Terapia genica per “difendersi” dalla retinite pigmentosa

Terapia genica per “difendersi” dalla retinite pigmentosa Una molecola sperimentale conferirebbe neuroprotezione ai fotorecettori retinici 15 luglio 2015 – Proteggere i fotorecettori è indispensabile per preservare le capacità visive. Una malattia genetica come la retinite pigmentosa, che causa la perdita progressiva del campo visivo a partire dalla periferia, attualmente è considerata incurabile. Ciò significa che, nelle persone colpite, è in atto un “conto alla rovescia” fino all’ipovisione e alla cecità. Eppure ci sono équipe di scienziati che stanno tentando la strada della terapia genetica. In particolare una squadra di ricercatori dell’Università di Oxford – in collaborazione con l’Università della Florida e l’ateneo dell’Australia occidentale – ha sperimentato un fattore protettivo dei fotorecettori chiamato CNTF. Quindi si mira a rendere più longeve cellule della retina che, per qualche ragione, hanno un codice geneticamente programmato per l’“autodistruzione” (apoptosi o morte cellulare). I risultati, attualmente ottenuti su cavie (topi di laboratorio), dovranno però essere confermati sugli esseri umani.

Fonti: Molecular Therapy , University of Oxford

La riabilitazione visiva messa a fuoco

La riabilitazione visiva messa a fuoco L’8 e il 9 luglio si è riunita a Roma una commissione internazionale di esperti 10 luglio 2015 – Due giorni di full immersion nel campo della riabilitazione visiva. Una Commissione composta da una decina d’esperti si è riunita a Roma l’8 e il 9 luglio per discutere di standard comuni da approvare. I lavori organizzati e voluti dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus e dal suo Polo Nazionale sono stati coordinati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il prossimo appuntamento è previsto a Roma a metà dicembre. Un numero d’esperti ancora più elevato sarà chiamato a partecipare per approvare un documento-guida di respiro mondiale in materia di riabilitazione visiva, che sarà declinato in vario modo a seconda del livello socioeconomico dei Paesi considerati. (Approfondisci la notizia)

Link utile: Piano d’azione Oms 2014-2019

Quanto i governi investono in salute

Quanto i governi investono in salute Nuovo rapporto Ocse: italiani meno soddisfatti della media dell’assistenza sanitaria pubblica 7 luglio 2015 – Siamo tra i tre Paesi Ocse che prescrivono più antibiotici e, al contempo, dove sono in atto più sforzi per contenere la spesa sanitaria statale. Attualmente gli italiani sono però meno soddisfatti del proprio sistema sanitario nazionale: sono passati da un livello di gradimento del 56% nel 2007 al 48% del 2014, nettamente al di sotto della media dei 34 Paesi economicamente più sviluppati (dove il 71% si dichiara soddisfatto). Peggio di noi fanno comunque la Polonia, il Cile e la Grecia. In Italia il “morso” della crisi si fa sentire anche nel campo sanitario: “Una più alta quota della popolazione italiana – scrive l’Ocse –, particolarmente quella a basso reddito, riferisce di non soddisfare, in qualche modo, le necessità di cura per ragioni finanziarie o altre ragioni, in particolare di esami medici”. Insomma, per motivi economici ci sono persone che rinunciano a visite, esami e medicine. Senza parlare delle differenze regionali, tanto che in passato il Ministero della Salute ha descritto una situazione “a macchia di leopardo”. Per questo, evidenzia l’Ocse, “la sfida per l’Italia è quella di migliorare l’accesso e la qualità delle cure per la popolazione di tutte le regioni, in un contesto di forti riduzioni del bugdet”. Eppure la spesa sanitaria statale in Italia è ancora a buon livelli (14,1% della spesa pubblica) e anche la spesa personale diretta per farmaci ed esami è in linea con la media Ocse, sebbene quest’ultima sia più alta rispetto a Francia e Germania. I Paesi europei dell’Ocse dove si è registrata una maggiore riduzione annuale della spesa statale pro capite (nel periodo 2009-2013) sono l’Irlanda (-3,6%), la Grecia (-3,3%), la Spagna (-1,9%), l’Islanda (-1,6%) e la Gran Bretagna (-1,5%). La spesa pubblica più elevata in rapporto al prodotto interno lordo (Pil) si è osservata in Finlandia, Francia e Danimarca. In Italia resta, com’è noto, il grande fardello del debito pubblico (il 143% del Pil contro una media Ocse di circa il 118%), nonostante gli sforzi in campo fiscale diano qualche risultato positivo.

