bandiera sfocata lente occhiale 23 giugno 2016 – I nostri tempi “accorciano” le distanze visive. Sarà uno sforzo oculare eccessivo da vicino, sarà che ricorriamo meno alla luce naturale e raramente facciamo crescere i nostri figli all’aria aperta, sta di fatto che la miopia tende sempre più a prevalere, con annessi maggiori rischi per la retina.
Un nuovo studio pubblicato su Ophthalmology stima che, solo negli Stati Uniti, ci siano quasi 10 milioni di miopi elevati (almeno -6 diottrie). Tra questi quasi 820 mila persone soffrono di una forma di miopia degenerativa e oltre 41 mila di una complicanza come la neovascolarizzazione coroideale miopica che, scrive l’American Academy of Ophthalmology, “può causare la perdita della vista nel lungo periodo, con le donne che sono a maggior rischio”. Dunque ipovisione e cecità sono in “agguato”.
Solo in Italia abbiamo almeno 15 milioni di miopi. Complessivamente nel mondo si stima che, entro i prossimi dieci anni, le persone miopi toccheranno quota 2,5 miliardi.
Fonti: American Academy Of Ophthalmology, Jama Ophthalmology
21 giugno 2016 – Una dieta ‘verde’ difende da diversi problemi di salute. Mangiare regolarmente verdure può proteggere dalla forma meno grave di diabete (il tipo 2) in misura compresa tra il 16 e il 34%. Infatti se c’è una predisposizione e si mangia male, ad esempio zuccheri in eccesso e molte carni rosse, si sarebbe più esposti a una malattia sempre più diffusa (422 milioni secondo l’OMS), che alla lunga può causare problemi alla retina, al cuore, al sistema circolatorio, ai reni, ai piedi, ecc.
Dunque la salute dei nostri occhi passa anche attraverso la nostra alimentazione. È già noto che carote e mirtilli possono aiutare la visione, ma non si sapeva che una dieta vegetariana o, comunque, con poca carne (bianca) potesse contribuire a evitare il diabete di tipo 2, che a differenza del tipo 1 non richiede somministrazione d’insulina. Ora, invece, lo attesta una ricerca basata su tre studi precedenti, per un totale di oltre 200 mila persone seguite per un ventennio. La quale conclude, in sostanza, che le verdure sono amiche della nostra salute.
Secondo il Censis 11 milioni di italiani avrebbero rinunciato a prestazioni sanitarie oppure le avrebbero rinviate
Si allungano le liste d’attesa, aumenta la spesa sanitaria privata e 11 milioni di italiani avrebbero rinunciato alle prestazioni sanitarie oppure le avrebbero rinviate [Secondo altre fonti, invece, tale numero è compreso tra i 4 e i 6 milioni ([approfondisci)]]. Ha toccato ormai i 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata, che ha registrato un incremento in termini reali del 3,2% tra il 2013 e il 2015: il doppio dell’aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (pari a +1,7%). È quanto si trova scritto nella ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata l’8 giugno 2016 a Roma in occasione del VI Welfare Day.
Sono inoltre lievitati i ticket nel pubblico, visto che il 45,4% nel privato ha pagato tariffe uguali o poco superiori rispetto alla quota di compartecipazione che avrebbe pagato nel pubblico (+5,6% rispetto al 2013).
Complessivamente sarebbero 7,1 milioni gli italiani che, nel 2015, hanno fatto ricorso all’intramoenia (visite private in strutture pubbliche o convenzionate), il più delle volte per evitare le lunghe liste d’attesa (66,4% del campione). Il 30,2% si è rivolto alla sanità a pagamento anche perché ci sono laboratori, ambulatori e studi medici aperti non solo al pomeriggio, ma anche la sera e nei weekend.
Undici milioni d’italiani procrastinano le cure
Se nel 2012 erano 9 milioni, mentre tre anni dopo sarebbero diventati 11 milioni gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a una o più prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. A “meno sanità pubblica, più sanità privata” si aggiunge, sempre secondo il Censis, il fenomeno della “sanità negata” che riguarda, in particolare, 2,4 milioni di anziani.
Meno qualità nel pubblico?
