Teniamo d’occhio i piccoli

Teniamo d’occhio i piccoli Oltre il 5% dei bambini in età prescolare ha problemi alla vista 1 aprile 2009 – Ben 2.546 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni sono stati sottoposti a una visita oculistica in occasione di un ampio studio condotto negli Stati Uniti dalla John Hopkins University. Si è riscontrato che oltre il 5% dei piccoli in età prescolare ha problemi oculari: dai vizi refrattivi come l’ipermetropia e l’astigmatismo, passando per lo strabismo e l’occhio pigro (ambliopia). Specialmente in quest’ultimo caso è molto importante una diagnosi precoce perché dopo i sette anni diventa molto difficile rimediare a un mancato sviluppo dell’area cerebrale deputata alla visione dell’occhio che il bambino non usa, col rischio di non sviluppare capacità di visione tridimensionale (stereoscopica). I ricercatori sottolineano, quindi, che sarebbe necessaria una visita già all’età di quattro anni. Nel complesso è stato riscontrato che solo in un caso su cento era già stato effettuato un controllo oculistico (con tanto di prescrizione di occhiali). L’ipermetropia era di gran lunga l’errore refrattivo più comune, mentre la miopia lo era molto meno. Nota scientifica : mediamente l’occhio destro è risultato ipermetrope di una diottria e mezzo nei bambini bianchi e di circa la metà nei piccoli afro-americani. Un’ipermetropia superiore alle tre diottrie si è riscontrata nell’8,9% dei bianchi e nel 4,4% dei neri (occhio migliore). Tra questi ultimi, al contrario, la miopia è più diffusa (5,5% contro lo 0,7% dei bianchi, considerando solo i bambini con più di una diottria nell’occhio migliore). Referenza originale: “Prevalence of Refractive Error among Preschool Children in an Urban Population: The Baltimore Pediatric Eye Disease Study”, by Giordano L, Friedman DS, Repka MX, Katz J, Ibironke J, Hawes P, Tielsch JM., 1: Ophthalmology. 2009 Feb 23 (Epub ahead of print).

Fonti: Ophthalmology ( abstract-Pubmed ), Johns Hopkins Medical Institutions (press release).

I videogame d’azione possono migliorare la sensibilità al contrasto

I videogame possono migliorare la sensibilità al contrasto Studio Usa pubblicato su Nature: videogiocare può integrare terapie tradizionali contro l’occhio pigro

30 marzo 2009 – Videogiocare spesso può migliorare la sensibilità al contrasto; dunque, il computer può essere ‘amico’ della vista. Lo assicura una

Fonte autorevole quale Nature Neuroscience.

Per aumentare la sensibilità al contrasto può essere necessario ricorrere a soluzioni di tipo ottico. Ma il metodo ludico – se pure di portata più ridotta – potrebbe essere una strada complementare ad alcune terapie tradizionali: è quanto sostiene l’_quipe di ricercatori dell’Università di Rochester, la quale ha chiesto a giocatori esperti di cimentarsi in videogame dove si colpivano obiettivi virtuali. Chi non giocava ha, al contrario, dimostrato di avere una sensibilità al contrasto inferiore: avvertiva con più difficoltà le piccole differenze nelle scale di grigi su uno sfondo monocolore. però le prestazioni miglioravano se videogiocavano quotidianamente.

La sensibilità al contrasto – particolarmente importante di notte o in condizioni di scarsa illuminazione – si riduce con l’invecchiamento, ma può anche essere l’effetto di una patologia come l’occhio pigro ( ambliopia ). I ricercatori sperano che l’uso dei videogiochi possa migliorare l’attività di entrambi gli occhi; tuttavia, bisogna intervenire precocemente perché in genere è più difficile incrementare la sensibilità al contrasto degli adulti. “Questi interventi – scrivono i ricercatori – sarebbero del più grande beneficio clinico come integrazione agli approcci clinici standard, che sono principalmente diretti a migliorare la qualità ottica dell’occhio”; in questo caso, invece, si sfrutta la plasticità dei circuiti neurali del cervello.

