Staminali retiniche, metà delle cavie riprende a vedere

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Esperimento condotto in Giappone sui topi: le cellule staminali pluripotenti riprogrammate hanno stabilito nuove connessioni neuronali

staminali-pluripotenti-indotte-ipscs-immagine_cortesia_m.takahashi_et_al-stem_cell_reports-volume8-pp.69-83-jan_2017.jpgNon è un miracolo terapeutico; eppure un barlume di speranza si è acceso per chi è affetto da malattie retiniche degenerative incurabili. La strada delle cellule staminali retiniche è oggi più spianata che in passato: chi è affetto da retinite pigmentosa oppure chi è stato colpito da degenerazione maculare potrà forse, un giorno, recuperare la vista perduta.

Per ora in questo campo gli esperimenti vengono condotti in Giappone soprattutto sulle cavie di laboratorio: metà di esse sono riuscite a recuperare parzialmente la vista per trovandosi agli ultimi stadi della degenerazione retinica. Sì, insomma, molti topolini ciechi hanno ripreso a vedere. Che ciò fosse vero i ricercatori nipponici lo hanno osservato perché gli animaletti erano di nuovo capaci di seguire un percorso luminoso per fuggire da un pavimento elettrificato fino a uno spazio contiguo tranquillo.

Cosa sono le staminali pluripotenti indotte?

Cavia di laboratorioLe cellule staminali pluripotenti indotte vengono ottenute da cellule adulte che vengono “ringiovanite” grazie a un’avanzata tecnica genetica. Poi devono però essere opportunamente indirizzate nel loro sviluppo. Ebbene, i ricercatori dell’Istituto Riken sono riusciti a farle “attecchire” nella retina del ricevente dopo averle fatte sviluppare in laboratorio. Ora la sfida sarà non solo farle sopravvivere a lungo, ma applicare una tecnica analoga anche sugli esseri umani. Scrivono gli scienziati giapponesi:

La degenerazione retinica è generalmente una malattia ereditaria caratterizzata dalla morte dei fotorecettori – i neuroni fotosensibili dell’occhio – che, alla fine, porta alla cecità. Mentre molti ricercatori hanno tentato di trattare la malattia mediante il trapianto di retina […], nessuno era riuscito a trapiantare i fotorecettori in modo che si connettessero funzionalmente alle cellule del ricevente e inviassero dei segnali visivi alla retina e al cervello.

Fino ad oggi l’uso terapeutico reale delle staminali è stato limitato essenzialmente alla cornea (superficie oculare), alle cellule della pelle (per rigenerare, ad esempio, i tessuti ustionati) e a quelle del sangue (per trattare la leucemia). Tuttavia nuove prospettive si dischiudono grazie a questo nuovo esperimento che fa sognare un’eventuale rigenerazione retinica mediante staminali ottenute da cellule adulte (prelevate dalla persona malata). [[Purtroppo non sono pochi i casi in cui le staminali – queste cellule della speranza – sono state proposte persino in modo illecito ovvero con impiego pseudoterapeutico, fantomatiche cure che non hanno alcun fondamento scientifico. Dunque è sempre opportuno verificare la correttezza delle proposte consultando diversi medici per avere una valutazione sulla fondatezza scientifica dei trattamenti (tra l’altro si può anche consultare in inglese l’elenco degli studi internazionali più accreditati nel campo medico all’indirizzo www.pubmed.gov).]]

Fonti: Stem Cell Reports, Cell Press, Riken

Se lo smartphone secca gli occhi

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Secondo un nuovo studio coreano condotto su 916 bambini il suo uso prolungato è un importante fattore di rischio della secchezza oculare

cellulare-ragazza-foto_freedigitalphotos.net.jpgStare incollati a uno smartphone molte ore al giorno aumenta molto il rischio di occhio secco in età pediatrica. È quanto conclude uno studio coreano condotto su 916 bambini dall’Università Chung Ang (Seoul) e pubblicato su BMC Ophthalmology. Tuttavia c’è un rimedio tanto semplice quanto antico: trascorrere del tempo all’aria aperta, che naturalmente secondo i ricercatori avrebbe un “effetto protettivo”. In ogni caso, la sindrome dell’occhio secco può avere diverse cause (è multifattoriale), dunque gli esiti di un migliore stile di vita potrebbero essere differenti.

