Corruzione in sanità cancro d’Italia

Locandina contro corruzione nella sanità

Locandina contro corruzione nella sanità
Locandina contro corruzione nella sanità
Il cancro della corruzione devasta l’Italia e anche la sanità ne è colpita. In oltre il 37% delle aziende sanitarie italiane, infatti, si sono verificati episodi corruttivi negli ultimi cinque anni e in circa un terzo dei casi non sono stati affrontati in maniera appropriata. Lo denuncia il Rapporto italiano sulla corruzione in sanità presentato oggi a Roma presso il Tempio di Adriano, nel corso della prima Giornata nazionale ad essa dedicata, alla presenza, tra gli altri, del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

I dati raccolti sono basati sulle dichiarazioni di dirigenti delle 151 strutture sanitarie che hanno partecipato all’indagine sulla percezione del reato, realizzata nell’ambito del progetto “Curiamo la corruzione”, portato avanti da Transparency International Italia, Censis, Istituto per la Promozione dell’Etica in Sanità (ISPE) e dal Rissc (Progetto Corruzione e Sprechi in Sanità). Complessivamente hanno risposto il 45,3% delle strutture sanitarie contattate.

Gli àmbiti più corrotti

Per i dirigenti delle strutture sanitarie gli àmbiti a maggior rischio di corruzione sono gli acquisti di beni e servizi (82,7%) e la realizzazione di opere (66,0%). La corruzione è percepita dall’87,2% degli intervistati come un problema grave, mentre per il 98,7% è uno dei maggiori problemi del Paese. Due terzi dei dirigenti sanitari contattati (il 67,6% del totale) ritengono che l’Autorità nazionale Anticorruzione sia utile per prevenire e combattere il fenomeno.

L’89,3% pensa che la corruzione pervada le pubbliche amministrazioni a prescindere dalla loro attività, anche se risulta particolarmente diffusa nel comparto della sanità. Circa la metà degli intervistati ritiene che sia diffusa tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato, e che sia ugualmente diffusa nei diversi paesi europei.

Le regioni più coinvolte

Campania, Calabria e Molise sono le regioni più colpite dalla malapianta della corruzione sanitaria a livello di bandi pubblici in sanità (manchevoli persino a livello di meri adempimenti formali). Anche la Sicilia è tra le Regioni più arretrate. Le più trasparenti si trovano, invece, nel Nord Italia: l’Emilia Romagna, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.

I possibili rimedi

Al primo posto tra le misure ritenute più efficaci per contrastare la corruzione i dirigenti segnalano la formazione e la sensibilizzazione del personale (51,8%), seguite dai maggiori controlli sulle procedure d’appalto (42,%).

“Su tutte le risposte – si legge nelle conclusioni del Rapporto – aleggia la certezza che la corruzione sia resa possibile e agevolata dal malfunzionamento della Pubblica Amministrazione, che crea pericoli interstizi all’interno dei quali possono insinuarsi le attività illecite, e che non siano sufficienti leggi e autorità di controllo per arginare e, soprattutto, per prevenire il fenomeno, ma che sia invece necessario procedere ad un’azione di semplificazione e informatizzazione delle procedure che limitino al massimo gli spazi di intervento”.

Infine una nota positiva di segno diverso: l’Italia si assesta comunque ai primi posti delle classifiche mondiali per la qualità del sistema sanitario, offrendo un servizio ad un costo pro capite relativamente contenuto.

Più trasparenza e informatizzazione secondo il Ministro della Salute

“Grazie al vigente Patto per la salute e al programma di revisione della spesa, riusciremo – rassicura il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin – ad avere nuovi strumenti contro la corruzione e recuperare ampi spazi di efficienza e di razionalizzazione dell’offerta. Sono convinta che il grande strumento contro la corruzione sia la circolazione, la condivisione e dunque la trasparenza dei dati. Per questo nel Patto per la salute 2014-2016 sono stati previsti non soltanto il rafforzamento dei controlli nelle aziende sanitarie, ma anche un Patto per la sanità digitale e un piano di evoluzione dei flussi informativi del Nuovo sistema informatico sanitario. Nella Legge di stabilità 2016 è stato introdotto l’obbligo per tutte le aziende sanitarie di effettuare acquisti in modo accentrato”.

