Impianti retinici: a che punto siamo e cosa ci riserva il futuro

Stanislao Rizzo

Risultati entusiasmanti e traversie finanziarie si incrociano nel racconto di uno dei chirurghi più esperti del settore in Italia. Il lungo periodo di sperimentazione tra i principali ostacoli allo sviluppo delle nuove tecnologie. Ma all’IRCCS Gemelli un nuovo impianto da 400 elettrodi potrebbe arrivare presto in sperimentazione.

Intervista a Stanislao Rizzo, Direttore della Clinica Oculistica del Policlinico e IRCCS A. Gemelli di Roma e Professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Stanislao Rizzo è uno dei pochi chirurghi oculistici al mondo ad aver impiantato protesi retiniche con regolarità. I suoi pazienti, sottoposti all’impianto della protesi Argus, hanno iniziato a percepire di nuovo forme in scala di grigi.

“Si tratta di un risultato entusiasmante dal punto di vista medico e tecnologico, ma non è possibile considerarlo un ‘recupero’ della vista – spiega il Professore-. È un inizio. Sono convinto, però, che aumentando la complessità delle protesi, la rappresentazione visiva migliorerà in maniera sostanziale”.

La tecnologia alla base dell’intervento prevede l’impianto di un disco di elettrodi all’interno dell’occhio, sulla superficie della retina centrale, la macula, stimolando le cellule nervose deputate alla trasmissione degli stimoli luminosi al cervello. Una telecamera ed un piccolo computer esterno filmano e rielaborano le immagini comunicando in maniera wireless con gli elettrodi della protesi. Questi, ricevuto un preciso impulso radio modulato sulle immagini di volta in volta caricate dalla telecamera, stimolano la retina e la corteccia visiva permettendole di raffigurare le forme dell’ambiente circostante.

Non è un sistema adatto a tutti

“Solo i pazienti divenuti ciechi in età adulta– spiega Rizzo – possono trarne beneficio perché la corteccia visiva deve aver ricevuto durante lo sviluppo della visione i necessari stimoli per la sua crescita. Una delle patologie che possano risentire favorevolmente di tale tecnologia è la retinite pigmentosa avanzata, in cui i fotorecettori retinici sono andati completamente distrutti ma le cellule deputate alla conduzione dello stimolo visivo ancora sopravvivono.

Il fatto che gli impianti retinici possano, tutto sommato, rivolgersi ad un bacino limitato di pazienti e che la rappresentazione visiva offerta sia ancora limitata, ha comportato il sostanziale fallimento delle aziende che avevano aperto la strada nel settore. “Gli investitori – spiega Rizzo – hanno ritirato i finanziamenti. A demotivarli non erano tanto i costi degli impianti in se stessi[1], quanto piuttosto quelli della ricerca. Costi che potevano essere recuperati solo dopo moltissimi anni. Il percorso di sperimentazione e approvazione per un tipo di protesi è, infatti, di circa 12 anni”.

Il fallimento delle aziende pionieri e i lunghi tempi di attesa hanno rappresentato una battuta d’arresto per la branca degli impianti retinici, ma non ne hanno decretato la fine.

“Al contrario – spiega Rizzo – contiamo di poter presto avviare una sperimentazione all’IRCCS Gemelli che riguarderà una protesi con 400 elettrodi. Comparati ai 60 dell’Argus confidiamo offrirà una risoluzione molto maggiore con corrispondente beneficio per i pazienti”.


[1] Circa 100mila Euro nel caso dell’Argus

Degenerazione maculare: rispettare le visite rende più efficace la cura

Identificata la correlazione tra aderenza alle visite e progresso nell’acuità visiva nei pazienti affetti da degenerazione maculare legata all’età: la compliance del paziente ha un impatto sul recupero della vista.

La compliance della persona nell’aderire a visite specialistiche periodiche ha degli effetti sui risultati visivi. Lo dimostra una ricerca americana su pazienti affetti da degenerazione maculare neovascolare legata all’età. Lo studio, realizzato da un team di ricercatori del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università della Pennsylvania, pubblicato su Jama Ophtalmology[1], ha evidenziato una correlazione positiva tra l’adesione ai trattamenti, che prevedevano una continuità delle visite e l’aumento dell’acuità visiva

La sperimentazione clinica randomizzata è stata condotta su 1.178 individui con degenerazione maculare legata all’età, reclutati da 44 centri clinici negli Stati Uniti. Il protocollo di studio di due anni anni richiedeva 1 visita ogni 4 settimane – ogni 21/35 giorni per un totale di 26 visite – per trattamenti mensili. L’analisi ha avuto luogo da novembre 2018 a maggio 2019.

