Non ci si ammala di solo Covid-19

 “Sono molti i danni irreversibili che si stanno accumulando perché le persone non si curano più”, racconta Francesco Bandello, Primario dell’Unità di Oculistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.Attivatevi all’interno degli Ospedali affinché i pazienti possano seguire i trattamenti in serenità” è il messaggio rivolto a tutti i colleghi. Ecco cosa sta accadendo alle patologie oculari durante il coronavirus.

Anche durante l’epidemia di Sars–Cov-2 è necessario continuare a promuovere l’importanza delle cure e della riabilitazione visiva, sia tra i cittadini che tra gli operatori della salute. È questo l’appello lanciato da Francesco Bandello, Primario dell’Unità di Oculistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Direttore della Clinica Oculistica dell’Università Vita-Salute.

“Ci sono diverse patologie oculari – racconta Bandello – che, una volta diagnosticate, richiedono un trattamento d’urgenza, entro un limite massimo di 2-3 giorni. Tra queste, esistono il distacco della retina, le malattie che colpiscono la cornea, oppure altri distretti dell’organismo. Esiste, soprattutto, una vasta gamma di malattie retiniche curate con le iniezioni intravitreali, l’effetto delle quali ha una durata limitata nel tempo che oscilla da 1 a 4 mesi”. Utilizzate per trattare le più comuni patologie degenerative e vascolari della macula, le iniezioni intravitreali svolgono un ruolo fondamentale nella gestione della malattia: “Superato il limite di tempo consigliato tra un’iniezione e l’altra – chiarisce Bandello –  la patologia torna ad essere attiva ed è in grado di produrre danni irreversibili. La retina, infatti, è costituita da cellule nervose che vengono dette ‘perenni’, che sono le stesse per tutta la vita e non sono in grado di riprodursi. Una volta morte, non ci sarà nessuna tecnica oculistica in grado di recuperarle”.

Durante la particolare situazione indotta dalla pandemia di Covid-19, molti degli abituali pazienti hanno scelto di rinunciare alle cure: “Come tante altre strutture in Italia – racconta Bandello – avevamo in trattamento circa 60 pazienti al giorno che seguivano il protocollo delle iniezioni con un’agenda molto precisa. Da fine febbraio questi pazienti sono diventati 6 e, quindi, c’è un numero consistente di persone che non sta eseguendo un trattamento utile”. Gli effetti di questa situazione sono ancora da valutare, ma i rischi sono già prevedibili: “Quando il periodo del terrore sarà finito – spiega il Direttore – ci ritroveremo con migliaia di pazienti con danni maggiori a causa dell’interruzione di queste cure”.

L’esperienza avviata dall’Ospedale San Raffaele di Milano rappresenta però una valida operazione di contenimento di questa possibilità: “Abbiamo iniziato a fare le iniezioni in un settore isolato dell’Ospedale creando un percorso ‘Covid-free’. Abbiamo organizzato in un nuovo blocco l’accettazione e, quindi, il paziente accede direttamente alle sale operatorie dove non ci sono contagi. Ritengo che qualcosa di simile debba essere fatto in tutti gli Ospedali e le strutture ambulatoriali dove i pazienti effettuano i trattamenti, altrimenti condanniamo queste persone ad un danno visivo maggiore”.

Messa in sicurezza dei pazienti e garanzia delle cure. Sono questi i presupposti indicati dal Primario dell’Ospedale San Raffaele di Milano: “Abbiamo il dovere di rassicurare i nostri pazienti. Prima, però, è necessario creare in tutte le strutture sanitarie dei percorsi sicuri, liberi da commistioni con pazienti che possono essere contagiati. Solamente dopo saremo in grado di dire alle persone che non rischiano di essere infettate. Quando avremo ottenuto questo, dobbiamo chiamarle a casa e dire loro che sono stati creati i presupposti affinché non corrano alcun rischio”.

