Riabilitazione, il punto dell’OMS

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Nei Paesi a basso e medio reddito i riabilitatori sono troppo pochi in rapporto alle esigenze reali: c’è una diffusione crescente di malattie non trasmissibili

Malattie, lesioni o traumi. Sono diversi i motivi per cui può essere necessaria la riabilitazione, compresa quella visiva. A fare il punto è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che cita non solo le difficoltà di vedere – in particolare per gli ipovedenti – oppure problemi di tipo cognitivo, ma anche di udito, comunicazione, deambulazione, difficoltà relazionali e lavorative.

L’OMS scrive nel suo sito:

La riabilitazione consente a individui di ogni età di mantenere o di recuperare le proprie attività quotidiane, adempiere al proprio ruolo significativo e massimizzare il proprio benessere.

Cos’è la riabilitazione

riabilitazione_visiva_signora_ipovedente-chiaroscuro-web-small.jpgLa riabilitazione è una strategia sanitaria incentrata sulla persona che può essere portata avanti grazie a programmi specifici oppure integrata in altri programmi e servizi, ad esempio inseriti nell’assistenza primaria.

Gli interventi precoci consentono di ottenere risultati migliori soprattutto in alcuni bambini, sfruttando la plasticità cerebrale, l’integrazione sensoriale e la cura di sé.

Interventi a sostegno delle attività quotidiane possono contemplare l’accesso a gruppi di auto e mutuo aiuto costituiti da persone colpite da grave riduzione oppure da perdita visiva. Esiste una vasta gamma di professionisti della salute che offrono interventi riabilitativi (compresi fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, tecnici, medici fisici e medici specializzati nella riabilitazione).

L’OMS precisa:

C’è un crescente bisogno di riabilitazione in tutto il mondo associato al cambiamento delle tendenze sanitarie e demografiche della crescente prevalenza di malattie non trasmissibili e dell’invecchiamento della popolazione. Si prevede che la proporzione di individui di età superiore a 60 anni raddoppierà entro il 2050 e c’è [già] stato un aumento del 18% nella prevalenza di malattie non trasmissibili negli ultimi 10 anni.

oms-edificio-ginevra-vert-web.jpgAttualmente la necessità di riabilitazione è in gran parte insoddisfatta nel mondo. in particolare, in molti Paesi a basso e medio reddito vi è una forte carenza di professionisti qualificati per fornire servizi riabilitativi, con meno di 10 professionisti qualificati ogni milione di abitanti.

L’appuntamento

A febbraio 2017 l’OMS ha ospitato l’evento Rehabilitation 2030: a Ginevra, in seguito a un appello, si sono riuniti oltre 200 esperti in riabilitazione provenienti da 46 Paesi. Si è così fatto il punto sulle esigenze riabilitative globali, invitando a un’azione coordinata a livello mondiale da parte di tutti i protagonisti della riabilitazione (stakeholders). Un secondo appuntamento è previsto l’8 e il 9 luglio 2019 sempre a Ginevra.

Fonte: OMS

Quasi 20 milioni di italiani si pagano le prestazioni sanitarie

Welfare Day 2019 (13 giugno a Roma), foto Twitter

Presentato il 13 giugno a Roma il IX Rapporto Rbm-Censis: nell’ultimo anno un italiano su tre si è dovuto rivolgere alla sanità privata o all’intramoenia per tempi d’attesa eccessivi

Gli italiani pagano sempre più spesso di tasca propria le prestazioni sanitarie: nell’ultimo anno 19,6 milioni di persone hanno provato a prenotarle col Servizio Sanitario Nazionale, ma si sono dovute rivolgere alla sanità privata o all’intramoenia per i tempi d’attesa eccessivi. Insomma, hanno dovuto pagare di tasca propria le prestazioni sanitarie necessarie. Lo rileva il IX Rapporto Rbm-Censis presentato il 13 giugno a Roma, presso il “Welfare Day 2019” – sulla base di un campione nazionale di 10.000 maggiorenni –, un evento patrocinato dal Ministero della Salute.