Come si è svolto lo studio

Per circa sei mesi sono state effettuate in Corea visite oculistiche su bambini che frequentavano le scuole primarie. È stata controllata la loro acuità visiva, lo stato della loro superficie oculare e il tempo di rottura del film lacrimale (tear break-up time). A ciò si è aggiunto un questionario somministrato sia ai bambini che ai loro genitori [[valutazione del tempo medio trascorso di fronte a smartphone, computer e televisione; tempo speso a leggere e a scrivere; attività svolte fuori casa; eventuali allergie, ecc.]].

Le conclusioni

occhi_azzurri_bambino_foto-hodan-web.jpgI bambini che soffrivano di occhio secco (il 6,6%), presumibilmente in associazione al cellulare, hanno dovuto sospenderne l’uso per quattro settimane prima di vedere migliorare i propri sintomi soggettivi e i segni oggettivi. Un’attività regolare all’aria aperta e alla luce solare è, comunque, consigliabile.

Ovviamente per chi soffre di occhio secco può essere utile instillare lacrime artificiali e utilizzare eventualmente anche altri umettanti oculari (come i gel notturni). Chi dovesse soffrire di fastidi oculari trascorrendo e trascorre quotidianamente molto tempo di fronte allo schermo del proprio disturbi potrebbe considerare una migliore regolazione della luminosità del dispositivo e l’opportunità di più frequenti interruzioni periodiche dell’impiego dello schermo (si leggano in proposito i consigli utili).

Fonte: BMC Ophthalmology

Oltre un quarto delle famiglie rinuncia o rinvia le cure

Sala Zuccari del Senato (foto d'archivio)

Presentato a Roma il 14° Rapporto sull’attività ospedaliera in Italia: il modello universalistico appare incrinarsi

1-12-photospip73138a1d927c974f1508aa6b9086c026.jpgStiamo assistendo al logoramento del sistema sanitario ospedaliero italiano dove, a fronte di un tendenziale aumento dei ticket, spesso non corrispondono servizi proporzionalmente migliori. Lo scorso anno circa il 26% delle famiglie italiane ha rimandato una o più prestazioni sanitarie oppure ha rinunciato del tutto a curarsi. Solo il primo gruppo di chi ha rinviato le cure è composto da 4-8 milioni d’italiani. Ciò può naturalmente causare un peggioramento dello stato di salute della popolazione. Tutto ciò si legge nell’ultimo volume intitolato “Ospedali &Salute 2016”, presentato il 12 gennaio presso il Senato della Repubblica: si tratta del 14° Rapporto annuale curato da Ermeneia e dall’Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop).

Maggiori spese, peggiore qualità percepita

posto_letto-chiaroscuro-web-2.jpgLa qualità percepita delle cure è mediamente in riduzione. Tra l’altro dal 2009 al 2015 sono aumentati gli oneri per i cittadini: i ticket che bisogna pagare per le prestazioni sanitarie sono cresciuti in media, in Italia, del 40,6%, quelli per le visite intramoenia negli ospedali pubblici del 21,9% e i ticket per i farmaci del 76,7%. Al contrario si è ridotto il numero dei posti letto (-9,2%), dei ricoveri (-18,3%) e delle giornate di degenza (-14%) tra il 2009 e il 2014. Nonostante questo, per la prima volta si vedono anche timidi segnali positivi.

Si legge nello studio:

Dalle analisi condotte e dal confronto con gli altri Paesi europei emerge un processo di deflazione da sottofinanziamento. Nel triennio 2012-2014, infatti, la spesa sanitaria pubblica risulta ancorata al 6,8% del PIL, mentre risulta in crescita quella degli altri Paesi G7 (8,2%). Anche la spesa ospedaliera pubblica complessiva è ferma nel nostro Paese al 3,9% del Pil.

Rivedere l’organizzazione nel pubblico

Dunque si ha un’offerta di servizi sempre più inadeguata, una crescita dei costi per gli utenti, una percezione di un peggioramento del sistema e un fenomeno di rimando o rinuncia alle cure. Bisogna inoltre considerare l’inefficienza della “macchina” ospedaliera pubblica, che dovrebbe rivedere le modalità organizzative e gestionali. Se ciò avvenisse ci potrebbero avviare nuovi investimenti per migliorare le strutture, le attrezzature e i servizi.