I pazienti dovevano partecipare alle visite ogni 4 settimane; ogni visita mancata era associata a un declino medio del punteggio della lettera dell’acuità visiva di 0,7. Rispetto ai pazienti che hanno effettuato regolari visite, quelli che in media si facevano visitare tra 36 e 60 giorni, e più di 60 giorni, hanno perso rispettivamente 6,1 e 12,5 lettere. Tutte le misure valutate di aderenza e costanza alle visite hanno avuto un’associazione con risultati visivi e, data l’elevata probabilità di una sostanziale perdita dell’acuità visiva in questo tipo di pazienti, non sorprende che l’aderenza alle visite abbia avuto un ruolo fondamentale.

i risultati di questo studio clinico fornisco dunque prove a supporto della correlazione tra l’adesione alle visite e il miglioramento dell’acuità visiva. L’ampiezza di questa associazione all’interno di questo scenario suggerisce che dovrebbero essere spesi sforzi sostanziali per perseguire nell’aderenza alle visite o nell’individuare strategie terapeutiche che riducano l’onere della visita senza compromettere i risultati visivi.


[1] M. S. Ramakrishnan, Y. Yu, B.L. VanderBeek, Association of Visit Adherence and Visual Acuity in Patients With Neovascular Age-Related Macular Degeneration, in “Jama Ophtalmology”, 6th February 2020.

Sacrificare il sonno non è “premiante”

Tre ricerche spiegano come il sonno sia fondamentale per migliorare le attività del cervello. Oltre ad avere un impatto benefico sulla salute delle persone, un ciclo regolare di sonno garantisce maggiori prestazioni. Tra gli ambiti studiati figura anche l’apprendimento visivo.

Il sonno potrebbe avere un ruolo importante nell’affinare le attività del cervello: lo spunto ci viene da tre ricerche realizzate rispettivamente dalla University of Pennsylvania[1], dalla Brown University[2] e dalla University of Wisconsin[3].

Nella ricerca condotta dall’Università della Pennsylvania su 53 studenti, è stato dimostrato che “la deprivazione di sonno può determinare scarse prestazioni, mancanza di motivazione o di sforzo”[4].

In particolare, ai partecipanti è stato chiesto di mantenere un programma di sonno abituale durante la prima settimana per poi prolungarne la durata di 1 ora nella seconda. I risultati hanno evidenziato che l’attività del dormire non ha solo un impatto positivo sulla salute, ma comporta miglioramenti significativi nelle prestazioni delle persone. I ricercatori spiegano altresì come il poco sonno, magari causato da periodi di studio particolarmente intensi, possa avere effetti controproducenti sulle abilità cognitive e sull’umore delle persone, generando anche un aumento di ansia.

Nell’esperimento sull’apprendimento percettivo visivo, condotto invece dalla Brown University, si è visto come le prestazioni si rinforzano quando i partecipanti fanno seguire all’attività di training il sonno[5]. Lo studio americano, basato su un sistema di ricompense, suggerisce non solo che la ricompensa, o l’anticipazione della stessa, rafforzi i circuiti neurali tra la ricompensa e le aree visive del cervello, ma che questi circuiti abbiano più probabilità di riattivarsi durante il sonno, facilitando l’apprendimento delle attività[6]. In particolare, ai giovani americani è stato chiesto di identificare una lettera e l’orientamento di una serie di linee su uno sfondo intenso e ad alcuni partecipanti, inoltre, è stato chiesto di astenersi dal mangiare o dal bere nelle ore che precedevano il compito. Come ricompensa, per le risposte corrette sono state fornite gocce d’acqua. Contrariamente ai gruppi che non hanno ricevuto una ricompensa durante l’allenamento, i partecipanti premiati hanno mostrato miglioramenti significativi nelle prestazioni, ma solo dopo aver dormito al termine della sessione di allenamento. In questo caso, il sonno REM sembra essere particolarmente importante per l’apprendimento delle attività, probabilmente perché le connessioni sono riorganizzate e ottimizzate durante questa fase del sonno.

