Apps poco affidabili per la vista

Apps poco affidabili per la vista Quando si tratta di valutare l’acutezza visiva è meglio affidarsi a un oculista che a cellulare 29 luglio 2015 – La mania delle applicazioni per smartphones sembra non fare particolarmente bene alla vista. Almeno se si tratta di misurare con esattezza l’acutezza visiva. Infatti un nuovo studio australiano – condotto principalmente presso l’Università di Melbourne – attesta come i risultati dei test visivi varino troppo a seconda dell’ app usata. Nello specifico sono state studiate undici applicazioni, la cui precisione è risultata differente, ma comunque non si è riusciti a identificare nessuna app del tutto attendibile. All’esperimento australiano hanno partecipato 88 persone; si è fatto uso dell’ottotipo di Snellen (tavole in cui la dimensione delle lettere è decrescente, che servono a determinare l’acutezza visiva). Fermo restando che alcune applicazioni potrebbero fornire un’indicazione di massima, per una corretta valutazione scientifica è certamente opportuno recarsi periodicamente da un medico oculista. I test di autovalutazione (anche su internet), infatti, non possono mai sostituire una visita effettuata di persona. Ovviamente non si può semplificare l’arte medica riducendola a una sorta di “gioco“ elettronico rischiando d’imbattersi in errori grossolani.

Fonte: Eye

Ultima modifica: 11 settembre 2015

Al Gemelli la prima ausilioteca pediatrica italiana

Inaugurata a Roma, la nuova struttura aiuterà i piccoli affetti da malattie neurologiche, ipovisione e altre disabilità


Al Gemelli la prima ausilioteca pediatrica italiana Molti dispositivi in aiuto ai disabili, ma riuniti in un unico ambiente ospedaliero. Col fine di facilitarne la mobilità, consentire una maggiore autonomia anche agli ipovedenti e, dunque, una migliore qualità della vita. Sono questi i principali obiettivi della nuova “ausilioteca” dell’Unità di neuropsichiatria infantile, inaugurata a Roma il 21 luglio presso Policlinico Universitario “Agostino Gemelli”. Questo spazio è dedicato a giovanissimi con malattie neurologiche e diverse disabilità. È il frutto dell’alleanza tra clinici (pediatri e neuropsichiatri) e 26 associazioni di famiglie con bambini affetti da patologie che spesso hanno un’origine genetica. La nuova struttura è composta da stanza quattro moduli, con l’esposizione di ausili per lo spostamento autonomo o assistito (carrozzine, passeggini deambulatori); sistemi posturali e di assistenza per le autonomie della vita quotidiana; ausili per gli ipovedenti; infine c’è una stanza di prova in cui poter sperimentare le nuove tecnologie di domotica (controllo a distanza di dispositivi in casa). Grazie alla stretta collaborazione con il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva, in collaborazione con l’Agenzia Internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus che l’ha fondato presso il Gemelli, vi sarà anche una parte dedicata ai deficit visivi, spesso associati a deficit motori. Così si potrà garantire un approccio riabilitativo multidisciplinare necessario ai bambini affetti da diverse disabilità. L’ausilioteca è stata inaugurata alla presenza del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Franco Anelli, del Direttore Generale del Policlinico A. Gemelli Enrico Zampedri, del Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica Rocco Bellantone, del Direttore del Dipartimento per la tutela della salute della donna, della vita nascente, del bambino e dell’adolescente Giovanni Scambia e del Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile e promotore del progetto Eugenio Mercuri.Il Prof. Eugenio Mercuri (neuropsichiatra del Gemelli) “Il nuovo progetto – ha concluso il Prof. Mercuri – rappresenta la prima esperienza in Italia di una integrazione accademica/clinica/riabilitativa, con presenza di una ausilioteca negli stessi locali dove vengono effettuate tutte le altre attività assistenziali, diagnostiche, di ricerca e di trial clinici” (sperimentazioni medico-scientifiche, ndr ).

