Quella tiroide che influenza la percezione dei colori Esperimenti condotti sulla cavie di laboratorio attestano che gli ormoni tiroidei controllano i pigmenti visivi 30 marzo 2011 – Un mondo meno a colori per chi soffre di seri problemi alla tiroide? Dai risultati di un nuovo studio sembrerebbe di sì, almeno potenzialmente. Infatti l’ormone prodotto dalla ghiandola ricopre un ruolo fondamentale nel controllare i pigmenti visivi prodotti nei coni, i fotorecettori retinici che consentono la visione cromatica: lo sostengono studiosi dell’Istituto di ricerca tedesco Max Planck, dell’università di Francoforte e di Vienna. Sebbene le conclusioni siano basate su studi condotti con cavie di laboratorio, i ricercatori ipotizzano che i risultati possano essere estesi anche agli esseri umani: una deficienza dell’ormone prodotto dalla tiroide inficerebbe la ricchezza della percezione cromatica del mondo.
“Fino ad oggi – scrive l’Istituto di ricerca Max Planck – il controllo della produzione dell’opsina (proteina fotosensibile contenuta nei coni retinici, ndr) era considerato un fenomeno legato allo sviluppo. […] Questo studio dimostra come la produzione di opsina nei coni maturi continui a dipendere dai livelli di ormone tiroidei”. Insomma, regolando i livelli degli ormoni prodotti dalla tiroide è possibile, come se fosse una centralina di controllo, controllare “dinamicamente e reversibilmente” per tutta la vita i livelli di opsina contenuti nei coni. Una carenza degli ormoni tiroidei si può avere a causa di una carenza di iodio nella dieta, per fattori genetici oppure per l’asportazione chirurgica della tiroide. In questo caso potrebbe esserci un’alterazione dei livelli di opsina e, dunque, della visione dei colori. Il motivo per cui però quest’ipotesi non è stata ancora riscontrata negli esseri umani è – puntualizzano i ricercatori tedeschi –, presumibilmente, che “i sintomi generali delle deficienza dell’ormone tiroideo sono tanto gravi che la terapia viene instaurata prima che le alterazioni dei livelli di opsina nei coni si manifestino”.
Fonte: Max-Planck-Gesellschaft
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di ampia portata”, ha affermato Bruno Rossion, ricercatore presso il Dipartimento di psicologia dell’Istituto di neuroscienze dell’Università cattolica di Lovanio, in Belgio. “In ultima analisi, attraverso una migliore comprensione di questa funzione faremo straordinari progressi per capire come il cervello operi nel suo complesso, sviluppando strumenti per rilevare le sue disfunzioni che speriamo di poter contribuire a rimediare”.

gangliari e, grazie a un colorante sensibile al calcio, hanno evidenziato l’attività cellulare ‘innescata’ dai fotoni. Per farlo hanno analizzato tutte le traiettorie colorate all’interno di ‘fettine’ di retina prelevate dalle cavie di laboratorio: usando un bisturi provvisto di una punta di diamante hanno ottenuto strati mille volte più piccoli del diametro di un capello. Quindi hanno ricostruito in 3D le connessioni cellulari (sinapsi) facendo scansioni ripetute dei tessuti retinici col microscopio elettronico. Hanno così potuto studiare il percorso esatto degli stimoli che viaggiano tra le cellule nervose, le quali hanno la forma di un piccolo albero. Insomma, è stato possibile esaminare e rappresentare accuratamente i dendriti (ramificazioni) delle cellule nervose gangliari e di quelle amacrine ad esse connesse. I ricercatori hanno notato come le cellule gangliari funzionino a ‘senso unico’: inviano l’impulso al cervello solo se lo stimolo luminoso arriva da sinistra oppure da destra [