Leggi anche: “ Come usare i videoterminali ”.
Referenza originale: “Enhancing the contrast sensitivity function through action video game training”, Renjie Li, Uri Polat, Walter Makous & Daphne Bavelier. Nature Neuroscience . Pubblicato on-line il 29 Marzo 2009 (doi:10.1038/nn.2296)

Fonti: Bbc , Nature Neuroscience .
Numero Verde di assistenza oculistica (tutte le mattine dei giorni feriali, dalle 10 alle 13). Risponde un medico oculista se si scrive anche nel forum del sito della IAPB Italia onlus .Nota: per variare la dimensione dei caratteri premere il tasto Ctrl assieme ai tasti +/- oppure girare la rotellina del mouse mentre si tiene premuto Ctrl.

I videogame d’azione possono migliorare la sensibilità al contrasto

I videogame possono migliorare la sensibilità al contrasto Studio Usa pubblicato su Nature: videogiocare può integrare terapie tradizionali contro l’occhio pigro

30 marzo 2009 – Videogiocare spesso può migliorare la sensibilità al contrasto; dunque, il computer può essere ‘amico’ della vista. Lo assicura una

Fonte autorevole quale Nature Neuroscience.

Per aumentare la sensibilità al contrasto può essere necessario ricorrere a soluzioni di tipo ottico. Ma il metodo ludico – se pure di portata più ridotta – potrebbe essere una strada complementare ad alcune terapie tradizionali: è quanto sostiene l’_quipe di ricercatori dell’Università di Rochester, la quale ha chiesto a giocatori esperti di cimentarsi in videogame dove si colpivano obiettivi virtuali. Chi non giocava ha, al contrario, dimostrato di avere una sensibilità al contrasto inferiore: avvertiva con più difficoltà le piccole differenze nelle scale di grigi su uno sfondo monocolore. però le prestazioni miglioravano se videogiocavano quotidianamente.

La sensibilità al contrasto – particolarmente importante di notte o in condizioni di scarsa illuminazione – si riduce con l’invecchiamento, ma può anche essere l’effetto di una patologia come l’occhio pigro ( ambliopia ). I ricercatori sperano che l’uso dei videogiochi possa migliorare l’attività di entrambi gli occhi; tuttavia, bisogna intervenire precocemente perché in genere è più difficile incrementare la sensibilità al contrasto degli adulti. “Questi interventi – scrivono i ricercatori – sarebbero del più grande beneficio clinico come integrazione agli approcci clinici standard, che sono principalmente diretti a migliorare la qualità ottica dell’occhio”; in questo caso, invece, si sfrutta la plasticità dei circuiti neurali del cervello.

Leggi anche: “ Come usare i videoterminali ”.
Referenza originale: “Enhancing the contrast sensitivity function through action video game training”, Renjie Li, Uri Polat, Walter Makous & Daphne Bavelier. Nature Neuroscience . Pubblicato on-line il 29 Marzo 2009 (doi:10.1038/nn.2296)

Fonti: Bbc , Nature Neuroscience .
Numero Verde di assistenza oculistica (tutte le mattine dei giorni feriali, dalle 10 alle 13). Risponde un medico oculista se si scrive anche nel forum del sito della IAPB Italia onlus .Nota: per variare la dimensione dei caratteri premere il tasto Ctrl assieme ai tasti +/- oppure girare la rotellina del mouse mentre si tiene premuto Ctrl.

Più ossigeno contro la cecità

Più ossigeno contro la cecità Negli Usa una tecnica sperimentale contro la retinopatia diabetica basata su una miniprotesi