La sensibilità di questo percorso è condivisa da tutti i professionisti del settore con un messaggio univoco. “Dai colleghi cardiologi – conclude il Direttore – sento dire che i pazienti arrivano già in fase terminale o in condizioni peggiorate. Dobbiamo darci da fare per superare questo momento, anche se una parte di danno sarà comunque inevitabile. Il messaggio bisogna darlo anzitutto ai colleghi: attivatevi all’interno degli Ospedali affinché i pazienti possano eseguire i trattamenti in serenità e senza rischio. Non ci si ammala solo di Covid-19 e dobbiamo creare tutti i presupposti per il trattamento delle malattie importanti, perché i pazienti hanno diritto alla salute e alla cura anche durante l’epidemia”.

Covid-19 e secrezioni lacrimali: le evidenze scientifiche di questo rapporto

Tre studi scientifici internazionali, pubblicati rispettivamente su “Journal Medical of Virology”, “British Journal of Ophthalmology” e “Jama Ophthalmology”, mostrano le prime evidenze della valutazione del coronavirus nelle secrezioni lacrimali e congiuntivali dei pazienti con infezione da SARS-CoV‐2. Gli occhi diventano così una potenziale fonte di infezione da monitorare.

Sono sempre più numerose le evidenze scientifiche che testimoniano come le vie oculari possano essere una potenziale fonte di infezione da SARS-CoV‐2. A dimostrarlo è uno studio prospettico del Dipartimento di Oftalmologia di Hangzhou[1], in Cina, pubblicato su Journal Medical of Virology. Lo studio ha analizzato 30 pazienti con polmonite da coronavirus, confermati presso il primo Ospedale affiliato dell’Università di Zhejiang dal 26 gennaio al 9 febbraio 2020. Di questi pazienti sono state raccolte le secrezioni lacrimali e congiuntivali attraverso l’uso di tamponi per la valutazione della reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa (RT-PCR). Complessivamente, sono stati inclusi 21 pazienti di tipo comune e 9 pazienti di tipo grave.

In questo caso, la SARS‐CoV‐2 è stata rilevata nelle lacrime e nelle secrezioni congiuntivali dell’unico paziente di tipo comune con congiuntivite, con risultati positivi di RT-PCR. Queste evidenze sono state confermate anche da un recentissimo studio dello Spallanzani[2].

Un altro studio è quello pubblicato su British Journal of Ophthalmology[3], che ha messo a confronto i casi, verificatisi nel corso degli anni, da sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS), entrambe causate da coronavirus. Sebbene il coinvolgimento oculare non sia stato descritto in nessuna delle due sindromi, la reazione a catena della polimerasi sulle lacrime da pazienti con infezione da SARS-CoV ha dimostrato la presenza del virus. Esistono quindi prove che alcuni coronavirus possano causare congiuntivite nell’uomo: è il caso del coronavirus umano NL 63, identificato alla fine del 2004 in un bambino di sette mesi con bronchiolite e congiuntivite e degli ulteriori 28 casi di bambini, con infezioni confermate da coronavirus umano, di cui il 17% aveva la congiuntivite.

Vi sono dunque prove crescenti che la trasmissione da uomo a uomo si stia verificando tra stretti contatti e che uno dei primi possibili sintomi del virus sia la congiuntivite virale.

Ulteriori evidenze sono poi quelle emerse nello studio pubblicato su Jama Ophthalmology[4], che ha indagato le manifestazioni oculari e la prevalenza virale congiuntivale nei pazienti della provincia di Hubei affetti da Covid-19. I pazienti trattati per coronavirus in un centro ospedaliero nella provincia, dal 9 al 15 febbraio 2020, sono stati analizzati retrospettivamente per le manifestazioni oculari. Durante il periodo di trattamento, sono stati analizzati i sintomi oculari, nonché i risultati della reazione a catena della RT-PCR tramite tampone.

