Sacrificare il sonno non è “premiante”

Tre ricerche spiegano come il sonno sia fondamentale per migliorare le attività del cervello. Oltre ad avere un impatto benefico sulla salute delle persone, un ciclo regolare di sonno garantisce maggiori prestazioni. Tra gli ambiti studiati figura anche l’apprendimento visivo.

Il sonno potrebbe avere un ruolo importante nell’affinare le attività del cervello: lo spunto ci viene da tre ricerche realizzate rispettivamente dalla University of Pennsylvania[1], dalla Brown University[2] e dalla University of Wisconsin[3].

Nella ricerca condotta dall’Università della Pennsylvania su 53 studenti, è stato dimostrato che “la deprivazione di sonno può determinare scarse prestazioni, mancanza di motivazione o di sforzo”[4].

In particolare, ai partecipanti è stato chiesto di mantenere un programma di sonno abituale durante la prima settimana per poi prolungarne la durata di 1 ora nella seconda. I risultati hanno evidenziato che l’attività del dormire non ha solo un impatto positivo sulla salute, ma comporta miglioramenti significativi nelle prestazioni delle persone. I ricercatori spiegano altresì come il poco sonno, magari causato da periodi di studio particolarmente intensi, possa avere effetti controproducenti sulle abilità cognitive e sull’umore delle persone, generando anche un aumento di ansia.

Nell’esperimento sull’apprendimento percettivo visivo, condotto invece dalla Brown University, si è visto come le prestazioni si rinforzano quando i partecipanti fanno seguire all’attività di training il sonno[5]. Lo studio americano, basato su un sistema di ricompense, suggerisce non solo che la ricompensa, o l’anticipazione della stessa, rafforzi i circuiti neurali tra la ricompensa e le aree visive del cervello, ma che questi circuiti abbiano più probabilità di riattivarsi durante il sonno, facilitando l’apprendimento delle attività[6]. In particolare, ai giovani americani è stato chiesto di identificare una lettera e l’orientamento di una serie di linee su uno sfondo intenso e ad alcuni partecipanti, inoltre, è stato chiesto di astenersi dal mangiare o dal bere nelle ore che precedevano il compito. Come ricompensa, per le risposte corrette sono state fornite gocce d’acqua. Contrariamente ai gruppi che non hanno ricevuto una ricompensa durante l’allenamento, i partecipanti premiati hanno mostrato miglioramenti significativi nelle prestazioni, ma solo dopo aver dormito al termine della sessione di allenamento. In questo caso, il sonno REM sembra essere particolarmente importante per l’apprendimento delle attività, probabilmente perché le connessioni sono riorganizzate e ottimizzate durante questa fase del sonno.

Il sonno è il prezzo che il cervello deve pagare per l’apprendimento e la memoria”, spiegano nel loro studio Cirelli e Tononi del Wisconsin Institute for Sleep and Consciousness, che da 15 anni indagano la possibilità che il sonno sia una sorta di compromesso evolutivo[7]. Per comprendere l’ipotesi dell’omeostasi sinaptica formulata dai due neuroscienziati, bisogna partire dalle sinapsi: “Ogni volta che apprendiamo una nuova informazione o facciamo una nuova esperienza, le sinapsi subiscono delle modifiche che rafforzano il legame tra i neuroni attivati dai nuovi stimoli e permettono così la formazione di nuove memorie. Questo processo del tutto naturale ha un costo: le sinapsi che si rafforzano diventano progressivamente più dispendiose per l’organismo dal punto di vista energetico e senza una valvola di sfogo il cervello tenderebbe con il tempo a saturarsi, bloccando ogni nuova possibilità di apprendimento”[8]. Da qui l’importanza del sonno: “È solo quando dormiamo che il cervello, al riparo dagli stimoli dell’ambiente, può valutare le informazioni apprese nel corso della giornata, eliminare quelle meno importanti e consolidare quelle rilevanti, facendo spazio per l’apprendimento di nuove memorie il giorno seguente”[9].


[1] A. A. Stock, S. Lee, N. G. Nahmod, BSa, A. M. Chang, Effects of sleep extension on sleep duration, sleepiness, and blood pressure in college students, in “Sleep Health”, Vol. 6 (1), Elsevier, February, 2020.