27 marzo 2009 – L’ossigeno, se fatto arrivare alla retina nella giusta quantità, può salvare dalla cecità. Ad esempio, se si tratta di persone colpite da retinopatia diabetica, secondo quanto affermano ricercatori americani dell’Oak Ridge National Laboratory, della University of Southern California e della University of Tennessee; i quali sono riusciti a installare piccole protesi in grado di sopperire a un ridotto apporto sanguigno al tessuto retinico.
La procedura, ancora ampiamente sperimentale, non è delle più semplici: grazie a un’operazione chirurgica si installa in prossimità della retina un sistema basato su tre elettrodi. Si tratta, insomma, di una sorta di minicentrale per la produzione di ossigeno – basata sull’elettrolisi e in grado di distruggere il cloro nocivo – che funziona grazie a impulsi elettrici molto rapidi (della durata di 200 millisecondi circa).
“Abbiamo messo assieme – ha affermato Greenbaum, che ha diretto lo studio – una squadra di ricercatori con le capacità giuste per affrontare questo problema di enormi proporzioni”. Infatti, il diabete è una grande minaccia per la vista; ma la prevenzione della cecità causata della retinopatia diabetica passa, in primo luogo, per il controllo della glicemia (livello di zuccheri nel sangue). Dunque, in questi casi è molto importante rivolgersi sia a un medico oculista che a un diabetologo senza attendersi a breve soluzioni ‘fantascientifiché.
Referenza originale: Elias Greenbaum, IEEE Transactions on Biomedical Engineering.

Fonte principale: DOE/ Oak Ridge National Laboratory
Numero Verde di assistenza oculistica (tutte le mattine dei giorni feriali, dalle 10 alle 13). Risponde un medico oculista se si scrive anche nel forum del sito della IAPB Italia onlus .Nota: per variare la dimensione dei caratteri premere il tasto Ctrl assieme ai tasti +/- oppure girare la rotellina del mouse mentre si tiene premuto Ctrl.

Più ossigeno contro la cecità

Più ossigeno contro la cecità Negli Usa una tecnica sperimentale contro la retinopatia diabetica basata su una miniprotesi

27 marzo 2009 – L’ossigeno, se fatto arrivare alla retina nella giusta quantità, può salvare dalla cecità. Ad esempio, se si tratta di persone colpite da retinopatia diabetica, secondo quanto affermano ricercatori americani dell’Oak Ridge National Laboratory, della University of Southern California e della University of Tennessee; i quali sono riusciti a installare piccole protesi in grado di sopperire a un ridotto apporto sanguigno al tessuto retinico.
La procedura, ancora ampiamente sperimentale, non è delle più semplici: grazie a un’operazione chirurgica si installa in prossimità della retina un sistema basato su tre elettrodi. Si tratta, insomma, di una sorta di minicentrale per la produzione di ossigeno – basata sull’elettrolisi e in grado di distruggere il cloro nocivo – che funziona grazie a impulsi elettrici molto rapidi (della durata di 200 millisecondi circa).
“Abbiamo messo assieme – ha affermato Greenbaum, che ha diretto lo studio – una squadra di ricercatori con le capacità giuste per affrontare questo problema di enormi proporzioni”. Infatti, il diabete è una grande minaccia per la vista; ma la prevenzione della cecità causata della retinopatia diabetica passa, in primo luogo, per il controllo della glicemia (livello di zuccheri nel sangue). Dunque, in questi casi è molto importante rivolgersi sia a un medico oculista che a un diabetologo senza attendersi a breve soluzioni ‘fantascientifiché.
Referenza originale: Elias Greenbaum, IEEE Transactions on Biomedical Engineering.

Fonte principale: DOE/ Oak Ridge National Laboratory
Numero Verde di assistenza oculistica (tutte le mattine dei giorni feriali, dalle 10 alle 13). Risponde un medico oculista se si scrive anche nel forum del sito della IAPB Italia onlus .Nota: per variare la dimensione dei caratteri premere il tasto Ctrl assieme ai tasti +/- oppure girare la rotellina del mouse mentre si tiene premuto Ctrl.