Fonte: Ocse (Oecd)

Sanità Ue, pochi investimenti pubblici in prevenzione

Sanità Ue, pochi investimenti pubblici in prevenzione Le malattie croniche sono un problema crescente: è in atto l’invecchiamento demografico 26 giugno 2015 – La prevenzione, questa dimenticata. L’Unione europea le dedica solo circa il 3% delle spese sanitarie, mentre il restante 97% viene stanziato per le cure. Questa scelta rischia però di essere “miope” nel medio e nel lungo periodo. Sono queste le percentuali citate nel nuovo Libro Bianco intitolato “Il sistema sanitario alla prova della sostenibilità”, uno studio realizzato grazie a un modello di micro-simulazione della domanda sanitaria in Europa (Italia e altri 12 Paesi). La ricerca è stata condotta per un biennio da un gruppo di lavoro internazionale, che si è basato su studi precedenti e si è avvalso di strumenti messi a punto dal Ceis-Università di Tor Vergata anche in collaborazione con l’Ocse. L’invecchiamento della popolazione ha già provocato un incremento delle malattie croniche. Si prevede che aumenteranno principalmente le persone obese o in sovrappeso, gli ipertesi e i diabetici. Soprattutto in quest’ultimo caso è necessario un attento controllo degli zuccheri nel sangue (la loro concentrazione è detta glicemia): il diabete può creare, se non trattato, seri danni alla retina. In tutti questi casi investire maggiormente in prevenzione significa, in prospettiva, evitare maggiori danni e una minore spesa sanitaria. Lo scenario che si prospetta è a tinte fosche senza interventi specifici: nel 2050 il 37% degli europei avrà più di 60 anni. Quindi le malattie croniche peseranno per oltre l’80% sulla spesa sanitaria. Tra l’altro obesità e sovrappeso cresceranno nella maggior parte dei Paesi Ue, coinvolgendo oltre la metà della popolazione. Insomma, bisogna avere sin d’ora un occhio di riguardo per la prevenzione, che passa per migliori stili di vita e una corretta alimentazione.

Fonti di riferimento: Il Sole 24 Ore Sanità , “Il sistema sanitario alla prova della sostenibilità” (Libro Bianco)

Meno ospedali in Italia

Meno ospedali in Italia Annuario del Servizio Sanitario Nazionale: -3,2% delle strutture pubbliche tra il 2009 e il 2012. Posti letto al 3,9 per mille abitanti, inferiori alla media Ue 22 giugno 2015 – I cittadini italiani assistono a un progressivo taglio dei posti letto riconducibile anche alla chiusura di alcuni ospedali. Secondo l’ultimo Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN ), tra il 2009 e il 2012 si è avuta una riduzione del 3,2% di strutture pubbliche. In molti casi già c’erano state riconversioni e accorpamenti di strutture ospedaliere. A livello nazionale sono disponibili 3,9 posti letto ogni 1.000 abitanti, di cui quelli per malati acuti sono 3,3. Complessivamente ci sono oltre 200 mila letti per la degenza ordinaria (ricoveri classici), ma gli interventi possono avvenire anche in day hospital (più di 17.500 posti) e in day surgery (quasi 8.400 posti, tra cui quelli per la cataratta ). Il numero dei posti letto in Italia certamente è al di sotto della media dell’Unione europea, che si attesta attorno a 5,5 posti per 1.000 abitanti. Si consideri che, nel nostro Paese, su 1.091 istituti di cura esistenti, oltre la metà sono pubblici (53%). L’Umbria (con 3,6 posti letto per 1.000 abitanti) e la Campania (con 3,2 posti) sono fra le Regioni con la minore disponibilità di ricovero. Invece a livello nazionale i letti destinati alla riabilitazione e alla lungodegenza sono 0,6 ogni 1.000 abitanti, con una notevole variabilità regionale.

