Usa: si punta a preservare il nervo ottico bloccando l’azione dello zinco dopo il trauma
Uno dei sogni dell’oculistica è la rigenerazione del nervo ottico. Ricercatori americani di alto profilo hanno ottenuto nuovi risultati su cavie. La sperimentazione è avvenuta iniettando nel bulbo oculare dei topi di laboratorio una sostanza sperimentale chelante che inibisce l’azione dello zinco in forma libera.
Infatti ricercatori del Boston Children’s Hospital, del MIT e della Harvard University si sono resi conto che il livello degli ioni zinco (Zn2+) aumenta, dopo il trauma, tra gli interneuroni retinici. Insomma, esiste un “freno a mano” che rallenterebbe o bloccherebbe una spontanea rigenerazione del nervo ottico.
Dopo una sola ora dal danno al nervo ottico, i livelli degli ioni zinco aumentano di molte volte nelle cellule retiniche amacrine. Le iniezioni intravitreali sperimentali possono “aumentare le chances di sopravvivenza” di queste cellule nervose, consentendo di ottenere “effetti rigenerativi”. Nel complesso, se si interviene nei primi giorni dopo il trauma con una doppia iniezione nel bulbo, si otterrebbe un miglioramento del numero di neuroni fino al 40 per cento circa rispetto ai non trattati. Per confermare questi risultati i ricercatori hanno anche inibito un gene responsabile della sintesi dello zinco.
Se questi risultati saranno confermati, gli esperimenti potrebbero essere ripetuti sugli esseri umani. Tuttavia resta uno scetticismo diffuso all’interno della comunità scientifica, che considera la rigenerazione dei neuroni un risultato difficilissimo da ottenere. Basti pensare che, in ricerche precedenti, nel migliore dei casi si è ottenuta una rigenerazione neuronale dell’1 per cento circa.
Anche precedenti studi – tra cui uno condotto in Turchia pubblicato su Current Eye Research – hanno evidenziato il nesso tra depressione e secchezza oculare. Quindi scrivono gli autori:
Riteniamo che sia importante, per gli psichiatri, tenerne conto, specialmente quando prescrivono antidepressivi che possono aggravare i sintomi dell’occhio secco.
Anche un altro studio – condotto in Nord Carolina (Usa) su oltre 460 mila persone – è pervenuto alla conclusione che esiste una “correlazione statisticamente significativa tra la sindrome dell’occhio secco e i casi di depressione e ansia”.
Una diagnosi tempestiva può salvare la vista dei neonati. Però negli Stati Uniti i livelli d’intervento sono difformi
Salvare la retina di un neonato può significare consentirgli di vedere per il resto della propria vita. Eppure la cosiddetta retinopatia del prematuro (ROP) negli Stati Uniti è ancora sottovalutata, soprattutto a causa di un insufficiente apporto di professionisti nelle Unità di terapia intensiva neonatale. A denunciarlo è la rivista dei pediatri americani [[Rebecca J. Vartanian, Cagri G. Besirli, John D. Barks, Chris A. Andrews, David C. Musch, “Trends in the Screening and Treatment of Retinopathy of Prematurity”, Pediatrics Dec 2016, e20161978; DOI: 10.1542/peds.2016-1978]] sulla base di un sondaggio condotto tra i medici.
Secondo gli autori dello studio – Rebecca J. Vartanian, neonatologa dell’Università del Michigan, e i suoi colleghi del Kellogg Eye Center – oltre un quarto (28%) delle Unità di terapia intensiva neonatale statunitensi non fornisce un trattamento adeguato in caso di ROP.
Negli Usa attualmente i neonati che pesano fino a 1,5 kg, nati prima della trentunesima settimana, vengono visitati di prassi da un oculista. Tuttavia solo il 21 per cento degli specialisti ricorre alla diagnostica per immagini della retina.
Nel 2014 una sperimentazione clinica multicentrica, sponsorizzata dal National Eye Institute, ha dimostrato che la telemedicina è efficace: quest’approccio può potenzialmente dare a milioni di prematuri nel mondo un accesso più vasto a cure salva-vista. Ad esempio, tra i trattamenti più frequenti, c’è il laser fotocoagulativo (85% dei casi), a cui seguono le iniezioni intravitreali (circa un quinto dei casi).