Stando a questo studio gli italiani sono arrivati alla sanità a pagamento dopo il 36,7% dei tentativi di prenotazione di visite specialistiche e il 24,8% degli accertamenti diagnostici. I Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA) – a cui si ha diritto sulla carta –, è scritto nel Rapporto, “in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica”.

Aspettando una visita

medici-capannello.jpgListe d’attesa troppo lunghe oppure bloccate. In media in Italia si attendono 128 giorni per una visita endocrinologica, 114 per una diabetologica, 65 per una oncologica, 58 per una neurologica, 57 per una gastroenterologica e 56 giorni per una visita oculistica (comunque in miglioramento perché l’anno precedente per una visita oculistica bisognava attendere mediamente 88 giorni).

Nell’ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse. Per questo poi si sono rivolti al privato anche per prestazioni prescritte dai propri medici.

I rassegnati

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati a priori. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico.

Ci si fida del pronto soccorso

Il 48,9% dei cittadini che nell’ultimo anno hanno avuto una esperienza di accesso al pronto soccorso ha espresso un giudizio positivo, ma solo il 29,7% ci è andato per una condizione di effettiva emergenza, mentre il 38,9% lo ha fatto perché non erano disponibili altri servizi (come il medico di medicina generale, la guardia medica, l’ambulatorio di cure primarie). Il 17,3%, invece, ci è andato perché ha maggiore fiducia nel pronto soccorso dell’ospedale rispetto agli altri servizi.

La spesa sanitaria

Nel 2018 la spesa sanitaria privata è lievitata a 37,3 miliardi di euro: +7,2% in termini reali rispetto al 2014. Nello stesso periodo la spesa sanitaria pubblica ha registrato, invece, un -0,3%. La spesa privata riguarda prestazioni sanitarie necessarie o inutili? Di sicuro tutte quelle svolte nel privato dopo il fallito tentativo di prenotazione nel sistema pubblico sono state prescritte da un medico. “Sono numeri – si legge nel Rapporto Rbm-Censis – che riguardano prestazioni necessarie, non un ingiustificato consumismo sanitario”.

Fonte principale: Censis

Troppi ipovedenti si sentono discriminati

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Lo sostiene JAMA Ophthalmology in uno studio condotto su 7677 partecipanti inglesi over 50

ipovedente-giapponese-lettura-web.jpgNon solo i ciechi possono essere discriminati, ma naturalmente anche gli ipovedenti. Tanto più che la loro disabilità sovente non è visibile dall’esterno e potrebbero essere persino scambiati per falsi ciechi. Si consideri tra l’altro che nel mondo gli ipovedenti sono molto più numerosi dei non vedenti, complice l’invecchiamento demografico globale.

Uno studio pubblicato su JAMA Ophthalmology ha preso a cuore il benessere psicologico di chi vede poco, pochissimo o per nulla: sono stati analizzati i loro sintomi depressivi, il livello di soddisfazione della vita, la qualità di vita e il senso di solitudine. Gli aspetti psicologici degli ipovedenti e dei ciechi sono stati confrontati con quelli di chi dichiarava di vedere bene, molto bene o perfettamente.

Complessivamente hanno partecipato allo studio 7677 persone a partire dai 50 anni, con un’età media di quasi 67 anni.

A distanza sei anni, quando si è fatto un nuovo controllo, la sensazione di essere discriminati era associata a un maggiore rischio di sintomi depressivi tra coloro che riferivano di vedere poco all’inizio dello studio.

La rivista dell’Accademia americana di oftalmologia (AAO) conclude:

Queste scoperte suggeriscono che gli adulti con un’età più avanzata e menomazione visiva sono più a rischio di sentirsi discriminati. Coloro che hanno vissuto quest’esperienza avevano livelli più alti di sintomi depressivi e solitudine, oltre a una qualità della vita inferiore e a un minore livello di soddisfazione. Un’azione per affrontare questa discriminazione potrebbe aiutare, in queste persone, a mitigare questo maggior rischio tra coloro che vivono uno scarso senso di benessere.


