Un test genetico per prevedere il glaucoma

Uno studio australiano individua 107 geni coinvolti nell’insorgenza di questa grave malattia che può portare alla cecità.

Un test genetico per prevedere la possibilità di insorgenza del glaucoma, la grave patologia degenerativa del nervo ottico che riduce progressivamente il campo visivo. Lo ha messo a punto un team di ricercatori australiani individuando 107 i geni[1] collegati all’insorgenza di questa malattia[2]. Lo studio è partito dall’analisi di 64mila immagini archiviate nella UK Biobank ed è stato condotto QIMR Berghofer Medical Research Institute e Flinders University in Australia, e pubblicato su Nature Genetics[3].

I ricercatori hanno incrociato immagini e dati genetici identificando 107 geni legati al rischio di ammalarsi di glaucoma. Sulla base di questa conoscenza hanno messo a punto un test poligenico per misurare il rischio individuale di glaucoma estanno cercando di coinvolgere nel progetto di ricerca “Genetics of Glaucoma” circa 20mila persone con una storia familiare della malattia[4].

«Il glaucoma è una malattia genetica e il modo migliore per prevenire la perdita della vista è attraverso la diagnosi e il trattamento precoci», ha spiegato Stuart MacGregor[5], professore associato che guida il gruppo statistico di genetica di QIMR Berghofer. Il ricercatore ha sintetizzato così il significato del loro lavoro: «Il nostro studio ha scoperto che analizzando il DNA raccolto dalla saliva o dal sangue, si è in grado di determinare la probabilità che una persona sviluppi la malattia e ricevere un trattamento e/o un monitoraggio precoci». Il test genetico può essere eseguito prima che il danno insorga in modo da poter effettuare controlli regolari. Si tratta di offrire davvero una nuova speranza per il futuro, come ha evidenziato il capo del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Flinders, il professore Jamie Craig[6]: «Ci sono australiani che, se avessero avuto un trattamento adeguato qualche anno prima, non sarebbero diventati ciechi. Uno su 30 australiani ha il glaucoma, ma la maggior parte delle persone scopre di averlo solo quando va da uno specialista, perché sta perdendo la vista o per un controllo generale dell’occhio. La diagnosi precoce è fondamentale perché i trattamenti esistenti non riescono a ripristinare la vista persa e la diagnosi tardiva del glaucoma è un importante fattore di rischio per la cecità».

Il glaucoma, infatti, è caratterizzato da un progressivo danno degenerativo nelle cellule nervose dell’occhio. È una delle principali causa di cecità irreversibile in tutto il mondo: sono 76 milioni le persone affette da questa patologia, con una curva di crescita che porterà il numero a 120 nel 2040[7].

Attualmente, il trattamento farmacologico o chirurgico della pressione oculare può rallentare in modo affidabile o arrestare il deterioramento nella maggior parte dei casi. Ma, come sottolineato dal professor Craig, non c’è modo di recuperare il danno subito. Per questo la visita oculistica periodica e la diagnosi precoce sono l’unica forma di prevenzione.

Il Glaucoma può insorgere a qualsiasi età, ma la maggior parte delle persone colpite ha più di 50 anni[8]. Così i ricercatori australiani hanno deciso di offrire esami del sangue alle persone di quell’età per scoprire se sono a rischio. L’obiettivo degli studiosi è quello di entrare in contatto con persone che hanno una storia familiare della malattia. «Vogliamo sapere chi avrà il glaucoma, e per coloro che sono sensibili, vogliamo essere in grado di individuare a quale età lo avranno», ha detto il professore associato MacGregor[9]. Questo potrebbe consentire di «sviluppare un approccio personalizzato per il trattamento precoce di soggetti ad alto rischio e le persone a rischio più basso potrebbero avere un monitoraggio e un trattamento meno intensivi. Ciò comporterebbe benefici per i pazienti, i medici e il sistema sanitario con interventi ridotti e costi ridotti».


[1] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[2] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[3] S. MacGregor, J. E. Craig, X. Han, Multitrait analysis of glaucoma identifies new risk loci and enables polygenic prediction of disease susceptibility and progression, in “Nature Genetics”, 20 January 2020.