Link utile: Report “Curiamo la corruzione”
Fonti: curiamolacorruzione.it, Ministero della Salute

Diabete e obesità piaghe sociali in crescita

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Locandina Giornata mondiale della salute 2016
Locandina Giornata mondiale della salute 2016
La salute mondiale è da non perdere di vista: l’eccesso di zuccheri nel sangue ha assunto le dimensioni di una “pandemia” non contagiosa, “aiutato” da un mondo sempre più “pesante”. Si è celebrata il 7 aprile 2016 con l’Oms la Giornata mondiale della salute, dedicata appunto principalmente al diabete e alla prevenzione dei danni che provoca, compresi quelli visivi. Si tratta di una malattia che nel mondo colpisce 422 milioni di persone (dato del 2016 riferito al 2014), di cui oltre 3 milioni solo in Italia: è sempre più diffusa – anche nei Paesi a medio e a basso reddito – e a lungo andare può danneggiare la retina (vedi retinopatia diabetica). Complici i cattivi stili di vita, tra cui una dieta scorretta (ad esempio troppo ricca di zuccheri raffinati e di grassi animali), la sedentarietà e la carenza di sonno. Non a caso il numero dei diabetici nel mondo è quasi quadruplicato tra il 1980 e due anni fa: la loro incidenza sulla popolazione è aumentata nettamente.

Se il sangue è troppo dolce

Prevalenza dei diabetici sulla popolazione italiana (Fonte Epicentro-Istituto superiore di sanità su dati Istat 2014)“Il diabete – ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità – è una malattia cronica metabolica caratterizzata da livelli elevati di glucosio nel sanguePrevalenza dei diabetici sulla popolazione italiana (Fonte Epicentro-Istituto superiore di sanità su dati Istat 2014), che col tempo possono provocare seri danni al cuore, ai vasi sanguigni, agli occhi, ai reni e ai nervi”, senza parlare degli arti inferiori (in particolare dei piedi). L’Oms evidenzia, poi, i danni economici provocati da questa malattia cronica non trasmissibile, con un impatto elevato sui sistemi sanitari e sulle economie nazionali (spese mediche, perdite sul piano lavorativo e reddituale). Fondamentali sono l’esercizio fisico regolare, mangiare sano, evitare di fumare, controllare regolarmente la pressione arteriosa, la glicemia e il livello di lipidi nel sangue (trigliceridi e colesterolo; quest’ultimo contiene anche proteine).

Stare più in forma, mangiare meglio

Bisogna riuscire a prevenire, diagnosticare e trattare in tempo il diabete. Occorre prestare attenzione alla dieta e al peso corporeo oltre, ovviamente, all’indice glicemico. Nel 2014 più di un adulto su tre risultava in sovrappeso nel mondo, mentre uno su dieci era obeso. Margaret Chan, direttrice generale dell’OMS, ha affermato:

Se vogliamo fare qualche passo avanti per fermare l’aumento del diabete, dobbiamo ripensare le nostre vite quotidiane: mangiare sano, essere fisicamente attivi ed evitare l’eccessivo aumento di peso

Verso il 2030

I governi – scrive l’Organizzazione mondiale della sanità – “hanno l’obiettivo ambizioso di ridurre di un terzo la mortalità prematura provocata dalle malattie non trasmissibili – tra cui il diabete –; di raggiugere una copertura sanitaria universale; di consentire l’accesso ai farmaci essenziali e affidabili. Il tutto entro il 2030”.
Insomma, il diabete è un'”emergenza ampiamente sottovalutata”. Tuttavia, sottolinea l’OMS, il diabete di tipo 1 (il più grave che necessita d’insulina) non è prevenibile; invece il diabete di tipo 2 è evitabile o controllabile stando attenti alla dieta.

Sovrappeso e obesità da allarme rosso

Link esterno a sito IBDO (Rapporto sul diabete sfogliabile)Circa 20 milioni di persone in Italia sono in sovrappeso e l’obesità è in crescita (circa 640 milioni di obesi nel mondo secondo The Lancet, un fenomeno che ha assunto le dimensioni di una “piaga sociale”). Lo si è sottolineato a Roma il 19 aprile durante la presentazione del nuovo Rapporto nazionale IBDO sul diabete, nella cornice istituzionale della Camera dei Deputati (Sala del Refettorio). La pubblicazione è stata curata dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation (IBDO) e dall’Università di “Tor Vergata” (Rm), col patrocinio di Ministero della Salute e della European Public Health Association (EUPHA). L’evento è stato intitolato: “Il management dell’obesità e del diabete di tipo 2: le sfide da vincere”.
“La retinopatia diabetica – si legge nel Rapporto – costituisce la principale causa di cecità legale fra i soggetti in età lavorativa; 90.000-150.000 cittadini italiani con diabete sono a rischio di cecità se non individuati e curati in tempo”. Insomma, bisogna mettere la persona diabetica al centro dei percorsi di cura e delle riflessioni relative.