Punti chiave secondo l’OMS (Vision Impairment)

  • Globalmente si stima che circa 1,3 miliardi di persone vivano con qualche forma di riduzione visiva più o meno grave;
  • Per quanto riguarda la visione da lontano sono 188,5 milioni di persone che vedono meno di 5/10, mentre 217 milioni soffrono di forme medio-gravi ossia sono ipovedenti (da 3/10 a 1/10) e 36 milioni sono cieche.
  • 826 milioni di persone vedono molto male da vicino.
  • Globalmente le principali cause di riduzione visiva importante sono gli errori refrattivi non corretti e la cataratta.
  • Circa l’80% di tutte le forme di “vision impairment” sono considerate evitabili o trattabili (ad esempio grazie a un’operazione come l’intervento di cataratta)
  • La maggior parte delle persone che vivono una riduzione delle proprie capacità visive hanno dai 50 anni in su.

Fonti: Jama Ophthalmology, WHO

Anziani, ansia e depressione in agguato

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Soprattutto gli ipovedenti sono più a rischio sul piano psicologico per la riduzione della qualità della vi(s)ta

Ansia e depressione possono colpire più spesso gli anziani affetti da gravi problemi visivi e questi ultimi potrebbero essere una causa importante dell’umor “nero”. È quanto si evince da uno studio pubblicato su Jama Ophthalmology. Le persone che vivono una riduzione significativa della proprie capacità visive rischiano, infatti, almeno due volte più spesso alterazioni del proprio benessere psicologico perché la loro qualità della vita si riduce. Ad esempio negli ipovedenti che subiscono una diminuzione della visione centrale possono insorgere difficoltà nella lettura, nel riconoscimento delle persone o nella guida (a cui spesso devono rinunciare).

Joshua R. Ehrlich della University of Michigan di Ann Arbor (Usa), primo autore dello studio scientifico ha dichiarato: “Gli anziani sono esposti a un alto rischio di problemi alla vista rispetto ad altre fasce di età”. Inoltre, “la compromissione della vista, soprattutto in età avanzata, ha molte conseguenze oltre a quella di non vedere chiaramente, tra cui un maggiore rischio di disturbi dell’umore”.

Occhio ai dati

amd_degenerazione_simulazione_distorsione_centrale_barca_vela.jpgAnalizzando i dati di oltre 7.500 anziani di entrambi i sessi, la squadra di Ehrlich ha osservato che i soggetti con problemi alla vista che segnalavano sintomi di depressione erano di numero maggiore rispetto a quelli che non avevano la vista compromessa (31% versus 13%).

Lo stesso valeva per i sintomi dell’ansia (riferiti dal 27% delle persone con compromissione della vista e dall’11% degli altri soggetti). Nel complesso oltre il 40% dei partecipanti con problemi alla vista diventavano ansiosi o depressi contro il 19% che non vivevano difficoltà visive. Le persone con problemi alla vista avevano anche una probabilità superiore del 33% di segnalare nuovi sintomi di depressione nel corso del tempo una volta vissuti altri episodi (lo stesso non valeva però per l’ansia).

Inoltre i depressi avevano una probabilità il 37% più elevata di sviluppare problemi alla vista rispetto a coloro che non erano depressi, mentre per le persone ansiose si saliva al 55%.

In conclusione è opportuno sottolineare l’importanza della consapevolezza – da parte degli oculisti e degli optometristi – del carico psicologico negativo vissuto dalle persone affette da malattie oculari e, in alcuni casi, da menomazione visiva.