Il sonno è il prezzo che il cervello deve pagare per l’apprendimento e la memoria”, spiegano nel loro studio Cirelli e Tononi del Wisconsin Institute for Sleep and Consciousness, che da 15 anni indagano la possibilità che il sonno sia una sorta di compromesso evolutivo[7]. Per comprendere l’ipotesi dell’omeostasi sinaptica formulata dai due neuroscienziati, bisogna partire dalle sinapsi: “Ogni volta che apprendiamo una nuova informazione o facciamo una nuova esperienza, le sinapsi subiscono delle modifiche che rafforzano il legame tra i neuroni attivati dai nuovi stimoli e permettono così la formazione di nuove memorie. Questo processo del tutto naturale ha un costo: le sinapsi che si rafforzano diventano progressivamente più dispendiose per l’organismo dal punto di vista energetico e senza una valvola di sfogo il cervello tenderebbe con il tempo a saturarsi, bloccando ogni nuova possibilità di apprendimento”[8]. Da qui l’importanza del sonno: “È solo quando dormiamo che il cervello, al riparo dagli stimoli dell’ambiente, può valutare le informazioni apprese nel corso della giornata, eliminare quelle meno importanti e consolidare quelle rilevanti, facendo spazio per l’apprendimento di nuove memorie il giorno seguente”[9].


[1] A. A. Stock, S. Lee, N. G. Nahmod, BSa, A. M. Chang, Effects of sleep extension on sleep duration, sleepiness, and blood pressure in college students, in “Sleep Health”, Vol. 6 (1), Elsevier, February, 2020.

[2] M. Tamaki, A. V. Berard, T.Barnes-Diana, J. Siegel,  T. Watanabe, Y. Sasaki, Reward does not facilitate visual perceptual learning until sleep occurs, in “Proceedings of the National Academy of Sciences of The United States of America”, July, 2019.

[3] G. Tononi, C. Cirelli, Sleep and the Price of Plasticity: From Synaptic and Cellular Homeostasis to Memory Consolidation and Integration, in “Neuron”, Vol. 81(1), January, 2014.

[4] https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/11/21/news/universita_sonno_salute-241585639/

[5] https://www.pnas.org/content/117/2/959

[6] https://www.brown.edu/news/2020-01-17/visual

[7] https://neurosciencenews.com/learning-sleep-neuroscience-research-716/

[8]https://www.repubblica.it/salute/2018/03/05/news/altro_che_inattivita_il_sonno_e_fondamentale_per_ristabilire_l_equilibrio_nel_cervello-189494711/

[9] Ibidem.  

Glaucoma, cosa c’è da sapere

Inizia con quest’articolo la partnership tra IAPB Italia onlus e il sito pazienti.it per le notizie che fanno prevenzione.

Un’intervista sul Glaucoma e su come accorgersi della malattia. La realizza il sito pazienti.it al prof. Gianluca Manni, oculista e Responsabile del Centro Glaucoma presso il Policlinico dell’Università Tor Vergata di Roma. 

L’articolo è il primo di una serie che nascerà dalla nuova partnership tra l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità e il sito di informazione sanitaria nella quale IAPB Italia offrirà e vaglierà i contenuti medico scientifici ed entrambi lavoreranno fianco a fianco per aumentare la diffusione delle notizie che aumentano la consapevolezza e stimolano la prevenzione.

ECCO IL LINK A PAZIENTI.IT

L’insegnamento del coronavirus per la prevenzione oculare

Li Wenliang il medico cinese divenuto famoso per aver denunciato tra i primi la nuova epidemia era un oculista. Perché? Cosa significa per la salute quotidiana degli occhi?

Il recente rapporto del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie della Cina (CCDC) ha pubblicato il primo studio sul nuovo coronavirus – il SARS-CoV-2, nella nomenclatura corretta – che ha colpito la parte centrale del Paese. Il Virus ha comportato sintomi moderati nell’81 per cento dei 44mila casi monitorati dallo studio, con un tasso di mortalità del 2,9 per cento nella regione epicentro dell’epidemia – Hubei e il suo capoluogo Wuhan – e dell’0,4 per cento nel resto della Cina.

