Un enzima per salvare la vista Ricercatori Usa stanno cercando di curare geneticamente la retinite pigmentosa e l’AMD 28 gennaio 2010 – Un enzima per salvare la vista: lo ha scoperto un gruppo di ricercatori della Tufts University School of Medicine (Usa), che lo sta sfruttando come micro-vettore per trasportare geni sani nella retina e nel cervello. A livello oftalmico lo scopo ultimo è quello di ‘riparare’ il Dna dei malati di retinite pigmentosa e di degenerazione maculare legata all’età (AMD), malattie che causano la progressiva morte dei fotorecettori. Se generalmente i ricercatori che studiano la terapia genica usano come vettore il virus del raffreddore preventivamente svuotato del suo contenuto genetico, sono allo studio altri vettori: una volta trasportato il materiale genetico, si ricorre a ‘forbici’ molecolari per tagliare il Dna; dopodiché i geni malati vengono rimpiazzati. Semplice sulla carta, ma molto difficile nella pratica, tanto che gruppi di ricerca di tutto il mondo si stanno cimentando nell’impresa. La ‘targa’ del nuovo enzima è PEG-POD, che viene considerato particolarmente promettente dagli studiosi della Tufts University : il livello di espressione dei geni iniettati nelle cavie è stata 215 volte maggiore rispetto a un gruppo di controllo a cui veniva iniettato solo DNA. Inoltre, la sua efficacia è risultata essere maggiore rispetto ad altri due vettori (chiamati PEG-TAT e PEG-CK30). Tuttavia, la prospettiva di una terapia genica non è imminente: saranno necessari ulteriori studi perché attualmente ha ancora un valore solo sperimentale. Infatti, sia la retinite pigmentosa che la forma secca di AMD (quella più diffusa) sono ritenute tuttora incurabili. Referenza originale: Read SP, Cashman SM, Kumar-Singh R. The Journal of Gene Medicine. 2010 (January). 12(1): 86-96. “A poly(ethylene) glycolylated peptide for ocular delivery compacts DNA into nanoparticles for gene delivery to post-mitotic tissues in vivo.” Doi: 10.1002/jgm.1415. Lo studio è stato sostenuto dal National Eye Institute of the National Institutes of Health, the Foundation for Fighting Blindness, The Ellison Foundation, The Virginia B. Smith Trust, the Lions Eye Foundation, and Research to Prevent Blindness.
Fonte: Tufts University


stesso discorso vale, ovviamente, per gli occhiali da sole, che devono essere dotati di filtri a norma di legge. Indossandoli si contribuisce a preservare l’integrità della macula, la zona centrale della retina più sensibile agli stimoli luminosi.

Salute da anziani 

FDA stessa. Il telescopio miniaturizzato può essere impiantato però solo in chi ha almeno 65 anni. È un dispositivo – invisibile dall’esterno, impiantato al posto del cristallino – costituito da più parti, tra cui una lente cilindrica di 4,4 millimetri di lunghezza e 3,6 millimetri di diametro, che contiene un grandangolo microscopico.
Tra gli effetti collaterali della procedura c’è la perdita di cellule della 
praticato e il ruolo degli asili nelle abitudini alimentari dei bambini. Sotto quest’ultimo profilo i piccoli italiani sono i più indisciplinati: mangiano meno frutta e verdura rispetto ai coetanei danesi e polacchi. Quelli italiani sono anche i bambini che si muovono di meno. La metà di essi, secondo quanto dichiarato dai genitori, non può giocare all’aperto (contro l’1% dei danesi e polacchi, nonostante siano Paesi dove il clima sia clemente). Per quanto riguarda la pratica sportiva sono i bambini danesi i più attivi (53,5% del campione). I più inattivi sono, invece, gli italiani col 18,2%.
età più basse ed essere più frequente nelle regioni del Sud.
Ipovisione e riabilitazione al Gemelli
Balestrazzi (Direttore della Clinica Oculistica del Gemelli); invece, la coordinatrice della didattica è la dott.ssa Romina Fasciani. Complessivamente sono previsti sette incontri fino al 15 ottobre. Inizialmente avranno cadenza mensile: si terranno lezioni sui principi clinici e strumentali che permettono l’inquadramento del paziente ipovedente. Sono previste anche attività ed esercitazioni pratiche in ambulatorio.
entro valori normali. L’Università di Nottingham, infatti, ha condotto uno studio su 263 signore, di cui 91 seguivano una terapia ormonale (33 a base di estrogeni e 58 in associazione col progesterone).