[4] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[5] https://www.business-standard.com/article/news-ani/genetic-test-developed-to-predict-onset-of-glaucoma-120012500518_1.html

[6] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[7] World Health Organization, World report on vision, 8 October 2019, p.25.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

Occhio secchio: un’alterazione della superficie oculare

L’occhio secco è un problema molto diffuso, soprattutto perché colpisce persone che fanno un uso eccessivo degli schermi. Lo racconta in questa videochat il Professor Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini. “Quando parliamo di sindrome dell’occhio secco – spiega Lambiase – facciamo riferimento ad un quadro clinico dovuto a tantissime cause, tra loro anche diverse, che hanno come fattore comune l’alterazione di tutta la superficie oculare. Non si tratta di avere poche lacrime, o di qualità alterata, ma dell’innesco di meccanismi infiammatori e di alterazione della sensibilità. Questi meccanismi, tra loro molto vari, possono comportare una totale perdita della funzione visiva o un’alterazione. Gli ultimi studi per il trattamento dell’occhio secco sostengono che influendo sulla sensibilità della funzione oculare si otterrebbe un miglioramento della funzione lacrimale”.

A questo link tutte le interviste:

  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

La retinopatia diabetica: aumenta la frequenza della malattia

Il diabete è un problema crescente in Italia e nel mondo. Solo in Italia si contano 3 milioni di diabetici, più di 420 milioni nel mondo. Di questi, solo un quarto effettua, almeno una volta l’anno, una visita dall’oculista. Lo spiega in questa intervista il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Il trend dell’aumento della frequenza della malattia diabetica – spiega Bandello – è impressionante. Nell’arco di 10 anni il numero di pazienti diabetici raddoppierà. Siamo di fronte a una pandemia che è in grado di mettere in ginocchio i sistemi sanitari di tutti i paesi del mondo”.

A questo link tutte le interviste:

  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

L’importanza della riabilitazione visiva

Nell’intervista al dott. Filippo Amore, Direttore del Polo Nazionale per gli Ipovedenti di Roma,  si parla di “riabilitazione visiva”, un ambito sempre più importante nell’Oftalmologia e, più in generale, nella Medicina. Con l’aumentare dell’aspettativa di vita, molte patologie a carico del paziente adulto sono diventate vere e proprie “malattie sociali”. Al mondo sono circa 240 milioni le persone ipovedenti e, in Italia, oltre 1,5 milioni[1].

“Riabilitazione visiva significa far recuperare, alle persone che hanno avuto un problema visivo cronico e hanno perso gran parte della loro capacità visiva, un’area visiva ancora funzionale, che possa essere addestrata per sostituire quelle zone che, a causa della malattia, non sono più funzionali”, ha spiegato in questa intervista il dott. Filippo Amore.

A questo link tutte le interviste:

  • La cataratta: risponde alle domande il dott. Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI)
  • La retinopatia diabetica: ne parla il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

[1] https://iapb.it/le-dimensioni-della-disabilita/

Educare alla salute visiva

La visita oculistica e la diagnosi precoce rappresentano il più importante baluardo per contrastare le malattie che inducono la cecità. La mancanza di consapevolezza in questo campo, però, fa sì che ancora troppe persone si rivolgano all’oculista quando è troppo tardi. L’ultima prova arriva dagli Stati Uniti dove l’American Academy of Ophthalmology promuove visite oculistiche gratuite.

Le malattie che inducono la cecità non sono in declino. Anzi, aumenteranno con l’allungamento della vita media e il conseguente invecchiamento della popolazione. La particolarità di queste patologie è che spesso sono asintomatiche, ovvero danneggiano le cellule nervose della vista anche prima che le persone se ne accorgano. Per questo la visita specialistica e la diagnosi precoce sono essenziali. Si vedano gli esempi del Glaucoma, che costituisce la prima causa di cecità irreversibile al mondo (76 milioni, ultimi dati 2019 dell’OMS), della Degenerazione maculare legata (AMD) e della Retinopatia diabetica.