La maggior parte dei morti erano persone già immunosoppresse, ma non tutte. Una delle – finora – più di 1800 vittime e probabilmente la più famosa è il medico Li Wenliang, che denunciò tra i primi l’insorgenza di una nuova malattia: venne richiamato ufficialmente dalla polizia per aver diffuso notizie allarmistiche e morì, il 6 febbraio scorso, dopo aver contratto il virus egli stesso.

Li Wenliang è divenuta una figura simbolica, sia come medico coraggioso che come vittima di un sistema di governo non liberale che ha ostacolato la diffusione delle prime informazioni riguardo la malattia.

Quello che si dice meno spesso è che Li Wenliang era un medico oculista.

Perché, dunque, ha avuto a che fare con l’infezione?

La risposta l’ha data il Dottor Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmologica italiana: “Gli occhi e in particolare la congiuntiva sono la diretta porta di ingresso per il coronavirus che viene poi trascinato, tramite le vie di deflusso delle lacrime, all’interno del naso e della gola. Il virus – ricorda Piovella – è trasmesso principalmente con modalità aerosol dalle goccioline della saliva e contagia le vie respiratorie, ma soprattutto e direttamente la mucosa congiuntivale”. La congiuntivite virale, inoltre, è un sintomo precoce della malattia.

In pratica, gli occhi possono essere la porta di ingresso di virus e batteri nell’organismo.

Siccome, il meccanismo di infezione delle congiuntive è lo stesso in molte malattie o congiuntiviti (grazie o meno gravi), la SOI consiglia in maniera molto rigorosa di non toccarsi gli occhi con le mani prima di averle lavate e di lavarsele spesso. Questa precauzione diventa un obbligo categorico in caso sia stati sottoposti ad intervento chirurgico quale la cataratta.

Per la stessa ragione l’indicazione SOI (e anche della American Academy of Ophthalmology) agli oculisti è di utilizzare guanti, mascherina e occhiali protettivi nel visitare pazienti con congiuntivite e/o febbre. Si ribadisce poi la necessità di utilizzare – negli studi e negli ambulatori – erogatori d’acqua per il lavaggio delle mani a fotocellula (che devono sostituire i tradizionali rubinetti), provvedendo anche alla disinfezione più volte nell’arco della giornata dei Servizi a disposizione del Personale e del Pubblico.

Va ripetuto che non c’è emergenza alcuna in Italia riguardante il nuovo virus che ha colpito la Cina.

Ma il comportamento di quel virus – come di tantissimi altri – ci ricorda quanto sia importante avere cura degli occhi e quanta differenza possano fare poche e semplici misure di precauzione.

Fonti:

Il Post

Comunicato SOI

AdnKronos

Nuovi trattamenti per l’AMD umida

196 milioni di persone nel 2020 soffriranno di degenerazione maculare legata all’età. Al momento ci sono diverse opzioni terapeutiche allo studio per somministrare anti-VEGF in maniera alternativa alle iniezioni.

La  degenerazione maculare legata all’età (DMLE o AMD) è una malattia retinica che provoca una riduzione della funzionalità della zona centrale della retina – la macula – fino a una perdita della visione centrale. Questa patologia, che colpisce principalmente i soggetti con più di 65 anni, rappresenta una tra le prime, se non, la prima causa di cecità e di ipovisione nel mondo occidentale e [1]. Il fenomeno è legato al processo di invecchiamento dell’occhio, per cui la macula si altera sino a perdere le sue caratteristiche. Ciò è dovuto alla morte delle cellule retiniche, che può essere lenta e progressiva, oppure più rapida e drammatica. In Italia, si stima colpisca circa un milione di individui, di cui 200.000-300.000 presentano la forma avanzata[2].

Nel 2020, si prevede che circa 196 milioni saranno ammalate di degenerazione maculare legata all’età: una cifra destinata a crescere con l’invecchiamento demografico, soprattutto, nei Paesi di maggior benessere.

Ancora oggi non esistono trattamenti per la forma più comune, nota come AMD secca e diffusa nell’80% dei casi.

Si può invece trattare con le iniezioni anti-VEGF la AMD umida, la forma meno frequente ma anche la più invalidante. Il trattamento continuativo a base di iniezioni intravitreali di questi farmaci – una classe di molecole che agisce inibendo la proliferazione dei nuovi vasi sanguigni – sta dimostrando la sua efficacia[3].

