Salute, un italiano su due s’informa sul web

Aula Sapienza

Evento del 18 novembre 2015, Università Sapienza di Roma (Foto cortesia IBSE Foundation)
Salute, un italiano su due s’informa sul web Solo i medici ancora battono internet, mentre si ricorre più di rado ai consigli dei farmacisti
23 novembre 2015
– Un italiano su due cerca informazioni di salute sul web; solo i medici sono ancora più consultati. A ricorrere in prima battuta a internet sono soprattutto i laureati (73%) e i diplomati (63%): l’uso di un computer connesso cresce in modo direttamente proporzionale al grado d’istruzione. Eppure i pc ancora non battono gli esseri umani, soprattutto quando si tratta di specialisti. Questi sono alcuni risultati di un sondaggio condotto su 2066 maggiorenni, presentato il 18 novembre presso l’Università Sapienza di Roma in occasione di un evento promosso dalla IBSE Foundation (intitolato “La salute in rete: progresso o pericolo?”). L’83% degli italiani cerca su internet informazioni riguardanti le singole malattie, il 66% sulle possibilità di cura e il 64% sui corretti stili di vita. Questo è comune soprattutto tra i 35 e i 44 anni e dopo i 65 anni. Suscitano curiosità anche i farmaci prescritti dal medico (44%), gli integratori alimentari (37%) e i farmaci da banco (35%), a pari merito con gli ospedali specializzati e i centri d’eccellenza. è molto positiva la valutazione del canale web che viene preferito rispetto ai media tradizionali, in particolar modo dalle persone “attente alla salute”, e considerato facile da consultare (85%), utile (76%) e affidabile (65%). Eppure un consulto via internet non può mai sostituire una visita effettuata di persona. Per tutti il medico è ancora un punto di riferimento (per l’85% il medico di base, per il 68% specialista). Ecco allora che – dopo la ricerca sul web – in diversi casi si rivolge al proprio medico: il 63% della popolazione, dopo aver trovato online informazioni sulla salute, si è recato da un dottore per ulteriori delucidazioni e approfondimenti. Vengono solo dopo internet, tuttavia, i consigli del farmacista (37%), quelli di parenti e amici (36%) e infine quelli dei media (24%). “Il web rappresenta un’enorme opportunità in termini di conoscenza, ma nell’esplorare la rete sono necessari gli strumenti per orientarsi sull’autorevolezza delle

Fonti che producono informazioni e in medicina la qualità delle informazioni è una questione centrale”, ha commentato il Prof. Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità –. Tuttavia, “ciò che manca è un portale che in qualche modo sia di riferimento per tutti i temi di natura medica capace di fornire indicazioni basate su evidenze scientifiche. Serve un filo di Arianna per orientarsi nel labirinto delle tante e disparate

Fonti che circolano sul web”.

Link utile: Slide (sondaggio condotto da GfK Eurisko)