[2] M. Tamaki, A. V. Berard, T.Barnes-Diana, J. Siegel,  T. Watanabe, Y. Sasaki, Reward does not facilitate visual perceptual learning until sleep occurs, in “Proceedings of the National Academy of Sciences of The United States of America”, July, 2019.

[3] G. Tononi, C. Cirelli, Sleep and the Price of Plasticity: From Synaptic and Cellular Homeostasis to Memory Consolidation and Integration, in “Neuron”, Vol. 81(1), January, 2014.

[4] https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/11/21/news/universita_sonno_salute-241585639/

[5] https://www.pnas.org/content/117/2/959

[6] https://www.brown.edu/news/2020-01-17/visual

[7] https://neurosciencenews.com/learning-sleep-neuroscience-research-716/

[8]https://www.repubblica.it/salute/2018/03/05/news/altro_che_inattivita_il_sonno_e_fondamentale_per_ristabilire_l_equilibrio_nel_cervello-189494711/

[9] Ibidem.  

Glaucoma, cosa c’è da sapere

Inizia con quest’articolo la partnership tra IAPB Italia onlus e il sito pazienti.it per le notizie che fanno prevenzione.

Un’intervista sul Glaucoma e su come accorgersi della malattia. La realizza il sito pazienti.it al prof. Gianluca Manni, oculista e Responsabile del Centro Glaucoma presso il Policlinico dell’Università Tor Vergata di Roma. 

L’articolo è il primo di una serie che nascerà dalla nuova partnership tra l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità e il sito di informazione sanitaria nella quale IAPB Italia offrirà e vaglierà i contenuti medico scientifici ed entrambi lavoreranno fianco a fianco per aumentare la diffusione delle notizie che aumentano la consapevolezza e stimolano la prevenzione.

ECCO IL LINK A PAZIENTI.IT

L’insegnamento del coronavirus per la prevenzione oculare

Li Wenliang il medico cinese divenuto famoso per aver denunciato tra i primi la nuova epidemia era un oculista. Perché? Cosa significa per la salute quotidiana degli occhi?

Il recente rapporto del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie della Cina (CCDC) ha pubblicato il primo studio sul nuovo coronavirus – il SARS-CoV-2, nella nomenclatura corretta – che ha colpito la parte centrale del Paese. Il Virus ha comportato sintomi moderati nell’81 per cento dei 44mila casi monitorati dallo studio, con un tasso di mortalità del 2,9 per cento nella regione epicentro dell’epidemia – Hubei e il suo capoluogo Wuhan – e dell’0,4 per cento nel resto della Cina.

La maggior parte dei morti erano persone già immunosoppresse, ma non tutte. Una delle – finora – più di 1800 vittime e probabilmente la più famosa è il medico Li Wenliang, che denunciò tra i primi l’insorgenza di una nuova malattia: venne richiamato ufficialmente dalla polizia per aver diffuso notizie allarmistiche e morì, il 6 febbraio scorso, dopo aver contratto il virus egli stesso.

Li Wenliang è divenuta una figura simbolica, sia come medico coraggioso che come vittima di un sistema di governo non liberale che ha ostacolato la diffusione delle prime informazioni riguardo la malattia.

Quello che si dice meno spesso è che Li Wenliang era un medico oculista.

Perché, dunque, ha avuto a che fare con l’infezione?

La risposta l’ha data il Dottor Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmologica italiana: “Gli occhi e in particolare la congiuntiva sono la diretta porta di ingresso per il coronavirus che viene poi trascinato, tramite le vie di deflusso delle lacrime, all’interno del naso e della gola. Il virus – ricorda Piovella – è trasmesso principalmente con modalità aerosol dalle goccioline della saliva e contagia le vie respiratorie, ma soprattutto e direttamente la mucosa congiuntivale”. La congiuntivite virale, inoltre, è un sintomo precoce della malattia.

In pratica, gli occhi possono essere la porta di ingresso di virus e batteri nell’organismo.

Siccome, il meccanismo di infezione delle congiuntive è lo stesso in molte malattie o congiuntiviti (grazie o meno gravi), la SOI consiglia in maniera molto rigorosa di non toccarsi gli occhi con le mani prima di averle lavate e di lavarsele spesso. Questa precauzione diventa un obbligo categorico in caso sia stati sottoposti ad intervento chirurgico quale la cataratta.