Fonti: Pediatrics, University of Michigan Health System
Studio condotto su 2,6 milioni di danesi: l’ipertensione arteriosa potrebbe favorire la malattia oculare
Strano che non lo avessero scoperto prima. C’è infatti una relazione controversa tra il glaucoma – la prima causa di cecità irreversibile al mondo – e l’alta pressione arteriosa. Potrebbe suonare intuitivo che una pressione oculare alta sia associata all’ipertensione sistemica; eppure scientificamente non sembrava così. Però anche la comunità scientifica può sempre cambiare idea sulla base di nuovi dati.
Ci voleva uno studio basato su grandissimi numeri – pubblicato su Hypertension e condotto su oltre 2,6 milioni di persone (tutta la popolazione danese tra i 40 e i 95 anni) – per accorgersi che i farmaci contro l’ipertensione arteriosa possono tardare l’insorgenza del glaucoma, malattia soprannominata il “ladro silenzioso della vista”: può danneggiare il campo visivo fino a farlo restringere (visione tubulare), spesso a causa di una pressione eccessiva dell’umor acqueo che provoca una sofferenza delle cellule del nervo ottico (papilla).
Una scoperta che, se sarà confermata da ulteriori studi, potrà persino far cambiare i protocolli terapeutici che oggi si basano sull’instillazione quotidiana di colliri ipotensivi; in casi estremi si ricorre però a un intervento chirurgico chiamato trabeculectomia.
Scrivono i ricercatori universitari danesi e americani:
Per quanto è a nostra conoscenza nessuno studio precedente ha potuto beneficiare di un così ampio insieme di dati relativo all’intera popolazione né – cosa importante – ha stimato l’effetto causale dei trattamenti ipertensivi sul rischio di sviluppare il glaucoma.
Tuttavia va precisato che non è assolutamente detto che chi soffre d’ipertensione abbia anche il glaucoma; questo studio si è limitato a individuare l’esistenza di un nesso causale complesso, di cui comunque si potrebbe tenere conto.
Va, inoltre, considerato che la familiarità è – allo stato attuale delle conoscenze scientifiche – il principale fattore predisponente (esiste un’importante componente genetica: se ci sono altri casi di glaucoma in famiglia è importante sottoporsi con maggiore frequenza a controlli della pressione oculare e del fondo dell’occhio). Infine l’età avanzata è un altro fattore di rischio da non sottovalutare (a partire dai 40 anni). Potrebbero esistere anche delle cause favorenti di tipo ambientale, ma restano tutte da verificare e, allo stato attuale della ricerca, non si è ancora pervenuti a conclusioni ampiamente condivise.
Secondo ricercatori francesi la droga, nei consumatori abituali, diminuisce la reattività delle cellule ganglionari retiniche
Non solo è illegale in moltissimi Stati del mondo, ma può provocare anche alterazioni a livello visivo, interferendo col corretto funzionamento dei neuroni retinici. Si tratta della cannabis, su cui ricercatori francesi dell’Università di Nancy e di Strasburgo hanno pubblicato un nuovo studio scientifico su Jama Ophthalmology. Essi si sono chiesti se il suo consumo regolare potesse alterare la funzionalità delle cellule ganglionari della retina, dove l’informazione visiva si presenta sotto forma di potenziali d’azione bioelettrici che possono essere misurati con precisione. Ebbene, la risposta è sì: si è riscontrata una riduzione delle prestazioni visive.
Reattività retinica al rallenty
Tra i giovani partecipanti (52) ben 28 erano consumatori abituali di cannabis, mentre i restanti 24 costituivano il gruppo di controllo (non consumatori della droga). Mediamente si è registrato un ritardo, a livello nervoso, dei potenziali d’azione evocati (98,6 millisecondi contro 88,4 ms del gruppo di controllo). Per misurarli i ricercatori hanno fatto ricorso all’elettroretinografia da pattern (PERG), monitorando l’attività delle cellule retiniche più interne.