Il modello universalistico sembra incrinarsi

Il mantenimento del modello attuale rischia d’ipotecare il principio universalistico e solidale del nostro Sistema Sanitario Nazionale. Diventa perciò necessario procedere a un’operazione di “manutenzione straordinaria” a livello ospedaliero.

Conclude allora il presidente dell’AIOP Gabriele Pelissero:

Dopo anni di tagli e contrazione della crescita dell’intero sistema sanitario, presidente_aiop_gabriele_pelissero-web.jpgquest’anno per la prima volta abbiamo intravisto qualche segnale di inversione di tendenza, ma ci sono ancora macigni ingombranti da eliminare, quali ad esempio il tentativo di limitare fortemente la mobilità interregionale e di conseguenza il diritto del paziente di scegliere liberamente il luogo di cura. Sarà necessario intraprendere un percorso evolutivo che conduca verso forme di neo-welfare… Tutto questo, allo scopo di ridisegnare un sistema di protezione e promozione della salute che rispetti il principio universalistico e solidale, ma che sia anche compatibile con le condizioni che viviamo oggi e che vivremo domani.

Fonte di riferimento: Aiop

Amatrice, check-up oculistici tra le nevi

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Grazie a un’Unità mobile della IAPB Italia onlus proseguono tra i terremotati i controlli gratuiti della vista

umo-iapb_italia_onlus-amatrice-10_gennaio_2017-web-1.jpgTra i monti innevati, nella zona alta di Amatrice (Rieti), sono proseguiti anche il 10 gennaio 2017 i check-up oculistici gratuiti. Un’attività che, mirando a una diagnosi precoce, può contare su un’Unità mobile oftalmica attrezzata, in virtù di un protocollo d’intesa siglato lo scorso anno tra l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus e la Asl reatina.

Il camper della Sezione italiana della IAPB staziona, nel paese laziale, in piazzale Don Minozzi ( dalle 9 alle 14). I primi controlli umo-iapb_italia_onlus-amatrice-10_gennaio_2017-web-2.jpgoculistici gratuiti – che vanno ad integrare le altre attività mediche presenti sul luogo – sono iniziati il 4 ottobre 2016.

L’attività di prevenzione – attraverso una forte presenza sul territorio – proseguirà ad Amatrice almeno sino al 3 maggio 2017, generalmente il primo e l’ultimo martedì del mese.

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Alla ricerca della neurorigenerazione

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Usa: si punta a preservare il nervo ottico bloccando l’azione dello zinco dopo il trauma

nervo_ottico-sopravvivenza_cellule_bloccando_lo_zinco-immagine-boston_children_s_hospital-photospip8df378748347122b253f4cbf99cf17ef.jpgUno dei sogni dell’oculistica è la rigenerazione del nervo ottico. Ricercatori americani di alto profilo hanno ottenuto nuovi risultati su cavie. La sperimentazione è avvenuta iniettando nel bulbo oculare dei topi di laboratorio una sostanza sperimentale chelante che inibisce l’azione dello zinco in forma libera.

Infatti ricercatori del Boston Children’s Hospital, del MIT e della Harvard University si sono resi conto che il livello degli ioni zinco (Zn2+) aumenta, dopo il trauma, tra gli interneuroni retinici. Insomma, esiste un “freno a mano” che rallenterebbe o bloccherebbe una spontanea rigenerazione del nervo ottico.

Dopo una sola ora dal danno al nervo ottico, i livelli degli ioni zinco aumentano di molte volte nelle cellule retiniche amacrine. Le iniezioni intravitreali sperimentali possono “aumentare le chances di sopravvivenza” di queste cellule nervose, consentendo di ottenere “effetti rigenerativi”. Nel complesso, se si interviene nei primi giorni dopo il trauma con una doppia iniezione nel bulbo, si otterrebbe un miglioramento del numero di neuroni fino al 40 per cento circa rispetto ai non trattati. Per confermare questi risultati i ricercatori hanno anche inibito un gene responsabile della sintesi dello zinco.