Per la stessa ragione l’indicazione SOI (e anche della American Academy of Ophthalmology) agli oculisti è di utilizzare guanti, mascherina e occhiali protettivi nel visitare pazienti con congiuntivite e/o febbre. Si ribadisce poi la necessità di utilizzare – negli studi e negli ambulatori – erogatori d’acqua per il lavaggio delle mani a fotocellula (che devono sostituire i tradizionali rubinetti), provvedendo anche alla disinfezione più volte nell’arco della giornata dei Servizi a disposizione del Personale e del Pubblico.

Va ripetuto che non c’è emergenza alcuna in Italia riguardante il nuovo virus che ha colpito la Cina.

Ma il comportamento di quel virus – come di tantissimi altri – ci ricorda quanto sia importante avere cura degli occhi e quanta differenza possano fare poche e semplici misure di precauzione.

Fonti:

Il Post

Comunicato SOI

AdnKronos

Nuovi trattamenti per l’AMD umida

196 milioni di persone nel 2020 soffriranno di degenerazione maculare legata all’età. Al momento ci sono diverse opzioni terapeutiche allo studio per somministrare anti-VEGF in maniera alternativa alle iniezioni.

La  degenerazione maculare legata all’età (DMLE o AMD) è una malattia retinica che provoca una riduzione della funzionalità della zona centrale della retina – la macula – fino a una perdita della visione centrale. Questa patologia, che colpisce principalmente i soggetti con più di 65 anni, rappresenta una tra le prime, se non, la prima causa di cecità e di ipovisione nel mondo occidentale e [1]. Il fenomeno è legato al processo di invecchiamento dell’occhio, per cui la macula si altera sino a perdere le sue caratteristiche. Ciò è dovuto alla morte delle cellule retiniche, che può essere lenta e progressiva, oppure più rapida e drammatica. In Italia, si stima colpisca circa un milione di individui, di cui 200.000-300.000 presentano la forma avanzata[2].

Nel 2020, si prevede che circa 196 milioni saranno ammalate di degenerazione maculare legata all’età: una cifra destinata a crescere con l’invecchiamento demografico, soprattutto, nei Paesi di maggior benessere.

Ancora oggi non esistono trattamenti per la forma più comune, nota come AMD secca e diffusa nell’80% dei casi.

Si può invece trattare con le iniezioni anti-VEGF la AMD umida, la forma meno frequente ma anche la più invalidante. Il trattamento continuativo a base di iniezioni intravitreali di questi farmaci – una classe di molecole che agisce inibendo la proliferazione dei nuovi vasi sanguigni – sta dimostrando la sua efficacia[3].

Un’alternativa alle iniezioni oculari è rappresentata dalla terapia genica. L’obiettivo è fornire un trattamento che aiuti l’occhio “a produrre il proprio medicinale anti-VEGF” [4]. Questo viene fatto inserendo un virus innocuo che trasporta il gene anti-VEGF nel DNA delle cellule dell’occhio.

Gli scienziati stanno testando due approcci diversi: una prima terapia che richiede una singola iniezione sotto la retina, una seconda che può essere iniettata nell’occhio direttamente in ambulatorio.

Il sistema “port delivery” (PDS), invece, si propone come un piccolo dispositivo ricaricabile che immagazzina medicinali anti-VEGF. La porta, di piccolissime dimensioni, viene impiantata nella parete dell’occhio durante una procedura chirurgica. Il PDS rilascia continuamente farmaci anti-VEGF negli occhi[5].

Una forma di compresse orali di medicinale anti-VEGF è infine al vaglio di studi clinici: il farmaco può eliminare o ridurre la necessità di iniezioni oculari.


[1]  https://iapb.it/fileutente/file/AMD-opuscolo-2014-IAPB_Italia_onlus-ok.pdf

[2] Ibidem

[3] https://www.repubblica.it/dossier/salute/retina-in-salute/2019/10/17/news/proteggere_la_retina_salvare_la_vista_di_chi_soffre_di_maculopatia_senile-238827000/

[4] https://www.aao.org/eye-health/tips-prevention/promising-new-treatments-amd

[5] https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/easier-potentially-more-effective-treatment-blindi

Un test genetico per prevedere il glaucoma

Uno studio australiano individua 107 geni coinvolti nell’insorgenza di questa grave malattia che può portare alla cecità.