Per il 45,1% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni, mentre per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata. Il 52% degli abitanti dello Stivale considera inadeguato il servizio sanitario della propria regione. “La lunghezza delle liste d’attesa – nota ancora il Censis – è il paradigma delle difficoltà del servizio pubblico e il moltiplicatore della forza d’attrazione della sanità a pagamento”.
Esistono esami inutili, ma non puniamo i medici
Sono 5,4 milioni gli italiani che, nell’ultimo anno considerato, hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che si sono rivelati inutili. Tuttavia, il 51,3% dei nostri connazionali si dichiara contrario a sanzionare i medici che fanno prescrizioni non utili (inappropriatezza).
Aspettando una visita oculistica
Tra le più frequenti difficoltà che gli italiani sperimentano ci sono i tempi di attesa eccessivi per le visite specialistiche e gli esami diagnostici. Fra le persone che le hanno richieste – ha scritto il Censis nel 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese diffuso a dicembre 2015 – l’attesa media è stata di 55,1 giorni per le visite e di 46,1 giorni per un accertamento. Per una prima visita oculistica si sarebbero attesi mediamente 69,5 giorni nel pubblico contro i 6,4 giorni nel privato: una differenza che sembra decisamente inaccettabile.
8 giugno 2016 – Che legame c’è tra i nostri occhi e il nostro cuore? Ad esempio i vasi sanguigni. Proprio per questo tramite (deficit del microcircolo) chi è diabetico può essere colpito con maggiore frequenza da problemi retinici, cardiaci, ictus così come malattie renali e ai piedi. Non manca neanche un’eventuale riduzione della sensibilità dei nervi periferici.
Un nuovo studio – condotto in Gran Bretagna su oltre 49 mila persone per cinque anni e mezzo – giunge alla conclusione che le persone con la forma meno grave di diabete (il tipo 2, che non necessita d’insulina) corrono un rischio doppio di essere colpite da problemi cardiovascolari.
Una vita pigra con troppi zuccheri e grassi saturi
Tenendo conto che, secondo l’OMS, nel mondo ci sono 422 milioni di diabetici e che “il diabete è un’importante causa di cecità, d’insufficienza renale, infarto, ictus e amputazione del piede”, bisogna prestare la massima attenzione allo stile di vita.
I consigli dell’OMS
“Una dieta sana, un’attività fisica regolare, il mantenimento di un peso forma ed evitare il consumo di tabacco – scrive l’OMS – sono i modi per prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2” (è quello più diffuso e rappresenta il 90-95% dei casi di diabete).
Per quanto riguarda il movimento si raccomandano “almeno 30 minuti di regolare attività da moderata a intensa”. Inoltre per prevenire il diabete di tipo 2 bisogna evitare eccessi nell’assunzione di zuccheri e di grassi saturi nonché di fumare. Il tipo 1, la forma più grave, richiede inoltre la costante somministrazione d’insulina.
Diagnosi e trattamento
A tutti i diabetici si raccomanda non solo di tenere sotto controllo la glicemia (concentrazione di zuccheri nel sangue), ma anche di sottoporsi, d’intesa col diabetologo, ad altre visite specialistiche periodiche (oculistiche, cardiologiche, ecc.).
Dunque una diagnosi precoce di una malattie cronica quale il diabete è semplice: bisogna sottoporsi al test della glicemia (ad esempio al prick test). Nel caso del diabete di tipo 2 ci si può affidare ai farmaci ipoglicemizzanti, ma soprattutto bisogna seguire una dieta attenta. Insomma si potrebbe consigliare ai diabetici: “vita riguardata, vista salvata”.
Una malata di retinite pigmentosa riesce a riconoscere grandi lettere e a individuare fonti luminose
Ha rivisto per la prima volta grandi lettere bianche su sfondo nero dopo una decina d’anni trascorsi nell’oscurità a causa della retinite pigmentosa, una malattia retinica ereditaria. Il brivido di una rinnovata percezione di luce e ombre ha “contagiato” l’oculista e gli ortottisti che la stanno aiutando a (re)imparare a vedere la realtà in digitale. Al Polo Nazionale la riabilitazione è sempre più hi-tech: una persona prima cieca assoluta, grazie al cosiddetto “occhio bionico”, sta imparando a esplorare visivamente la realtà circostante. Oscillando continuamente la testa riesce a individuare grandi linee parallele (strisce bianche), a riconoscere alcune grandi sagome e a localizzare le fonti luminose. È riuscita a leggere persino una breve parola (“IO”).