Fonte principale: Gemelli

Pagina pubblicata il 22 luglio 2015. Ultima modifica: 10 settembre 2015

Se il cervello riprende a vedere

Aree cerebrali deputate alla visione

Aree cerebrali deputate alla visioneSe il cervello riprende a vedere Dopo la terapia genica in malati di amaurosi congenita di Leber si è osservato un cambiamento nella corteccia in seguito a un miglioramento delle capacità visive 16 luglio 2015 – Le capacità visive possono, in una serie di casi trattati con terapia genica, essere ripristinate anche dopo un lungo “black-out”. A sottolinearlo sono i ricercatori dell’Università della Pennsylvania e dell’Ospedale pediatrico di Philadelphia, i quali – in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli – sin dal 2007 hanno trattato sia adulti che bambini colpiti da una malattia genetica chiamata amaurosi congenita di Leber, che provoca ipovisione e cecità. Anche se i risultati non sembrano così duraturi come sperato inizialmente, parecchi pazienti che avevano una ventina di geni difettosi sono riusciti a recuperare parzialmente la loro vista, tanto che non sono più considerati ciechi legali. In un entusiasmante esperimento condotto negli Usa nel 2009 un bambino prima cieco riusciva, dopo iniezioni sotto la retina, a muoversi in un labirinto. Poiché ci sono anche adulti che hanno recuperato parzialmente le loro capacità visive, oggi i ricercatori americani sottolineano – sulla rivista Science Translational Medicine – che la diagnostica per immagini “rivela un miglioramento della plasticità strutturale e funzionale delle vie visive umane in seguito a terapia genica retinica”. Il che significa che le aree visive del cervello si sono riattivate grazie alla nuova percezione delle immagini. Quindi, scrivono i ricercatori, “l’esperienza visiva, migliorata dalla terapia genica, può essere responsabile della riorganizzazione e della maturazione della connettività sinaptica dei percorsi visivi dell’occhio trattato nei pazienti col tipo 2 di amaurosi congenita di Leber. L’interazione tra l’occhio e il cervello ha consentito di migliorare e di mantenere nel lungo periodo la funzione visiva”.

Fonte principale: Science Translational Medicine

Terapia genica per “difendersi” dalla retinite pigmentosa

Terapia genica per “difendersi” dalla retinite pigmentosa Una molecola sperimentale conferirebbe neuroprotezione ai fotorecettori retinici 15 luglio 2015 – Proteggere i fotorecettori è indispensabile per preservare le capacità visive. Una malattia genetica come la retinite pigmentosa, che causa la perdita progressiva del campo visivo a partire dalla periferia, attualmente è considerata incurabile. Ciò significa che, nelle persone colpite, è in atto un “conto alla rovescia” fino all’ipovisione e alla cecità. Eppure ci sono équipe di scienziati che stanno tentando la strada della terapia genetica. In particolare una squadra di ricercatori dell’Università di Oxford – in collaborazione con l’Università della Florida e l’ateneo dell’Australia occidentale – ha sperimentato un fattore protettivo dei fotorecettori chiamato CNTF. Quindi si mira a rendere più longeve cellule della retina che, per qualche ragione, hanno un codice geneticamente programmato per l’“autodistruzione” (apoptosi o morte cellulare). I risultati, attualmente ottenuti su cavie (topi di laboratorio), dovranno però essere confermati sugli esseri umani.

Fonti: Molecular Therapy , University of Oxford

La riabilitazione visiva messa a fuoco

La riabilitazione visiva messa a fuoco L’8 e il 9 luglio si è riunita a Roma una commissione internazionale di esperti 10 luglio 2015 – Due giorni di full immersion nel campo della riabilitazione visiva. Una Commissione composta da una decina d’esperti si è riunita a Roma l’8 e il 9 luglio per discutere di standard comuni da approvare. I lavori – organizzati e voluti dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus e dal suo Polo Nazionale – sono stati coordinati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il prossimo appuntamento è previsto a Roma a metà dicembre. Un numero d’esperti ancora più elevato sarà chiamato a partecipare per approvare un documento-guida di respiro mondiale in materia di riabilitazione visiva, che sarà declinato in vario modo a seconda del livello socioeconomico dei Paesi considerati. (Approfondisci la notizia)