Un test genetico per prevedere la possibilità di insorgenza del glaucoma, la grave patologia degenerativa del nervo ottico che riduce progressivamente il campo visivo. Lo ha messo a punto un team di ricercatori australiani individuando 107 i geni[1] collegati all’insorgenza di questa malattia[2]. Lo studio è partito dall’analisi di 64mila immagini archiviate nella UK Biobank ed è stato condotto QIMR Berghofer Medical Research Institute e Flinders University in Australia, e pubblicato su Nature Genetics[3].

I ricercatori hanno incrociato immagini e dati genetici identificando 107 geni legati al rischio di ammalarsi di glaucoma. Sulla base di questa conoscenza hanno messo a punto un test poligenico per misurare il rischio individuale di glaucoma estanno cercando di coinvolgere nel progetto di ricerca “Genetics of Glaucoma” circa 20mila persone con una storia familiare della malattia[4].

«Il glaucoma è una malattia genetica e il modo migliore per prevenire la perdita della vista è attraverso la diagnosi e il trattamento precoci», ha spiegato Stuart MacGregor[5], professore associato che guida il gruppo statistico di genetica di QIMR Berghofer. Il ricercatore ha sintetizzato così il significato del loro lavoro: «Il nostro studio ha scoperto che analizzando il DNA raccolto dalla saliva o dal sangue, si è in grado di determinare la probabilità che una persona sviluppi la malattia e ricevere un trattamento e/o un monitoraggio precoci». Il test genetico può essere eseguito prima che il danno insorga in modo da poter effettuare controlli regolari. Si tratta di offrire davvero una nuova speranza per il futuro, come ha evidenziato il capo del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Flinders, il professore Jamie Craig[6]: «Ci sono australiani che, se avessero avuto un trattamento adeguato qualche anno prima, non sarebbero diventati ciechi. Uno su 30 australiani ha il glaucoma, ma la maggior parte delle persone scopre di averlo solo quando va da uno specialista, perché sta perdendo la vista o per un controllo generale dell’occhio. La diagnosi precoce è fondamentale perché i trattamenti esistenti non riescono a ripristinare la vista persa e la diagnosi tardiva del glaucoma è un importante fattore di rischio per la cecità».

Il glaucoma, infatti, è caratterizzato da un progressivo danno degenerativo nelle cellule nervose dell’occhio. È una delle principali causa di cecità irreversibile in tutto il mondo: sono 76 milioni le persone affette da questa patologia, con una curva di crescita che porterà il numero a 120 nel 2040[7].

Attualmente, il trattamento farmacologico o chirurgico della pressione oculare può rallentare in modo affidabile o arrestare il deterioramento nella maggior parte dei casi. Ma, come sottolineato dal professor Craig, non c’è modo di recuperare il danno subito. Per questo la visita oculistica periodica e la diagnosi precoce sono l’unica forma di prevenzione.

Il Glaucoma può insorgere a qualsiasi età, ma la maggior parte delle persone colpite ha più di 50 anni[8]. Così i ricercatori australiani hanno deciso di offrire esami del sangue alle persone di quell’età per scoprire se sono a rischio. L’obiettivo degli studiosi è quello di entrare in contatto con persone che hanno una storia familiare della malattia. «Vogliamo sapere chi avrà il glaucoma, e per coloro che sono sensibili, vogliamo essere in grado di individuare a quale età lo avranno», ha detto il professore associato MacGregor[9]. Questo potrebbe consentire di «sviluppare un approccio personalizzato per il trattamento precoce di soggetti ad alto rischio e le persone a rischio più basso potrebbero avere un monitoraggio e un trattamento meno intensivi. Ciò comporterebbe benefici per i pazienti, i medici e il sistema sanitario con interventi ridotti e costi ridotti».


[1] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[2] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[3] S. MacGregor, J. E. Craig, X. Han, Multitrait analysis of glaucoma identifies new risk loci and enables polygenic prediction of disease susceptibility and progression, in “Nature Genetics”, 20 January 2020.