Dei 38 pazienti con Covid-19, un terzo dei pazienti (12) ha presentato manifestazioni oculari coerenti con la congiuntivite, tra cui iperemia congiuntivale, chemosi, epifora o aumento delle secrezioni; 28 pazienti, inoltre, hanno avuto risultati positivi su RT-PCR rilevati con tamponi rinofaringei.

Sulla base di questi studi, sono dunque da tenere in considerazione le anomalie oculari che si verificano frequentemente in pazienti affetti da Covid-19 e la possibilità che la trasmissione di questo virus sia correlata allo stretto contatto con le lacrime o le secrezioni congiuntivali dei pazienti contagiati.

Tutte queste evidenze confermano molte delle impressioni iniziali e la bontà delle misure precauzionali da seguire che IAPB Italia Onlus aveva già pubblicato nell’articolo reperibile a questo link.


[1] M. Jianhua Xia et. al, Evaluation of coronavirus in tears and conjunctival secretions of patients with SARS‐CoV‐2 infection, in “Journal Medical of Virology”, February 2020.

[2] Colavita F. et al., SARS-CoV-2 Isolation From Ocular Secretions of a Patient With COVID-19 in Italy With Prolonged Viral RNA Detection, in “Annals of Internal Medicine”, April 2020.

[3] O. L. Ji-Peng et al., Novel Coronavirus disease 2019 (COVID-19): The importance of recognising possible early ocular manifestation and using protective eyewear, in “British Journal of Ophthalmology”, n. 104(3), February 2020.

[4] MD. Ping Wu, Characteristics of Ocular Findings of Patients With Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) in Hubei Province, China, in “Jama Ophthalmology”, March 2020.

Linea verde con l’oculista

Linea verde con l'Oculista

Mai come oggi la consultazione telefonica con l’oculista di IAPB Italia si dimostra importante per ricevere ascolto e risposte. Molti dubbi nascono dallo stress della quarantena. Altri da problemi gravi che non vanno sottostimati.

Tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 13:00 è possibile chiamare il numero verde 800-068-506 e parlare con l’oculista IAPB.

“Il servizio di consulenza” spiega la dottoressa Sara D’Angelo “non ha la pretesa di offrire diagnosi o prescrivere trattamenti, perché la distanza e la mancanza di strumentazione precludono un tale grado di precisione. Ciononostante, parlando con le persone si possono capire molte cose, dare indicazioni di massima e, soprattutto, ‘liberarle’ da un pensiero, spesso infondato, che le preoccupa”.

“Le persone con le quali parlo si dimostrano coscienti e comprensive per i limiti di quello che posso fare al telefono e si instaura un bellissimo rapporto: sono felici che qualcuno li ascolti e, ove possibile, le rassicuri o fornisca loro una linea d’azione fondata da seguire. Spesso richiamano nei giorni successivi per condividere con me il fatto che si sentono meglio”.

Molte chiamate, ultimamente, riguardano la correlazione tra Coronavirus e congiuntivite virale e sono dovute più alla tensione dell’isolamento che all’insorgere di sintomi ben definiti. Le persone costrette in casa, non potendosi rivolgere al proprio oculista o accedere facilmente alle strutture sanitarie, tendono involontariamente ad ingigantire i loro disturbi o comunque a collegarli subito all’infezione da coronavirus.

“Persone che avvertono – o alle quali sembra di avvertire – un aumento moderato di sintomi con i quali convivono da tempo (come occhio secco, visione di mosche volanti nel campo visivo o l’occasionale insorgenza di una pallina sulla palpebra) il più delle volte non hanno nulla da temere: i sintomi gravi, come ad esempio un repentino e massiccio aumento delle ‘mosche’, spesso non lasciano adito a dubbi. È lo stare a casa e l’avere tempo per pensarci che focalizza l’attenzione su fenomeni con i quali si convive pacificamente da tempo. In questi casi, una volta accertato che abbiano eseguito controlli, si tende a rassicurare”.