Fonti: Jama Ophthalmology, Popular Science

Quando le sigarette minano la salute

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Il 31 maggio si celebra con l’OMS la Giornata mondiale senza tabacco. Solo in Italia ancora fumano 11,6 milioni di persone

locandina-no-tabacco-day-may-2019-who-photospip07ad9887bd7cfe01a36f6c09e9111e77.jpgIl fumo “annebbia” i sensi, a partire dalla vista. Ma in primis nuoce ovviamente ai nostri polmoni: proprio su questo tasto batte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, il 31 maggio 2019, promuove nuovamente la Giornata mondiale senza tabacco.

Se la vita va in fumo

Oltre il 40% dei decessi correlati col tabacco sono riconducibili a malattie polmonari come il cancro, ad affezioni respiratorie croniche e alla tubercolosi. Dunque l’OMS lancia un nuovo appello agli Stati affinché prendano nuove misure per proteggere la salute delle persone e scrive:

Il consumo di tabacco è una delle minacce più gravi che abbiano mai pesato sulla salute pubblica mondiale. Uccide oltre 8 milioni di persone l’anno. Di queste più di 6 milioni ancora fumano oppure lo facevano e circa 890 mila sono non fumatori esposti involontariamente al fumo.

In particolare si ritiene che più di 60 mila bambini con meno di cinque anni soffrano d’infezioni alle vie respiratorie a causa del fumo passivo. Tra l’altro ciò li rende più esposti, una volta divenuti grandi, alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

“Una persona che fuma per tutta la vita – scrive Epicentro – ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo e la sua vita potrebbe non superare un’età compresa tra i 45 e i 54 anni”.

Il consumo di tabacco è il maggiore fattore di rischio evitabile per la nostra salute. La buona notizia è che in Europa si stima che quasi la metà dei fumatori abbia perso il vizio tra il 1980 e il 2010 ossia, più precisamente, il 43,3 % degli oltre 50 mila fumatori presi in considerazione (età: 16-60 anni) in 17 Paesi del Vecchio Continente. Lo ha scritto recentemente la rivista PLOS ONE [Pesce G et al., “[Time and age trends in smoking cessation in Europe“, PLoS One. 2019 Feb 7;14(2):e0211976. doi: 10.1371/journal.pone.0211976. eCollection 2019]].

Inoltre attualmente 1,3 miliardi di persone (circa il 18% della popolazione mondiale) sono già protette da leggi nazionali che regolano il divieto di fumare.

Pure la vista è più a rischio

A livello oculare il fumo aumenta il rischio di AMD ossia di degenerazione maculare legata all’età e sembrerebbe favorire lo sviluppo della cataratta. Fumare potrebbe raddoppiare il rischio di cecità. Ovviamente c’è anche un’azione irritante diretta sulla congiuntiva che potrebbe provocare fastidi (arrossamento transitorio, lacrimazione eccessiva) anche in chi subisce il fumo passivamente.

Lo scenario italiano

il_fumo_aumenta_il_rischio_di_cecita-pacchetto_sigarette-profilo-web-160pix.jpgSecondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in Italia più di una persona su cinque fuma (11,6 milioni di persone, di cui 7,1 milioni sono maschi): in Italia non accenna a diminuire significativamente il numero dei fumatori, anche se cala il numero di sigarette consumate al giorno in media.

Le fumatrici sono aumentate soprattutto nelle regioni del Sud Italia: sono quasi il doppio rispetto a quelle che vivono nelle regioni centrali e settentrionali (il 22,4% al Sud e isole contro il 12,1% al Centro e il 14% al Nord). Oltre la metà dei giovani fumatori tra i 15 e 24 anni fuma già più di 10 sigarette al giorno e oltre il 10% più di 20.

Inoltre, sempre secondo l’ISS, è in crescita tra i giovani l’abitudine a fumare e sorprendentemente, tra i forti fumatori under venti, gli sportivi sono la percentuale più alta. Inoltre e-cig e tabacco riscaldato si consumano generalmente insieme alle sigarette tradizionali e non in alternativa ad esse.