[4] https://www.nature.com/articles/s41588-019-0556-y

[5] https://www.business-standard.com/article/news-ani/genetic-test-developed-to-predict-onset-of-glaucoma-120012500518_1.html

[6] https://www.sciencedaily.com/releases/2020/01/200121112932.htm

[7] World Health Organization, World report on vision, 8 October 2019, p.25.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

Occhio secchio: un’alterazione della superficie oculare

L’occhio secco è un problema molto diffuso, soprattutto perché colpisce persone che fanno un uso eccessivo degli schermi. Lo racconta in questa videochat il Professor Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini. “Quando parliamo di sindrome dell’occhio secco – spiega Lambiase – facciamo riferimento ad un quadro clinico dovuto a tantissime cause, tra loro anche diverse, che hanno come fattore comune l’alterazione di tutta la superficie oculare. Non si tratta di avere poche lacrime, o di qualità alterata, ma dell’innesco di meccanismi infiammatori e di alterazione della sensibilità. Questi meccanismi, tra loro molto vari, possono comportare una totale perdita della funzione visiva o un’alterazione. Gli ultimi studi per il trattamento dell’occhio secco sostengono che influendo sulla sensibilità della funzione oculare si otterrebbe un miglioramento della funzione lacrimale”.

A questo link tutte le interviste:

  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

La retinopatia diabetica: aumenta la frequenza della malattia

Il diabete è un problema crescente in Italia e nel mondo. Solo in Italia si contano 3 milioni di diabetici, più di 420 milioni nel mondo. Di questi, solo un quarto effettua, almeno una volta l’anno, una visita dall’oculista. Lo spiega in questa intervista il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Il trend dell’aumento della frequenza della malattia diabetica – spiega Bandello – è impressionante. Nell’arco di 10 anni il numero di pazienti diabetici raddoppierà. Siamo di fronte a una pandemia che è in grado di mettere in ginocchio i sistemi sanitari di tutti i paesi del mondo”.

A questo link tutte le interviste:

  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

L’importanza della riabilitazione visiva

Nell’intervista al dott. Filippo Amore, Direttore del Polo Nazionale per gli Ipovedenti di Roma,  si parla di “riabilitazione visiva”, un ambito sempre più importante nell’Oftalmologia e, più in generale, nella Medicina. Con l’aumentare dell’aspettativa di vita, molte patologie a carico del paziente adulto sono diventate vere e proprie “malattie sociali”. Al mondo sono circa 240 milioni le persone ipovedenti e, in Italia, oltre 1,5 milioni[1].

“Riabilitazione visiva significa far recuperare, alle persone che hanno avuto un problema visivo cronico e hanno perso gran parte della loro capacità visiva, un’area visiva ancora funzionale, che possa essere addestrata per sostituire quelle zone che, a causa della malattia, non sono più funzionali”, ha spiegato in questa intervista il dott. Filippo Amore.

A questo link tutte le interviste:

  • La cataratta: risponde alle domande il dott. Matteo Piovella, Presidente della Società Oftalmologica Italiana (SOI)
  • La retinopatia diabetica: ne parla il prof. Francesco Bandello, Direttore Unità di Oculistica IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
  • L’occhio secco: durante la videochat ne tratta il prof. Alessandro Lambiase, Docente di Oculistica dell’Università Sapienza di Roma, già collaboratore del Premio Nobel Rita Levi Montalcini
  • Le maculopatie: la dott.ssa Monica Varano, direttrice scientifica della Fondazione Bietti di Roma ha risposto alle domande del pubblico
  • Il cheratocono e l’astigmatismo: ne parla il Prof. Aldo Caporossi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica del Policlinico Universitario A. Gemelli-IRCCS
  • Le malattie oculari in età pediatrica: ne discute il Prof. Paolo Nucci, Direttore di Oculistica dell’Ospedale S. Giuseppe di Milano
  • Intervista al prof. Teresio Avitabile (Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Catania) su corpo vitreo, fosfeni e corpi mobili

[1] https://iapb.it/le-dimensioni-della-disabilita/

Educare alla salute visiva

La visita oculistica e la diagnosi precoce rappresentano il più importante baluardo per contrastare le malattie che inducono la cecità. La mancanza di consapevolezza in questo campo, però, fa sì che ancora troppe persone si rivolgano all’oculista quando è troppo tardi. L’ultima prova arriva dagli Stati Uniti dove l’American Academy of Ophthalmology promuove visite oculistiche gratuite.

