Ipertensione e diabete affliggono il mondo Secondo un nuovo rapporto dell’Oms sono sempre più diffuse le malattie non trasmissibili. A rischio anche la vista Un adulto su tre è iperteso e uno su dieci è diabetico. A dirlo è un nuovo rapporto dell’Oms che contiene le statistiche aggiornate sulla salute mondiale. Dunque è in crescita il problema delle malattie non trasmissibili riconducibili anche a stili di vita sbagliati.
Il problema è soprattutto che queste due malattie possono non essere diagnosticate; questo avviene principalmente nei Paesi in via di sviluppo, specialmente in un continente quale l’Africa (dove circa metà della popolazione sarebbe ipertesa). Se la pressione è troppo alta si rischia più frequentemente l’ictus e l’infarto.
I diabetici, se non si curano con attenzione, corrono seri rischi alla vista a causa della retinopatia. Lo stesso avviene per persone che soffrono di pressione alta: anche la loro salute retinica è più a rischio della norma (si veda la retinopatia ipertensiva). Tanto che può persino accadere che, controllando il fondo oculare, l’oculista si accorga di anomalie dei vasi sanguigni retinici, consigliando quindi di sottoporsi ad opportuni controlli diagnostici.
In conclusione tenere d’occhio la pressione arteriosa e il livello di zuccheri nel sangue può salvare la vita e anche… la vista!
Nuova luce con la terapia genica Le speranze dei malati di retinite pigmentosa. La rivista Human Gene Therapy fa il punto sullo stato dell’arte medica15 maggio 2012 – Nuovi orizzonti di cura si dischiudono per chi è affetto da malattie retiniche incurabili. Se la loro causa è genetica gli scienziati possono, in linea di principio, andare alla radice del problema “riparando” direttamente il DNA. A fare il punto sullo stato dell’arte medica oculistica dal punto di vista genetico ci ha pensato l’ultimo numero di Human Gene Therapy, rivista della Società europea di terapia genica e cellulare.Se risultati incoraggianti sono stati ottenuti sull’amaurosi congenita di Leber, non altrettanto si può già dire con la retinite pigmentosa , una malattia genetica ancora più complessa perché causata da una cinquantina di geni. Astra Dinculescu dell’Università della Florida e i suoi colleghi dell’Università della Pennsylvania e di altre università hanno dimostrato teoricamente l’efficacia di una terapia genica che consentirebbe di guarire almeno da un tipo di retinite pigmentosa rimpiazzando uno o più geni mutanti (come già fatto su cavie di laboratorio).Dopo una ventina d’anni di ricerche promettenti e di test – condotti prevalentemente su animali ma ultimamente anche su esseri umani – il Prof. Robin Ali del London Institute of Ophthalmology si dice “ottimista riguardo alle prospettive future della terapia genica retinica”. Questo principalmente perché è stato dimostrato che il tessuto nervoso della retina è accessibile all’innesto di geni sani sfruttando come vettori dei virus preventivamente svuotati del loro contenuto genico e in cui sono state introdotte le sequenze genetiche corrette.
UK, accesi nuovi occhi bionici L’Università di Oxford ha impiantato chip sottoretinici in due malati di retinite pigmentosa9 maggio 2012 – Sagome indefinite sono emerse dall’oscurità, ma per flash successivi e visibili solo per una decina di gradi al centro del campo visivo. Questo è ciò che è avvenuto a due malati di retinite pigmentosa a cui sono stati recentemente accesi gli occhi bionici presso la celebre Università di Oxford (UK). Questa volta – come già avvenuto in Germania e in Italia – niente telecamera esterna inserita in una montatura degli occhiali: un chip da 1500 elettrodi impiantato sotto la retina che capta direttamente la luce stimolando le cellule retiniche ancora vive. Grazie al nervo ottico integro (cosa che avviene per poche malattie degenerative retiniche) i segnali arrivano al cervello, il quale però si dovrà abituare alla nuova modalità visiva.Ammesso che l’operazione abbia successo (a Tubinga, in Germania, solo tre pazienti su undici hanno recuperato parzialmente la vista) è poi necessario un training per ‘imparare a vedere’. Le persone operate con successo riescono a riconoscere grandi lettere o a seguire una grande riga bianca tracciata sul pavimento. Seppur sperimentale, attualmente si tratta dell’unico sistema per consentire ai malati di retinite pigmentosa (una patologia oculare di origine genetica) di vedere qualcosa, ma solamente in bianco e nero e con una risoluzione ancora bassa (38X40 pixel).