L’appuntamento

A Roma il 31 maggio 2019 si tiene, presso l’Istituto Superiore di Sanità, il XXI Convegno Nazionale Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale, dove si fa il punto soprattutto sulla situazione italiana.

In quest’occasione è stato presentato un nuovo Rapporto sul tabacco. Tra l’altro il cancro al polmone è il quarto tumore in termini di incidenza e la prima causa di morte a questo livello (ossia per neoplasia).

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  1. Contatti utili: Numero verde antifumo dell’ISS: 800 554088 (orario: 10-16)
  2. Centri italiani per smettere di fumare (ISS)

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Fonti principali: WHO, ISTAT, ISS

Diabete, un nuovo Rapporto “sale” in Campidoglio

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E’ il “Roma Cities Changing Diabetes Report”: il 21 maggio si è parlato di stili di vita sani, obesità e diabete alimentare nella Sala della piccola Protomoteca

mappa-mondiale-diabete-2017.jpgFermare la diffusione del diabete, in particolare nella città metropolitana di Roma [[ex provincia della Capitale]], combattendo la sedentarietà e promuovendo un’alimentazione sana: sono questi due obiettivi dei curatori del Cities Changing Diabetes Report, preoccupati dagli stili di vita urbani. Ne hanno parlato il 21 maggio 2019 a Roma, nella Sala della piccola Protomoteca del Campidoglio.

Gli occhi sono puntati soprattutto sul “tipo 2” della patologia ovvero sul diabete alimentare, che si può prevenire o almeno controllare con stili di vita appropriati (corretta alimentazione, esercizio fisico), senza somministrare insulina.

diabete-retina_malata-web.jpgAd oggi nel progetto internazionale antidiabete sono stati coinvolti 140 esperti – che hanno permesso un’ampia raccolta di dati contenuti nel “Roma Cities Changing Diabetes Report” –, primo importante passo per la realizzazione di un piano d’azione triennale.

Secondo l’OMS i diabetici del mondo sono 422 milioni, quasi un terzo dei quali sono affetti da retinopatia diabetica; ma le complicanze della malattia includono problemi cardiovascolari, renali, ai nervi periferici, ecc.

Attualmente si stima che nell’area metropolitana di Roma vivano 286.500 persone con diabete già noto, mentre per la sola capitale si scende a 189.500. Per studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia, nel 2017 la capitale è entrata a far parte del programma internazionale Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk. Il programma coinvolge una ventina di metropoli, tra cui Buenos Aires, Città del Messico, Pechino, Vancouver.

Secondo quanto scrive il prof. Andrea Lenzi, Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

Oggi, più del 50% della popolazione mondiale vive nelle città. Se consideriamo che il 65% delle persone con diabete vive in aree urbane, è chiaro che la città è un punto determinante per contrastare la crescita del diabete. Questo fenomeno è stato definito: urban diabetes.
Le città sono chiamate nel contrastare il crescente aumento del numero di persone con diabete, attraverso politiche sui determinanti di salute, in collaborazione con Università, Autorità sanitarie locali ed enti di ricerca.

Anche il prof. Renato Lauro, Presidente della IBDO Foundation, spiega:

La storia ci insegna che alcuni eventi catastrofici accadono in pochi secondi, eventi improvvisi che provocano danni incalcolabili e che possono cambiare la storia di un territorio e il destino dei popoli. Ma esistono catastrofi che possono impiegare anni per svilupparsi senza che nessuno se ne accorga, e quando ci si rende conto di cosa sta accadendo, è troppo tardi per evitarle. La sfida globale del diabete fa parte di quest’ultima categoria…

In conclusione, i messaggi chiave del Rapporto sono:

  • I fattori di rischio per il diabete di tipo 2 (o non insulino-dipendente) sono il sovrappeso, l’obesità e la mancanza di attività fisica;
  • Riportare il peso corporeo nei limiti della normalità con un’alimentazione corretta e un’attività fisica giornaliera costante è quindi fondamentale: in questo modo si riduce la resistenza all’insulina e si migliora l’assorbimento del glucosio da parte dei muscoli;
  • Tutto questo interviene verso l’obiettivo di riduzione dell’obesità che può garantire una significativa riduzione della prevalenza del diabete di tipo 2 nel tempo, contestualmente alla creazione di risparmi crescenti in termini di spesa, creando un circolo virtuoso che potrà e dovrà consentire un reinvestimento delle risorse liberate per il mantenimento e miglioramento degli obiettivi di salute urbana;
  • L’organizzazione dei centri urbani può infatti condizionare e modificare gli stili di vita agendo in primis sui fattori di rischio legati allo sviluppo di queste patologie;
  • E’ necessario investire per promuovere una cultura alimentare appropriata, incoraggiare l’utilizzo di modalità attive di trasporto creando e mettendo a disposizione strade, piste ciclabili sicure e ben collegate ed un efficiente sistema di trasporto pubblico locale; incoraggiare la pratica dell’attività sportiva, creando e mettendo a disposizione infrastrutture pubbliche cui i cittadini possano avere accesso in modo equo e distribuito sul territorio;
  • In sintesi, in una Città Metropolitana come Roma, densamente popolata ed estesa, la parola d’ordine è “prevenzione”.

Link utile: Rapporto sul diabete di tipo 2 e l’obesità dell’area metropolitana di Roma

Fonti: 24orenews, healthcitythinktank.org

Italiani cambiano poco gli stili di vita

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Rapporto Osservasalute 2018: troppi in sovrappeso e spesso non smettono di fumare. Aumentano i malati cronici, ma diminuisce la mortalità prematura

copertina-osservasalute-2018-web.jpgAssorbono l’80% della spesa sanitaria: le malattie croniche sono – secondo il XVI Rapporto Osservasalute curato dall’Università Cattolica di Roma – il grande problema per il presente e il futuro della sanità italiana. Inoltre appare destinata a impennarsi – nel prossimo decennio – la domanda di visite specialistiche, giornate di degenza ed assistenza domiciliare. Siamo tra i Paesi più longevi, ma anche con più anni da vivere con malattie croniche e disabilità: la speranza di vita in buona salute è peggiore che in altri Paesi europei.

Ancora troppi vizi

Gli italiani sono ancora lenti a cambiare abitudini nocive per la salute come fumo, sedentarietà e alimentazioni scorrette, ma da noi si muore sempre meno, grazie soprattutto ai miglioramenti nell’assistenza sanitaria e ai traguardi della medicina. Un dato rilevante è rappresentato dalla forte riduzione della mortalità prematura, diminuita – tra il 2004 e il 2016 – del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne.

La mortalità neonatale e infantile si è significativamente ridotta nel nostro Paese e ha raggiunto livelli tra i più bassi del mondo. Nel 2016 il nostro Paese si collocava al primo posto in Europa per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81 anni).

Occhio alle malattie non trasmissibili

Il Piano d’azione globale per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili (NCD [[acronimo che sta per Non-Communicable Diseases]]) comprende nove obiettivi globali. Ci sono anche target da raggiungere entro il 2025, da monitorare periodicamente attraverso una revisione degli indicatori – che verificano nel tempo i progressi registrati attraverso una road map – e una serie di opzioni che partono dalle politiche sanitarie.

Restano imprescindibili gli impegni per il raggiungimento dei nove obiettivi delineati dall’OMS, primo tra tutti la riduzione complessiva del 25% della mortalità prematura complessiva provocata da NCD (prevalentemente dei quattro principali gruppi di patologie: cardiovascolari, oncologiche, respiratorie croniche e diabete, il quale causa anche retinopatia diabetica).