Link utile: Piano d’azione Oms 2014-2019

Quanto i governi investono in salute

Quanto i governi investono in salute Nuovo rapporto Ocse: italiani meno soddisfatti della media dell’assistenza sanitaria pubblica 7 luglio 2015 – Siamo tra i tre Paesi Ocse che prescrivono più antibiotici e, al contempo, dove sono in atto più sforzi per contenere la spesa sanitaria statale. Attualmente gli italiani sono però meno soddisfatti del proprio sistema sanitario nazionale: sono passati da un livello di gradimento del 56% nel 2007 al 48% del 2014, nettamente al di sotto della media dei 34 Paesi economicamente più sviluppati (dove il 71% si dichiara soddisfatto). Peggio di noi fanno comunque la Polonia, il Cile e la Grecia. In Italia il “morso” della crisi si fa sentire anche nel campo sanitario: “Una più alta quota della popolazione italiana – scrive l’Ocse –, particolarmente quella a basso reddito, riferisce di non soddisfare, in qualche modo, le necessità di cura per ragioni finanziarie o altre ragioni, in particolare di esami medici”. Insomma, per motivi economici ci sono persone che rinunciano a visite, esami e medicine. Senza parlare delle differenze regionali, tanto che in passato il Ministero della Salute ha descritto una situazione “a macchia di leopardo”. Per questo, evidenzia l’Ocse, “la sfida per l’Italia è quella di migliorare l’accesso e la qualità delle cure per la popolazione di tutte le regioni, in un contesto di forti riduzioni del bugdet”. Eppure la spesa sanitaria statale in Italia è ancora a buon livelli (14,1% della spesa pubblica) e anche la spesa personale diretta per farmaci ed esami è in linea con la media Ocse, sebbene quest’ultima sia più alta rispetto a Francia e Germania. I Paesi europei dell’Ocse dove si è registrata una maggiore riduzione annuale della spesa statale pro capite (nel periodo 2009-2013) sono l’Irlanda (-3,6%), la Grecia (-3,3%), la Spagna (-1,9%), l’Islanda (-1,6%) e la Gran Bretagna (-1,5%). La spesa pubblica più elevata in rapporto al prodotto interno lordo (Pil) si è osservata in Finlandia, Francia e Danimarca. In Italia resta, com’è noto, il grande fardello del debito pubblico (il 143% del Pil contro una media Ocse di circa il 118%), nonostante gli sforzi in campo fiscale diano qualche risultato positivo.

Fonte: Ocse (Oecd)

Sanità Ue, pochi investimenti pubblici in prevenzione

Sanità Ue, pochi investimenti pubblici in prevenzione Le malattie croniche sono un problema crescente: è in atto l’invecchiamento demografico 26 giugno 2015 – La prevenzione, questa dimenticata. L’Unione europea le dedica solo circa il 3% delle spese sanitarie, mentre il restante 97% viene stanziato per le cure. Questa scelta rischia però di essere “miope” nel medio e nel lungo periodo. Sono queste le percentuali citate nel nuovo Libro Bianco intitolato “Il sistema sanitario alla prova della sostenibilità”, uno studio realizzato grazie a un modello di micro-simulazione della domanda sanitaria in Europa (Italia e altri 12 Paesi). La ricerca è stata condotta per un biennio da un gruppo di lavoro internazionale, che si è basato su studi precedenti e si è avvalso di strumenti messi a punto dal Ceis-Università di Tor Vergata anche in collaborazione con l’Ocse. L’invecchiamento della popolazione ha già provocato un incremento delle malattie croniche. Si prevede che aumenteranno principalmente le persone obese o in sovrappeso, gli ipertesi e i diabetici. Soprattutto in quest’ultimo caso è necessario un attento controllo degli zuccheri nel sangue (la loro concentrazione è detta glicemia): il diabete può creare, se non trattato, seri danni alla retina. In tutti questi casi investire maggiormente in prevenzione significa, in prospettiva, evitare maggiori danni e una minore spesa sanitaria. Lo scenario che si prospetta è a tinte fosche senza interventi specifici: nel 2050 il 37% degli europei avrà più di 60 anni. Quindi le malattie croniche peseranno per oltre l’80% sulla spesa sanitaria. Tra l’altro obesità e sovrappeso cresceranno nella maggior parte dei Paesi Ue, coinvolgendo oltre la metà della popolazione. Insomma, bisogna avere sin d’ora un occhio di riguardo per la prevenzione, che passa per migliori stili di vita e una corretta alimentazione.

Fonti di riferimento: Il Sole 24 Ore Sanità , “Il sistema sanitario alla prova della sostenibilità” (Libro Bianco)

Meno ospedali in Italia

Meno ospedali in Italia Annuario del Servizio Sanitario Nazionale: -3,2% delle strutture pubbliche tra il 2009 e il 2012. Posti letto al 3,9 per mille abitanti, inferiori alla media Ue 22 giugno 2015 – I cittadini italiani assistono a un progressivo taglio dei posti letto riconducibile anche alla chiusura di alcuni ospedali. Secondo l’ultimo Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN ), tra il 2009 e il 2012 si è avuta una riduzione del 3,2% di strutture pubbliche. In molti casi già c’erano state riconversioni e accorpamenti di strutture ospedaliere. A livello nazionale sono disponibili 3,9 posti letto ogni 1.000 abitanti, di cui quelli per malati acuti sono 3,3. Complessivamente ci sono oltre 200 mila letti per la degenza ordinaria (ricoveri classici), ma gli interventi possono avvenire anche in day hospital (più di 17.500 posti) e in day surgery (quasi 8.400 posti, tra cui quelli per la cataratta ). Il numero dei posti letto in Italia certamente è al di sotto della media dell’Unione europea, che si attesta attorno a 5,5 posti per 1.000 abitanti. Si consideri che, nel nostro Paese, su 1.091 istituti di cura esistenti, oltre la metà sono pubblici (53%). L’Umbria (con 3,6 posti letto per 1.000 abitanti) e la Campania (con 3,2 posti) sono fra le Regioni con la minore disponibilità di ricovero. Invece a livello nazionale i letti destinati alla riabilitazione e alla lungodegenza sono 0,6 ogni 1.000 abitanti, con una notevole variabilità regionale.