Link utile: Oftalmologia Sociale (si legga l’articolo “Un chip sottoretinico contro la cecità“)
Minor spesa con la sanità elettronica I ministri della salute dell’Ue si sono riuniti a Copenhagen per discutere di eHealth. Anche il Ministro Balduzzi ha partecipato ai lavori8 maggio 2012 – Più sanità elettronica per spendere meno soldi pubblici. Dunque non solo più servizi che semplificano la vita ai cittadini, ma anche le casse dello Stato più ‘sane’. Utilizzando il fascicolo sanitario elettronico (sotto forma di carta col chip) si può o si potrà accedere alle proprie cartelle cliniche senza parlare delle maggiori possibilità offerte dai servizi on-line (tipo prenotazioni visite ed esami).Il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha partecipato alla conferenza danese dedicata alla sanità elettronica (eHealth), con cui si mira a costruire una sanità europea senza frontiere. Essa può, infatti, consentire di aiutare i cittadini nella messa in atto di comportamenti favorevoli alla propria salute ed al proprio benessere. Secondo il Ministro Balduzzi la sanità elettronica “rappresenta un pilastro fondamentale del processo di innovazione dei processi di cura e di riabilitazione in quanto consente al cittadino di portare con sé, ovunque si trovi, la propria storia clinica e di fruire conseguentemente di un’assistenza sanitaria il più possibile personalizzata”.Dunque un accesso più semplice alle diverse strutture ospedaliere distribuite nell’Unione europea e alle differenti competenze specialistiche. Possibilmente ci si avvarrà della collaborazione degli Usa: il Ministro Balduzzi sta valutando la possibilità di avviare un progetto per un migliore impiego dei fascicoli sanitari elettronici. Nota Dal 7 al 9 maggio 2012 a Copenhagen.
Bambini più miopi nel Sud-Est asiaticoSecondo uno studio australiano quasi 9 giovanissimi su 10 ne soffrono. In quell’area un piccolo su cinque può essere cieco o ipovedenteMettere a fuoco da lontano è sempre più difficile per i bambini che vivono nelle città del Sud-Est asiatico. Ad attestarlo è una ricerca australiana: in quella zona del mondo quasi nove bambini su dieci sono miopi e hanno, quindi, bisogno di portare le lenti. Nella stessa area fino a un bambino su cinque può essere considerato cieco o ipovedente.La scienza non fa altro che confermare, almeno in questo caso, il classico buon senso: già nel 2011 l’Università di Cambridge aveva notato che, per ogni ora trascorsa in più fuori casa ogni settimana, la probabilità di diventare miopi si riduce del 2% tra i giovanissimi. Secondo un altro studio i piccoli che trascorrono più tempo all’aria aperta tendono a sviluppare più difficilmente il difetto visivo ( clicca qui per approfondire). Solo in Gran Bretagna mediamente il 20-30 per cento dei bambini soffre di miopia. Dunque perché la diffusione del vizio refrattivo non aumenti eccessivamente anche in Occidente i ricercatori hanno sollecitato l’Oms a prevenirla promuovendo di più gli stili di vita sani: i bambini devono trascorrere più tempo all’aria aperta invece di trascorrere interi pomeriggi di fronte agli schermi o alla scrivania.