Più prevenzione, meno aggravi

“Quanto più lavoreremo sulla prevenzione tanto meglio sarà”, ha affermato il deputato Lorenzo Becattini, intervenuto durante i lavori. Di parere analogo anche Renato Lauro, Presidente della IBDO Foundation.
“Per fare della buona sanità – ha incalzato il senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri – bisogna fare della buona governance” anche a livello territoriale; in questo tipo di gestione in Italia “purtroppo siamo sguarniti”. Il nostro Paese ha servizi disomogenei anche a livello sanitario, ha una sorta di “federalismo diseguale”. Per questo, ha proseguito Lettieri, “abbiamo bisogno di una nuova etica della responsabilità e di una nuova architettura costituzionale”. “Oggi – ha proseguito il senatore – in ben sette Regioni i livelli essenziali di assistenza non vengono più garantiti”. D’altronde “se non c’è appropriatezza non c’è sostenibilità”. Anche “quando si parla di ‘diabesità’ [diabete + obesità, ndr] abbiamo bisogno di una ‘rivoluzione culturale’ “, ha avvertito Lettieri.

Presente anche Daniela Galeone in rappresentanza del Dicastero della Salute:

Quello che portiamo avanti è un concetto di Welfare Community (tutti s’impegnano per garantire la salute pubblica, ndr). Confermo l’impegno del Ministero della Salute contro il diabete, l’obesità e le malattie non trasmissibili.

“Quello che preoccupa non è tanto il numero assoluto [di diabetici], quanto piuttosto il trend: il diabete è una vera e propria ‘bomba’ a orologeria che deve essere disinnescata”, ha avvertito il professor Domenico Cucinotta, coordinatore del Rapporto. Dunque si tratta di una patologia che andrebbe diagnosticata tempestivamente (grazie ad analisi del sangue comprensive di misurazione della glicemia) e curata per tutta la vita in modo appropriato.

Infine una buona notizia: in Italia l’ospedalizzazione per diabete con complicanze è in calo. L’ha comunicato Salvatore Caputo, diabetologo, già Presidente di Diabete italia.

Tra gli altri relatori intervenuti: Walter Ricciardi (Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità), Giuseppe Novelli (Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata), Andrea Lenzi (Presidente del Consiglio Universitario Nazionale).


Link utile: Ministero della Salute

Fonti: OMS, Epicentro, Università di Tor Vergata, IBDO


Un biomarcatore per la retinopatia diabetica

Retinopatia diabetica

Si tratterebbe di una “sentinella” indice di un rischio di rapida insorgenza della malattia oculare

Avvistare da lontano il nemico è fondamentale, in guerra, per impostare una corretta strategia di difesa. Analogamente, per vincere la battaglia contro le malattie oculari è importante prevederle per tempo o almeno rallentarne il decorso. È quello che ha cercato di fare una squadra di ricercatori del Massachusetts Eye and Ear Infirmary (Usa). La quale si è concentrata, in particolare, su un indice biologico che potrebbe essere determinante per capire cosa eventualmente avverrà alla retina di un diabetico grave. Tenendo conto, naturalmente, dei valori dell’iperglicemia (concentrazione molto elevata di zuccheri nel sangue) e dell’ipertensione (pressione arteriosa molto alta).

Se i vasi retinici perdono elasticità a causa degli zuccheri

immagine vasi sanguigni retinaLo studio – pubblicato su Investigative Ophthalmology & Visual Science – si è concentrato quindi sulla risposta miogena ovvero sulla rapidità con cui i vasi retinici si contraggono (o si dilatano) in risposta a variazioni della pressione arteriosa. Tale risposta, quando è normale, è in grado di compensare l’aumento di pressione. Se invece è alterata i danni alla retina sono un rischio concreto.