Il problema è che molte persone sono al corrente della necessità di visitarsi periodicamente anche in assenza di sintomi e arrivano dall’oculista quando ormai è tardi. Un tema sul quale IAPB Italia sta sensibilizzando pubblico e istituzioni con la Campagna di prevenzione per le malattie della retina e del nervo ottico e le visite gratuite nelle maggiori città italiane[1]. Ma anche gli americani hanno rilevato e promosso visite gratuite[2]. L’American Academy of Ophthalmology (AAO), infatti, dal sondaggio condotto dalla società di ricerche “The Harris Poll”[3], ha visto che esistono ancora molte lacune, tra la popolazione statunitense, nella comprensione della salute degli occhi. Il sondaggio, condotto online per conto dell’AAO, ha coinvolto 3.512 adulti americani, di età pari o superiore a 18 anni, tra l’8 e il 27 agosto 2019[4]. Dai risultati è emerso come, nonostante l’81% degli adulti abbia affermato di essere ben informato sulla salute visiva, meno di 1 su 5 (19%) è stato in grado di identificare correttamente le tre principali cause di cecità negli Stati Uniti: il Glaucoma, la Degenerazione maculare legata all’età (AMD) e la Retinopatia Diabetica. Solo un terzo degli americani (37%), poi, è a conoscenza che non si manifestano sempre sintomi prima di perdere la vista a causa di una malattia degli occhi. Infine, solo 1 adulto su 4 (24%) sa che la perdita della vista è associata a problemi psicologici come l’isolamento sociale e la depressione.

La vista, dunque, non può mai essere data per scontata e resta un bene da tutelare. Dai dati dell’OMS, almeno 2,2 miliardi di persone al mondo hanno problemi di vista. In quasi la metà di questi casi, la disabilità visiva era evitabile o trattabile tempestivamente[5]. In Italia si stima che siano quasi 1,5 milioni di ipovedenti e 220.000 ciechi[6]. Per combattere la mancanza di informazioni adeguate sui rischi derivanti dal trascurare la salute visiva e promuovere la salute degli occhi in ogni fase della vita, negli stati Uniti l’AAO offre visite gratuite per arrivare a diagnosi precoci. Tutto questo perché tra la popolazione americana manca ancora una cultura della salute visiva.

Sottoporsi a controlli periodici e osservare alcune norme di igiene oculare rappresentano oggi due aspetti da non trascurare nella quotidianità. Sono ancora troppe, infatti, le conseguenze di pazienti che effettuano una visita dall’oftalmologo troppo tardi. Per contrastare il rischio di perdere le vista, sono necessarie diagnosi precoci e tutto questo non può che partire dall’educazione alle malattie degli occhi e dalla visita presso uno specialista.

Come gli oculisti in Italia anche l’American Academy of Ophthalmology, raccomanda agli adulti in buona salute di consultare un oculista per un esame completo entro i 40 anni e di sottoporsi a controlli periodici ogni anno, a partire da 65 anni o più. In generale, da adulti, è necessario sottoporsi ad una visita oculistica periodica in relazione al tipo di attività svolta e alle condizioni oculari individuali, su indicazione dello specialista. Particolarmente importanti, poi, sono la visita oculistica alla nascita, una visita entro i tre anni di vita, prima delle elementari e verso i 12/13 anni scolastici.


[1] https://iapb.it/vistainsalute/i-primi-risultati-della-campagna-iapb-italia/

[2] “Un programma sponsorizzato dall’AAO con oculisti volontari per persone con più di 65 anni di età.  “This national public service program provides eye care through volunteer ophthalmologists for eligible seniors 65 and older”. https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/survey-reveals-most-americans-know-less-eye-health

[3] https://theharrispoll.com/

[4] https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/survey-reveals-most-americans-know-less-eye-health

[5] World Health Organization, World report on vision, 8 October 2019, p. 25. 

[6] https://iapb.it/le-dimensioni-della-disabilita/

Un impianto retinico wireless per contrastare l’AMD

Sperimentato sull’uomo un impianto retinico senza fili che si spera potrà permettere ai pazienti che hanno perso la vista in seguito alla degenerazione maculare legata all’età di riacquistare parte della capacità visiva. Composto da un chip wireless in miniatura e da speciali occhiali a realtà aumentata, il sistema ha permesso ai pazienti coinvolti di sperimentare miglioramenti nella loro capacità di rilevare sequenze di lettere e fonti luminose.

Sembrano incoraggianti i primi risultati dello studio sperimentale “PRIMA”[1], un impianto retinico wireless progettato per aiutare a ripristinare parzialmente la vista dei pazienti affetti da degenerazione maculare avanzata atrofica legata all’età (AMD). I dati e le simulazioni ad oggi disponibili suggeriscono che il sistema consentirà potenzialmente ai partecipanti di visualizzare e localizzare le fonti luminose, come il riconoscimento degli oggetti ad alto contrasto e le lettere di grandi dimensioni. L’impianto è stato inventato da Daniel Palanker[2], Professore di Oftalmologia presso la Stanford University, e concesso in licenza e sviluppato da Pixium Vision[3], in collaborazione con la Stanford University e l’Institut de la Vision di Parigi.