Fonte principale: IBSE Foundation for Scientific Research

Responsabilità dei medici, verso una nuova legge

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Responsabilità dei medici, verso una nuova legge Approvato in Commissione Affari Sociali della Camera il nuovo testo sulla medicina difensiva 20 novembre 2015 – Tutela dei pazienti da un lato ma, dall’altro, limitazione delle possibilità di perseguire i medici per presunti errori professionali: potranno rispondere penalmente del loro operato solo in caso di “colpa grave” (per lesioni personali o decesso), qualora non si siano attenuti alle linee guida e alle pratiche sanitarie più comuni. Questa, in sintesi, la linea del testo licenziato dalla XII Commissione Affari Sociali della Camera, un disegno di legge che dovrebbe approdare in Aula nel 2016, una volta ricevuto il parere positivo delle Commissioni competenti. Più sicurezza e prevenzione, meno esami ‘inutili’ Nel testo si parla non solo di sicurezza quale “parte costitutiva del diritto alla salute”, “perseguita nell’interesse dell’individuo e della collettività, ma anche di “attività finalizzate alla prevenzione e alla gestione del rischio connesso all’erogazione di prestazioni sanitarie”. “La piena realizzazione delle attività di prevenzione e gestione del rischio sanitario – si legge – rappresenta un interesse primario del Sistema sanitario nazionale perché consente maggiore appropriatezza nell’utilizzo delle risorse disponibili e garantisce la massima tutela del paziente”. Ciò significa che verranno prescritti meno esami ‘inutili’: attualmente capita che i medici si tutelino in questo modo sotto il profilo legale. Inoltre i chirurghi potranno assumersi rischi supplementari in caso d’interventi parecchio complessi. Operazione di cataratta Obbligo di conciliazione in sede civile Diventerà probabilmente obbligatorio almeno un tentativo di conciliazione sul piano civile tra il paziente che pensa di essere stato danneggiato e il medico che presumibilmente ha operato male (con annessa richiesta di risarcimento danni). Il Ministro Lorenzin: “Provvedimento equilibrato“ Esulta il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin in una nota diffusa il 19 novembre: “è un risultato storico, una svolta nella lotta alla medicina difensiva, perché riesce a trovare un punto di equilibrio tra le tutele dei medici, che hanno bisogno di svolgere il loro delicato compito in serenità, e il diritto dei cittadini dinanzi ai casi di malasanità”. “L’elaborazione prodotta dai parlamentari impegnati alla Camera ha permesso di cogliere tutti gli obiettivi: cambia la responsabilità del medico sia da un punto di vista penale, poiché il medico non sarà più responsabile neppure per colpa grave se rispetta le linee guida, che civile, prevedendosi la natura extracontrattuale della responsabilità dei medici non liberi professionisti, con conseguente inversione dell’onere della prova e dimezzamento del termine di prescrizione”. Inoltre, spiega ancora il Ministro, “viene introdotta l’azione diretta nei confronti dell’assicurazione; la conciliazione obbligatoria pone un freno al proliferare dei contenziosi giudiziari; viene limitata, da un punto di vista della quantificazione, l’azione di rivalsa della struttura sanitaria nei confronti del medico; viene creato un fondo di garanzia per le vittime di malasanità”. Complessivamente la Lorenzin lo considera “un provvedimento equilibrato” che dovrebbe consentire ai medici di “lavorare con maggiore serenità” e ai pazienti di vedere “tutelati in modo chiaro e diretto i loro diritti”.

Fonti: Sanità24-Il Sole 24 Ore, Ministero della Salute

Ultima modifica: 7 gennaio 2016

LEA, Italia divisa in due

LEA, Italia divisa in due Il Ministero della Salute ha diffuso le valutazioni sui Livelli Essenziali di Assistenza: solo la metà delle Regioni sono in regola 17 novembre 2015 – Una vittoria a metà: solo otto Regioni sulle sedici monitorate sono in regola con i Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA) , su cui il Ministero della Salute ha acceso nuovamente i riflettori. La sanità pubblica e privata convenzionata sono state “radiografate” con la pubblicazione della verifica degli adempimenti nel 2013. Le Regioni adempienti sono concentrate quasi tutte al Centro-Nord (Marche, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Veneto e Basilicata). Cosa fare allora con le Regioni ritardatarie, ad esempio il Lazio, la Sicilia, la Campania o la Calabria? Quelle che hanno sottoscritto un Piano di rientro, pur avendo progressivamente migliorato l’organizzazione del sistema informativo e delle reti assistenziali, devono ancora migliorare soprattutto – scrive il Ministero della Salute – la riorganizzazione dei punti nascita, le cure palliative, la prevenzione e la riorganizzazione della rete dei laboratori. L’adempimento implica un risparmio complessivo per lo Stato, ma non sempre va a vantaggio diretto dei cittadini: la Regione viene promossa se non ha più di 3,7 posti letto per 1000 abitanti. Inoltre, deve avere un tasso di ospedalizzazione inferiore o uguale a 160 per 1000 abitanti (dunque non troppi ricoverati). Rispetto al 2012 si conferma il trend in diminuzione dei ricoveri ospedalieri in tutta Italia e l’aumento dell’appropriatezza dell’assistenza ospedaliera erogata.

Link utili: Monitoraggio dei LEA

Fonte principale: Ministero della Salute

Aspettando una visita

Mediamente si attendono nove mesi per una visita oculistica. Lo rileva la onlus Cittadinanzattiva nel Rapporto Pit Salute 2015

Dura mediamente 9 mesi, quanto una gestazione, il tempo d’attesa medio per una visita oculistica in Italia. Va peggio solo per le visite psichiatriche (13 mesi nel 2014), ma la situazione è seria anche per le visite cardiologiche (8 mesi in media), odontoiatriche (7 mesi) e persino per quelle oncologiche (6 mesi), alla pari con le ortopediche. Questo quadro a tinte fosche è stato presentato il 13 novembre 2015 a Roma dalla onlus Cittadinanzattiva col nuovo Rapporto “Pit Salute” (giunto alla 18° edizione). Questo volume, come ogni anno, fa il punto sulla sanità vista dai cittadini e si basa su oltre 24 mila segnalazioni avvenute lo scorso anno. Queste ultime sono giunte a PIT salute e alle sedi locali del Tribunale per i diritti del malato: per un quarto (25%) riguardano le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie, determinate soprattutto dalle lunghe liste di attesa (58,7%) e dai ticket troppo elevati (31,4%).