In circa la metà dei casi esaminati (13 persone con diabete di tipo 1) i ricercatori hanno osservato risposte miogene alterate. In particolare, cinque pazienti su sette sono stati colpiti da retinopatia diabetica a rapida evoluzione. In coloro che avevano una forma meno grave, la risposta miogena anomala è stata trovata solo in chi aveva il diabete da meno di 15 anni.

Nei pazienti con una risposta miogena normale i vasi retinici si contraggono quando si presenta un aumento della pressione, in modo da mantenere il flusso di sangue costante ed evitare danni ai vasi più piccoli della retina.

Lo ha affermato Mara Lorenzi, che lavora presso il Massachusetts Eye and Ear/Schepens Research Institute Eye ed è professoressa di oftalmologia presso la Harvard Medical School. La quale ha poi spiegato:

Però abbiamo visto che, in circa la metà dei pazienti diabetici del nostro studio, i vasi non si sono contratti. In realtà, paradossalmente, i vasi di alcuni pazienti erano dilatati e il flusso di sangue alla retina è aumentato. Questo diventa un meccanismo dannoso per i piccoli vasi perché questi piccoli capillari sono delicati ed esposti a un grande flusso pressorio, che può portare a piccole emorragie e a perdite di fluido caratteristiche della retinopatia diabetica.

I danni sono spesso evitabili

Evitare i danni provocati dalla retinopatia diabetica è essenziale soprattutto se il diabete è di tipo 1 (che necessita di somministrazione d’insulina). Una risposta miogena difettosa dei vasi retinici non è necessariamente associata allo sviluppo della retinopatia, ma invece è correlata a una insorgenza più rapida della malattia oculare. A lungo andare potenzialmente quasi tutti i diabetici possono essere colpiti da problemi retinici, soprattutto se la glicemia – la quantità di glucosio contenuto nel sangue – non è controllata regolarmente e non si seguono le eventuali terapie prescritte accompagnate da stili di vita corretti (diabete scompensato). I danni più seri sono comunque in genere evitabili.

Retinopatia diabetica prima causa di cecità in età lavorativa

Nei Paesi sviluppati la retinopatia diabetica è la prima causa di perdita della vista in età lavorativa (18-65 anni). L’Oms stima che nel mondo i diabetici siano 422 milioni. In Italia la prevalenza del diabete, secondo l’Istat, è stimata intorno al 5,5% della popolazione.

Lo studio, che ha un approccio promettente, richiederà tuttavia nuove conferme su un numero più ampio di diabetici.

Fonti: Massachusetts Eye and Ear Infirmary, IOVS

Teleoftalmologia, una soluzione per il futuro?

Teleoftalmologia esame

Immaginate di avere un problema all’occhio, ad esempio che un gatto vi abbia graffiato la cornea. Vi recate al più vicino pronto soccorso, vi fanno un rapido esame, ma non c’è un oculista. Cosa succede? In futuro il medico di turno potrebbe trasmettere la foto della vostra cornea graffiata a un centro specializzato che, da remoto, potrebbe dare indicazioni tempestive. Nell’attesa, eventualmente, di trasferivi in un reparto di oculistica molto più lontano. Proprio su questi aspetti si è concentrato un nuovo studio pubblicato su Jama Ophthalmology.
Le grandi distanze, l’assenza di servizi locali e la necessità di competenze specialistiche. Tutto questo può concorrere alla necessità di una medicina a distanza. In particolare, può essere utile la cosiddetta “teleoftalmologia” per azzerare lo spazio e garantire un supporto medico-oculistico hi-tech da remoto. La telemedicina viene oggi pensata soprattutto per i Paesi in via di sviluppo come il Kenya e per Paesi molto popolosi come l’India. Eppure anche gli Usa e l’Italia potrebbero beneficiarne.

Per fare teleoftalmologia ove non sia disponibile un oculista basta una figura professionale che raccolga dati o fare esami da inviare a un centro oculistico specializzato. (In alternativa ci potrebbe persino essere un’Unità mobile oftalmica a bordo della quale fare la visita e un apparato di trasmissione via internet a un centro dedicato per esaminare, ad esempio, il fondo oculare. Oppure, nel caso del Kenya, un palmare opportunamente accessoriato e una connessione internet).