La sperimentazione clinica, condotta in Francia, è nata per valutare la sicurezza e le prestazioni del dispositivo. Tra dicembre 2017 e giugno 2018, sono stati arruolati a Parigi cinque pazienti, ciascuno dei quali con una significativa perdita della vista in un occhio e una visione rimanente utile nell’altro. I risultati dei 12 mesi della sperimentazione hanno dimostrato la capacità della maggior parte dei pazienti di identificare correttamente vari schemi visivi, tra cui barre, lettere e numeri, senza sperimentare alcuna perdita della vista periferica a seguito dell’immissione dell’impianto. Lo studio preclinico è stato realizzato su pazienti con AMD atrofica di 60 anni o più. I pazienti continuano ad essere seguiti e si prevedono ulteriori progressi nella loro riabilitazione. 

Il sistema è costituito da un chip wireless in miniatura, impiantato sotto la retina e da speciali occhiali a realtà aumentata indossabili, che contengono una telecamera e un proiettore. L’impianto subretinale wireless, dotato di un piccolo chip contenente 378 celle fotovoltaiche, si compone di una mini videocamera montata sugli occhiali che cattura le immagini dell’ambiente e le trasmette al chip. Il computer del chip interpreta le informazioni e le trasferisce nuovamente sugli occhiali, dove un proiettore in miniatura, attraverso la luce infrarossa, le invia dall’occhio all’impianto. Il chip si comporta come un piccolo pannello solare, composto da centinaia di piccoli elettrodi che convertono i segnali di luce infrarossa dal proiettore in segnali elettrici che vengono trasportati dal nervo ottico al cervello. Attraverso l’allenamento, il paziente impara ad interpretare questi impulsi.

Dopo aver ricevuto l’impianto, i pazienti vengono sottoposti ad un intenso programma di riabilitazione che allena il cervello a comprendere e interpretare i segnali dall’impianto. Il programma di riabilitazione dura fino a 36 mesi. Una seconda sperimentazione dell’impianto sarà condotta a Pittsburgh, sotto la guida dell’UPMC Eye Center, il Dipartimento di Oftalmologia dell’Università americana.

Il 13 gennaio è stato effettuato il primo impianto negli Stati Uniti.

A questo link è possibile visualizzare l’animazione che descrive il sistema “PRIMA”.


[1] https://www.upmc.com/media/news/011320-prima-eye-implant /// https://www.upmc.com/services/eye/services/retina-vitreoretinal/prima-study

[2] http://web.stanford.edu/~palanker/

[3] https://www.pixium-vision.com/about/

Le lenti a contatto: la video chat con l’oculista

Le domande delle persone e le risposte degli oculisti: dalla cataratta alla retinopatia passando per l’uso delle lenti a contatto, il cheratocono e le malattie oculari in età pediatrica. IAPB Italia ha raccolto il parere di importanti oftalmologi italiani che trattano alcuni dei principali aspetti della disciplina dell’occhio e favorire l’individuazione precoce dei segni della malattia all’apparato visivo.

A questo LINK l’intervista Filippo Cruciani, Referente Scientifico di IAPB – Italia. Il tema è le lenti a contatto: quando e come metterle, quali sono i problemi che possono insorgere e le risposte ai quesiti posti dalle persone durante la diretta sui social network.

A questo link tutte le interviste:

  • La riabilitazione visiva: intervista al dott. Filippo Amore, Direttore del Polo Nazionale per gli Ipovedenti di Roma
  • La cataratta: risponde alle domande il dott. Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI)
  • La retinopatia diabetica: ne parla il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

Lenti “smart” e “medicinali”: le nuove frontiere della cura

Due studi clinici mettono a punto lenti innovative, testate sugli animali, per trattare le malattie della parte posteriore dell’occhio e favorire l’individuazione precoce dei segni della malattia all’apparato visivo.