Se questi risultati saranno confermati, gli esperimenti potrebbero essere ripetuti sugli esseri umani. Tuttavia resta uno scetticismo diffuso all’interno della comunità scientifica, che considera la rigenerazione dei neuroni un risultato difficilissimo da ottenere. Basti pensare che, in ricerche precedenti, nel migliore dei casi si è ottenuta una rigenerazione neuronale dell’1 per cento circa.

Fonte: Proc. Natl. Acad. Sci. U S A

Occhio secco, correlazione con ansia e depressione

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Metanalisi effettuata su circa tre milioni di persone: il rischio è quasi triplo in chi soffre di questi disturbi dell’umore

depresso-sagoma.jpgIl cosiddetto “male oscuro” può avere ripercussioni sul piano oculare. Ansia e depressione sono una possibile causa di occhio secco. Insomma, non esistono solo motivazioni strettamente fisiche[ad esempio riscaldamento troppo alto e non umidificato oppure aria condizionata troppo forte]] (ambientali), disfunzioni dell’apparato lacrimale o altre malattie oculari oppure complicanze d’interventi chirurgici [[che coinvolgono la superficie oculare, ad esempio il laser per correggere un difetto refrattivo oppure la cataratta]], ma può esserci anche una base psicosomatica della sindrome. Lo sostengono tre ricercatori di Hong Kong (Cina) che hanno effettuato un’ampia analisi dei dati raccolti su circa tre milioni di persone. Di fatto – si legge sulla rivista [Eye – ci sarebbe un rischio quasi triplo che un depresso o un ansioso soffra anche di occhio secco.

Precedenti studi concordano

instillazione-lacrime-artificiali-occhi_azzurri-web.jpgAnche precedenti studi – tra cui uno condotto in Turchia pubblicato su Current Eye Research – hanno evidenziato il nesso tra depressione e secchezza oculare. Quindi scrivono gli autori:

Riteniamo che sia importante, per gli psichiatri, tenerne conto, specialmente quando prescrivono antidepressivi che possono aggravare i sintomi dell’occhio secco.

Anche un altro studio – condotto in Nord Carolina (Usa) su oltre 460 mila persone – è pervenuto alla conclusione che esiste una “correlazione statisticamente significativa tra la sindrome dell’occhio secco e i casi di depressione e ansia”.

Fonti: Eye, Curr. Eye Res., American Journal of Ophthalmology

Pediatri Usa: sottovalutata la retinopatia del prematuro

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Una diagnosi tempestiva può salvare la vista dei neonati. Però negli Stati Uniti i livelli d’intervento sono difformi

rop-retina-grave_foto_adhb.govt.nz_-photospip62cdd67c5acab7ae005e9aa8b4ba33d7.jpgSalvare la retina di un neonato può significare consentirgli di vedere per il resto della propria vita. Eppure la cosiddetta retinopatia del prematuro (ROP) negli Stati Uniti è ancora sottovalutata, soprattutto a causa di un insufficiente apporto di professionisti nelle Unità di terapia intensiva neonatale. A denunciarlo è la rivista dei pediatri americani [[Rebecca J. Vartanian, Cagri G. Besirli, John D. Barks, Chris A. Andrews, David C. Musch, “Trends in the Screening and Treatment of Retinopathy of Prematurity”, Pediatrics Dec 2016, e20161978; DOI: 10.1542/peds.2016-1978]] sulla base di un sondaggio condotto tra i medici.

Secondo gli autori dello studio – Rebecca J. Vartanian, neonatologa dell’Università del Michigan, e i suoi colleghi del Kellogg Eye Center – oltre un quarto (28%) delle Unità di terapia intensiva neonatale statunitensi non fornisce un trattamento adeguato in caso di ROP.neonato_e_adulto-mani-2-photospip18ab36729ba73f6b347e30430fab43c7.jpg

Negli Usa attualmente i neonati che pesano fino a 1,5 kg, nati prima della trentunesima settimana, vengono visitati di prassi da un oculista. Tuttavia solo il 21 per cento degli specialisti ricorre alla diagnostica per immagini della retina.

Nel 2014 una sperimentazione clinica multicentrica, sponsorizzata dal National Eye Institute, ha dimostrato che la telemedicina è efficace: quest’approccio può potenzialmente dare a milioni di prematuri nel mondo un accesso più vasto a cure salva-vista. Ad esempio, tra i trattamenti più frequenti, c’è il laser fotocoagulativo (85% dei casi), a cui seguono le iniezioni intravitreali (circa un quinto dei casi).