Diffusione del diabete di tipo 2 (diabete alimentare) in Italia <a href=Fonte: Osservasalute 2018] ” title=”Diffusione del diabete di tipo 2 (diabete alimentare) in Italia [Fonte: Osservasalute 2018] ” class=”caption” align=”right” />Occorre, quindi, agire sui quattro fattori di rischio comportamentali maggiormente responsabili di morbilità, disabilità e mortalità: riduzione del 10% dell’uso rischioso di alcol (abuso), del 10% dell’inattività fisica, del 30% dell’assunzione di sale/sodio, del 30% del consumo di tabacco e del 25% per l’ipertensione (che può provocare anche [retinopatia ipertensiva) e il contrasto all’obesità.

Una “ricetta” per migliorare gli stili di vita

Il percorso italiano per il raggiungimento degli obiettivi nazionali prevede semplici passi che – nel loro insieme – possono fare una enorme differenza. Dunque, scrivono i curatori del Rapporto Osservasalute, “nel dettaglio, si possono, ad esempio, aumentare le tasse su tabacco e alcolici, ridurre la quantità di sale negli alimenti, migliorare l’accesso ai farmaci e alle cure rendendoli meno costosi e favorire gli screening precoci e la formazione specifica dei medici e degli operatori sanitari”.

Fonte: Osservasalute

Il punto sull’edema maculare diabetico

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Il 15 maggio a Napoli un convegno sulle terapie, sui percorsi terapeutici e sulla qualità della vita e della vista dei diabetici

edema-maculare-diabetico-frontespizio.jpgIl 15 maggio 2019 a Napoli si è tenuto un convegno sull’edema maculare diabetico: si tratta di una malattia oculare degenerativa, correlata alla retinopatia diabetica, causa principale di menomazione visiva in chi soffre di diabete (il quale, secondo l’OMS, colpisce 422 milioni di persone nel mondo). Durante i lavori si è parlato, in particolare, della gestione della malattia cronica diabetica e delle sue complicanze, con l’obiettivo di garantire una migliore presa in carico dei malati, ricorrendo a un approccio multidisciplinare integrato. Infatti ci sono varie figure professionale che devono entrare in gioco in modo coordinato: dal diabetologo all’oculista, passando per gli altri specialisti a seconda degli organi coinvolti. edema_maculare_diabetico-15_maggio_2019-160pix.jpgSono stati invitati a parlare, tra gli altri, Francesca Simonelli – Professoressa di Oftalmologia all’Università Federico II e Presidente Società Italiana Oftalmologia Genetica –, Michele Corcio – Vicepresidente dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus – e Concetta Suraci, Presidente di Diabete Italia. L’evento è stato organizzato da MA Provider ed è patrocinato, tra gli altri, dalla IAPB Italia onlus e dal Ministero della Salute. Guarda anche: videoclip SOI sulla retinopatia diabetica e l’edema maculare Fonte di riferimento: MA Provider

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Visite oculistiche gratuite effettuate in Togo

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Dal 6 al 10 maggio screening di massa per la popolazione: la campagna di FON.T.ES. è sostenuta dalla IAPB Italia onlus

togo-maggio-2019-small-visite_oculistiche_in_togo-14-ok-ottotipo-albero-600pix.jpgVisite oculistiche gratuite accompagnate da una donazione di occhiali e di medicinali: è un’ampia campagna di screening per le malattie oculari quella effettuata nella zona settentrionale del Togo, piccola nazione dell’Africa occidentale. A organizzarle è l’Associazione senza scopo di lucro “FON.T.ES.-SO.T.ES.-TOGO”: da 6 maggio a venerdì 10 maggio 2019 si sono tenute grazie a un progetto fortemente sostenuto dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus. Si è conclusa, quindi, la seconda fase del progetto.

In collaborazione col Ministero della Salute del Paese africano e il Programma nazionale per la lotta contro la cecità, l’Associazione Fondation-Solidaire Terre d’Esperance Togo mira a migliorare le condizioni di vita di persone povere e vulnerabili.

togo-maggio-2019-small-visita_oculistica_in_togo-ragazzo-con-oculista_lente-1-web.jpgIn virtù del passaparola è stato possibile visitare anche le molte persone che si sono spostate a piedi per chilometri e chilometri. In questo modo l’intera area settentrionale del Togo ha beneficiato delle visite oculistiche e non solo la popolazione del Grand Bassar.