Una lente a contatto capace di rilasciare farmaci direttamente nell’occhio, in modo prolungato, è quella messa a punto dal Massachusetts Eye and Ear e dal Boston Children’s Hospital, descritta sulla rivista Biomaterials[1]. La lente a rilascio di farmaci potrebbe essere utile per la terapia delle malattie della retina, fornendo un’alternativa ai colliri quotidiani, che possono risultare difficili per i pazienti da amministrare. La maggior parte delle malattie della retina, attualmente, sono trattate con iniezioni o impianti invasivi e, a causa della paura degli aghi inseriti negli occhi, quasi un paziente su quattro sottoposto a iniezioni oculari non ritorna agli appuntamenti per continuare la terapia[2].

Lo studio, guidato dal Prof. J. B. Ciolino del Boston Children’s Hospital, è stato sperimentato nei modelli animali affetti da due forme di infiammazione dell’occhio, quali uveite ed edema maculare. Nelle lenti è stato impiantato un film polimerico di cortisonico Desametasone, che ha fornito in modo sicuro un rilascio prolungato del farmaco  per una settimana, consentendo livelli di concentrazione dello stesso 200 volte superiori rispetto alla somministrazione oraria dello stesso farmaco in forma di collirio[3]. Secondo lo studio, le lenti sono risultate efficaci quanto le iniezioni per prevenire danni alla retina che si sarebbero potuti verificare senza i trattamenti farmacologici.

Un’altra frontiera della medicina è rappresentata dalle lenti a contatto “smart” o “intelligenti”, che potrebbero monitorare la salute degli occhi dei pazienti. Un team di scienziati in Corea del Sud[4] ha messo insieme piccoli circuiti elettronici, batterie e antenne all’interno di una lente a contatto morbida, allo scopo di rilevare eventuali segni di patologie oculari. Si tratta, in particolare, di una lente che integra “sofisticati sensori diagnostici” in grado di individuare i segni precoci della malattia con elevata precisione, esaminando continuamente i fluidi oculari.  

Nella loro dimostrazione, i ricercatori hanno testato il prototipo sperimentale su conigli e un essere umano. I conigli e il volontario hanno indossato la lente per 10 minuti senza mostrare alcun segno di disturbo. Il paziente testato, inoltre, non ha segnalato limiti al campo visivo. I circuiti integrati hanno funzionato correttamente fino ad una settimana di esposizione al liquido lacrimale. La finalità del lavoro era quella di vedere se lente a contatto elettronica potesse essere miniaturizzata e resa “indossabile” per rilevare i cambiamenti nell’occhio in tempo reale.  


[1] Amy E. Ross et all., Topical sustained drug delivery to the retina with a drug-eluting contact lens, in “Biomaterials”, n. 217, 2019.

[2] An advance for drug-eluting contact lenses: Delivery to the back of the eye. Posted on September 18, 2019 by Nancy Fliesler on Discoveries, Stories and news from Boston Children’s Hospital.

[3] Ibid.

[4] Alan Mozes, https://www.medicinenet.com/script/main/art.asp?articlekey=226537 [10 dicembre 2019].

Rete di relazione, rete di cura

Le persone anziane con una bassa interazione sociale hanno meno probabilità di sottoporsi all’intervento di cataratta.

Esiste una correlazione tra il numero di persone che entrano a far parte della rete sociale di una persona anziana e la probabilità che quest’ultima si sottoponga ad un intervento di cataratta.

Lo sostiene un recente articolo[1] pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA). Sia la presenza di forti legami familiari che l’esistenza di relazioni sociali extra familiari possono motivare la persona a prendersi cura della propria vista nonché accompagnarla e aiutarla materialmente a compiere i passi necessari.

La cataratta è un’opacizzazione della lente naturale contenuta nei nostri occhi (cristallino), collocata tra l’iride e il corpo vitreo (sostanza gelatinosa che riempie il bulbo oculare). Secondo l’Istat in Italia colpisce circa l’8,5% della popolazione tra i 70 e i 74 anni, il 12,4% nei cinque anni successivi e il 17,1% di chi supera gli 80 anni. 

Delle 3,448 persone osservate tra il 2011 e il 2015, chi aveva massimo due familiari registrava una probabilità inferiore del 40 per cento[2] di sottoporsi all’intervento di chi ne aveva tre o più.

Più importante del ruolo di amici, partner e coniugi è il ruolo dei figli adulti – ha spiegato l’oculista dell’Università del Michigan e primo autore dell’articolo Brian Stagg – perché sono le persone che possono più facilmente accorgersi dei cambiamenti nella capacità visiva dei genitori, affrontare il problema e aiutarli a risolverlo.