Trapianto di membrana amniotica per prevenire la cecità Contro la sindrome rara di Stevens-Johnson è efficace in molti casi se effettuato entro cinque giorni30 aprile 2012 – Prevenire la cecità è possibile col trapianto di membrana amniotica se si è colpiti dalla sindrome di Stevens-Johnson. Quest’ultima è una malattia rara (fortunatamente colpisce meno di una persona per milione), ma dalle gravi conseguenze: è caratterizzata dalla distruzione e dal distacco della pelle e delle mucose. Anche la cornea subisce gravi danni se non si interviene rapidamente.Un’équipe americana della Loyola University ha studiato i ricoverati tra il 1998 e il 2010 a causa della sindrome di Stevens-Johnson. Sono stati confrontati i pazienti a cui era stata trapiantata una membrana amniotica sulla superficie oculare con quelli curati in altro modo. Se trattati entro i tre-cinque giorni su tutta la superficie corneale il recupero della vista è stato buono: ‘solo’ il 4,3% di ciechi legali (su 25 occhi) contro il 35% dei trapiantati (33 occhi di 17 pazienti). Tuttavia i benefici sono stati più contenuti se il trapianto di membrana era stato effettuato più di una settimana dopo l’insorgenza della malattia devastante. La sindrome di Stevens-Johnson può essere causata da un’allergia a un farmaco e, più raramente, può essere provocata da infezioni o, ancora, è riconducibile a un trapianto di midollo osseo. In un caso su tre o quattro persone non si conosce però la causa. Sta di fatto che i malati devono essere trattati in terapia intensiva o nei reparti per i grandi ustionati non appena venga sospettata la diagnosi. Tuttavia la rigenerazione è rapida (riepitelizzazione in 2-3 settimane).
Più cultura della prevenzione Presso l’Istituto Superiore di Sanità si è parlato di stili di vita salutari27 aprile 2012 – La cultura della prevenzione non è ancora sufficientemente diffusa e gli stili di vita sani tardano a essere praticati dalla maggioranza della popolazione. È quanto è stato messo in evidenza stamattina durante un convegno organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità.Non solo l’obesità ma anche il sovrappeso è indice di uno stile di vita sbagliato (ad esempio si pratica troppo poco l’esercizio fisico). Ipertensione e diabete sono tra le malattie più spesso associate all’obesità; tra parentesi entrambe possono causare problemi oculari (si vedano retinopatia ipertensiva e retinopatia diabetica). Nel complesso l’obesità rappresenta la terza causa di morte nel nostro Paese, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori.Secondo uno degli studi citati durante il convegno solo il 10% su 25mila famiglie studiate durante una ricerca pratica uno stile di vita sano. Fare una mezz’oretta di passeggiata veloce al giorno può ridurre la mortalità di tre volte: complessivamente basta fare almeno diecimila passi al dì, inclusi quelli che già facciamo normalmente. Insomma, l’organismo non è fatto per compartimenti stagni e la sedentarietà è nemica della salute così come anche lo è il fumo (tra l’altro a livello oculare è un fattore di rischio dell’ AMD ). Per vivere meglio e più a lungo è stata ribadita, infine, l’importanza della tradizionale dieta mediterranea.
Il Parkinson a colpo d’occhio Secondo ricercatori Usa l’ eye-tracking consente di diagnosticare la malattia neurologica: i tremori oculari rappresentano un segno importante 23 aprile 2012 – Gli occhi possono essere non solo specchio dell’anima ma anche di una malattia. Ci riferiamo, ad esempio, ai movimenti degli occhi: i tremori oculari sono indice della presenza della malattia di Parkinson. È quanto hanno concluso studiosi americani in una ricerca pubblicata su Archives of Neurology.Durante lo studio sono stati rilevati i movimenti oculari di 112 pazienti colpiti dal Parkinson e di 60 persone sane. Ebbene, l’esame effettuato mediante un dispositivo chiamato eye-tracking (che consente di registrare movimenti oculari come le saccadi) ha consentito di osservare tremori oculari in tutti i malati di Parkinson; sono state invece due le persone sane ritenute erroneamente malate.La proposta dei ricercatori è che questo sistema venga usato per la diagnosi della malattia neurologica degenerativa caratterizzata da tremori, problemi motori e, negli stadi più avanzati, da declino cognitivo.
