Rapporto Censis: circa 11 milioni d’italiani hanno rinunciato o rinviato le prestazioni sanitarie, i posti letto sono diminuiti
La “scure” dei tagli non guarirà la sanità italiana. “Il progressivo restringimento del welfare legato agli obiettivi di finanza pubblica appare evidente nella dinamica recente della spesa sanitaria. Dal 2009 al 2015 si registra solo una lieve riduzione in termini reali della spesa pubblica”. Lo scrive il Censis nel suo 50° Rapporto presentato a Roma lo scorso 2 dicembre.
Gli effetti socialmente regressivi delle manovre di contenimento si traducono in un crescente numero di italiani (11 milioni circa) che, nel 2016, hanno dichiarato di aver dovuto rinunciare o rinviare alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche. Anche l’offerta ospedaliera mostra una progressiva
riduzione dei posti letto [[3,3 per 1.000 abitanti in Italia nel 2013 secondo i dati Eurostat, contro i 5,2 in media dei 28 Paesi Ue, 8,2 della Germania e 6,3 della Francia]].
La spesa sanitaria privata è aumentata negli scorsi due anni (+2,4% dal 2014 al 2015). Aumenta poi la compartecipazione dei cittadini alla spesa: +32,4% in termini reali dal 2009 al 2015 [[con un incremento più consistente della compartecipazione alla spesa farmaceutica: 2,9 miliardi, +74,4%]].
Il web non è un medico
L’accesso diretto all’informazione sanitaria, certamente enfatizzato dalle potenzialità praticamente infinite della rete, ha avuto un impatto dirompente anche sulla trasformazione della relazione medico-paziente. Il modello a cui si riferisce la quota maggiore degli italiani (50,9%) è la scelta terapeutica condivisa. Anche l’utente informato sul web ribadisce il ruolo strategico del medico come fonte principale di informazione sanitaria [[il 73,3% degli italiani cita il medico di medicina generale]], mentre circa un italiano su 5 ammette la funzione strategica di televisione e internet.
La quota di chi ritiene che troppe informazioni reperite sul web possano confondere chi non è esperto e che su questioni riguardanti la salute a decidere debbano essere i medici è cresciuta nel tempo [[passando dal 46,6% del 2006 al 54,5% del 2014]].
Nel 2016 quasi la metà degli italiani attribuisce al medico di medicina generale la responsabilità di dare informazioni circostanziate ai pazienti e di guidarli verso le strutture più adatte, a fronte del 12,1% che attribuisce a internet un ruolo strategico nella selezione delle strutture e dei professionisti attraverso la disponibilità di informazioni sicure e certificate sui servizi.
Sempre più anziani
I nuovi pensionati sono più anziani rispetto al passato e hanno anche redditi pensionistici mediamente migliori, come effetto di carriere contributive più lunghe e continuative nel tempo, e occupazioni in settori e con inquadramenti professionali migliori.
In generale, si registra un miglioramento della condizione socio-economica dei pensionati. Per 3,3 milioni di famiglie con pensionati le prestazioni pensionistiche sono l’unico reddito familiare e per 7,8 milioni i trasferimenti pensionistici rappresentano oltre il 75% del reddito familiare disponibile. Così, si stimano in 1,7 milioni i pensionati che hanno ricevuto un aiuto economico da parenti e amici. Ma i pensionati non possono essere considerati solo come recettori passivi di risorse e servizi di welfare, perché sono anche protagonisti di una redistribuzione orizzontale di risorse economiche.
Le malattie croniche sono diffuse
Nel 2015 il 69,9 per cento della popolazione residente ha dato un giudizio positivo sul proprio stato di salute, mentre il 38,3 per cento ha dichiarato di essere affetto da almeno una patologia cronica. Quelle più diffuse sono: l’ipertensione (17,1 per cento), l’artrosi/artrite (15,6 per cento), le malattie allergiche (10,1 per cento), l’osteoporosi (7,3 per cento). Lo ha scritto l’Istat nel suo Rapporto annuale pubblicato alla fine dello scorso anno.
Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età più adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 51,5 per cento, mentre tra gli ultra 75enni la quota raggiunge l’85,2 per cento.
Sempre tra gli over settantacinquenni avere più malattie croniche si attesta al 65,4 per cento. Tra gli anziani le patologie o condizioni croniche più diffuse sono: l’ipertensione (17,1 per cento), l’artrosi/artrite (15,6 per cento), le malattie allergiche (10,1 per cento), l’osteoporosi (7,3 per cento), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (5,6 per cento) nonché il diabete (5,4 per cento). Quest’ultimo può causare retinopatia diabetica così come la prima provoca la retinopatia ipertensiva.
Fonti originali: Censis, Istat