Dal Careggi al Gemelli
L’Ospedale Careggi di Firenze le ha impiantato un chip sulla retina all’inizio del 2016: l’occhio bionico è di fatto uno “stimolatore” dell’attività retinica residua, dato che ci devono essere cellule nervose ancora vitali. Se il nervo ottico è integro i segnali retinici possono giungere alla corteccia cerebrale. Insomma, in qualche modo si è “resuscitata” la capacità di percezione visiva.
L’impianto retinico è possibile solo in alcuni casi, in particolare se si è colpiti da retinite pigmentosa oppure da coroideremia e si hanno almeno 25 anni d’età.
Lo stato dell’arte in Italia
In Italia l’impianto della protesi retinica è stato effettuato in pochi centri al momento in cui scriviamo: in Toscana (Pisa e Firenze), Lombardia (S. Paolo di Milano) e in Veneto (a Camposampiero, in provincia di Padova, il primo ospedale non universitario a tentare questa strada). Dal canto suo il Polo Nazionale riabiliterà alcune persone, in particolare quelle che vivono nel Lazio a cui è stato già impiantato l’occhio bionico.
Come si vede nei casi migliori
Grazie alla protesi retinica si può avere una visione “tubulare” (al centro del campo visivo si vede per un massimo di 20°), si percepiscono scale di grigio e a scacchi attraverso una “feritoia”, si riescono a distinguere forme grandi e molto contrastate. L’occhio bionico può consentire, inoltre, di individuare una fonte luminosa (una finestra) in un ambiente in cui non ci sia una luce troppo forte. Oppure può consentire di seguire un percorso luminoso posto a terra. Gli occhiali speciali sono dotati di una piccola videocamera al centro della montatura, che capta le immagini e le trasmette a un chip attualmente provvisto di 60 elettrodi, almeno nella versione approvata sia dagli Usa che dall’Unione europea.
Visione elettronica, un nuovo futuro?
Questa nuova impresa umana suona come una sorta di “miracolo” tecnologico, capace di emozionare anche gli scienziati più impassibili. Ci sono grandi aspettative, nonostante non sia semplice imparare a vedere in bassa risoluzione. Occorrono indicativamente una decina di sedute di addestramento che durano un paio d’ore ciascuna. Bisogna essere molto motivati e tenaci. Si tratta di percorrere una strada che, in un certo senso, porta al futuro: probabilmente se non si riusciranno a prevenire o a trattare malattie oculari oggi ritenute incurabili sempre più persone potranno recuperare parzialmente la loro vista per via tecnologica.
– Fonti di riferimento: Polo Nazionale, Ophthalmology
7 giugno 2016 – Se si è colpiti da glaucoma e almeno un occhio non risponde più alle cure (colliri ipotonizzanti) si potrebbe optare per un intervento chirurgico il cui scopo è ridurre la pressione oculare: si crea uno “sportellino sclerale” esterno da cui far defluire l’umore acqueo (l’intervento chirurgico è chiamato trabeculectomia). Riducendo la pressione intraoculare si prevengono così danni al nervo ottico: si evita che il campo visivo si restringa fino a una visione “a cannocchiale” (tubulare).
Cosa avviene all’occhio non operato quando ci si sottopone alla trabeculectomia? “Abbiamo scoperto che si verifica un aumento uniforme della pressione intraoculare nell’occhio controlaterale in tutte le categorie di pazienti”, spiegano i ricercatori in un recente studio pubblicato sul Journal of Glaucoma.
Questo innalzamento pressorio si può verificare non solo se l’occhio non operato è anch’esso affetto da glaucoma, ma sorprendentemente anche quando è sano. Non è tuttavia ancora chiaro perché ciò avvenga. Sta di fatto che questo effetto collaterale non deve essere mai sottovalutato perché si potrebbe superare il valore soglia (20 millimetri di mercurio).