“La disponibilità di copertura per le emergenze oculistiche è limitata, in particolare – scrivono i ricercatori – nei dipartimenti rurali per le emergenze della California. I medici e le infermiere dei pronto soccorso intervistati indicano un interesse e un valore percepito moderatamente grandi per soluzioni di oftalmologia per il triage e la consultazione remoti. Nel suo complesso lo studio suggerisce che la teleoftalmologia possa giocare un ruolo nel mitigare i gap nella copertura delle emergenze oftalmiche”.

Fonte principale: Jama Ophthalmology

Quella vitamina C che protegge il cristallino

Arance vitamina C

La dieta può ridurre il rischio di cataratta. Lo attesta uno studio britannico condotto sui gemelli

La dieta può aiutare a vederci chiaro. Mangiare quotidianamente frutta e verdura contenenti vitamina C ridurrebbe il rischio di cataratta o, comunque, ne rallenterebbe la progressione. Lo sostengono ricercatori britannici sulla rivista Ophthalmology [[
Yonova-Doing E, Forkin ZA, Hysi PG, Williams KM, Spector TD, Gilbert CE, Hammond CJ, Genetic and Dietary Factors Influencing the Progression of Nuclear Cataract, Ophthalmology. 2016 Jun;123(6):1237-44. doi: 10.1016/j.ophtha.2016.01.036. Epub 2016 Mar 23]]. D’altronde già l’OMS ci aveva messo in guardia: non meno di 400 grammi di frutta e verdura vanno consumati quotidianamente.

“Oltre all’età – scrivevano gli autori nel 2016 – altri fattori associati alla cataratta nucleare sono il fumo, lo stress ossidativo e l’assunzione di antiossidanti attraverso la dieta”. Tra gli antiossidanti più importanti ci sono il magnesio e la vitamina C. Quest’ultima, se assunta in abbondanza nella dieta, ridurrebbe il rischio di cataratta del 33 per cento.

Anche l’esercizio fisico regolare è uno degli imperativi categorici della prevenzione. Se si fuma bisogna smettere in fretta. Inoltre, per prevenire la cataratta è buona norma proteggersi dai raggi solari ricorrendo a occhiali da sole dotati di filtri a norma di legge.

Lo sviluppo della cataratta è stato monitorato dai ricercatori britannici in 324 gemelli, per cui è stato possibile confrontare l’influenza del loro stile di vita. Se i fattori genetici hanno spiegato per il 35% la sua progressione in un decennio, “i fattori ambientali hanno spiegato la restante varianza, in particolare, la vitamina C nella dieta, che ha protetto dalla progressione della cataratta nei dieci anni successivi al primo controllo”.

Dunque le vitamine assunte non vanno mai… perse di vista… Le verdure che contengono l’acido ascorbico vanno mangiate fresche o poco cotte (l’alta temperatura infatti distrugge la vitamina C). La prevenzione della cataratta potrebbe dare un valido contributo alla salute pubblica considerando che la sostituzione del cristallino è l’intervento più eseguito al mondo.