Il pesce cieco che ‘aiuta’ i militari

Immersione con bombole (foto: Gingio, Fonte: Flickr)

Immersione con bombole (foto: Gingio, 

Fonte: Flickr)”  class=”left”  src=”https://iapb.it/wp-content/uploads/2009/03/Immersione-subacquei-Aut_Gingio-Fonte_Flickr_Portofino-diving.jpg” width=”300″ height=”225″ />Il pesce cieco che ‘aiuta’ i militari  </strong></span>   <span > <strong> Si stanno studiando i sensori dell’animale che si muove agevolmente nell’acqua </strong></span>      <em><span >26 marzo 2009</span></em><span > – Proprio perché è cieco ha un’importanza particolare per la ricerca. Attenzione, però, perché stiamo parlando di un pesce: lo stanno studiando ricercatori e militari americani per mettere a punto apparecchiature più sofisticate dei sonar. Infatti, madre natura lo ha dotato di particolari sensori che gli consentono di muoversi nell’acqua agevolmente e che, in futuro, potranno essere utili per ‘orientarsi’ sott’acqua. Ne ha dato notizia il <em>Georgia Institute of Technology </em>nel suo sito internet.</span>      <span >Il pesce cieco sfrutta dei piccoli peli coperti di gel per captare i lievi movimenti del mare: ciò gli consente di <img decoding=individuare oggetti ed altri esseri viventi, riuscendo così a muoversi agevolmente negli abissi. Gli scienziati già hanno ‘fiutato’ le potenzialità di una tecnologia capace di riprodurre questa straordinaria dote naturale, che serve naturalmente anche per localizzare le prede: sicurezza portuale, sorveglianza subacquea, rilevamento anticipato degli tsunami, messa a punto di attrezzature per ispezionare pozzi petroliferi, navigazione sottomarina e ricerca oceanografica. Ma non si può escludere che, un giorno, anche i non vedenti potranno sfruttare questo dispositivo (ora solamente sperimentale) per compiere più agevolmente le immersioni nelle profondità marine.

Fonte: Georgia Institute of Technology (USA)

Il pesce cieco che ‘aiuta’ i militari

Immersione con bombole (foto: Gingio, Fonte: Flickr)

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Fonte: Flickr)”  class=”left”  src=”https://iapb.it/wp-content/uploads/2009/03/Immersione-subacquei-Aut_Gingio-Fonte_Flickr_Portofino-diving.jpg” width=”300″ height=”225″ />Il pesce cieco che ‘aiuta’ i militari  </strong></span>   <span > <strong> Si stanno studiando i sensori dell’animale che si muove agevolmente nell’acqua </strong></span>      <em><span >26 marzo 2009</span></em><span > – Proprio perché è cieco ha un’importanza particolare per la ricerca. Attenzione, però, perché stiamo parlando di un pesce: lo stanno studiando ricercatori e militari americani per mettere a punto apparecchiature più sofisticate dei sonar. Infatti, madre natura lo ha dotato di particolari sensori che gli consentono di muoversi nell’acqua agevolmente e che, in futuro, potranno essere utili per ‘orientarsi’ sott’acqua. Ne ha dato notizia il <em>Georgia Institute of Technology </em>nel suo sito internet.</span>      <span >Il pesce cieco sfrutta dei piccoli peli coperti di gel per captare i lievi movimenti del mare: ciò gli consente di <img decoding=individuare oggetti ed altri esseri viventi, riuscendo così a muoversi agevolmente negli abissi. Gli scienziati già hanno ‘fiutato’ le potenzialità di una tecnologia capace di riprodurre questa straordinaria dote naturale, che serve naturalmente anche per localizzare le prede: sicurezza portuale, sorveglianza subacquea, rilevamento anticipato degli tsunami, messa a punto di attrezzature per ispezionare pozzi petroliferi, navigazione sottomarina e ricerca oceanografica. Ma non si può escludere che, un giorno, anche i non vedenti potranno sfruttare questo dispositivo (ora solamente sperimentale) per compiere più agevolmente le immersioni nelle profondità marine.

Fonte: Georgia Institute of Technology (USA)

Glaucoma, svelati nuovi misteri genetici

Una coppia di geni avrebbe un ruolo determinante nello sviluppo della prima causa di cecità irreversibile al mondo

Chi ha già un familiare affetto da glaucoma corre un rischio sensibilmente più alto della media di essere colpito da questa malattia oculare. Generalmente essa è associata a una pressione dell’occhio elevata: se non curata provoca danni irreversibili al nervo ottico, facendo piombare nella cecità (dopo che il campo visivo si è ridotto a partire dalla sua periferia, di solito progressivamente).