Fonte di riferimento: Ministero della Salute

Ultima modifica: 27 agosto 2015

Quel cristallino poco limpido

Quel cristallino poco limpido Individuati ulteriori geni che contribuiscono alla formazione della cataratta. Un corretto stile di vita può contribuire a prevenirla 19 giugno 2015 – Vederci chiaro riguardo ai motivi che rendono opaco il nostro cristallino. Un passo avanti in questa direzione l’hanno fatto ricercatori americani e giapponesi, che hanno appena pubblicato un raffinato studio sulla rivista Human Genetics . Essi hanno rivelato che esiste una rete di geni che non controllano direttamente il cristallino, ma sono comunque associati alla cataratta. In particolare, scrivono i ricercatori, ci sono molte cause che rendono il cristallino opaco, tra cui lo stress ossidativo e l’alterazione della sintesi degli steroli (negli esseri umani il colesterolo). Il che, tradotto in altri termini, consente di dedurre che un corretto stile di vita e una corretta alimentazione contribuiscono a prevenire la cataratta, come già riscontrato in precedenti studi empirici; ma è anche importante proteggersi con occhiali da sole dotati di filtri a norma di legge. I ricercatori dell’Università del Daleware (Usa) e dell’Università di Tohoku (Giappone) hanno individuato – utilizzando cavie geneticamente modificate – due fattori di regolazione chiamati Mafg e Mafk : sono i nuovi candidati associati alla formazione della cataratta con funzioni riconosciute che, tra l’altro, prescindono dai geni tradizionalmente associati al cristallino.

Leggi anche: “ Più attività fisica, minor rischio di cataratta

Fonte: Human Genetics

Ultima modifica: 22 giugno 2015

Riflettori puntati sulla copertura sanitaria universale

Operazione di cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright)

Operazione di cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright)Riflettori puntati sulla copertura sanitaria universale Oms e Banca mondiale: 400 milioni di persone non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali Le operazioni di cataratta sono una delle ‘cartine di tornasole’ con cui si può giudicare il livello di copertura sanitaria di un Paese. Assieme ad altri indicatori – come l’incidenza della disabilità visiva e il personale oculistico – sono state adottate dall’Oms e dalla Banca mondiale, che recentemente hanno pubblicato un rapporto internazionale sui sistemi sanitari nazionali. Persona affetta da cataratta in Burkina Faso (Foto cortesia di A. Gianfortuna-copyright) In 23 Paesi a reddito medio-basso le operazioni di cataratta vengono effettuate – tra gli ultracinquantenni – in una percentuale variabile tra il 14% della Guinea-Bissau (2010) e il 67% dell’Argentina (2013). Complessivamente 400 milioni di persone (su una popolazione di oltre sette miliardi) non hanno ancora accesso ai servizi sanitari essenziali. Pertanto, tra gli obiettivi elencati dalle politiche mondiali compaiono la promozione dell’assistenza sanitaria, la prevenzione delle malattie, il loro trattamento, la riabilitazione e le cure palliative. “Questo rapporto risveglia le nostre coscienze: dimostra che siamo bel lontani da una copertura sanitaria mondiale. Dobbiamo estendere l’accesso alla salute e proteggere i più poveri dalle spese sanitarie che li mettono duramente alla prova finanziariamente”, ha affermato Tim Evans, Direttore del settore Salute presso la Banca Mondiale. Quest’ultima istituzione fa presente come vada eliminata la povertà estrema. Infatti, nonostante i progressi compiuti, ci sono persone a cui manca persino l’assistenza sanitaria di base. Per questo si raccomanda, congiuntamente con l’Oms, che “i Paesi che perseguono la copertura sanitaria universale raggiungano un obiettivo minimo di copertura dell’80% della popolazione a livello di accesso ai servizi sanitari”.

Fonte: Who

Pagina pubblicata il 18 giugno 2015

Abilità visive superiori per piccoli autistici

Abilità visive superiori per piccoli autistici Già a nove mesi si può prevedere la malattia neuropsichiatrica studiando i movimenti dello sguardo 15 giugno 2015 – Autismo e abilità visive superiori possono essere associati. Dunque movimenti oculari caratteristici possono aiutare i ricercatori a diagnosticare precocemente la malattia neuropsichiatrica. Studiando le abilità visive di bambini di 9 mesi alcuni ricercatori britannici sono riusciti a prevedere i sintomi autistici (manifestati a 15 mesi e a 2 anni). Un gruppo di ricercatori dell’Università di Londra e del King’s College ha utilizzato un dispositivo per monitorare i movimenti oculari (eye tracking), in modo da studiare come si guardavano alcune lettere (O, S, V) e il simbolo più (“+”), presentati simultaneamente ad altri “distrattori” (lettera X). Lo studio è stato condotto su un centinaio di bambini, dei quali 82 a rischio (con altri casi di autismo in famiglia). “Oltre ai sintomi tipici (ovvero le difficoltà nell’interazione sociale e nella comunicazione e ai comportamenti limitati e ripetitivi) l’autismo – si legge su Current Biology – è caratterizzato anche da aspetti di percezione superiore”.