A tre mesi dall’intervento 574 persone (in media trentenni) hanno dichiarato, nel 43-46% dei casi, di avere problemi visivi o di essere scontenti dei risultati. Questo nonostante la secchezza oculare e altri fastidi fossero diminuiti in confronto ai primi giorni successivi all’operazione. 


e culturali. Lavoriamo insieme per costruire una partecipazione dei disabili piena ed eguale, in un mondo inclusivo e sostenibile che abbracci l’umanità in tutta la sua diversità”.
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Prevenire il diabete partendo dai grandi centri urbani. È Roma la metropoli scelta per il 2017 dal programma Cities Changing Diabetes® [[l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center con il contributo di Novo Nordisk che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore]], con l’obiettivo di evidenziare il legame fra questa malattia e le città, promuovendo iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia.
L’annuncio è stato dato nella Città eterna martedì 29 novembre, durante il convegno “Sustainable cities promoting urban health” [[organizzato nella capitale dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con Ministero della salute, Istituto Superiore di Sanità, SDU-National Institute of Public Health di Danimarca, ANCIAssociazione nazionale comuni italiani, Health City Institute, Danish Healthy Cities network, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei ministri]].
Oggi sappiamo che vive nelle città il 64% delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di abitanti, e anche questo numero è destinato a crescere. Inoltre, la maggior parte di loro (l’80% circa) vive in Paesi a basso-medio reddito, dove gli agglomerati urbani si espandono più rapidamente. Vivere in città è associato a un peggioramento dello stile di vita: è un fattore chiave dell’aumento delle malattie non trasmissibili. Diversi studi internazionali evidenziano la connessione fra stile di vita degli abitanti delle aree urbane e prevalenza del diabete.
Spiega Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “



Una maggiore efficienza sul piano della prevenzione e dell’assistenza sanitaria. La auspica l’Ocse per l’Unione europea affinché “‘vi sia un miglioramento dello stato di salute della popolazione ed una riduzione delle disuguaglianze in ambito sanitario”. Lo scenario che emerge da un nuovo Rapporto intitolato 
un adulto su cinque continua a fumare quotidianamente. È inoltre necessario intensificare gli sforzi volti a contrastare il consumo nocivo di alcol e l’obesità, questioni di sanità pubblica per le quali si osserva un tendenziale aumento in molti paesi dell’UE. Nel 2014, nei paesi dell’Unione, per più di un adulto su cinque è stato individuato aver abusato del consumo di alcol almeno una volta al mese. Lo stesso anno un adulto su sei (in media) è risultato affetto da obesità.
Circa 50 milioni di cittadini nell’Ue sono affetti da due o più malattie croniche e generalmente hanno più di 65 anni. Per questo, secondo l’Ocse:








al mondo. Nei questionari si sono presi, ad esempio, in considerazione il consumo d’olio d’oliva, vino, frutta, verdura, pesce e il basso consumo di carne e dei suoi derivati. Un ulteriore punto è stato assegnato nel caso in cui si sia assunta almeno una porzione di frutta e verdura al dì (considerata però decisamente insufficiente dagli esperti). Mentre è stata penalizzata un’assunzione eccessiva di pane bianco o di riso, è stato privilegiato invece il consumo di pane integrale (almeno cinque porzioni la settimana). Insomma, se non si mangia con gli occhi, si può almeno… mangiare per gli occhi.



Il Meridiano Sanità Index – elaborato da The European House-Ambrosetti (III rilevazione) – mostra come il nostro Paese manifesti un sensibile ritardo dalla media europea sul fronte dell’efficienza e appropriatezza dell’offerta sanitaria. Idem per quanto riguarda la capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni di salute, anche se va detto che persistono notevoli squilibri regionali (il Centro-Nord fa meglio del Sud Italia [[in coda si attestano Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, mentre ai primi quattro posti troviamo Emilia Romagna, Lombardia, Trentino Alto Adige e Toscana]]).
Sul fronte della qualità dell’offerta sanitaria siamo assolutamente in linea con l’Europa, mentre sul fronte dello stato di salute mostriamo (ancora) performance migliori della media tra 14 Paesi Ue (

patologie, l’informativa e il consenso, le modalità di raccolta e invio dei campioni, il sistema di screening neonatale con gli elementi della sua organizzazione, regionale o interregionale. Ciò serve a garantire l’intero percorso dello screening neonatale dal test di primo livello fino alla presa in carico del neonato, le modalità di comunicazione e richiamo e le iniziative di formazione e informazione. Bisognerà tuttavia attendere l’applicazione effettiva del Decreto a livello regionale. 