Leggi anche: Scheda sulle vitamine

Fonti: Ophthalmology, American Academy of Ophthalmology

Pagina pubblicata il 29 marzo 2016. Ultima modifica: 16 ottobre 2018

Alterazioni del microbioma oculare con lenti a contatto

Alterazioni del microbioma oculare

Alterazioni del microbioma oculare in seguito  uso di lenti a contatto (Fonte mBio, 2016)Alterazioni del microbioma oculare con lenti a contatto Portarle è considerato un fattore di rischio della cheratite e della congiuntivite giganto-papillare 23 marzo 2016 – Portare le lenti a contatto provoca un’alterazione del microbioma oculare. Questa è la conclusione a cui sono recentemente pervenuti ricercatori della New York University School of Medicine , che hanno pubblicato un articolo sulla rivista ufficiale dell’ American Society for Microbiology (mBio). Il “microambiente” è basato sull’equilibrio di colonie di batteri, che normalmente – ossia in condizioni non patologiche – si armonizzano tra loro. Tuttavia nei portatori di lenti a contatto si è riscontrata una maggiore componente di batteri presenti sulla pelle. Non è ancora chiaro se ciò sia dovuto alla modalità d’applicazioni delle lenti (effettuata con i polpastrelli) oppure ad alterazioni di altro genere, che andranno ulteriormente indagate. Sta di fatto che le lenti a contatto sono considerate un fattore di rischio delle cheratiti e delle congiuntiviti a papille giganti (di solito su base allergica). Questo soprattutto se non si rispettano le corrette modalità d’uso: disinfezione con appositi liquidi, applicazione con mani pulite e asciutte, non contaminazione con acqua infetta, tempo d’applicazione non superiore alle 6-8 ore. I risultati della ricerca, scrivono gli scienziati americani, “indicano che portare lenti a contatto altera la struttura microbiotica della congiuntiva, rendendola più simile al microbioma della pelle. Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare se la struttura microbiotica offre minor protezione dalle infezioni oculari”. Quindi il nesso di causalità tra uso delle lenti a contatto e infezioni oculari non è ancora stato dimostrato. Tuttavia, “il microbioma oculare si ritiene che giochi un ruolo di difesa contro la colonizzazione di agenti patogeni per l’occhio”. In altre parole se i batteri “buoni” sono presenti come “sentinelle” è più difficile che quelli “cattivi” possano avere la meglio e invadere la superficie oculare. N. B. Oltre a rappresentare un corpo estraneo, le lenti a contatto hanno il limite che tendono a non far “respirare” bene la superficie oculare e, se tenute per troppo tempo, fanno arrossare l’occhio. Va detto, tuttavia, che ci sono alcuni casi in cui l’impiego delle lenti a contatto è persino preferibile agli occhiali: quando, ad esempio, la differenza del difetto tra i due occhi è forte. Infine, possiamo aggiungere che – quando si pratica sport – è preferibile non portare occhiali o, se proprio necessario, bisogna fare uso di lenti infrangibili e ben fissate al capo (negli sport da contatto sarebbe meglio indossare anche una mascherina trasparente per proteggersi da possibili traumi oculari ).

Riferimento bibliografico: Shin H, Price K, Albert L, Dodick J, Park L, Dominguez-Bello MG. 2016, “ Changes in the eye microbiota associated with contact lens wearing ”, mBio 7(2):e00198-16. doi:10.1128/mBio.00198-16

Fonti: mBio – American Society for Microbiology

Felicità, Italia cinquantesima al mondo

Persone sorridenti

Aspettativa di vita in salute, situazione economica e qualità dei rapporti interpersonali tra gli indicatori considerati in 156 Paesi. Il 20 marzo l’Onu ha proclamato la Giornata mondiale della felicità

18 marzo 2016 – Anche la salute fa la felicità. Così la pensano i curatori del nuovo Rapporto mondiale ad essa dedicata, in vista della giornata mondiale della felicità proclamata dall’Onu il 20 marzo. L’Italia si colloca al 50° posto, quasi a un terzo nella lista dei 156 Paesi considerati, stabile rispetto all’anno precedente, perdendo cinque posizioni rispetto al 2013.

Come si misura il benessere

Avvalendosi di vari esperti, il Rapporto “descrive come le misure del benessere possano essere utilizzate efficacemente per verificare il progresso delle nazioni”. In particolare tra i fattori considerati compaiono i seguenti: Pil pro capite, aiuto da parte degli altri, aspettativa di vita in salute, libertà di fare scelte di vita, generosità, percezione del livello di corruzione.

Uno stato di “estasi” dell’anima viene di fatto ridotto a un livello di soddisfazione o benessere scomposto in fattori precisi e “oggettivamente” quantificabili.
Ci sono – scrivevano i curatori del Rapporto 2015 – quattro pilastri del benessere, comprese le relative basi neuronali:

  1. emozione positiva prolungata;
  2. recupero da un’emozione negativa;
  3. empatia, altruismo e comportamento prosociale;
  4. pensiero erratico, consapevolezza e affettività basata su legami.

Chi è al top e come si piazzano gli altri Paesi


Al top della classifica del nuovo Rapporto troviamo la Danimarca, la Svizzera e Islanda, a cui seguono Norvegia, Finlandia, Canada, Olanda, Nuova Zelanda, Australia e, decima, la Svezia. Nel paniere l’aspetto economico conta parecchio, così come il livello di fiducia negli altri.

Come in ogni studio, ci sono risultati opinabili e alcuni persino paradossali. Sorprende scoprire la Germania al 16° posto nell’“eudemonia” e la Spagna al 37°, così come attribuire alla Malesia, al Nicaragua e all’Uzbekistan un indice di felicità un po’ più alto di quello del nostro Paese. Però i nipponici sono un po’ meno felici di noi, dovendosi accontentare un 53° posto, a netta distanza dagli “allegri” austriaci (in 12° posizione), dagli americani (13°), dai belgi (18°) o dagli irlandesi (19°). Gli inglesi risultano 23esimi in questa scala della felicità o, per meglio dire, del livello complessivo di soddisfazione, nettamente meglio dei francesi, che si collocano al 32° posto.