Le malattie che inducono la cecità non sono in declino. Anzi, aumenteranno con l’allungamento della vita media e il conseguente invecchiamento della popolazione. La particolarità di queste patologie è che spesso sono asintomatiche, ovvero danneggiano le cellule nervose della vista anche prima che le persone se ne accorgano. Per questo la visita specialistica e la diagnosi precoce sono essenziali. Si vedano gli esempi del Glaucoma, che costituisce la prima causa di cecità irreversibile al mondo (76 milioni, ultimi dati 2019 dell’OMS), della Degenerazione maculare legata (AMD) e della Retinopatia diabetica.

Il problema è che molte persone sono al corrente della necessità di visitarsi periodicamente anche in assenza di sintomi e arrivano dall’oculista quando ormai è tardi. Un tema sul quale IAPB Italia sta sensibilizzando pubblico e istituzioni con la Campagna di prevenzione per le malattie della retina e del nervo ottico e le visite gratuite nelle maggiori città italiane[1]. Ma anche gli americani hanno rilevato e promosso visite gratuite[2]. L’American Academy of Ophthalmology (AAO), infatti, dal sondaggio condotto dalla società di ricerche “The Harris Poll”[3], ha visto che esistono ancora molte lacune, tra la popolazione statunitense, nella comprensione della salute degli occhi. Il sondaggio, condotto online per conto dell’AAO, ha coinvolto 3.512 adulti americani, di età pari o superiore a 18 anni, tra l’8 e il 27 agosto 2019[4]. Dai risultati è emerso come, nonostante l’81% degli adulti abbia affermato di essere ben informato sulla salute visiva, meno di 1 su 5 (19%) è stato in grado di identificare correttamente le tre principali cause di cecità negli Stati Uniti: il Glaucoma, la Degenerazione maculare legata all’età (AMD) e la Retinopatia Diabetica. Solo un terzo degli americani (37%), poi, è a conoscenza che non si manifestano sempre sintomi prima di perdere la vista a causa di una malattia degli occhi. Infine, solo 1 adulto su 4 (24%) sa che la perdita della vista è associata a problemi psicologici come l’isolamento sociale e la depressione.

La vista, dunque, non può mai essere data per scontata e resta un bene da tutelare. Dai dati dell’OMS, almeno 2,2 miliardi di persone al mondo hanno problemi di vista. In quasi la metà di questi casi, la disabilità visiva era evitabile o trattabile tempestivamente[5]. In Italia si stima che siano quasi 1,5 milioni di ipovedenti e 220.000 ciechi[6]. Per combattere la mancanza di informazioni adeguate sui rischi derivanti dal trascurare la salute visiva e promuovere la salute degli occhi in ogni fase della vita, negli stati Uniti l’AAO offre visite gratuite per arrivare a diagnosi precoci. Tutto questo perché tra la popolazione americana manca ancora una cultura della salute visiva.

Sottoporsi a controlli periodici e osservare alcune norme di igiene oculare rappresentano oggi due aspetti da non trascurare nella quotidianità. Sono ancora troppe, infatti, le conseguenze di pazienti che effettuano una visita dall’oftalmologo troppo tardi. Per contrastare il rischio di perdere le vista, sono necessarie diagnosi precoci e tutto questo non può che partire dall’educazione alle malattie degli occhi e dalla visita presso uno specialista.

Come gli oculisti in Italia anche l’American Academy of Ophthalmology, raccomanda agli adulti in buona salute di consultare un oculista per un esame completo entro i 40 anni e di sottoporsi a controlli periodici ogni anno, a partire da 65 anni o più. In generale, da adulti, è necessario sottoporsi ad una visita oculistica periodica in relazione al tipo di attività svolta e alle condizioni oculari individuali, su indicazione dello specialista. Particolarmente importanti, poi, sono la visita oculistica alla nascita, una visita entro i tre anni di vita, prima delle elementari e verso i 12/13 anni scolastici.


