Disabilità… in vista Secondo l’Istat circa il 5% degli alunni disabili è composto da ciechi e ipovedenti 20 gennaio 2011 – Circa il 5% dei giovani studenti disabili ha problemi di tipo visivo nelle scuole elementari e medie. L’Istat, nel suo Rapporto “Noi Italia“ presentato il 19 gennaio, ha raccolto i questionari compilati in oltre ventimila istituti statali e privati. Solo gli alunni ipovedenti oscillano in Italia tra il 3,6% (scuola secondaria di primo grado) e il 4,6% (scuola primaria), mentre i ciechi sono lo 0,7-0,8%.
Nella scuola dell’obbligo, negli ultimi 20 anni, si è assistito a una crescita progressiva della presenza di alunni con disabilità. Nell’anno scolastico 2009-10 sono poco più di 130 mila; di questi, circa 73 mila sono studenti della scuola primaria e 59 mila della scuola secondaria di primo grado. Mentre la disabilità uditiva colpisce all’incirca tanti alunni quanti i disabili visivi, quella motoria incide quasi per il triplo (14,3%). Tuttavia, i problemi più comuni sono a carattere psichico (ritardo mentale per il 40% circa dei disabili), legati all’apprendimento, all’attenzione e al linguaggio (tutti al 26% circa) e di natura relazionale (quasi il 24%). L’Istat, per calcolare l’incidenza delle varie disabilità, ha utilizzato come parametro il numero di giovani studenti che usufruiscono dell’insegnante di sostegno. Dunque, si suppone che il numero dei giovani ciechi e ipovedenti sia addirittura superiore, così come anche le cifre assolute degli altri tipi di disabilità. Note: Si parla di ipovisione quando: a) il residuo visivo è compreso tra 1/20 e i 3/10 (da ipovisione grave a lieve) nell’occhio migliore, anche con eventuale correzione; b) il residuo perimetrico binoculare è inferiore al 60% ma superiore al 10%. Si parla di cecità totale nel caso in cui ci sia: a) una mancanza totale della vista in entrambi gli occhi; b) la mera percezione dell’ombra e della luce o del moto della mano in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore; c) un residuo perimetrico binoculare inferiore al 3%. La cecità è, invece, considerata parziale nel caso in cui ci sia: a) un residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con eventuale correzione; b) un residuo perimetrico binoculare inferiore al 10% (per approfondire clicca qui).
Fonte: Istat
Ultima modifica: 28 gennaio 2011.

Una delle novità di maggior rilievo è che, “nei casi che non richiedono un ricovero ospedaliero i pazienti potranno chiedere assistenza sanitaria all’estero senza dover ottenere previamente un’autorizzazione o espletare formalità e potranno chiedere il rimborso dei costi una volta ritornati a casa. La direttiva riguarda non soltanto i prestatori pubblici di cure, ma anche quelli privati”. I richiedenti riceveranno quale rimborso lo stesso importo che avrebbero ricevuto nel loro Paese per lo stesso tipo di cure. Le autorità nazionali potrebbero però introdurre un sistema di “autorizzazione previa” in tre casi: 1) per le cure che comportano un ricovero ospedaliero di almeno una notte; 2) per un’assistenza sanitaria altamente specializzata e costosa; 3) in casi gravi e specifici correlati alla qualità o alla sicurezza delle cure prestate all’estero. Tuttavia, “se un trattamento non è disponibile in uno Stato membro le autorità sanitarie nazionali non possono rifiutare l’autorizzazione”. In tal caso, precisa ancora la
Per prevenire, ad esempio, la cecità bisogna però puntare anche a migliorare gli stili di vita. Nei Quaderni si evidenziano, tra l’altro, i rischi connessi col fumo di tabacco, che “comporta una riduzione della sopravvivenza nei soggetti di mezza età (45-54 anni) e di età più avanzata (65-74 anni).
Il Ministro della Salute Fazio ha sintetizzato, presso la sede dell’Eur del Dicastero della Salute, alcuni aspetti dello studio: 1) il problema demografico (invecchiamento della popolazione italiana); 2) l’esigenza di una maggiore considerazione sociale dell’anziano (che può “dare un contributo importante” nonostante il problema del “declino delle funzioni del corpo”); 3) la necessità di un passaggio progressivo degli ammalati, soprattutto cronici, dall’ospedale al territorio (la cosiddetta “deospedalizzazione”); 4) l’invecchiamento attivo ( active ageing ): invecchiare bene è possibile adottando corretti stili di vita, ma contemporaneamente sarebbe necessaria una maggiore considerazione sociale (“non contano solo i fattori biologici e genetici”, ma soprattutto le relazioni umane e professionali). A quest’ultimo proposito il Ministro Fazio ha citato un’iniziativa di livello europeo, una “Partnership per l’innovazione sull’invecchiamento attivo” (che guarda al 2020). L’idea è quella di catalizzare le competenze degli esperti e di mobilitare enti pubblici e privati, con la finalità di consentire di vivere una terza età qualitativamente migliore.
oltre i 75 anni sono portatori di handicap. Queste cifre sono destinate ad aumentare con il progressivo invecchiamento della popolazione. La maggior parte di queste persone troppo spesso non riesce a partecipare pienamente alla vita sociale ed economica a causa di barriere fisiche o di altro tipo, ma anche a causa di discriminazioni.
che il più delle volte colpisce a partire dai 55 anni, è fortemente invalidante e considerata non trattabile nella forma più diffusa, detta ‘secca’ o essudativa. Con la morte dei 
Glaucoma, una minaccia silenziosa per la vista


evitando l’ipovisione e la cecità.
umani che il meccanismo d’interruzione della catena che distrugge i fotorecettori sia veramente efficace: l’obiettivo è bloccare la produzione di ceramide, un messaggero molecolare che causa la morte delle cellule nervose retiniche. Per ora si sa che il collirio somministrato alle cavie di laboratorio ha consentito di raddoppiare la durata della visione: i topi sono diventati ciechi dopo un massimo di 90 giorni anziché di 40.