Dove vivono invece i meno felici della Terra? In Ruanda, Benin, Afghanistan, Togo, Siria e, infine, in Burundi. In molti di questi Paesi c’è però stata oppure è in corso una guerra. In Italia, invece, la crisi (socio)economica duratura non ha certo aiutato, facendoci “scivolare” in classifica rispetto a tre anni fa.

Fonti:World Happiness Report 2016;
Independent

Schermi, la giusta distanza e le pause

Posizione corretta al pc

L’affaticamento oculare si può verificare soprattutto dopo un uso prolungato e continuativo del computer: si riduce la tendenza ad ammiccare



Quando si è al computer sono utili alcuni “trucchi“ per tutelare la propria salute. Ad esempio, evitare l’affaticamento visivo causato da un uso prolungato e continuo degli schermi è relativamente facile. Nell’era dell’homo digitalis basta fare interruzioni periodiche, eliminare eventuali riflessi, sedersi alla distanza corretta e ammiccare con frequenza. Sono questi i principali consigli dati dall’Associazione americana di optometristi (AOA).

“Mediamente un lavoratore americano trascorre sette ore al giorno al computer, in ufficio e a casa”, spiega l’Associazione statunitense. Non a caso, secondo un sondaggio condotto nel 2015, il 58% degli adulti intervistati ha sperimentato affaticamento oculare o altri problemi visivi usando dispositivi digitali.

Dunque nel mese di marzo, in particolare negli Usa, viene ricordata l’importanza di controlli oculistici completi e periodici per “salvare la vista”: si tratta di una campagna di sensibilizzazione per la tutela della salute dei cittadini, che possono spesso prevenire i disturbi oculari.

L’affaticamento oculare digitale può essere evitato, secondo l’AOA, con cinque semplici accorgimenti:

  1. seguire la regola 20-20-20: prendere una pausa ogni 20 minuti e guardare per 20 secondi a una distanza di almeno 20 piedi (ossia minimo 6 metri). In alternativa si può fare un’interruzione di un quarto d’ora ogni due ore ( approfondisci );
  2. mantenersi a una distanza adeguata dallo schermo . Bisogna sedere comodamente, riuscire a leggere chiaramente lo schermo e rimanere col busto eretto, che deve restare appoggiato allo schienale. La distanza ottimale è di 50-70 centimetri tra gli occhi e la superficie dello schermo;
  3. guardare da un’alt(r)a prospettiva. Idealmente lo schermo del computer dovrebbe trovarsi 15-20 gradi più in basso rispetto all’altezza degli occhi ;
  4. ridurre o evitare la sensazione di abbagliamento . Anche se non c’è un sistema per eliminare completamente i riflessi, potete utilizzare un copri schermo (dotati di uno speciale filtro). In ogni caso, la

    Fonte luminosa non deve essere posta né alle spalle né oltre il vostro schermo, ma idealmente deve trovarsi lateralmente (possibilmente a 90°, comunque a non meno di 30°);

  5. ammiccare frequentemente . Per minimizzare il rischio di occhio secco bisogna sbattere le palpebre regolarmente con l’uso prolungato dei dispositivi elettronici (accentuato dall’uso di aria condizionata o del riscaldamento).

A questi consigli se ne possono aggiungere alcuni altri: la luminosità dello schermo e il contrasto devono essere ben regolati (non si deve avvertire una sensazione di fastidio fissando lo schermo); se necessario si possono installare lacrime artificiali; bisogna mettersi gli occhiali prescritti dall’oculista. Inoltre quando si fa la pausa ciclica è opportuno alzarsi dalla sedia e fare due passi: la sedentarietà prolungata può causare anche altri problemi di salute, ad esempio alla schiena o agli arti.
Fonte principale:
AOA

OMS, quasi un decesso su quattro per inquinamento

inquinamento

La formazione della cataratta è favorita dai raggi ultravioletti e dai fumi inquinanti. Ci si può proteggere con occhiali da sole a norma e vanno evitati gli ambienti insalubri
16 marzo 2016 – L’inquinamento è entrato con prepotenza nelle nostre vite fino, in alcuni casi, a spezzarle. Nel mondo il 23% dei decessi, pari a circa 12,6 milioni di persone l’anno, è riconducibile – secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) – a un ambiente insalubre. È stata pubblicata il 15 marzo la seconda edizione del volume Prevenire le malattie mediante ambienti sani: una valutazione globale dell’impatto delle patologie dovute a rischi ambientali.