È evidente, tuttavia, che il più delle volte intervenire sull’occhio malato per ridurre una pressione molto elevata è indispensabile: i rischi per l’altro occhio possono essere trascurabili. Semplicemente bisognerà monitorare con maggiore frequenza entrambi gli occhi.
6 giugno 2016 – È la prima causa di cecità irreversibile al mondo: si tratta del glaucoma, i cui danni al nervo ottico sono spesso evitabili effettuando la misurazione periodica della pressione oculare (tonometria). Per fare il punto su una malattia oculare tanto comune si terrà a Catania, dal 9 all’ 11 giugno, il secondo Congresso Congiunto Nazionale Aisg-Sigla (rispettivamente l’Associazione italiana per lo studio del glaucoma e l’Associazione italiana glaucoma). L’incontro è tuttavia riservato agli specialisti del settore.
Venerdì 10 giugno “chirurghi di esperienza – scrivono gli organizzatori – si alterneranno nell’esecuzione dei principali interventi per la cura del glaucoma. La chirurgia in diretta sarà dedicata all’utilizzo dei dispositivi più moderni messi a disposizione dalla ricerca scientifica dell’industria chirurgica oftalmologica. La novità principale consisterà in un’ampia discussione post-intervento con i chirurghi”. Inoltre è stato previsto uno spazio dedicato ai poster scientifici e un altro spazio ai video, i migliori dei quali verranno premiati.
Hanno il glaucoma 55 milioni di persone nel mondo (stima Oms). Circa un milione ne sarebbero affette solo in Italia. “Si sa poco – scrive l’Organizzazione mondiale della sanità – della prevenzione primaria del glaucoma; tuttavia, ci sono metodi efficaci sul piano dei trattamenti medici e chirurgici se la malattia viene diagnosticata in fase iniziale. Attraverso un trattamento appropriato la vista può essere mantenuta; altrimenti la progressione della malattia porta infine a un grave restringimento del campo visivo e alla cecità irreversibile”.
Il glaucoma è la prima causa di cecità irreversibile al mondo, mentre passa al secondo posto dopo la cataratta se si considerano le cause reversibili. Il più delle volte si ricorre a colliri ipotonizzanti per abbassare la pressione nel bulbo oculare che altrimenti si danneggerebbe così come avviene in una camera d’aria troppo gonfia. Non a caso una campagna australiana chiedeva ai cittadini: “Controlli la pressione degli pneumatici, perché non ti controlli anche la pressione oculare?”.
1 giugno 2016 – Gli anziani nelle case di riposo sono tendenzialmente trascurati a livello oculistico, in particolare in Germania. Lo conclude una nuova ricerca tedesca condotta su 203 individui: almeno una persona su cinque era stata visitata dall’oculista da più di cinque anni. Quasi il 22% aveva bisogno di trattamenti per malattie oculari conclamate: dalla cheratocongiuntivite secca alla degenerazione maculare legata all’età, passando per la cataratta, il glaucoma e i problemi palpebrali.
Il campione esaminato era composto da 119 donne e 84 uomini d’età compresa tra i 55 e i 101 anni, che alloggiavano in sei diverse case di riposo. Ben 44 persone avevano bisogno di cure oculistiche tempestive per malattie oculari che non erano state ancora diagnosticate. Dopo la visita tra l’altro in molte persone è potuta migliorare anche l’acutezza visiva (correzione più adatta con nuovi occhiali).
“I residenti visitati nelle case di cura – concludono i ricercatori tedeschi – non ricevevano un’adeguata assistenza oculistica; in particolare alcuni di essi avevano patologie oculari che non venivano trattate. L’assistenza oculistica dei residenti nelle case di riposo deve essere migliorata attraverso una maggiore collaborazione di tutte le figure professionali coinvolte”.
24 maggio 2016 – Si registrano dei passi avanti, ma l’Italia è ancora indietro. Nei servizi digitali ci collochiamo al 25° posto tra i 28 Paesi membri dell’Unione europea. Tra questi ci sono naturalmente anche quelli dedicati alla salute e, in particolare, il Fascicolo sanitario elettronico (Fse).
La Commissione europea segnala, in proposito, l’assenza di una strategia nazionale. Infatti il servizio – che consente ai medici di caricare i dati sanitari sulla tessera sanitaria (se dotata di chip) – è decollato solo in alcune regioni quali la Lombardia, l’Emilia Romagna e la Toscana. Però si fatica ad arrivare a uno standard nazionale uniforme e il Centro-Sud sconta sensibili ritardi.