Esiste una base genetica del glaucoma: è per questo che diverse équipe di ricercatori mirano a una terapia capace di modificare il “codice della vita”. Tra queste c’è un team universitario canadese che ha formulato un “capo d’imputazione” nei confronti del gene WDR36; ma grazie a un modello sperimentale ha scoperto che esso non lavora da solo, bensì in associazione con un altro gene chiamato STI1.

Il nome dello scienziato-detective che ha svelato parte dei misteri che ancora circonda la matrice genetica del glaucoma è Michel Walter, il quale ha diretto l’équipe canadese che ha pubblicato gli esiti della propria ricerca sulla rivista Human Molecular Genetics. In particolare ha indagato una forma di glaucoma detta ad angolo aperto: strutture chiamate corpi ciliari producono una quantità eccessiva di umor acqueo rispetto a quello che viene smaltito. Per poter verificare come si comporta il gene WDR36 si è fatto ricorso a lieviti in laboratorio; è lì che si è compreso come le sue alterazioni fossero connesse a contemporanee alterazioni della funzionalità dell’altro gene, il STI1.

“Stando ai nostri risultati – ha dichiarato Walter, docente presso il Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Alberta – il glaucoma è una malattia poligenica, il che significa che ci devono essere alterazioni in diversi geni per far sì che il WDR36 causi la malattia”. D’altronde, ha incalzato il professore, “solo il 10% dei casi di glaucoma è riconducibile a geni già noti; perciò i geni coinvolti in questa interazione poligenica potrebbero contribuire a spiegare il restante 90%”.

“Se riusciamo a capire chi venga colpito dal glaucoma, allora potremo prevenirlo più facilmente e se riusciremo a comprendere come ci si ammali, allora otterremo indizi importanti per sviluppare una seconda generazione di farmaci che possano curare la malattia stessa” (riparando tratti del Dna).

Fonte: Human Molecular Genetics

Pagina pubblicata il 24 marzo 2009. Ultima modifica: 26 febbraio 2019

AMD, nuovo farmaco a carico del SSN

Retina colpita da AMD (forma umida)AMD, nuovo farmaco a carico del SSN
Dopo l’Avastin anche il Ranibizumab potrà essere iniettato contro la forma umida della degenerazione maculare legata all’età; ma lo Stato pagherà solo se il trattamento risulterà efficace

“őŗVia libera alla rimborsabilità del Ranibizumab (Lucentis), prescrivibile ai pazienti colpiti dalla forma umida dell’AMD, quella più grave ma meno frequente, principale causa di cecità nei Paesi sviluppati.
“őŗù stato elaborato, in collaborazione con l’Agenzia Italiana per il farmaco (AIFA), un sistema di rimborso per garantire accesso gratuito al trattamento eappropriatezza prescrittiva; ma il farmaco sarà a carico del Sistema Sanitario Nazionale solo se si dimostrerà efficace.

ù ora disponibile a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), per le persone affette da degenerazione maculare legata all’età (DMLE o AMD ): il ranibizumab, un anticorpo monoclonale creato grazie alla bioingegneriasviluppato specificamente per uso oftalmico da Novartis.

“Ranibizumab, già raccomandato dal National Institute for Clinical Excellence (NICE), ente britannico che esaminaTest di Amsler: le righe deformate sono il sintomo di una malattia oculare come lAMD il costo-beneficio dei farmaci, è – recita un comunicato stampa della multinazionale farmaceutica – il primo ed unico farmaco antiangiogenico (contro la proliferazione dei vasi dannosi per la retina) che ha dimostrato, in un ampio programma di studi clinici condotti su oltre 7.500 pazienti, di migliorare la visione, prevenire l’evoluzione della malattia che provoca la perdita della vista e, di conseguenza, di migliorare anche la qualità della vita dei pazienti”.
Nel mondo, ogni anno, circa mezzo milione di persone perde la vista a causa della DMLE; solo in Italia la multinazionale svizzera stima che circa 260.000 persone siano affette dalla forma più grave, quella neovascolare, che registra 20.000 nuovi casi ogni anno e si manifesta nel 15% dei casi (nel restante 85% la forma è secca, è ad evoluzione meno rapida, ma attualmente non è ancora trattabile con efficacia a livello farmacologico).
“Ranibizumab, arrestando la formazione dei neovasi con il massimo rispetto della retina sana, migliora in una percentuale significativa, la funzionalità visiva del paziente, consentendo il recupero della propria autonomia nello svolgimento delle attività della vita quotidiana – afferma Filippo Cruciani del Dipartimento Scienze Oftalmologiche dell’Università La Sapienza di Roma -. Con ranibizumab si apre sia per il paziente che per il medico una nuova prospettiva di cura e un nuovo approccio alla malattia: si può infatti comunicare al paziente un’evoluzione più positiva rispetto al passato, quando ci si limitava a trattarlo con la consapevolezza che era possibile solo rallentare la progressione della malattia”.

