012, l’11% dei cittadini italiani ha rinunciato alle cure mediche, con il record del 23% per quelle odontoiatriche”. realizzato in collaborazione con Agi – Agenzia Giornalistica Italia
Fonte principale: Codacons




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Fonti: Jama Ophthalmology, Massachusetts Eye and Ear Infirmary
Ultima modifica: 8 maggio 2014








9 aprile 2014 – Mentre le cure sono diventate “senza frontiere” all’interno dell’Unione europea (se pur con una serie di limitazioni), lo scorso 5 aprile in Italia è entrato in vigore anche il mutuo riconoscimento delle ricette dei 28 Paesi membri (grazie a un decreto legislativo). Tuttavia bisognerà aspettare ancora affinché si possa richiedere una ricetta chiaramente definita come “transfrontaliera”, ossia più facilmente utilizzabile nel resto dell’Unione europea: tale modello dovrà essere definito entro i primi di giugno con un decreto del Ministero della Salute d’intesa col Ministero dell’Economia.
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Fonti di riferimento: Il Sole24Ore Sanità, Federfarma