Non tutte le risposte sono facili, però. “Ultimamente mi ha colpito la telefonata di un ragazzo di 37 anni di Brescia, che era stato colpito nell’occhio da un pallino di una pistola giocattolo. Vedeva sfocato ma, nello stesso tempo, aveva paura ad andare in ospedale per non mettere a rischio la moglie e il figlio. Mi ha chiesto cosa doveva fare e se ci fosse il rischio di peggiorare. Non esiste una risposta facile a queste domande perché alcuni traumi – quelli domestici sono, comprensibilmente in aumento – e alcune patologie rischiano senza dubbio di generare danni gravissimi e irrecuperabili alla vista se non sono trattati.  Non possiamo prenderci la responsabilità di dire: “Vada in ospedale”, anche perché non conosciamo la situazione delle diverse strutture sanitarie né l’attività oculistica in esse. Ma possiamo essere molto chiari sul rischio di trascurare una terapia e una medicazione importante e comunque esprimere la nostra opinione in merito alla necessità per il paziente di farsi visitare al più presto. Con queste informazioni ognuno farà la sua decisione”.

Le domande più frequenti e relative risposte

1) Da qualche mese, ho sensazione di sabbiolina negli occhi, soffro di occhio secco da tempo, però volevo sapere se è possibile che adesso abbia una congiuntivite virale.

Probabilmente no, soprattutto in assenza di altri sintomi e considerando che non si tratta di una situazione in acuto ma che persiste da diverso tempo. Il disturbo quasi sicuramente tenderà a regredire instillando regolarmente lacrime artificiali.

2) Mi è comparsa una “pallina” sulla palpebra, se la tocco mi fa male, contattato il medico di base mi ha detto potrebbe trattarsi di un calazio e mi ha consigliato pomatina antibiotica. Lei dice che è un calazio o un inizio di infezione da coronavirus?

Non esiste alcuna evidenza che congiuntivite virale dia lesioni di questo tipo.

3) Mio figlio lavora 8-10 ore al pc facendo smart working. La sera avverte occhi stanchi e mal di testa, da cosa può dipendere?

Se il disturbo si presenta la sera, la causa è molto probabilmente quella più evidente: l’affaticamento visivo provocato dal computer stesso.

4) Ho il glaucoma, con il collirio che instillo già da tempo prescritto dal mio oculista la mia pressione oculare risulta sempre normale ai controlli. In questi giorni che sono a casa ho a volte mal di testa, è possibile che mi si alzi la pressione oculare? (Ultimo controllo circa 3 mesi fa).

Data la regolarità dei controlli, non v’è ragione di ipotizzare che sia correlato alla pressione. Sarebbe meglio fare una tonometria di controllo ovviamente, ma in genere l’ipertensione oculare non provoca un mal di testa vago ma un dolore particolare e localizzato.

5) Mia madre di 70 anni era in lista per fare ad aprile la cataratta, adesso che le hanno rimandato di qualche mese l’intervento, diventerà cieca? C’è qualche collirio che può rallentare l’evoluzione della cataratta?

No, la cataratta normalmente non matura né evolve così rapidamente. Non ci sono, però, medicazioni che la rallentano.

6) Ho i vasi sulla sclera un pochino dilatati ormai da diversi mesi, al controllo oculistico non è emerso nulla di rilevante. Potrebbe trattarsi di coronavirus?

Questo tipo di rossore dell’occhio è uno dei sintomi della congiuntivite virale, ma non è l’unico. Perciò di per sé non è un fattore determinante. Ci sono tantissime cause passeggere di questo fenomeno che, nella vita di tutti i giorni, non avremmo neppure notato. Inoltre non essendo emerso nulla di rilevante dalla visita oculistica direi che può stare tranquillo.

7) Soffro fin da giovane di corpi mobili vitreali, ma in questi giorni, stando a casa ci faccio più attenzione e mi sembra che siano aumentati, anche se non ne sono convinto del tutto. Ultimo fondo oculare qualche mese fa, retina a posto.