Scrivono gli autori dello studio scientifico: Questa scoperta ha evidenziato un ritardo di circa 10 millisecondi nella trasmissione dei potenziali evocati d’azione delle cellule ganglionari. Poiché questo segnale viene trasmesso lungo le vie visive, attraverso il nervo ottico e il corpo genicolato laterale [nucleo del talamo deputato all’elaborazione dell’informazione visiva] fino alla corteccia visiva, questa anomalia potrebbe rendere conto della visione alterata dei consumatori abituali di cannabis. […]
Le nostre scoperte potrebbero essere importanti sotto il profilo della salute pubblica, poiché potrebbero illustrare gli effetti neurotossici dell’impiego della cannabis sul sistema nervoso centrale, in quanto il risultato coinvolge l’elaborazione retinica. Nei dibattiti indipendenti sulla sua legalizzazione è necessario conoscere meglio i diversi effetti della cannabis, in modo tale che l’opinione pubblica possa esserne informata. Ulteriori studi potranno far luce sulle conseguenze potenziali di queste disfunzioni retiniche sull’elaborazione visiva corticale e se questa disfunzioni siano permanenti oppure se scompaiano dopo aver smesso di fumare cannabis.
Dà buoni risultati: nuovo studio condotto dalla Cardiff University su 67 persone
Gli ipovedenti apprezzano la riabilitazione visiva a domicilio e ottengono buoni risultati. Lo attesta un nuovo studio condotto in Inghilterra dalla Cardiff University.
Le persone che vedono pochissimo sono più a rischio di depressione, soffrono di riduzione della qualità della vita e possono cadere più facilmente per terra. Dunque il loro percorso riabilitativo è particolarmente delicato: l’ipovisione è molto difficile da gestire da soli. Per questo è fondamentale essere seguiti da specialisti che possono insegnare ad usare la parte ancora sana della retina (nel caso di una sua degenerazione), a orientarsi più facilmente e a rendersi più indipendenti.
Come si è svolta la ricerca
Durante la ricerca – pubblicata sulla rivista Trials – 67 partecipanti sono stati separati in due gruppi per sei mesi: metà di essi si sono recati a intervalli regolari in un centro d’ipovisione, mentre l’altra metà è stata regolarmente visitata a casa. Durante questi ultimi controlli è stata verificata la funzionalità visiva, l’illuminazione utilizzata, sono stati seguiti eventuali problemi emotivi, la capacità d’orientamento, di comunicazione, ecc. Il numero esatto di visite è stato stabilito dagli specialisti in riabilitazione.
Il professore Tom Margrain (Cardiff University) afferma:
Dato che l’ipovisione colpisce circa due milioni di persone in Gran Bretagna, è importante identificare i servizi di riabilitazione visiva che possono migliorare l’indipendenza e la qualità della vista di coloro che hanno subito una perdita visiva. Già sappiamo che la riabilitazione visiva è di beneficio per le persone ipovedenti […].
Circa il 70 per cento delle persone nel gruppo assistito a domicilio ha riferito di considerare le visite “di grande aiuto”.
Riabilitazione visiva teleassistita
Ci sono anche soluzioni ancora più innovative e avveniristiche: praticare una riabilitazione visiva a distanza mediante computer. Ad esempio il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva di Roma sta studiando un protocollo che consentirà – una volta ricevuta una diagnosi e l’assistenza presso il Policlinico A. Gemelli (dove si trova il citato Centro per gli ipovedenti – di proseguire il programma riabilitativo da remoto (in teleassistenza di fronte al proprio pc, facendo esercizi specifici per la lettura e altro).
Rapporto Censis: circa 11 milioni d’italiani hanno rinunciato o rinviato le prestazioni sanitarie, i posti letto sono diminuiti
La “scure” dei tagli non guarirà la sanità italiana. “Il progressivo restringimento del welfare legato agli obiettivi di finanza pubblica appare evidente nella dinamica recente della spesa sanitaria. Dal 2009 al 2015 si registra solo una lieve riduzione in termini reali della spesa pubblica”. Lo scrive il Censis nel suo 50° Rapporto presentato a Roma lo scorso 2 dicembre.
Gli effetti socialmente regressivi delle manovre di contenimento si traducono in un crescente numero di italiani (11 milioni circa) che, nel 2016, hanno dichiarato di aver dovuto rinunciare o rinviare alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche. Anche l’offerta ospedaliera mostra una progressiva riduzione dei posti letto [[3,3 per 1.000 abitanti in Italia nel 2013 secondo i dati Eurostat, contro i 5,2 in media dei 28 Paesi Ue, 8,2 della Germania e 6,3 della Francia]].