così può vedere un malato di AMD“La rimborsabilità di ranibizumab – sottolinea Mark Never, amministratore delegato di Novartis in Italia – rende finalmente disponibile anche in Italia gratuitamente una terapia che rappresenta un importante passo in avanti nella cura della DMLE neovascolare. L’innovativo modello di rimborso concordato con l’AIFA [Agenzia italiana del farmaco] concilia il diritto dei pazienti ai farmaci più innovativi ed efficaci in un contesto di impiego attento delle risorse economiche pubbliche”.

ù stato, infatti, raggiunto con le Autorità un accordo che prevede il monitoraggio dell’intero percorso terapeutico, dalla diagnosi al trattamento e alla valutazione dei risultati ottenuti al fine di assicurare l’appropriatezza prescrittiva e la sostenibilità.

“La sostenibilità economica delle terapie è strettamente legata al diritto dei pazienti di accesso alle cure. Questo vale in particolare per i farmaci biotecnologici innovativi che spesso rappresentano un’importante alternativa terapeutica, se non l’unica, per alcune categorie di pazienti incalza Walter Ricciardi, direttore Osservatorio Nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane e Istituto di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma-. Il modello di rimborso ‘payment by results’ è volto a promuovere una più alta qualità delle cure e dell’assistenza sanitaria sulla base dei risultati e risponde all’annosa questione del disallineamento tra i bisogni di salute e le risorse disponibili per soddisfarli. Questo modello di rimborso, già avviato in campo oncologico, viene per la prima volta applicato in campo oftalmico ed offre un’importante opportunità per utilizzare la pratica clinica allo stesso tempo come cura e strumento di valutazione dei risultati clinici, combinando assistenza e ricerca”.

“Da sempre impegnati nella prevenzione della cecità e difesa della vista accogliamo positivamente questa decisione che rappresenta uno straordinario passo in avanti per tutte le persone affette da degenerazione maculare legata all’età afferma l’Avv. Giuseppe Castronovo, Presidente della IAPB Italia onlus poichí© garantisce ai malati la possibilità di accedere ai migliori trattamenti disponibili senza differenze legate al reddito, all’età e allo stato sociale. Questo provvedimento conclude il Presidente dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità testimonia l’impegno del Servizio Sanitario Nazionale verso una patologia destinata ad incidere sempre più sulla salute degli italiani e l’impegno delle Istituzioni nella prevenzione della perdita della vista”.

Nonostante i numerosi apprezzamenti per la novità farmacologica, sullo scenario medico-scientifico mondiale prosegue la diatriba tra gli specialisti che sostengono che l’Avastin (circa otto volte più economico) abbia un’efficacia comparabile con quella del Lucentis, nonostante non sia ufficialmente utilizzabile per prescrizioni di routine: paletti legislativi ne permettono solo l’uso off-label, cioè al di fuori delle indicazioni riportate sull’immancabile bugiardino (neanche la celebre FDA ne ha consentito l’impiego se non per fini sperimentali).