Un’alternativa alle iniezioni oculari è rappresentata dalla terapia genica. L’obiettivo è fornire un trattamento che aiuti l’occhio “a produrre il proprio medicinale anti-VEGF” [4]. Questo viene fatto inserendo un virus innocuo che trasporta il gene anti-VEGF nel DNA delle cellule dell’occhio.

Gli scienziati stanno testando due approcci diversi: una prima terapia che richiede una singola iniezione sotto la retina, una seconda che può essere iniettata nell’occhio direttamente in ambulatorio.

Il sistema “port delivery” (PDS), invece, si propone come un piccolo dispositivo ricaricabile che immagazzina medicinali anti-VEGF. La porta, di piccolissime dimensioni, viene impiantata nella parete dell’occhio durante una procedura chirurgica. Il PDS rilascia continuamente farmaci anti-VEGF negli occhi[5].

Una forma di compresse orali di medicinale anti-VEGF è infine al vaglio di studi clinici: il farmaco può eliminare o ridurre la necessità di iniezioni oculari.


[1]  https://iapb.it/fileutente/file/AMD-opuscolo-2014-IAPB_Italia_onlus-ok.pdf

[2] Ibidem

[3] https://www.repubblica.it/dossier/salute/retina-in-salute/2019/10/17/news/proteggere_la_retina_salvare_la_vista_di_chi_soffre_di_maculopatia_senile-238827000/

[4] https://www.aao.org/eye-health/tips-prevention/promising-new-treatments-amd

[5] https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/easier-potentially-more-effective-treatment-blindi

Un test genetico per prevedere il glaucoma

Uno studio australiano individua 107 geni coinvolti nell’insorgenza di questa grave malattia che può portare alla cecità.

Un test genetico per prevedere la possibilità di insorgenza del glaucoma, la grave patologia degenerativa del nervo ottico che riduce progressivamente il campo visivo. Lo ha messo a punto un team di ricercatori australiani individuando 107 i geni[1] collegati all’insorgenza di questa malattia[2]. Lo studio è partito dall’analisi di 64mila immagini archiviate nella UK Biobank ed è stato condotto QIMR Berghofer Medical Research Institute e Flinders University in Australia, e pubblicato su Nature Genetics[3].

I ricercatori hanno incrociato immagini e dati genetici identificando 107 geni legati al rischio di ammalarsi di glaucoma. Sulla base di questa conoscenza hanno messo a punto un test poligenico per misurare il rischio individuale di glaucoma estanno cercando di coinvolgere nel progetto di ricerca “Genetics of Glaucoma” circa 20mila persone con una storia familiare della malattia[4].

«Il glaucoma è una malattia genetica e il modo migliore per prevenire la perdita della vista è attraverso la diagnosi e il trattamento precoci», ha spiegato Stuart MacGregor[5], professore associato che guida il gruppo statistico di genetica di QIMR Berghofer. Il ricercatore ha sintetizzato così il significato del loro lavoro: «Il nostro studio ha scoperto che analizzando il DNA raccolto dalla saliva o dal sangue, si è in grado di determinare la probabilità che una persona sviluppi la malattia e ricevere un trattamento e/o un monitoraggio precoci». Il test genetico può essere eseguito prima che il danno insorga in modo da poter effettuare controlli regolari. Si tratta di offrire davvero una nuova speranza per il futuro, come ha evidenziato il capo del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Flinders, il professore Jamie Craig[6]: «Ci sono australiani che, se avessero avuto un trattamento adeguato qualche anno prima, non sarebbero diventati ciechi. Uno su 30 australiani ha il glaucoma, ma la maggior parte delle persone scopre di averlo solo quando va da uno specialista, perché sta perdendo la vista o per un controllo generale dell’occhio. La diagnosi precoce è fondamentale perché i trattamenti esistenti non riescono a ripristinare la vista persa e la diagnosi tardiva del glaucoma è un importante fattore di rischio per la cecità».

Il glaucoma, infatti, è caratterizzato da un progressivo danno degenerativo nelle cellule nervose dell’occhio. È una delle principali causa di cecità irreversibile in tutto il mondo: sono 76 milioni le persone affette da questa patologia, con una curva di crescita che porterà il numero a 120 nel 2040[7].