Non miope, non pregresse lesioni retiniche o pregressi trattamenti laser sulla retina, quindi assenza di particolari fattori di rischio. Inoltre si tratta di una “sensazione” più che di un vero e proprio sintomo, quindi direi di monitorare la situazione nei prossimi giorni, ma che in linea di massima non ci siano particolari rischi per la salute di suoi occhi.Di solito i sintomi ‘veri’ non lasciano adito a dubbi.

Ci sono, però, altre domande, più rare, ma alle quali è più difficile rispondere.

8) Ho fatto da poco l’intervento di cataratta, ma non posso fare la visita di controllo prevista dopo un mese. Corro qualche rischio? Avevo bisogno della prescrizione degli occhiali dopo l’intervento, come faccio?

9) Dovevo eseguire un’iniezione intravitreale già programmata, ma mi è saltato l’appuntamento. Come faccio?

10) Ho eseguito da poco un trattamento di chirurgia rifrattiva, ancora non vedo bene, non posso fare la visita di controllo che faccio?

11) Sono affetto da anni da maculopatia ed eseguo periodicamente Oct di controllo. L’ultimo esame Oct mi è stato rinviato a data da destinarsi e da qualche giorno mi sembra di vedere peggio (linee distorte che prima non notavo). Come devo comportarmi?

In tutti questi casi il rischio di danno alla vista – potenzialmente irreparabile – esiste. Sta alla persona decidere se uscire o meno partendo dalle informazioni offerte dall’oculista.

Quando chiamare l’oculistica in tempi di Covid-19

La prevenzione è ancora più importante da quando le visite sono più rare. Ma attenzione. Ci sono dei trattamenti e dei sintomi che non vanno fatti aspettare.

Il primo fattore da non dimenticare, dice l’American Academy of Ophthalmology[1] è che il nuovo Coronavirus si trasmette attraverso gli occhi. Fondamentale, perciò, è lavarsi spesso le mani: mai toccarsi volto e occhi prima di averlo fatto. Anche gli occhiali, al posto delle lenti a contatto, possono portare un ulteriore livello di protezione. E, nel caso si vogliano usare le lenti a contatto, impiegare – come dice anche la Società Italiana di Oftalmologia – quelle usa e getta.

Se, però, la riduzione delle visite e dell’attività ordinaria si riduce per l’epidemia, esistono dei trattamenti e dei sintomi che non vanno fatti aspettare. La vista perduta, infatti, non si recupera.

Ecco quando andare/contattare il vostro oculista[2]

  • Per le iniezioni oculari nella terapia di degenerazione maculare o retinopatia diabetica
    • Sospendere questi trattamenti fa progredire le malattie
  • Quando si avvertono cambiamenti improvvisi alla vista
    • che si riduce, diventa sfocata, con macchie scure o ondulazioni o con riduzione del campo visivo
  • Quando aumentano le ‘mosche’ galleggianti
  • Quando sopraggiunge dolore all’occhio, mal di testa, occhio rosso, nausea e vomito

In questi casi non bisogna sottostimare i sintomi ma chiamare subito il proprio oftalmologo. Sarà lui a valutare la situazione e a consigliare l’azione migliore per proteggere la vista anche durante la pandemia di COVID-19.


[1] Coronavirus Guide for Eye Patients https://www.aao.org/eye-health/coronavirus

[2] Coronavirus eye safety https://www.aao.org/Assets/6d7c9a1a-9242-4326-a75d-9c6c9a827594/637208545943870000/coronavirus-and-your-eyes-pdf?inline=1

Attenti agli schermi

In questo periodo di quarantena aumenta il periodo speso guardando tv e schermi digitali. Ecco le precauzioni da prendere.

L’occhio umano è conformato per mettere a fuoco con maggiore facilità oltre i tre metri.

Ecco perché la visione continua sugli schermi elettronici (TV – cellulari – tablet e computer) affatica l’occhio.

Qui i consigli degli oculisti IAPB Italia per affrontare queste giornate al chiuso. In particolare, le raccomandazioni su:

1) come guardare in sicurezza schermi digitali 

2) i rischi connessi alla televisione

Qui, invece, la spiegazione del perché gli occhi si affaticano guardando gli schermi. 