La spesa sanitaria privata è aumentata negli scorsi due anni (+2,4% dal 2014 al 2015). Aumenta poi la compartecipazione dei cittadini alla spesa: +32,4% in termini reali dal 2009 al 2015 [[con un incremento più consistente della compartecipazione alla spesa farmaceutica: 2,9 miliardi, +74,4%]].
Il web non è un medico
L’accesso diretto all’informazione sanitaria, certamente enfatizzato dalle potenzialità praticamente infinite della rete, ha avuto un impatto dirompente anche sulla trasformazione della relazione medico-paziente. Il modello a cui si riferisce la quota maggiore degli italiani (50,9%) è la scelta terapeutica condivisa. Anche l’utente informato sul web ribadisce il ruolo strategico del medico come fonte principale di informazione sanitaria [[il 73,3% degli italiani cita il medico di medicina generale]], mentre circa un italiano su 5 ammette la funzione strategica di televisione e internet.
La quota di chi ritiene che troppe informazioni reperite sul web possano confondere chi non è esperto e che su questioni riguardanti la salute a decidere debbano essere i medici è cresciuta nel tempo [[passando dal 46,6% del 2006 al 54,5% del 2014]].
Nel 2016 quasi la metà degli italiani attribuisce al medico di medicina generale la responsabilità di dare informazioni circostanziate ai pazienti e di guidarli verso le strutture più adatte, a fronte del 12,1% che attribuisce a internet un ruolo strategico nella selezione delle strutture e dei professionisti attraverso la disponibilità di informazioni sicure e certificate sui servizi.
Sempre più anziani
I nuovi pensionati sono più anziani rispetto al passato e hanno anche redditi pensionistici mediamente migliori, come effetto di carriere contributive più lunghe e continuative nel tempo, e occupazioni in settori e con inquadramenti professionali migliori.
In generale, si registra un miglioramento della condizione socio-economica dei pensionati. Per 3,3 milioni di famiglie con pensionati le prestazioni pensionistiche sono l’unico reddito familiare e per 7,8 milioni i trasferimenti pensionistici rappresentano oltre il 75% del reddito familiare disponibile. Così, si stimano in 1,7 milioni i pensionati che hanno ricevuto un aiuto economico da parenti e amici. Ma i pensionati non possono essere considerati solo come recettori passivi di risorse e servizi di welfare, perché sono anche protagonisti di una redistribuzione orizzontale di risorse economiche.
Le malattie croniche sono diffuse
Nel 2015 il 69,9 per cento della popolazione residente ha dato un giudizio positivo sul proprio stato di salute, mentre il 38,3 per cento ha dichiarato di essere affetto da almeno una patologia cronica. Quelle più diffuse sono: l’ipertensione (17,1 per cento), l’artrosi/artrite (15,6 per cento), le malattie allergiche (10,1 per cento), l’osteoporosi (7,3 per cento). Lo ha scritto l’Istat nel suo Rapporto annuale pubblicato alla fine dello scorso anno.
Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età più adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 51,5 per cento, mentre tra gli ultra 75enni la quota raggiunge l’85,2 per cento.
Sempre tra gli over settantacinquenni avere più malattie croniche si attesta al 65,4 per cento. Tra gli anziani le patologie o condizioni croniche più diffuse sono: l’ipertensione (17,1 per cento), l’artrosi/artrite (15,6 per cento), le malattie allergiche (10,1 per cento), l’osteoporosi (7,3 per cento), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (5,6 per cento) nonché il diabete (5,4 per cento). Quest’ultimo può causare retinopatia diabetica così come la prima provoca la retinopatia ipertensiva.
L’impiego del laser per correggere la miopia e altri difetti può dare luogo a occhio secco, aloni, abbagliamento: nuovo studio condotto negli Usa
Occhio secco, immagini doppie, aloni e sensazione di abbagliamento. Dopo un tipo d’intervento laser per “correggere” la miopia chiamato Lasik si possono avere una serie di complicanze, analogamente a quando ci si sottopone ad altre operazioni chirurgiche (anche se ambulatoriali). Un nuovo studio condotto negli Usa [[condotto in centri di ricerca nel Maryland e in California. Ha partecipato anche il National Eye Institute di Bethesda]] si è premurato di rilevarne l’incidenza mediante un sondaggio anonimo, compilato in assenza del medico oculista. Complessivamente il livello di soddisfazione tra le persone operate è comunque risultato alto.