Attualmente, il trattamento farmacologico o chirurgico della pressione oculare può rallentare in modo affidabile o arrestare il deterioramento nella maggior parte dei casi. Ma, come sottolineato dal professor Craig, non c’è modo di recuperare il danno subito. Per questo la visita oculistica periodica e la diagnosi precoce sono l’unica forma di prevenzione.

Il Glaucoma può insorgere a qualsiasi età, ma la maggior parte delle persone colpite ha più di 50 anni[8]. Così i ricercatori australiani hanno deciso di offrire esami del sangue alle persone di quell’età per scoprire se sono a rischio. L’obiettivo degli studiosi è quello di entrare in contatto con persone che hanno una storia familiare della malattia. «Vogliamo sapere chi avrà il glaucoma, e per coloro che sono sensibili, vogliamo essere in grado di individuare a quale età lo avranno», ha detto il professore associato MacGregor[9]. Questo potrebbe consentire di «sviluppare un approccio personalizzato per il trattamento precoce di soggetti ad alto rischio e le persone a rischio più basso potrebbero avere un monitoraggio e un trattamento meno intensivi. Ciò comporterebbe benefici per i pazienti, i medici e il sistema sanitario con interventi ridotti e costi ridotti».


[1] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[2] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[3] S. MacGregor, J. E. Craig, X. Han, Multitrait analysis of glaucoma identifies new risk loci and enables polygenic prediction of disease susceptibility and progression, in “Nature Genetics”, 20 January 2020.

[4] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[5] https://www.business-standard.com/article/news-ani/genetic-test-developed-to-predict-onset-of-glaucoma-120012500518_1.html

[6] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[7] World Health Organization, World report on vision, 8 October 2019, p.25.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

Occhio secchio: un’alterazione della superficie oculare

L’occhio secco è un problema molto diffuso, soprattutto perché colpisce persone che fanno un uso eccessivo degli schermi. Lo racconta in questa videochat il Professor Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini. “Quando parliamo di sindrome dell’occhio secco – spiega Lambiase – facciamo riferimento ad un quadro clinico dovuto a tantissime cause, tra loro anche diverse, che hanno come fattore comune l’alterazione di tutta la superficie oculare. Non si tratta di avere poche lacrime, o di qualità alterata, ma dell’innesco di meccanismi infiammatori e di alterazione della sensibilità. Questi meccanismi, tra loro molto vari, possono comportare una totale perdita della funzione visiva o un’alterazione. Gli ultimi studi per il trattamento dell’occhio secco sostengono che influendo sulla sensibilità della funzione oculare si otterrebbe un miglioramento della funzione lacrimale”.

A questo link tutte le interviste:

  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

La retinopatia diabetica: aumenta la frequenza della malattia

Il diabete è un problema crescente in Italia e nel mondo. Solo in Italia si contano 3 milioni di diabetici, più di 420 milioni nel mondo. Di questi, solo un quarto effettua, almeno una volta l’anno, una visita dall’oculista. Lo spiega in questa intervista il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Il trend dell’aumento della frequenza della malattia diabetica – spiega Bandello – è impressionante. Nell’arco di 10 anni il numero di pazienti diabetici raddoppierà. Siamo di fronte a una pandemia che è in grado di mettere in ginocchio i sistemi sanitari di tutti i paesi del mondo”.

A questo link tutte le interviste:

  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

L’importanza della riabilitazione visiva

Nell’intervista al dott. Filippo Amore, Direttore del Polo Nazionale per gli Ipovedenti di Roma,  si parla di “riabilitazione visiva”, un ambito sempre più importante nell’Oftalmologia e, più in generale, nella Medicina. Con l’aumentare dell’aspettativa di vita, molte patologie a carico del paziente adulto sono diventate vere e proprie “malattie sociali”. Al mondo sono circa 240 milioni le persone ipovedenti e, in Italia, oltre 1,5 milioni[1].

“Riabilitazione visiva significa far recuperare, alle persone che hanno avuto un problema visivo cronico e hanno perso gran parte della loro capacità visiva, un’area visiva ancora funzionale, che possa essere addestrata per sostituire quelle zone che, a causa della malattia, non sono più funzionali”, ha spiegato in questa intervista il dott. Filippo Amore.

A questo link tutte le interviste:

  • La cataratta: risponde alle domande il dott. Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI)
  • La retinopatia diabetica: ne parla il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

[1] https://iapb.it/le-dimensioni-della-disabilita/