Fonte: Cell Press

Come il cristallino preserva la sua trasparenza

Come il cristallino preserva la sua trasparenza Si tratta di una fine regolazione proteica: se funziona male si forma la cataratta 10 giugno 2015 – La trasparenza del cristallino è “amica” di una vista limpida. La si può mantenere se le proteine non si accumulano impropriamente nella lente dei nostri occhi, ma invece due proteine “buone” fungono da validi “spazzini”. Anche in questo caso le cavie si sono rivelate preziose: hanno consentito di studiare l’FE65 e l’FE65L1, proteina precorritrici dell’amiloide, coinvolte tra l’altro nella malattia di Alzheimer (che causa riduzione o perdita della memoria). Una loro assenza provoca nei topi cataratta e debolezza muscolare; ma presumibilmente i risultati si potranno estendere anche agli esseri umani. I ricercatori hanno esaminato e confrontato occhi e muscoli di topi divisi in quattro gruppi: uno deprivato della proteina FE65, un altro della FE65L1, un terzo di entrambe e un quarto senza alcuna manipolazione genetica (gruppo di controllo). Ebbene, il terzo gruppo – quello senza i geni che sintetizzano le proteine FE65 e FE65L1 – ha sviluppato una degenerazione del cristallino associata a cataratta e debolezza muscolare (astenia). Qual è il nesso tra il DNA e la trasparenza del cristallino? Lo americano studio dimostra che l’espressione della laminina – una proteina fibrosa “pilota” che regola l’interazione tra cellule superficiali del cristallino (epiteliali) e la capsula che lo avvolge – viene gravemente alterata nelle cavie a cui sono stati cancellati i due geni prima citati. “Queste scoperte rivelano che FE65 e FE65L1 – scrivono i ricercatori sul Faseb Journal – sono essenziali per il mantenimento della trasparenza del cristallino e la loro perdita produce fenotipi (manifestazioni visibili, ndr) nel cervello, negli occhi e nei muscoli che sono comparabili, negli esseri umani, con le caratteristiche cliniche delle distrofie muscolari congenite”.

Fonti: Federation of American Societies for Experimental Biology, Faseb Journal

Presbiopia “campionessa”

Presbiopia “campionessa“ Il difetto tipico degli over 40 è oggi più diffuso che in passato perché la popolazione è aumentata ed è invecchiata. Dal mal di schiena al glaucoma, ecco le cause di disabilità mondiale secondo The Lancet Sempre più presbiti a “spese” della buona vista da vicino. Se la miopia è il vizio visivo più diffuso da lontano (in Italia ce l’ha una persona su quattro), la presbiopia è molto comune dopo i 40 anni: crea difficoltà a leggere e a svolgere altre attività a distanza ravvicinata. Uno studio pubblicato da The Lancet rileva che, tra il 1990 e il 2013, i presbiti nel mondo sono passati da circa 520 milioni a oltre 774 milioni. In più di sette casi su dieci la presbiopia non viene corretta : spesso a chi vive nei Paesi in via di sviluppo mancano gli occhiali. Principalmente l’aumento della presbiopia è dovuto a una crescita della popolazione mondiale e al suo invecchiamento. Si stima che la popolazione terrestre superi attualmente i sette miliardi, mentre nel 1990 era pari a poco più di cinque miliardi. I Paesi più popolosi al mondo sono la Cina, l’India e gli Stati Uniti. Se le tre principali cause di disabilità sono il mal di schiena (lombalgia), la depressione grave e l’anemia per carenza di ferro, a livello visivo sono il glaucoma , la cataratta , la degenerazione maculare e i difetti refrattivi non corretti (miopia, astigmatismo, ipermetropia). Non considerando la presbiopia, nel 1990 c’erano 137 milioni di persone colpite da una riduzione visiva moderata/grave, mentre due anni fa solo salite a 79 milioni circa. Complessivamente la percentuale di anni vissuti in disabilità ha avuto un incremento di oltre dieci punti percentuali in meno di un quarto di secolo: è passata dal 21,1% del 1990 al 31,2% del 2013. “La causa più importante di disabilità visiva sul piano della prevalenza e degli anni vissuti in disabilità (YLDs) – concludono i ricercatori su The Lancet – sono i difetti refrattivi non corretti”. Infine non va trascurata la perdita della vista di origine traumatica, soprattutto dovuta a un corpo estraneo penetrato negli occhi. Questi danni sono in gran parte prevenibili mediante opportuni accorgimenti, ad esempio mettendo occhiali o mascherine protettive.

Fonte: The Lancet

Pagina pubblicata il 9 giugno 2015.

Ultima modifica: 11 giugno