I rimedi? Potremmo indicare i seguenti:

  1. almeno due ore e trenta minuti d’esercizio fisico la settimana (da moderato a vigoroso);
  2. evitare ambienti esterni inquinati;
  3. non utilizzare combustibili inquinanti all’interno della propria casa (ad esempio per cucinare).
    una prassi molto diffusa nei Paesi in via di sviluppo.

    A livello mondiale circa un quinto delle cataratte corticali è attribuibile alle radiazioni ultraviolette ovvero ai raggi solari non filtrati. Inoltre, avverte l’OMS, “l’impoverimento dello strato d’ozono nella stratosfera ha portato a un aumento dell’esposizione agli UV e, di pari passo, lo sviluppo del rischio di cataratta è probabile che aumenti ulteriormente. Anche l’esposizione ai fumi della cucina [non da metano o altre fonti pulite, aumenta il rischio di formazione della cataratta, con una stima del 35% attribuibile alle donne […] ossia al 24% dei casi di cataratta totali”.

    Quindi l’incidenza della cataratta potrebbe essere ridotta mettendosi, quando c’è un sole forte, occhiali dotati di filtri scuri e berretti con visiera così come riducendo l’esposizione a combustibili inquinanti per cucinare. Si tenga conto che, complessivamente, 8,2 milioni di morti per malattie croniche sono attribuibili all’inquinamento dell’aria, compresa l’esposizione passiva al fumo di tabacco.
    Fonti:
    WHO 2016 ; Panorama della Sanità

Cataratta, cristallino rigenerato con le staminali

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Cataratta, cristallino rigenerato con le staminali Un nuovo metodo proposto da ricercatori cinesi e americani come possibile alternativa, per i bambini piccoli, all’operazione chirurgica classica. Per ora è una tecnica sperimentale testata su cavie e neonati con cataratta La rigenerazione del cristallino può ottenersi con le staminali ricavate dal cristallino stesso: il recupero della funzionalità visiva potrà essere utile soprattutto in caso di cataratta congenita (nei bambini piccoli), forse riuscendo a evitare l’intervento chirurgico classico e ricorrendo, invece, a una chirurgia minimamente invasiva. Anche se per ora è una mera possibilità sperimentale, questa nuova frontiera della medicina è stata esplorata da un’équipe di ricercatori che lavorano in Cina e in California. “Per quanto ne sappiamo – scrivono in una Lettera pubblicata da Nature – la rigenerazione del cristallino umano non è ancora stata dimostrata. Attualmente l’unico trattamento per la cataratta, la causa più importante di cecità a livello mondiale, consiste nell’estrarre il cristallino catarattoso e impiantarne uno artificiale intraoculare”. Invece, applicando la loro tecnica innovativa, i ricercatori hanno isolato cellule staminali/progenitrici epiteliali del cristallino (LEC) che preservano le cellule stesse. La rigenerazione funzionale si è ottenuta non solo in conigli e macachi, ma anche in bambini piccoli affetti da cataratta. “La trasparenza lungo l’asse visivo – precisano i ricercatori – è stata ottenuta in quasi tutti gli occhi di neonati affetti da cataratta dopo una chirurgia minimamente invasiva (95,8%)”. Durante lo studio è stata confrontata questa nuova tecnica sperimentale (24 occhi) con la chirurgia classica (50 occhi). “Il nostro metodo differisce, a livello concettuale, dalla pratica corrente, poiché preserva al massimo le LEC endogene e il loro ambiente naturale rigenerando i cristallini, ripristinando la funzionalità visiva. Il nostro approccio – concludono gli studiosi – dimostra [la fondatezza] di una nuova strategia di trattamento per le cataratte e offre un nuovo paradigma per la rigenerazione tissutale ricorrendo a staminali endogene”.

Fonte: Nature

Pagina pubblicata il 15 marzo 2016.

Ultima modifica: 16 marzo