Solo il 63% della popolazione usa spesso internet
Nonostante i ripetuti annunci il Belpaese è tra gli ultimi della “classe” europea. Ciò è probabilmente dovuto a un aspetto demografico, al di là degli aspetti strutturali (la banda larga si fa attendere), senza trascurare la mentalità (l’apparato burocratico stenta a modernizzarsi). Nel nostro Paese usa frequentemente internet solo il 63% della popolazione tra i 16 e i 74 anni. Eppure sempre più persone navigano con smartphone, tablet o altri dispositivi mobili. Tuttavia nel 2015 solo 18 utenti internet su cento hanno compilato online moduli della pubblica amministrazione (contro il 32% dell’Unione europea).
Svezia, Danimarca e Finlandia in vetta
Lo scorso anno, evidenzia la Commissione europea, l’Italia ha fatto pochi progressi nella maggior parte degli indicatori (connettività, competenze digitali, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese, servizi pubblici digitali). Uno dei pochi aspetti in cui il nostro Paese è avanti è l’identità elettronica, mentre la propensione all’uso della rete è bassa (ad esempio per imperizia di solito correlata all’età). I Paesi in vetta alla classifica Ue – Svezia, Danimarca e Finlandia – primeggiano invece su scala internazionale, attestandosi persino davanti agli Usa e alla Corea del Sud. Insomma, i nostri “cugini” del Nord Europa fanno meglio di noi, almeno per ora. Si comportano peggio di noi solo Grecia, Bulgaria e Romania.
Un ampio sguardo sulla salute mondiale e su come migliorare gli approcci sanitari. La nuova Assemblea generale OMS si è svolta a Ginevra dal 23 al 28 maggio 2016. Sei giorni per fare il punto, tra l’altro, sulle malattie croniche non trasmissibili (considerate le prime “killer” mondiali), sull’obesità, la violenza e la riduzione del consumo di tabacco. Margaret Chan (Direttore generale OMS. Fonte: WHO).
Circa 3500 delegati provenienti da 194 Stati membri dell’OMS – tra cui rappresentanti dei Ministeri della Salute nazionali – si sono recati all’Assemblea. Le patologie croniche hanno una particolare importanza, soprattutto tenendo conto dell’invecchiamento demografico mondiale; stili di vita sani sono fondamentali sin dalla giovane età anche per trascorrere una vecchiaia in salute.
Più prevenzione e trattamenti per tutti
Nel lungo periodo gli Stati, scrive l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “sono invitati a rafforzare le risposte nazionali che contribuiscono al raggiungimento di uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che consiste nella riduzione di un terzo, grazie a prevenzione e trattamenti, della mortalità prematura causata da malattie non trasmissibili entro il 2030”. Dal canto suo il delegato del governo italiano, intervenuto in particolare il 24 maggio, ha sottolineato il ruolo degli uffici regionali OMS Etiopia (regione Amhara, dove le condizioni di salute della popolazione sono spesso precarie) nell’affrontare le emergenze sanitarie e ha ricordato che i mutamenti climatici hanno un impatto sulla salute; non ha, infine, mancato di evidenziare il prezioso ruolo dell’Italia nelle emergenze umanitarie.
La salute come investimento
In quell’occasione si è parlato anche del futuro meeting delle Nazioni Unite (da tenere nel 2018) dedicato alle malattie non trasmissibili (tra cui il diabete e l’ipertensione), al loro controllo e alla loro prevenzione. In questa prospettiva si punta, tra l’altro, a dare una copertura sanitaria a tutti, consentendo ovunque (almeno in linea di principio) l’accesso a servizi essenziali di qualità. Infine si punta, a partire dai Paesi in via di sviluppo, a garantire il pari accesso a farmaci e vaccini. D’altronde, ha sottolineato la Direttrice generale Margaret Chan nel suo discorso d’apertura del 23 maggio, la salute “è un investimento”: l’ottica è cambiata perché prima si riteneva che fosse meramente una voce di spesa che assorbiva risorse pubbliche.