A rendere ancora più complicata la situazione, val la pena osservare che sono pochi gli studi con cui si è confrontata l’efficacia dei due farmaci intravitreali; ma una delle ricerche più recenti condotte su vasta scala è stata pubblicata dall’autorevole rivista Retina questo mese. “Molteplici iniezioni intravitreali – hanno scritto i ricercatori – di Bevacizumab o di Ranibizumab sono state ben tollerate e si sono dimostrate sicure in entrambi i casi”: stiamo parlando di trattamenti effettuati per un periodo di due anni su 450 pazienti, ai quali sono state praticate duemila iniezioni (1.275 di Bevacizumab e 725 di Ranibizumab). Lo studio, a carattere retrospettivo, è stato effettuato dal primo dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Atene: “Gravi effetti collaterali a livello oculare – scrive l’í©quipe diretta dal Prof. I. Vergados – si sono presentati raramente”; in un solo caso si è verificato il distacco di retina . Comunque, per quanto riguarda gli effetti collaterali, “non si sono riscontrate differenze statistiche significative – hanno concluso gli studiosi – tra i pazienti trattati con Bevacizumab e quelli trattati con Ranibizumab”.

Fonti: Novartis, Pubmed (Retina.2009 Mar;29(3):313-8).

AMD, nuovo farmaco a carico del SSN

Retina colpita da AMD (forma umida)AMD, nuovo farmaco a carico del SSN
Dopo l’Avastin anche il Ranibizumab potrà essere iniettato contro la forma umida della degenerazione maculare legata all’età; ma lo Stato pagherà solo se il trattamento risulterà efficace

“őŗVia libera alla rimborsabilità del Ranibizumab (Lucentis), prescrivibile ai pazienti colpiti dalla forma umida dell’AMD, quella più grave ma meno frequente, principale causa di cecità nei Paesi sviluppati.
“őŗù stato elaborato, in collaborazione con l’Agenzia Italiana per il farmaco (AIFA), un sistema di rimborso per garantire accesso gratuito al trattamento eappropriatezza prescrittiva; ma il farmaco sarà a carico del Sistema Sanitario Nazionale solo se si dimostrerà efficace.

ù ora disponibile a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), per le persone affette da degenerazione maculare legata all’età (DMLE o AMD ): il ranibizumab, un anticorpo monoclonale creato grazie alla bioingegneriasviluppato specificamente per uso oftalmico da Novartis.

“Ranibizumab, già raccomandato dal National Institute for Clinical Excellence (NICE), ente britannico che esaminaTest di Amsler: le righe deformate sono il sintomo di una malattia oculare come lAMD il costo-beneficio dei farmaci, è – recita un comunicato stampa della multinazionale farmaceutica – il primo ed unico farmaco antiangiogenico (contro la proliferazione dei vasi dannosi per la retina) che ha dimostrato, in un ampio programma di studi clinici condotti su oltre 7.500 pazienti, di migliorare la visione, prevenire l’evoluzione della malattia che provoca la perdita della vista e, di conseguenza, di migliorare anche la qualità della vita dei pazienti”.
Nel mondo, ogni anno, circa mezzo milione di persone perde la vista a causa della DMLE; solo in Italia la multinazionale svizzera stima che circa 260.000 persone siano affette dalla forma più grave, quella neovascolare, che registra 20.000 nuovi casi ogni anno e si manifesta nel 15% dei casi (nel restante 85% la forma è secca, è ad evoluzione meno rapida, ma attualmente non è ancora trattabile con efficacia a livello farmacologico).
“Ranibizumab, arrestando la formazione dei neovasi con il massimo rispetto della retina sana, migliora in una percentuale significativa, la funzionalità visiva del paziente, consentendo il recupero della propria autonomia nello svolgimento delle attività della vita quotidiana – afferma Filippo Cruciani del Dipartimento Scienze Oftalmologiche dell’Università La Sapienza di Roma -. Con ranibizumab si apre sia per il paziente che per il medico una nuova prospettiva di cura e un nuovo approccio alla malattia: si può infatti comunicare al paziente un’evoluzione più positiva rispetto al passato, quando ci si limitava a trattarlo con la consapevolezza che era possibile solo rallentare la progressione della malattia”.

così può vedere un malato di AMD“La rimborsabilità di ranibizumab – sottolinea Mark Never, amministratore delegato di Novartis in Italia – rende finalmente disponibile anche in Italia gratuitamente una terapia che rappresenta un importante passo in avanti nella cura della DMLE neovascolare. L’innovativo modello di rimborso concordato con l’AIFA [Agenzia italiana del farmaco] concilia il diritto dei pazienti ai farmaci più innovativi ed efficaci in un contesto di impiego attento delle risorse economiche pubbliche”.