[1] https://iapb.it/vistainsalute/i-primi-risultati-della-campagna-iapb-italia/

[2] “Un programma sponsorizzato dall’AAO con oculisti volontari per persone con più di 65 anni di età.  “This national public service program provides eye care through volunteer ophthalmologists for eligible seniors 65 and older”. https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/survey-reveals-most-americans-know-less-eye-health

[3] https://theharrispoll.com/

[4] https://www.aao.org/newsroom/news-releases/detail/survey-reveals-most-americans-know-less-eye-health

[5] World Health Organization, World report on vision, 8 October 2019, p. 25. 

[6] https://iapb.it/le-dimensioni-della-disabilita/

Un impianto retinico wireless per contrastare l’AMD

Sperimentato sull’uomo un impianto retinico senza fili che si spera potrà permettere ai pazienti che hanno perso la vista in seguito alla degenerazione maculare legata all’età di riacquistare parte della capacità visiva. Composto da un chip wireless in miniatura e da speciali occhiali a realtà aumentata, il sistema ha permesso ai pazienti coinvolti di sperimentare miglioramenti nella loro capacità di rilevare sequenze di lettere e fonti luminose.

Sembrano incoraggianti i primi risultati dello studio sperimentale “PRIMA”[1], un impianto retinico wireless progettato per aiutare a ripristinare parzialmente la vista dei pazienti affetti da degenerazione maculare avanzata atrofica legata all’età (AMD). I dati e le simulazioni ad oggi disponibili suggeriscono che il sistema consentirà potenzialmente ai partecipanti di visualizzare e localizzare le fonti luminose, come il riconoscimento degli oggetti ad alto contrasto e le lettere di grandi dimensioni. L’impianto è stato inventato da Daniel Palanker[2], Professore di Oftalmologia presso la Stanford University, e concesso in licenza e sviluppato da Pixium Vision[3], in collaborazione con la Stanford University e l’Institut de la Vision di Parigi.

La sperimentazione clinica, condotta in Francia, è nata per valutare la sicurezza e le prestazioni del dispositivo. Tra dicembre 2017 e giugno 2018, sono stati arruolati a Parigi cinque pazienti, ciascuno dei quali con una significativa perdita della vista in un occhio e una visione rimanente utile nell’altro. I risultati dei 12 mesi della sperimentazione hanno dimostrato la capacità della maggior parte dei pazienti di identificare correttamente vari schemi visivi, tra cui barre, lettere e numeri, senza sperimentare alcuna perdita della vista periferica a seguito dell’immissione dell’impianto. Lo studio preclinico è stato realizzato su pazienti con AMD atrofica di 60 anni o più. I pazienti continuano ad essere seguiti e si prevedono ulteriori progressi nella loro riabilitazione. 

Il sistema è costituito da un chip wireless in miniatura, impiantato sotto la retina e da speciali occhiali a realtà aumentata indossabili, che contengono una telecamera e un proiettore. L’impianto subretinale wireless, dotato di un piccolo chip contenente 378 celle fotovoltaiche, si compone di una mini videocamera montata sugli occhiali che cattura le immagini dell’ambiente e le trasmette al chip. Il computer del chip interpreta le informazioni e le trasferisce nuovamente sugli occhiali, dove un proiettore in miniatura, attraverso la luce infrarossa, le invia dall’occhio all’impianto. Il chip si comporta come un piccolo pannello solare, composto da centinaia di piccoli elettrodi che convertono i segnali di luce infrarossa dal proiettore in segnali elettrici che vengono trasportati dal nervo ottico al cervello. Attraverso l’allenamento, il paziente impara ad interpretare questi impulsi.

Dopo aver ricevuto l’impianto, i pazienti vengono sottoposti ad un intenso programma di riabilitazione che allena il cervello a comprendere e interpretare i segnali dall’impianto. Il programma di riabilitazione dura fino a 36 mesi. Una seconda sperimentazione dell’impianto sarà condotta a Pittsburgh, sotto la guida dell’UPMC Eye Center, il Dipartimento di Oftalmologia dell’Università americana.

Il 13 gennaio è stato effettuato il primo impianto negli Stati Uniti.

A questo link è possibile visualizzare l’animazione che descrive il sistema “PRIMA”.


[1] https://www.upmc.com/media/news/011320-prima-eye-implant /// https://www.upmc.com/services/eye/services/retina-vitreoretinal/prima-study

[2] http://web.stanford.edu/~palanker/

[3] https://www.pixium-vision.com/about/