I traumi da pallone riducono la risposta al K-D test

Uno studio prospettico americano suggerisce che le funzioni oculomotorie possono riflettere un danno sensoriale sottile causato da impatti sub-concussivi alla testa.

I traumi sub-concussivi da pallone riducono temporaneamente la risposta al King-Devick test. È questa la scoperta della sperimentazione clinica randomizzata condotta dalla Indiana University School of Public Health di Bloomington[1]. Lo studio ha valutato la velocità e l’errore del King-Devick test scoprendo che 10 colpi di pallone alla testa sono in grado di smussare la capacità neuro-oftalmologica di apprendere e adattarsi al K-D test.

In questo studio clinico sono stati messi a confronto due gruppi composti da 67 giocatori di calcio con un’età media di 20,6 anni: un gruppo di “testa” e un gruppo di “calcio” (gruppo di controllo). Il gruppo di testa ha eseguito 10 testate con palloni da calcio proiettati a una velocità di 25 mph. Il gruppo di controllo ha seguito lo stesso protocollo ma con 10 calci. L’errore del K-D test e il punto di convergenza vicino (NPC)[2] sono stati valutati a 0, 2 e 24 ore dopo la direzione o il calcio.

Differenze di gruppo si sono verificate in tutti i punti post-intervento. In particolare, il gruppo di controllo dei calci ha eseguito il K-D test più velocemente a 0, 2 e 24 ore dopo l’intervento rispetto al gruppo di testa. Dai dati è inoltre emerso che 10 testate da pallone di calcio hanno significativamente alterato l’NPC immediatamente dopo l’impatto e la compromissione è persistita per più di 24 ore. L’NPC era cronicamente compromesso nei giocatori di football americano delle scuole superiori che sostenevano alte frequenze e magnitudini di impatti alla testa.

L’impatto sub-concussivo della testa, definito come un impatto sulla testa che non induce sintomi clinici di commozione cerebrale, è emerso dunque come problema diffuso. Questi risultati supportano l’ipotesi che la funzione neuro-oftalmologica è influenzata, almeno a breve termine, da impatti sub-concussivi alla testa causando la vulnerabilità temporale della funzione oculomotoria e dell’efficienza cognitiva.

I circuiti neurali, che collegano le funzioni cognitive e oculomotorie, possono essere così temporaneamente vulnerabili e questo potrebbe interessare diverse persone impegnate in sport di contatto. Ulteriori studi potranno poi aiutare a determinare se queste misure potranno essere uno strumento clinico utile per rilevare lesioni sub-concussive acute della testa che possono compromettere l’integrità neuro-oftalmologica.


King-Devick Test

Il King-Devick Test è uno strumento di screening creato da King-Devick Technologies per valutare i deficit cognitivi visivi post-concussione attraverso l’analisi delle componenti saccadiche dei movimenti oculari. È una valutazione rapida di due minuti della denominazione numerica, in cui un individuo legge rapidamente ad alta voce numeri a una cifra e si valutano le alterazioni dei movimenti oculari, dell’attenzione e della funzione del linguaggio.

Per un approfondimento visita il sito: https://kingdevicktest.com/


[1] Madeleine K. Nowak et al., Neuro-Ophthalmologic Response to Repetitive Subconcussive Head Impacts. A Randomized Clinical Trial, in “JAMA Ophthalmology”, February 2020. 

[2] Il punto di convergenza vicino (NPC) misura il punto di messa a fuoco più vicino prima dell’impatto.

Un’Intelligenza Artificiale per i neonati a rischio retinopatia

I neonati prematuri hanno maggiori probabilità di sviluppare la retinopatia posteriore aggressiva: una patologia che, se non trattata, determina la perdita della vista. Uno studio dell’Oregon Health & Science University ha utilizzato l’Intelligenza Artificiale (AI) per diagnosticare per tempo questa malattia.