Fonti: Pediatrics, University of Michigan Health System

Se gli antipertensivi prevengono il glaucoma

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Studio condotto su 2,6 milioni di danesi: l’ipertensione arteriosa potrebbe favorire la malattia oculare

occhio-glaucomatoso-web.jpgStrano che non lo avessero scoperto prima. C’è infatti una relazione controversa tra il glaucoma – la prima causa di cecità irreversibile al mondo – e l’alta pressione arteriosa. Potrebbe suonare intuitivo che una pressione oculare alta sia associata all’ipertensione sistemica; eppure scientificamente non sembrava così. Però anche la comunità scientifica può sempre cambiare idea sulla base di nuovi dati.

Ci voleva uno studio basato su grandissimi numeri – pubblicato su Hypertension e condotto su oltre 2,6 milioni di persone (tutta la popolazione danese tra i 40 e i 95 anni) – per accorgersi che i farmaci glaucoma-visione_tubulare-web.jpgcontro l’ipertensione arteriosa possono tardare l’insorgenza del glaucoma, malattia soprannominata il “ladro silenzioso della vista”: può danneggiare il campo visivo fino a farlo restringere (visione tubulare), spesso a causa di una pressione eccessiva dell’umor acqueo che provoca una sofferenza delle cellule del nervo ottico (papilla).

Una scoperta che, se sarà confermata da ulteriori studi, potrà persino far cambiare i protocolli terapeutici che oggi si basano sull’instillazione quotidiana di colliri ipotensiviinstillazione_collirio-med-web.jpg; in casi estremi si ricorre però a un intervento chirurgico chiamato trabeculectomia.

Scrivono i ricercatori universitari danesi e americani:

Per quanto è a nostra conoscenza nessuno studio precedente ha potuto beneficiare di un così ampio insieme di dati relativo all’intera popolazione né – cosa importante – ha stimato l’effetto causale dei trattamenti ipertensivi sul rischio di sviluppare il glaucoma.

Tuttavia va precisato che non è assolutamente detto che chi soffre d’ipertensione abbia anche il glaucoma; questo studio si è limitato a individuare l’esistenza di un nesso causale complesso, di cui comunque si potrebbe tenere conto.

Va, inoltre, considerato che la familiarità è – allo stato attuale delle conoscenze scientifiche – il principale fattore predisponente (esiste un’importante componente genetica: se ci sono altri casi di glaucoma in famiglia è importante sottoporsi con maggiore frequenza a controlli della pressione oculare e del fondo dell’occhio). Infine l’età avanzata è un altro fattore di rischio da non sottovalutare (a partire dai 40 anni). Potrebbero esistere anche delle cause favorenti di tipo ambientale, ma restano tutte da verificare e, allo stato attuale della ricerca, non si è ancora pervenuti a conclusioni ampiamente condivise.

Fonte originale: Hypertension

Alterazioni della visione con cannabis

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Secondo ricercatori francesi la droga, nei consumatori abituali, diminuisce la reattività delle cellule ganglionari retiniche

fumo_in_testa.jpgNon solo è illegale in moltissimi Stati del mondo, ma può provocare anche alterazioni a livello visivo, interferendo col corretto funzionamento dei neuroni retinici. Si tratta della cannabis, su cui ricercatori francesi dell’Università di Nancy e di Strasburgo hanno pubblicato un nuovo studio scientifico su Jama Ophthalmology. Essi si sono chiesti se il suo consumo regolare potesse alterare la funzionalità delle cellule ganglionari della retina, dove l’informazione visiva si presenta sotto forma di potenziali d’azione bioelettrici che possono essere misurati con precisione. Ebbene, la risposta è sì: si è riscontrata una riduzione delle prestazioni visive.

Reattività retinica al rallenty


retina-cellula_ganglionare-immagine-uc_san_diego_school_of_medicine-usa-photospip3b6e60e64c4abcb32bb18b6824f6d815.jpgTra i giovani partecipanti (52) ben 28 erano consumatori abituali di cannabis, mentre i restanti 24 costituivano il gruppo di controllo (non consumatori della droga). Mediamente si è registrato un ritardo, a livello nervoso, dei potenziali d’azione evocati (98,6 millisecondi contro 88,4 ms del gruppo di controllo). Per misurarli i ricercatori hanno fatto ricorso all’elettroretinografia da pattern (PERG), monitorando l’attività delle cellule retiniche più interne.