Infatti già nel 2018, sempre all’inizio di maggio, 1500 persone erano state sottoposte a controlli oculistici gratuiti. Questa prima attività era stata accompagnata dalla consegna di 407 paia di occhiali da vista e da lettura. Complessivamente sono stati calendarizzati 130 interventi chirurgici.

Dopo la misurazione dell’acuità visiva, seguita dalla visita al fondo oculare e dal controllo con la lampada a fessura, chi aveva i problemi più seri è stato inviato ai centri oculistici delle città della zona, come Kara e Sokodé, poiché il Bassar non ha un servizio oculistico adeguato.

togo-maggio-2019-small-visite_oculistiche_in_togo-11-verticale.jpg“Abbiamo altri progetti in programma – scrive l’Associazione FON.T.ES – e vorremmo in particolare estendere in altre zone del Togo delle campagne di visite oculistiche di massa gratuite come quelle che abbiamo organizzato in questi giorni. In tanti ce lo chiedono e, soprattutto, in tanti ne avrebbero bisogno”.

Moïse A. Tchapo, Presidente di FON.T.ES., nel concludere la settimana di screening di massa à Kpatchilé, aveva dichiarato:

Cogliamo l’occasione per esprimere un grande e sincero ringraziamento ai nostri generosi partner: l’Associazione Gruppo San Francesco di Assisi Onlus e al suo Presidente che ci hanno sostenuto per due anni, l’Unità Pastorale di Barbarano e Mossano e IAPB ITALIA ONLUS, che hanno finanziato questa campagna di massa. È grazie a loro che è stato possibile organizzare questa campagna, assieme a tutte le singole persone e le associazioni che ci hanno aiutato inviandoci occhiali e medicine.

Link utile: galleria fotografica

Fonte: FON.T.ES – SO.T.ES – TOGO

Miopia non corretta, impatto mondiale

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Continua a crescere nel mondo ma mancano gli occhiali, con conseguente perdita della produttività. I dati del Brien Holden Vision Institute

montatura_occhiali-controluce-400pixel.jpgCorreggere la miopia con lenti sarebbe molto più conveniente rispetto al mancato intervento: senza occhiali la qualità della vita diminuisce e la produttività si riduce, provocando anche un danno economico. È quanto si legge in un articolo pubblicato su Ophthalmology.

I ricercatori del Brien Holden Vision Institute australiano stimano che la mancata correzione della miopia riguardi 538 milioni di persone, concentrate soprattutto in Asia, in particolare in Cina, dove si registra la maggiore perdita di produttività.

miopia-confronto_2010-2050-fonte_iapb.org-grafico_anulare-web-photospip71f0a690e43463ae9df1390c26a8b985.jpg“Il deficit visivo causato dalla miopia non corretta è costato all’economia globale, nel 2015, circa 244 miliardi di dollari in perdita di produttività”, pari indicativamente a 218 miliardi di euro. Eppure basterebbe un investimento di circa 20 miliardi di dollari (ossia circa 17,5 miliardi di euro) per erogare, secondo gli autori, i servizi necessari a fornire la correzione necessaria a chi ne ha bisogno, portando a un “risparmio annuale significativo sul piano della produttività”.

In conclusione, “un intenso lavoro da vicino e uno scarso tempo trascorso all’aria aperta sembrano aumentare la prevalenza della miopia, compresa quella elevata”. Insomma, uno stile di vita poco sano potrebbe influire almeno sull’evoluzione di questo comune vizio refrattivo che, solo in Italia, colpisce almeno 15 milioni di persone e il cui trend è in crescita.

Fonti: Ophthalmology, Brien Holden Vision Institute