L’Intelligenza Artificiale può aiutare a identificare i neonati a rischio di retinopatia posteriore aggressiva della prematurità[1]. Lo spiega uno studio finanziato dal National Eye Institute e condotto dall’Oregon Health & Science University, che aiuta a diagnosticare laforma più grave della retinopatia del prematuro (ROP).

La retinopatia posteriore aggressiva (AP-ROP) è una malattia a rapida progressione in genere in neonati di età gestazionale inferiore a 26 settimane e con un peso alla nascita estremamente basso (< 700 gr)[2]. La patologia non sempre viene diagnosticata per tempo per via della difficile rilevazione di alcune sue caratteristiche. Negli occhi dei prematuri, i vasi sanguigni risultano fragili e possono crescere in modo anomalo provocando cicatrici. Se la retinopatia posteriore non è diagnosticata per tempo, la crescita di questi vasi può peggiorare fino a provocare il distacco della retina, la principale causa della perdita della vista associata alla patologia.

Nello studio americano, è stato utilizzato il sistema di deep learning “i-ROP” per la classificazione della retinopatia posteriore all’interno di nove centri di assistenza neonatale. Si tratta di un tipo di Intelligenza Artificiale utilizzato per il riconoscimento delle immagini del fondo oculare, al quale i ricercatori hanno affiancato un punteggio quantitativo di gravità vascolare (scala 1-9) per la valutazione dei neonati e il monitoraggio della progressione della malattia.

Complessivamente, sono stati seguiti nel tempo 947 neonati e sono state effettuate 5.945 visite oculistiche con immagini del fondo oculare, analizzate sia dal sistema di classificazione automatica che da un team di esperti. Dallo studio è emerso che il 3% dei neonati ha sviluppato la malattia. In particolare, è stato identificato un profilo di paziente AP-ROP più chiaro e quantificabile: rispetto ai neonati che necessitavano di cure ma che non avevano sviluppato la patologia, quelli conAP-ROP sono nati più leggeri (617g contro 679g) e più giovani (24,3 settimane contro 25,0 settimane). Nessun piccolo paziente nato dopo 26 settimane ha sviluppato invece la malattia. Vi è stato poi un significativo grado di disaccordo tra i valutatori, un dato che suggerisce la necessità di continuare a lavorare allo sviluppo di parametri oggettivi per la valutazione della gravità della malattia.

L’AI utilizzata nella sperimentazione clinica ha recentemente ottenuto il riconoscimento di “Terapia Innovativa” dall’ente governativo statunitense FDA accelerandone lo sviluppo: “È importante riconoscere – ha affermato Grace Shen, Direttore del programma sulle malattie della retina presso il National Eye Institute – che attualmente non esiste uno standard per la diagnosi di AP-ROP. Avere metriche oggettive, basate sull’intelligenza artificiale, per rilevare la patologia è un passo nella giusta direzione per questa popolazione di bambini altamente vulnerabili[3]”. L’analisi delle caratteristiche quantitative della retinopatia posteriore aggressiva potrà dunque aiutare a migliorare la diagnosi e il trattamento di una forma aggressiva e minacciosa per la vista nella prematurità.


[1] Kellyn N. Bellsmith et al., Aggressive Posterior Retinopathy of Prematurity, in “Ophtalmology”,
6 Febbrario 2020.

[2] http://www.ospfe.it/il-professionista/societa-medico-chirurgica/archivio-convegni-2018/argomenti-di-neuroftalmologia/Rischio%20neuro%20evolutivo%20nel%20bambino%20con%20ROP-Monari.pdf

[3] https://www.news-medical.net/news/20200304/AI-may-help-identify-newborns-at-risk-for-aggressive-posterior-retinopathy-of-prematurity.aspx

Dentro l’oculistica di Lodi

Nel cuore dell’epidemia il reparto chirurgico continua a visitare e curare. “Non possiamo aspettare che una persona perda la vista ed è quello che succederebbe in molti casi se rimandassimo gli interventi” racconta il direttore Massimo De Micheli.