“I ticket – scrive Cittadinanzattiva – sono considerati dalle persone come una vera e propria tassa sulla salute, e rappresentano un ostacolo all’accesso alle prestazioni: un peso sempre più insostenibile per i redditi delle famiglie, nonché un paradosso del Servizio Pubblico che respinge i cittadini e li indirizza verso il privato o l’intramoenia, talvolta persino più convenienti per costi o per attese”.

Per quanto riguarda gli errori medici presunti (malpratice), in testa alla classifica negativa – sul piano diagnostico – si trova l’oncologia (col 26%), a cui segue l’ortopedia (col 17,4%), mentre l’oculistica si difende bene (con un 5,3%). Invece a livello terapeutico gli errori più frequenti – sempre secondo i pazienti – riguardano l’ortopedia (28,4%), a cui seguono la chirurgia generale (14,1%) e l’oculistica (8,6%). Ovviamente però si tratta di casi segnalati la cui fondatezza deve ancora essere verificata.

Link utile: grafici Rapporto Pit Salute 2015

Fonte: Cittadinanzattiva

Il futuro della sanità italiana

Il futuro della sanità italiana Più digitale, più innovazione e più open data: a Roma si è svolto il 4° Healthcare Summit col Ministro della Salute Lorenzin Avere una visione chiara della sanità futura. In particolare tenendo conto dell’invecchiamento demografico in Italia, cogliendo le sfide della ricerca (farmaci innovativi) e consentendo a tutti l’accesso dei dati sanitari digitali in tempo reale. Sono questi, in sintesi, gli obiettivi più significativi trattati durante il Healthcare Summit del Sole 24 Ore che si è svolto a Roma l’11 novembre. Un cruscotto digitale con i dati sanitari L’evento si è aperto con un intervento del Ministro della Salute Lorenzin, che ha sottolineato l’importanza della dematerializzazione e del digitale anche sul piano dei dati sanitari. Già l’introduzione della ricetta elettronica è stata un passo importante. Però il Ministro ora intende realizzare una sorta di “cruscotto” digitale, con i flussi di dati che idealmente dovrebbero arrivare in diretta dalle diverse aziende sanitarie (pubblicati anche su internet preservando la privacy dei cittadini). Inoltre la Lorenzin ha fatto riferimento al “ Patto della sanità digitale ”. Avendo in mano i flussi sulle ricette elettroniche si può avere un dato comparato sull’appropriatezza e soprattutto su alcune patologie. “Questo ci consentirà di fare meglio programmazione, prevenzione, di lavorare anche sulla cura”. Naturalmente i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) devono essere preservati. Se da un lato si è parlato del “problema dell’aumento della spesa farmaceutica ospedaliera”, dall’altro il Ministro Lorenzin ha rilevato un “aumento inevitabile del fondo per le spese legate alla sanità per l’invecchiamento demografico”. “Contro la corruzione ci vuole più trasparenza”, ha asserito Lorenzin. Ovvero una centrale unica degli acquisti per evitare variazioni di prezzo tra una Regione e l’altra, obbligo di pubblicare i dati sanitari anonimizzati… La sanità è per tutti Il sistema universalistico deve essere mantenuto: lo ha ribadito Emilia Grazia De Biasi, Presidente della 12° Commissione Permanente Affari Igiene e Sanità del Senato. Bisogna però anche “lavorare per la ricerca come punto d’incontro tra risorse pubbliche e private”: non se ne può fare a meno (“non cediamo all’ideologia perché le università italiane brevettano molto poco”). Però “abbiamo bisogno di una visione: tra dieci anni come vogliamo il Sistema sanitario nazionale? Abbiamo bisogno di programmazione”. Bisogna gestire meglio anche il ricambio delle professioni sanitarie: “ce ne sono alcune in cui l’età media, in Italia, è di 60 anni”. Tuttavia, per fare questo, ha concluso la Sen. De Biasi, “ci deve essere un rapporto armonico tra Stato e Regioni”. Più integrazione e telemedicina Dal canto suo Mario Marazziti, Presidente della XII Commissione Permanente Affari Sociali e Sanità della Camera, ha denunciato il “problema dello scollamento tra sociale e sanità”. Tra l’altro nel 2020, solo per motivi demografici, si prevede che il Sistema sanitario nazionale spenderà sette miliardi di euro in più a parità di prestazioni. Però, ha proseguito l’On. Marazziti, “al centro ci deve essere la salute e non la spesa sanitaria”. Dunque bisogna soprattutto combattere la frammentazione, lavorando all’integrazione tra dimensione sociale e rete ospedaliera (ad esempio con l’assistenza domiciliare). Sicuramente sarà sempre più importante la telemedicina. Valorizzare le risorse e i settori di punta Tra l’altro Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha osservato che l’Italia “ha scontato vent’anni d’immobilismo”. Insomma, le professionalità devono essere messe a sistema, devono essere valorizzate e deve migliorare la progettualità e l’organizzazione. Ci sono, comunque, settori in cui l’Italia è leader mondiale come, ad esempio, “nella genomica di sanità pubblica”. L’evento è stato moderato dal vicedirettore del Sole 24 Ore Sanità Roberto Turno.

