Combattere le malattie croniche Con opportune politiche pubbliche si possono contrastare i fattori di rischio: lo sostiene l’Oms 25 ottobre 2010 – Meno malattie croniche con più politiche pubbliche di prevenzione. Lo sostiene l’Oms che, in un documento pubblicato venerdì scorso nel suo sito ufficiale, sottolinea come il 60% delle patologie sia imputabile a sette fattori di rischio: alta pressione sanguigna (vedi retinopatia ipertensiva ), impiego del tabacco (che, a livello oculare, accresce il rischio di AMD ), abuso di alcol, alti livelli di colesterolo, sovrappeso, basso consumo di frutta e verdura (dannoso anche per la retina ) e inattività fisica (che aumenta i rischi di cataratta e degenerazione retinica). L’epidemia globale di malattie quali il diabete (che, tra l’altro, causa retinopatia ), il cancro, le malattie respiratorie, l’ictus e le malattie cardiache – sostiene l’Oms – “deve e può essere fermata”. Queste patologie causano circa il 60% dei decessi globali; tra l’altro metà dei 35 milioni di persone scomparse (nel 2005) a causa di malattie croniche aveva meno di 70 anni.
Fonte principale: WHO

“Chi è affetto da cataratta – spiega Silvia C., medico oculista della linea verde della IAPB Italia onlus – vede immagini poco definite, in modo simile a un quadro impressionista (come quelli di Monet): la visione si annebbia e i contorni diventano indistinti. Tuttavia, i sintomi dipendono dal tipo di cataratta: in quella più comune l’opacità del cristallino interessa sia la zona centrale che quella periferica. Inoltre si può avere la cataratta nucleare, se viene coinvolta principalmente la parte centrale del cristallino (nucleo), mentre quella corticale colpisce principalmente la parte periferica del cristallino stesso. Dunque, il tipo di disturbi visivi dipendono dal tipo di cataratta: chi è affetto dal tipo nucleare generalmente vede meglio la sera perché la pupilla è dilatata e, quindi, i raggi luminosi passano attraverso la zona periferica non opacizzata del cristallino. Il contrario accade con la cataratta corticale: cui la visione è migliore durante il giorno”. 
e la determinazione che comunicano (85,9%) o il desiderio di rendersi utili (82,7%). La metà degli italiani (50,8%) afferma di provare tranquillità, di fronte a una situazione ritenuta «normale»; ma sono diffusi anche imbarazzo e disagio. Il 54,6% degli italiani prova paura, per l’eventualità di potersi trovare un giorno a dover sperimentare la disabilità in prima persona o nella propria famiglia. Poi c’è il timore di poter involontariamente offendere o ferire la persona disabile con parole e comportamenti inopportuni (34,6%). Il 14,2% degli italiani afferma, invece, di provare indifferenza. La maggioranza del campione (1500 intervistati) ha un’immagine della disabilità esclusivamente in termini di limitazione del movimento (62,9%), il 15,9% pensa a una disabilità intellettiva (il ritardo mentale o la demenza), il 2,9% a una disabilità sensoriale (sordità o cecità), mentre il 18,4% associa il concetto a un deficit plurimo (combinazione di due o più disabilità). Con sentimenti che oscillano tra la partecipazione umana e la paura, costruire una relazione con le persone disabili è difficile. Le disabilità sono un tema ancora troppo poco presente nell’agenda istituzionale, mentre gravano drammaticamente sulle famiglie, spesso lasciate troppo sole nella cura. 


Londra e l’Istituto Statale dei Ciechi di Vienna). Sono intervenuti, tra gli altri, da Philippe Chazal (presidente della Confederazione francese per la promozione sociale dei ciechi) e Lord Colin Low, presidente dell’Unione ciechi europea. L’avv. Giuseppe Castronovo, presidente dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità-IAPB Italia onlus, ha tenuto un discorso intitolato “effetti di una buona prevenzione nelle politiche educative”. 