LODI, 24 marzo 2020 – Cosa succede ad una persona con distacco di retina in piena emergenza Covid-19 e nella provincia che ha visto il virus manifestarsi a Codogno? Questa è stata il pensiero che Massimo De Micheli, direttore dell’Oculistica presso l’Ospedale Maggiore di Lodi, ha fatto nei primi, concitati giorni dell’emergenza.

Da allora le sale operatorie sono state trasformate in rianimazioni, gli infermieri sono stati mobilitati nei reparti che ricoveravano i malati di Covid-19, gli anestesisti si sono dedicati pressoché interamente al grandissimo numero di pazienti intubati e gli oculisti hanno cominciato a coprire i turni del Pronto Soccorso.

“Eppure non ci siamo mai fermati – spiega De Micheli – ed una piccola sala operatoria è rimasta in funzione per gli interventi agli occhi. Allo stesso tempo è andata avanti – mantenendo gli appuntamenti distanziati in modo tale che i pazienti non si incrociassero – l’attività di diagnosi per varie patologie, tra le quali quelle retiniche e il glaucoma”.

“Non possiamo fermarci: non si possono abbandonare i pazienti a loro stessi e ci sono degli interventi che non possono essere rimandati. Già ora, in gran parte d’Italia, il rischio che l’epidemia di Covid-19 porti a trascurare molte altre patologie, arrecando danni gravi e irreparabili, è altissimo. In oculistica il distacco di retina non può aspettare, perché si perde la vista. Il glaucoma scompensato non può aspettare, l’olio di silicone iniettato nel vitreo (in caso di distacco di retina) va tolto prima che diventi tossico, il foro maculare va circoscritto prima che si allarghi e per ogni iniezione intravitreale che il paziente ‘salta’, la degenerazione maculare avanza un poco, e non si potrà recuperare quello che è andato perduto. Ecco cos’è l’urgenza in oculistica che ci troviamo ad affrontare. I confini della definizione non sono ferrei, ma che una vasta casistica di interventi urgenti esista anche ora; non c’è dubbio alcuno”.

Con tutte le precauzioni possibili il reparto esegue almeno 4 interventi di retina alla settimana, diverse iniezioni intravitreali e altre operazioni chirurgiche necessarie che permettono ai pazienti di Lodi – e a quelli di altri ospedali – di ricevere le cure delle quali hanno bisogno. È una fortuna anche perché, soprattutto nei primi giorni dell’epidemia, le possibilità per un malato del lodigiano di venir accettato in un altro Ospedale d’Italia erano remote.

“Il lavoro è una frazione dell’attività ordinaria, e sia i medici che gli ortottisti, in sala operatoria, si incaricano di tutte quelle mansioni che prima venivano svolte dall’equipe infermieristica oramai totalmente dedicata ad altri compiti nei reparti Covid+. Ma solo il fatto che riusciamo a portare avanti questa attività testimonia che la risposta della Direzione dell’Ospedale ad un’epidemia senza precedenti e senza preavviso è stata davvero buona. Sono riusciti a far sì che i diversi reparti continuassero a funzionare autonomamente invece che essere travolti dai pazienti di Covid-19. Sono riusciti, perciò, a mantenere il controllo in una situazione molto brutta”.

“Io ero qui fin dall’annuncio del paziente 1 e, attraverso la serie dolorosa di bollettini terribili e notizie di colleghi e familiari di colleghi ammalati, so che non è stato un risultato da poco. Non era scontato perché i primi giorni sono stati davvero traumatici: l’epidemia ci ha colpiti con una forza ed una violenza che nessuno poteva aspettarsi. Date queste premesse sono contento di come abbiamo risposto e – conclude De Micheli – è bello sapere anche di far parte di una Sanità che ha saputo resistere e reagire. E che continua a farlo giorno dopo giorno nonostante le innumerevoli difficoltà”.