Link di riferimento: Sole24Ore-Eventi

Ultima modifica: 12 novembre 2015

Prevenzione troppo magra

Prevenzione troppo magra Circa un miliardo di euro il sotto-finanziamento nazionale stimato dalla Fondazione Ambrosetti solo nel 2013 11 novembre 2015 – Lo Stato italiano dovrebbe investire di più per evitare la malattie (tra cui quelle oculari). “La spesa in prevenzione, come indicato da Agenas [l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali], è stata pari a 4,9 miliardi di euro nel 2013, valore pari al 4,19% del totale, il che significa, rispetto ad un obiettivo del 5% stabilito nei Livelli Essenziali di Assistenza , un sotto-finanziamento di circa 1 miliardo. Questo – scrive la Fondazione Ambrosetti, che il 10 novembre ha presentato a Roma un nuovo Rapporto sulla Sanità – nonostante le evidenze scientifiche sostengano da tempo il valore della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria) e gli studi di farmaco-economia abbiano evidenziato ripetutamente profili di costo-efficacia particolarmente positivi per le attività di prevenzione”. Insomma, prosegue la Fondazione, occorre “riconoscere il ruolo determinante della prevenzione e della promozione e tutela della salute per lo sviluppo sociale, la crescita economica e la sostenibilità del welfare”. Se da un lato bisogna quindi combattere le malattie infettive, dall’altro bisogna intervenire riducendo i fattori di rischio delle patologie croniche non trasmissibili ad «alto impatto» sul sistema in termini di salute e di costi sanitari, tra cui c’è anche il diabete (che tra l’altro può provocare retinopatia). La spesa privata dei cittadini per la salute è in aumento: nel 2013 per le visite oculistiche il cosiddetto out-of-pocket è stato del 50,1%, precedute dalle visite ostetrico-ginecologiche, odontoiatriche, dietologiche e dermatologiche.

Fonte: Fondazione Ambrosetti

Oms, sconfitto Ebola in Sierra Leone

Il colore di un occhio di Ian Crozer è cambiato (da azzurro a verdastro) a causa del virus Ebola