Fonte di riferimento: Ministero della Salute

Ultima modifica: 27 agosto 2015

Quel cristallino poco limpido

Quel cristallino poco limpido Individuati ulteriori geni che contribuiscono alla formazione della cataratta. Un corretto stile di vita può contribuire a prevenirla 19 giugno 2015 – Vederci chiaro riguardo ai motivi che rendono opaco il nostro cristallino. Un passo avanti in questa direzione l’hanno fatto ricercatori americani e giapponesi, che hanno appena pubblicato un raffinato studio sulla rivista Human Genetics . Essi hanno rivelato che esiste una rete di geni che non controllano direttamente il cristallino, ma sono comunque associati alla cataratta. In particolare, scrivono i ricercatori, ci sono molte cause che rendono il cristallino opaco, tra cui lo stress ossidativo e l’alterazione della sintesi degli steroli (negli esseri umani il colesterolo). Il che, tradotto in altri termini, consente di dedurre che un corretto stile di vita e una corretta alimentazione contribuiscono a prevenire la cataratta, come già riscontrato in precedenti studi empirici; ma è anche importante proteggersi con occhiali da sole dotati di filtri a norma di legge. I ricercatori dell’Università del Daleware (Usa) e dell’Università di Tohoku (Giappone) hanno individuato – utilizzando cavie geneticamente modificate – due fattori di regolazione chiamati Mafg e Mafk : sono i nuovi candidati associati alla formazione della cataratta con funzioni riconosciute che, tra l’altro, prescindono dai geni tradizionalmente associati al cristallino.

Leggi anche: “ Più attività fisica, minor rischio di cataratta ”

Fonte: Human Genetics

Ultima modifica: 22 giugno 2015

Riflettori puntati sulla copertura sanitaria universale

Operazione di cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright)

Operazione di cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright)Riflettori puntati sulla copertura sanitaria universale Oms e Banca mondiale: 400 milioni di persone non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali Le operazioni di cataratta sono una delle ‘cartine di tornasole’ con cui si può giudicare il livello di copertura sanitaria di un Paese. Assieme ad altri indicatori – come l’incidenza della disabilità visiva e il personale oculistico – sono state adottate dall’Oms e dalla Banca mondiale, che recentemente hanno pubblicato un rapporto internazionale sui sistemi sanitari nazionali. Persona affetta da cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright) In 23 Paesi a reddito medio-basso le operazioni di cataratta vengono effettuate – tra gli ultracinquantenni – in una percentuale variabile tra il 14% della Guinea-Bissau (2010) e il 67% dell’Argentina (2013). Complessivamente 400 milioni di persone (su una popolazione di oltre sette miliardi) non hanno ancora accesso ai servizi sanitari essenziali. Pertanto, tra gli obiettivi elencati dalle politiche mondiali compaiono la promozione dell’assistenza sanitaria, la prevenzione delle malattie, il loro trattamento, la riabilitazione e le cure palliative. “Questo rapporto risveglia le nostre coscienze: dimostra che siamo bel lontani da una copertura sanitaria mondiale. Dobbiamo estendere l’accesso alla salute e proteggere i più poveri dalle spese sanitarie che li mettono duramente alla prova finanziariamente”, ha affermato Tim Evans, Direttore del settore Salute presso la Banca Mondiale. Quest’ultima istituzione fa presente come vada eliminata la povertà estrema. Infatti, nonostante i progressi compiuti, ci sono persone a cui manca persino l’assistenza sanitaria di base. Per questo si raccomanda, congiuntamente con l’Oms, che “i Paesi che perseguono la copertura sanitaria universale raggiungano un obiettivo minimo di copertura dell’80% della popolazione a livello di accesso ai servizi sanitari”.

Fonte: Who

Pagina pubblicata il 18 giugno 2015