Una sperimentazione dello University College London (UCL) ha consentito di sfruttare i bastoncelli trapiantati nei topi di laboratorio
La ricerca della vista perduta non è più un miraggio anche se i fotorecettori della retina sono andati distrutti. Stando a una nuova sperimentazione condotta dallo University College di Londra – che ha riguardato i bastoncelli ma non i coni – gli scienziati hanno dimostrato che, trapiantando i primi fotorecettori, i topi non vedenti recuperano la vista (almeno parzialmente). Ciò ha consentito alle cavie di laboratorio trattate di muoversi in un labirinto scarsamente illuminato e di uscirne più rapidamente rispetto a quelle rimaste cieche. Dopo 4-6 settimane i bastoncelli trapiantati funzionavano bene quasi quanto quelli normali e avevano formato quelle connessioni nervose retiniche necessarie per trasmettere al cervello le informazioni visive.Gli scienziati dell’Istituto di Oftalmologia dell’Università londinese hanno prelevato delle cellule da cavie giovani e le hanno poi iniettate nella retina di topi adulti privi di bastoncelli. La morte dei fotorecettori causa anche negli esseri umani diverse patologie retiniche (ad esempio la retinite pigmentosa ). I bastoncelli sono particolarmente importanti per la visione periferica e in condizioni di scarsa luminosità.Secondo il professor Robin Ali, che ha diretto la ricerca presso il dipartimento di oftalmologia dell’Università londinese, “i fotorecettori trapiantati si possono integrare con successo col circuito retinico neuronale esistente e migliorare davvero la visione. Speriamo che presto saremo in grado di replicare quanto accaduto con i fotorecettori derivati dalle cellule staminali embrionali ed, infine, di condurre sperimentazioni sugli esseri umani”.Tuttavia – avverte Rachael Pearson, un altro degli autori della ricerca – per poter migliorare significativamente le capacità visive in persone colpite dalla degenerazione della retina sarà necessario condurre ulteriori esperimenti non solo con i bastoncelli, ma anche con i coni (presenti principalmente al centro della retina), in modo da poter sviluppare trattamenti più efficaci anche sugli esseri umani.La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, potrebbe ipoteticamente spianare la strada verso la messa a punto di una terapia che consenta il recupero della vista in persone colpite da malattie retiniche degenerative.Articolo originale: “Restoration of vision after transplantation of photoreceptors” (“Ripristino della vista dopo trapianto di fotorecettori“) di R. A. Pearson, A. C. Barber, M. Rizzi, C. Hippert, T. Xue, E. L. West, Y. Duran, A. J. Smith, J. Z. Chuang, S. A. Azam, U. F. O. Luhmann, A. Benucci, C. H. Sung, J. W. Bainbridge, M. Carandini, K.-W. Yau, J. C. Sowden & R. R. Ali, Nature 2012, doi:10.1038/nature10997 ( pubblicato on-line il 18 aprile 2012 ).
Un videogame contro l’occhio pigroLo ha realizzato un’università scozzese. La diagnosi precoce resta però l’arma principale17 aprile 2012 – Videogiocare troppo può fare male, ma in qualche caso può avere persino un effetto terapeutico. È il caso di un videogame programmato da un’università scozzese: la Caledonian University di Glasgow ha messo a punto infatti un gioco simile a Tetris che, almeno nei bambini, consentirebbe di riattivare l’occhio pigro (ambliope). L’intento è quello di invogliare i piccoli a essere assidui nella terapia che, in diversi casi, può prevedere anche il bendaggio dell’occhio sano per far lavorare quello non attivo.Naturalmente non è sufficiente un videogame per spingere un occhio a lavorare; tuttavia potrebbe, almeno in linea di principio, aiutare nella terapia. Fondamentale è però che i piccoli siano seguiti da un oculista che potrà decidere, a seconda dei casi, di fare specifici esercizi o addirittura ricorrere al rimedio tradizionale (bendare l’occhio dominante). Se non si cura l’ambliopia da piccoli c’è il concreto rischio che non si sviluppino correttamente le aree cerebrali deputate alla visione; dunque è importante prevenire sin dalla più tenera età problemi più seri che si possono presentare da adulti.