[1] Association of Social Support Network Size With Receipt of Cataract Surgery in Older Adults  Brian C. Stagg, MD1,2HwaJung Choi, PhD, MA3,4,5Maria A. Woodward, MD, MS1,4; et al . JAMA Ophthalmol. 2018;136(4):423-427. doi:10.1001/jamaophthalmol.2018.0244 (LINK)

[2] Social Circles Influence When Seniors Get Cataract Surgery. American Academy of Ophthalmology Written By: Celia Vimont Reviewed By: Maria A Woodward, MD, MS Aug. 31, 2018 (LINK)

I botti inesplosi colpiscono i bambini

Il pericolo continua nei giorni successivi a Capodanno. Diversi minori negli ultimi anni hanno subito ferite gravi alle mani e ustioni alla cornea.

“Qualche anno fa il giorno dopo Capodanno, una donna si mise a spazzare la strada davanti a casa, situata in un vicolo appartato nell’entroterra napoletano. Raccolta una paletta di polvere, foglie e detriti la gettò, com’era solita fare, nel caminetto. L’esplosione danneggiò seriamente la cucina, fece intervenire polizia e pompieri e portò l’intera famiglia in Pronto Soccorso. Solo dopo si capì che, nascosti e anneriti, nella sporcizia si trovavano diversi botti inesplosi. Botti che la Polizia consiglia, ogni anno, di segnalare senza mai neppure toccarli”.

“Quella dei fuochi d’artificio dopo capodanno è una minaccia poco nota se si escludono le vittime e i medici di Pronto Soccorso, ma è una minaccia grave che va fermata”.  Arcangelo Menna è il primario del Reparto di Oculistica Pediatrica al SS Annunziata dell’ASL Napoli 1 e, da anni, sensibilizza la città sul pericolo rappresentato dai botti inesplosi.

Nella sola serata di Capodanno 2018[1] ci furono, in provincia di Napoli, 37 feriti da artefatti esplosivi. Tra questi i minori furono tre, uno dei quali perse il dito medio della mano destra e dovette rimanere in ospedale oltre 30 giorni. In tutta Italia, secondo quando riportato in prima battuta dal Ministero dell’Interno, si registrarono 216 feriti da botti, tra i quali 41 minori[2].

“Quella dei feriti da fuochi di artificio è una notizia fissa del primo gennaio sulla maggior parte dei media. Ma pochi dicono che, nei giorni successivi a Capodanno, gli accessi al Pronto Soccorso continuano ad essere alti per colpa dei botti rimasti inesplosi. Sono degli ordigni odiosi – spiega Menna – perché colpiscono soprattutto i bambini in età da scuola elementare, ovvero quelli abbastanza grandi da muoversi con una certa autonomia ma non abbastanza da saper sempre riconoscere un pericolo nascosto. Per colpa dei fuochi d’artificio difettosi, nel corso degli anni molti bambini sono rimasti vittime di esplosioni accidentali con gravi danni alle dita o ustioni alla cornea dell’occhio. Ferite terribili anche qualora non lascino amputazioni o invalidità irreversibili, come accade ancora sebbene, per fortuna, con minore frequenza rispetto ad un tempo. Spesso i bambini devono passare almeno una settimana in ospedale per traumi agli occhi che sono dolorosi e molto lenti e difficili da curare. Un’esperienza che li segna anche psicologicamente per il trauma inatteso e per lo strascico in ospedale”.

“Non si tratta di botti illegali – spiega Menna – ma di manufatti legali e difettosi. Anche per questo dobbiamo superare del tutto la cultura sbagliata di festeggiare con gli esplosivi. I botti non servono a nulla ma feriscono un sacco di persone e di bambini. La festa deve essere bella per tutti mentre, ogni anno, so che i Pronto Soccorso di Napoli si trasformeranno in una bolgia di dolore, sangue e urla. E so che non finirà lì, perché il giorno dopo arriveranno in reparto i bambini feriti dai botti inesplosi. Spero sempre che il 1 gennaio sia una giornata di pioggia, in modo da disinnescare almeno una parte degli esplosivi. Ma il meteo non ci può salvare ogni volta. Dobbiamo dire basta ai botti una volta per tutte”.


[1] 37 feriti a Napoli per i botti di Capodanno – AGI – 01 gennaio 2019

[2] Botti e feriti, Capodanno di follia- Adnkronos 01 gennaio 2019