I risultati
A tre mesi dall’intervento 574 persone (in media trentenni) hanno dichiarato, nel 43-46% dei casi, di avere problemi visivi o di essere scontenti dei risultati. Questo nonostante la secchezza oculare e altri fastidi fossero diminuiti in confronto ai primi giorni successivi all’operazione.
Il 28% dei partecipanti che inizialmente avevano valori normali ha avuto sintomi di occhio secco, che sono perdurati almeno fino a tre mesi dall’intervento. Per questo il trattamento chirurgico laser per la miopia o altro difetto di refrazione è sconsigliato a chi già soffre di questa sindrome.
In ogni caso, il livello di soddisfazione della Lasik è rimasto elevato: dopo un trimestre gli insoddisfatti dei risultati visivi erano solo l’1-4 per cento, mentre l’intervento ha lasciato decisamente la “bocca amara” l’1-2 per cento dei casi.
Il 3 dicembre si è celebrata la Giornata internazionale delle persone con disabilità con l’Onu
“Molto resta da fare prima che le persone disabili possano realizzare il loro pieno potenziale in quanto membri eguali e apprezzati della società. Dobbiamo rimuovere gli stereotipi e le discriminazioni che perpetuano la loro esclusione e costruire un ambiente accessibile, favorevole e inclusivo per tutti”. Lo ha affermato Ban-Ki moon, Segretario generale dell’Onu, nel suo messaggio per la Giornata internazionale delle persone con disabilità che si è celebrato il 3 dicembre.
Dunque il Segretario delle Nazioni Unite ha sollecitato tutti “a intensificare gli sforzi e fermare la discriminazione, rimuovendo gli ostacoli ambientali e attitudinali che impediscono alle persone disabili di godere dei loro diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Lavoriamo insieme per costruire una partecipazione dei disabili piena ed eguale, in un mondo inclusivo e sostenibile che abbracci l’umanità in tutta la sua diversità”.
Decennale della Convenzione Onu sui disabili
Quest’anno c’è stato il decimo anniversario della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (ratificata da 166 Paesi). Complessivamente l’Oms stima che siano oltre un miliardo nel mondo, delle quali 285 milioni sono disabili visivi (39 milioni di ciechi e 246 milioni d’ipovedenti).
Le percentuali della disabilità stanno tra l’altro aumentando anche a causa dell’invecchiamento della popolazione e all’incremento delle malattie croniche. Le persone con disabilità hanno minor accesso ai servizi d’assistenza e perciò hanno esigenze sanitarie che non sono soddisfatte.
Quali sono gli obiettivi Onu
Quest’anno il tema portante è stato quello dei 17 obiettivi per il futuro che vogliamo (i Global Goals for Sustainable Development), che si mira a conseguire entro il 2030. L’iniziativa è stata lanciata dalle Nazioni Unite a settembre 2015, al fine di promuovere lo sviluppo internazionale sostenibile e migliorare il nostro mondo. Gli obiettivi sono i seguenti:
1. Lotta alla povertà
2. Lotta alla fame
3. Promozione della salute e del benessere per tutti e a tutte le età
4. Accesso ad un’istruzione di qualità
5. Parità di genere attraverso l’emancipazione delle donne e delle ragazze
6. Acqua pulita e servizi igienico-sanitari… Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienico-sanitari
7. Energia rinnovabile e accessibile… Assicurare la disponibilità di servizi energetici accessibili, affidabili, sostenibili e moderni per tutti
8. Promozione dell’occupazione e di una crescita economica inclusiva, sostenuta e sostenibile per tutti
9. Promozione dell’innovazione e delle infrastrutture
10. Riduzione delle diseguaglianze all’interno dei Paesi e fra un Paese e l’altro
11. Promozione di città e comunità sostenibili
12. Utilizzo responsabile delle risorse
13. Lotta al cambiamento climatico
14. Utilizzo sostenibile del mare
15. Utilizzo sostenibile della Terra
16. Promozione della pace e della giustizia
17. Partnership per lo sviluppo sostenibile.
Roma scelta per il 2017 in un progetto globale che affronta la malattia cronica. Il convegno organizzato dall’Ambasciata danese
Prevenire il diabete partendo dai grandi centri urbani. È Roma la metropoli scelta per il 2017 dal programma Cities Changing Diabetes® [[l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center con il contributo di Novo Nordisk che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore]], con l’obiettivo di evidenziare il legame fra questa malattia e le città, promuovendo iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia.