ù stato, infatti, raggiunto con le Autorità un accordo che prevede il monitoraggio dell’intero percorso terapeutico, dalla diagnosi al trattamento e alla valutazione dei risultati ottenuti al fine di assicurare l’appropriatezza prescrittiva e la sostenibilità.

“La sostenibilità economica delle terapie è strettamente legata al diritto dei pazienti di accesso alle cure. Questo vale in particolare per i farmaci biotecnologici innovativi che spesso rappresentano un’importante alternativa terapeutica, se non l’unica, per alcune categorie di pazienti incalza Walter Ricciardi, direttore Osservatorio Nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane e Istituto di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma-. Il modello di rimborso ‘payment by results’ è volto a promuovere una più alta qualità delle cure e dell’assistenza sanitaria sulla base dei risultati e risponde all’annosa questione del disallineamento tra i bisogni di salute e le risorse disponibili per soddisfarli. Questo modello di rimborso, già avviato in campo oncologico, viene per la prima volta applicato in campo oftalmico ed offre un’importante opportunità per utilizzare la pratica clinica allo stesso tempo come cura e strumento di valutazione dei risultati clinici, combinando assistenza e ricerca”.

“Da sempre impegnati nella prevenzione della cecità e difesa della vista accogliamo positivamente questa decisione che rappresenta uno straordinario passo in avanti per tutte le persone affette da degenerazione maculare legata all’età afferma l’Avv. Giuseppe Castronovo, Presidente della IAPB Italia onlus poichí© garantisce ai malati la possibilità di accedere ai migliori trattamenti disponibili senza differenze legate al reddito, all’età e allo stato sociale. Questo provvedimento conclude il Presidente dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità testimonia l’impegno del Servizio Sanitario Nazionale verso una patologia destinata ad incidere sempre più sulla salute degli italiani e l’impegno delle Istituzioni nella prevenzione della perdita della vista”.

Nonostante i numerosi apprezzamenti per la novità farmacologica, sullo scenario medico-scientifico mondiale prosegue la diatriba tra gli specialisti che sostengono che l’Avastin (circa otto volte più economico) abbia un’efficacia comparabile con quella del Lucentis, nonostante non sia ufficialmente utilizzabile per prescrizioni di routine: paletti legislativi ne permettono solo l’uso off-label, cioè al di fuori delle indicazioni riportate sull’immancabile bugiardino (neanche la celebre FDA ne ha consentito l’impiego se non per fini sperimentali).

A rendere ancora più complicata la situazione, val la pena osservare che sono pochi gli studi con cui si è confrontata l’efficacia dei due farmaci intravitreali; ma una delle ricerche più recenti condotte su vasta scala è stata pubblicata dall’autorevole rivista Retina questo mese. “Molteplici iniezioni intravitreali – hanno scritto i ricercatori – di Bevacizumab o di Ranibizumab sono state ben tollerate e si sono dimostrate sicure in entrambi i casi”: stiamo parlando di trattamenti effettuati per un periodo di due anni su 450 pazienti, ai quali sono state praticate duemila iniezioni (1.275 di Bevacizumab e 725 di Ranibizumab). Lo studio, a carattere retrospettivo, è stato effettuato dal primo dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Atene: “Gravi effetti collaterali a livello oculare – scrive l’í©quipe diretta dal Prof. I. Vergados – si sono presentati raramente”; in un solo caso si è verificato il distacco di retina . Comunque, per quanto riguarda gli effetti collaterali, “non si sono riscontrate differenze statistiche significative – hanno concluso gli studiosi – tra i pazienti trattati con Bevacizumab e quelli trattati con Ranibizumab”.

Fonti: Novartis, Pubmed (Retina.2009 Mar;29(3):313-8).