Il virus Ebola attacca una cellula (foto cortesia di T. Noda, Università di Tokyo, Giappone)Oms, sconfitto Ebola in Sierra Leone Oltre a minacciare la vita, il virus può causare uveiti. A un medico ha persino cambiato il colore di un occhio 9 novembre 2015 – Il virus Ebola è stato sconfitto in Sierra Leone, un Paese africano tra i più colpiti. Il lieto annuncio è stato dato il 7 novembre dall’Organizzazione mondiale della sanità ( Oms ). Sono infatti trascorsi 42 giorni da quando è guarita l’ultima persona colpita dalla grave malattia. Per precauzione, tuttavia, il Paese è entrato in un periodo di sorveglianza che proseguirà sino al 5 febbraio 2016. “Da quando la Sierra Leone – ha detto Anders Nordström, rappresentante Oms nel Paese africano – ha registrato il prima caso di Ebola, a maggio 2014, un numero totale di 8704 persone sono state infettate, delle quali 3589 sono decedute, tra cui 221 operatori sanitari”. Attualmente è allo studio un vaccino, che sul tipo di Ebola che ha colpito l’Africa “si è dimostrato efficace in oltre il 75% dei casi”. Dunque il temibile virus potrebbe essere “efficacemente prevenuto grazie a un nuovo vaccino ricombinante basato sull’espressione di una proteina di superficie che caratterizza il virus stesso, di cui è stata utilizzata una versione attenuata e ingegnerizzata”. Ne ha parlato recentemente la rivista The Lancet in riferimento a una ricerca condotta in Guinea (Paese che confine con la Sierra Leone). Ebola è una grave patologia, fatale in circa la metà dei casi. I primi focolai si sono riscontrati in villaggi sperduti dell’Africa centrale, in prossimità delle foreste tropicali, ma i casi successivi hanno investito anche leIl colore di un occhio di Ian Crozer è cambiato (da azzurro a verdastro) a causa del virus Ebola maggiori città dell’Africa occidentale e le aree rurali. L’assistenza sanitaria tempestiva necessita di reidratazioni e trattamenti sintomatici, che aumentano il tasso di sopravvivenza. C’è poi il caso di Ian Crozier, un medico che lavorava in Sierra Leone. Contagiato da Ebola, è riuscito a guarire dopo molte cure. Senonché dopo oltre due mesi dalla remissione, all’improvviso si è manifestata all’occhio sinistro una malattia oculare chiamata uveite anteriore acuta. Il medico aveva entrambi gli occhi azzurri, ma quello in cui si è annidato Ebola è diventato verdastro. La pressione oculare è aumentata molto oltre i livelli di guardia e l’occhio ha manifestato un forte arrossamento. Dopo le opportune cure oculistiche l’acuità visiva è tornata a essere buona.

Fonti: Oms , The New England Journal of Medicine , The Lancet

Occhio alle lenti a contatto colorate

Particelle di titanio al microscopio in una lente a contatto colorata (Fonte Eye & Contact Lens)

Particelle di titanio al microscopio in una lente a contatto colorata (Fonte Eye & Contact Lens)Occhio alle lenti a contatto colorate Opportune cautele supplementari a causa dei coloranti. L’American Academy of Ophthalmology avverte: potenziali rischi per la vista 6 novembre 2015 – Le lenti a contatto colorate possono creare problemi oculari da non sottovalutare. Si posso verificare, ad esempio, abrasioni o ulcere corneali (lesioni della superficie dell’occhio). In rari casi estremi di gravi complicazioni, avverte l’ American Academy of Ophthalmology , si prospetta persino il rischio di cecità. Un recente studio giapponese pubblicato su Eye & Contact Lens fa luce sui potenziali problemi oculari: grazie all’uso di un microscopio elettronico a scansione sono stati studiati i coloranti contenuti nelle lenti cosmetiche, che contengono materiali quali titanio, ferro e cloro. Questi ultimi si possono depositare sulla superficie delle lenti, risultando tossici o dannosi per i tessuti oculari. Il problema si pone soprattutto in quei Paesi dove le lenti a contatto colorate possono essere utilizzate senza la prescrizione di un oculista, ad esempio l’Italia. Perciò è più facile che i giovani non siano ben istruiti sul loro corretto utilizzo e sulle norme igieniche da rispettare : ne risulta una maggiore probabilità di andare incontro ad infiammazioni oculari o, nei casi più gravi, a cheratiti . è importante, prima di iniziare a farne uso, che l’oculista si accerti che non ci siano controindicazioni. Va ricordato che è sconsigliato l’uso delle lenti a contatto in spiaggia e in piscina, ed è assolutamente necessario recarsi dallo specialista non appena insorgano alterazioni visive o irritazione oculare.