Scrivono gli autori dello studio scientifico:
Questa scoperta ha evidenziato un ritardo di circa 10 millisecondi nella trasmissione dei potenziali evocati d’azione delle cellule ganglionari. Poiché questo segnale viene trasmesso lungo le vie visive, attraverso il nervo ottico e il corpo genicolato laterale [nucleo del talamo deputato all’elaborazione dell’informazione visiva] fino alla corteccia visiva, questa anomalia potrebbe rendere conto della visione alterata dei consumatori abituali di cannabis. […]

Le nostre scoperte potrebbero essere importanti sotto il profilo della salute pubblica, poiché potrebbero illustrare gli effetti neurotossici dell’impiego della cannabis sul sistema nervoso centrale, in quanto il risultato coinvolge l’elaborazione retinica. Nei dibattiti indipendenti sulla sua legalizzazione è necessario conoscere meglio i diversi effetti della cannabis, in modo tale che l’opinione pubblica possa esserne informata. Ulteriori studi potranno far luce sulle conseguenze potenziali di queste disfunzioni retiniche sull’elaborazione visiva corticale e se questa disfunzioni siano permanenti oppure se scompaiano dopo aver smesso di fumare cannabis.

Leggi anche: Decalogo per la guida

Fonti: Jama Ophthalmology, The Jama Network Journals

UK, testata la riabilitazione visiva domiciliare

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Dà buoni risultati: nuovo studio condotto dalla Cardiff University su 67 persone

ipovedente-giapponese-lettura-web.jpgGli ipovedenti apprezzano la riabilitazione visiva a domicilio e ottengono buoni risultati. Lo attesta un nuovo studio condotto in Inghilterra dalla Cardiff University.

Le persone che vedono pochissimo sono più a rischio di depressione, soffrono di riduzione della qualità della vita e possono cadere più facilmente per terra. Dunque il loro percorso riabilitativo è particolarmente delicato: l’ipovisione è molto difficile da gestire da soli. Per questo è fondamentale essere seguiti da specialisti che possono insegnare ad usare la parte ancora sana della retina (nel caso di una sua degenerazione), a orientarsi più facilmente e a rendersi più indipendenti.

Come si è svolta la ricerca

Durante la ricerca – pubblicata sulla rivista Trials – 67 partecipanti sono stati separati in due gruppi per sei mesi: metà di essi si sono recati a intervalli regolari in un centro d’ipovisione, mentre l’altra metà è stata regolarmente visitata a casa. Durante questi ultimi controlli è stata verificata la funzionalità visiva, l’illuminazione utilizzata, sono stati seguiti eventuali problemi emotivi, la capacità d’orientamento, di comunicazione, ecc. Il numero esatto di visite è stato stabilito dagli specialisti in riabilitazione.

Il professore Tom Margrain (Cardiff University) afferma:

Dato che l’ipovisione colpisce circa due milioni di persone in Gran Bretagna, è importante identificare i servizi di riabilitazione visiva che possono migliorare l’indipendenza e la qualità della vista di coloro che hanno subito una perdita visiva. Già sappiamo che la riabilitazione visiva è di beneficio per le persone ipovedenti […].

Circa il 70 per cento delle persone nel gruppo assistito a domicilio ha riferito di considerare le visite “di grande aiuto”.

Riabilitazione visiva teleassistita

internauta_bruna_schermo-spalle-web-photospipa60a1162fbbd212e1b5c53a430c6a70e.jpgCi sono anche soluzioni ancora più innovative e avveniristiche: praticare una riabilitazione visiva a distanza mediante computer. Ad esempio il Polo Nazionale per la Riabilitazione Visiva di Roma sta studiando un protocollo che consentirà – una volta ricevuta una diagnosi e l’assistenza presso il Policlinico A. Gemelli (dove si trova il citato Centro per gli ipovedenti – di proseguire il programma riabilitativo da remoto (in teleassistenza di fronte al proprio pc, facendo esercizi specifici per la lettura e altro).

Link utile: Polo Nazionale

Fonti principali: Cardiff University, Trials