L’annuncio è stato dato nella Città eterna martedì 29 novembre, durante il convegno “Sustainable cities promoting urban health” [[organizzato nella capitale dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con Ministero della salute, Istituto Superiore di Sanità, SDU-National Institute of Public Health di Danimarca, ANCIAssociazione nazionale comuni italiani, Health City Institute, Danish Healthy Cities network, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei ministri]].
Secondo l’Oms i diabetici nel mondo hanno toccato la cifra record di 422 milioni.
Diabete, più rischi nelle realtà urbane
Per combattere il diabete – che tra l’altro comporta il rischio di retinopatia – è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare “città vivibili” (come Copenhagen). Insomma, occorre creare un ambiente urbano che promuova la salute.
Si stima che oggi oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivano in città metropolitane e megalopoli: Tokyo conta 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. Dieci anni fa, per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50%. Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità indicano che tale percentuale è in crescita. Nel 2030 si calcola che 6 persone su 10 vivranno in grandi agglomerati urbani.
Erik Vilstrup Lorenzen, Ambasciatore di Danimarca, ha dichiarato in proposito:
Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70 per cento. Allo stesso tempo, circa 400 milioni di persone soffrono di diabete e si prevede un aumento fino a 600 milioni nel 2035. A Copenaghen, la salute pubblica costituisce una responsabilità condivisa dell’intera città, e tutte le amministrazioni lavorano per il sostegno della salute e la riduzione dell’ineguaglianza salutare. Tutto ciò coinvolge la pianificazione urbana, ma anche gli asili nido, i programmi doposcuola e le aree sociali e dell’occupazione. Le politiche e le pianificazioni locali e nazionali (educazione, lavoro e settore residenziale inclusi), sono riconosciuti come elementi prioritari nella promozione della salute.
Su questi aspetti sono intervenuti diversi relatori, tra cui Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale dell’ANCI:
Le città stesse ed il loro modello di sviluppo sono oggi in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al crescente inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza.
Oggi sappiamo che vive nelle città il 64% delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di abitanti, e anche questo numero è destinato a crescere. Inoltre, la maggior parte di loro (l’80% circa) vive in Paesi a basso-medio reddito, dove gli agglomerati urbani si espandono più rapidamente. Vivere in città è associato a un peggioramento dello stile di vita: è un fattore chiave dell’aumento delle malattie non trasmissibili. Diversi studi internazionali evidenziano la connessione fra stile di vita degli abitanti delle aree urbane e prevalenza del diabete.
Spiega Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”:
Questa è una tendenza che, di fatto, negli ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro Pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale, soprattutto nei Paesi medio-piccoli cresce anno dopo anno.
Un filo sottile ma evidente lega il fenomeno dell’inurbamento alla crescita di malattie come il diabete. Non esiste infatti solo una suscettibilità genetica a sviluppare questa malattia, ma ci sono fattori ambientali legati allo stile di vita. Precisa quindi Lenzi:
Ciò significa che nel definire le politiche di lotta a questa malattia si deve tenere conto del contesto urbano in cui essa si manifesta: risulta fondamentale pianificare lo sviluppo e l’espansione delle città in ottica di prevenzione delle malattie croniche, per incoraggiare stili di vita salutari. I dati evidenziano come città che non considerano questi aspetti nell’urbanizzazione finiscano per contribuire alla crescita di patologie croniche, e questa situazione può diventare esplosiva dal punto di vista sanitario soprattutto nelle megalopoli. Vivere in città aumenta da 2 a 5 volte il rischio di sviluppare il diabete.
Il programma Cities Changing Diabetes® ha visto in questi primi anni il coinvolgimento di sette grandi città: Houston, Copenhagen, Tianjin, Shanghai, Vancouver, Johannesbourg e Città del Messico. Nel 2017 sarà, appunto, la volta di Roma.
Vedi il programma
Fonte originale: west-info.eu