Fonti: Eye & Contact Lens , American Academy of Ophthalmology

Sistema sanitario, l’Italia spende meno

Sistema sanitario, l’Italia spende meno Nuovo rapporto Ocse denuncia: indietro negli investimenti in prevenzione e nell’assistenza agli anziani 5 novembre 2015 – L’Italia è indietro nell’assistenza agli anziani e nella prevenzione sul piano della spesa. Eppure occorrono entrambi. Lo evidenzia l’Ocse in un nuovo Rapporto ( Health at Glance ), in cui tuttavia sottolinea come gli standard sanitari del nostro Paese siano al di sopra della media delle nazioni sviluppate. Però ricorda che da noi la spesa sanitaria pro-capite è diminuita in termini reali a partire dal 2011. Insomma, il mondo della sanità si è ritrovato a stringere la cinghia e gli italiani a esborsare di più per pagare ticket e prestazioni sanitarie. L’Italia, globalmente parlando, ha un buon sistema sanitario (rientra nel gruppo di testa degli Stati Ocse). Però, anche se è un Paese di anziani, l’aspettativa di vita in buona salute a 65 anni è al di sotto della media europea. Ai primi posti, invece, si trovano una serie di nazioni nordiche: Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca e Irlanda. Eppure viviamo a lungo: l’aspettativa di vita alla nascita è quasi di 83 anni. Il numero di posti letto nel Belpaese (3,4 per mille nel 2013) è decisamente inferiore alla media Ocse (4,8 per mille tra una quarantina di Stati). Al top della classifica si trova il Giappone (13,3 posti letto per mille), mentre la maglia nera va all’India (0,5 per mille). “La spesa sanitaria pro capite in Italia – scrive l’Ocse – è diminuita del 3,5% in termini reali nel 2013, il terzo anno consecutivo che vede una restrizione della spesa, e dati preliminari per il 2014 indicano un’ulteriore riduzione dello 0,4%”. “Una serie di misure di contenimento della spesa sanitaria sono state implementate in Italia a seguito della crisi economica. Alcune misure – osserva l’Ocse – hanno interessato la spesa farmaceutica. La quota di mercato rappresentata da farmaci generici è quadruplicata dagli anni 2000, contribuendo alla riduzione dei prezzi e della spesa. Tuttavia, la penetrazione dei farmaci generici resta relativamente bassa in Italia, rappresentando il 19% del mercato farmaceutico totale in volume nel 2013”. Come a dire che non si fa ancora sufficientemente uso dei farmaci equivalenti, che consentono di risparmiare in modo considerevole.

Leggi anche: “ Sanità, si spende meno e c’è chi rinuncia alle cure

Link utile: Rapporto Ocse sulla sanità

Fonte di riferimento: Ocse

Stili di vita, gli errori dei giovani

Studentessa (Foto: cortesia di imagerymajestic, freedigitalphotos.net)

Studentessa (Foto: cortesia di imagerymajestic, freedigitalphotos.net)

Alimentazione scorretta, pigrizia, troppo fumo e alcol. Studio su oltre 8500 studenti universitari

3 novembre 2015 – Poca frutta e verdura, troppo alcol, tabacco e sedentarietà. A livello di stile di vita sono questi i “peccati” principali degli studenti universitari italiani, almeno secondo il ritratto che ne ha fatto l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma (Facoltà di Medicina e chirurgia) assieme all’Istituto Superiore di Sanità.

Nel 2015 l’indagine “Sportello Salute Giovani” è stata pubblicata integralmente sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità. La ricerca è stata condotta su 8516 studenti di dieci università italiane, d’età compresa tra i 18 e i 30 anni: 5702 donne (67%) e 2814 uomini (33%), con età media di poco superiore ai 22 anni. Eppure la stragrande maggioranza degli universitari italiani – ben 8 su 10 – si sentono in buona o ottima salute. Altissima l’attitudine verso le nuove tecnologie, con rischio di abuso e dipendenza: tutti gli studenti hanno almeno un telefono cellulare e 7 su 10 usano il loro smartphone per essere sempre connessi.

Tra gli studenti universitari “solo 4 su 10 seguono – si legge in una nota congiunta dell’Istituto Superiore e dell’Università Cattolica – le raccomandazioni nazionali per il corretto consumo quotidiano di frutta e solo 2 su 10 quelle relative all’assunzione delle giuste quantità di verdura Sono troppi gli studenti sedentari, cioè ben 3 su 10 non svolgono attività fisica, mentre un numero consistente di universitari cedono alle lusinghe di Tabacco e di Bacco: 3 studenti su 10 hanno l’abitudine al fumo e 4 su 10 consumano settimanalmente vino e birra.

“Questi dati – ha concluso Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – ci impongono di prestare una maggiore attenzione in tutte le politiche, e non solo in quelle sanitarie, all’educazione agli stili di vita salutari. Il vantaggio è doppio, individuale e collettivo: essere anziani con un buon tempo da spendere e poter affrontare una spesa sanitaria maggiormente sostenibile”.

Fonti: Istituto Superiore di Sanità, Università Cattolica del Sacro Cuore