Un’Intelligenza Artificiale per i neonati a rischio retinopatia

I neonati prematuri hanno maggiori probabilità di sviluppare la retinopatia posteriore aggressiva: una patologia che, se non trattata, determina la perdita della vista. Uno studio dell’Oregon Health & Science University ha utilizzato l’Intelligenza Artificiale (AI) per diagnosticare per tempo questa malattia.

L’Intelligenza Artificiale può aiutare a identificare i neonati a rischio di retinopatia posteriore aggressiva della prematurità[1]. Lo spiega uno studio finanziato dal National Eye Institute e condotto dall’Oregon Health & Science University, che aiuta a diagnosticare laforma più grave della retinopatia del prematuro (ROP).

La retinopatia posteriore aggressiva (AP-ROP) è una malattia a rapida progressione in genere in neonati di età gestazionale inferiore a 26 settimane e con un peso alla nascita estremamente basso (< 700 gr)[2]. La patologia non sempre viene diagnosticata per tempo per via della difficile rilevazione di alcune sue caratteristiche. Negli occhi dei prematuri, i vasi sanguigni risultano fragili e possono crescere in modo anomalo provocando cicatrici. Se la retinopatia posteriore non è diagnosticata per tempo, la crescita di questi vasi può peggiorare fino a provocare il distacco della retina, la principale causa della perdita della vista associata alla patologia.

Nello studio americano, è stato utilizzato il sistema di deep learning “i-ROP” per la classificazione della retinopatia posteriore all’interno di nove centri di assistenza neonatale. Si tratta di un tipo di Intelligenza Artificiale utilizzato per il riconoscimento delle immagini del fondo oculare, al quale i ricercatori hanno affiancato un punteggio quantitativo di gravità vascolare (scala 1-9) per la valutazione dei neonati e il monitoraggio della progressione della malattia.

Complessivamente, sono stati seguiti nel tempo 947 neonati e sono state effettuate 5.945 visite oculistiche con immagini del fondo oculare, analizzate sia dal sistema di classificazione automatica che da un team di esperti. Dallo studio è emerso che il 3% dei neonati ha sviluppato la malattia. In particolare, è stato identificato un profilo di paziente AP-ROP più chiaro e quantificabile: rispetto ai neonati che necessitavano di cure ma che non avevano sviluppato la patologia, quelli conAP-ROP sono nati più leggeri (617g contro 679g) e più giovani (24,3 settimane contro 25,0 settimane). Nessun piccolo paziente nato dopo 26 settimane ha sviluppato invece la malattia. Vi è stato poi un significativo grado di disaccordo tra i valutatori, un dato che suggerisce la necessità di continuare a lavorare allo sviluppo di parametri oggettivi per la valutazione della gravità della malattia.

L’AI utilizzata nella sperimentazione clinica ha recentemente ottenuto il riconoscimento di “Terapia Innovativa” dall’ente governativo statunitense FDA accelerandone lo sviluppo: “È importante riconoscere – ha affermato Grace Shen, Direttore del programma sulle malattie della retina presso il National Eye Institute – che attualmente non esiste uno standard per la diagnosi di AP-ROP. Avere metriche oggettive, basate sull’intelligenza artificiale, per rilevare la patologia è un passo nella giusta direzione per questa popolazione di bambini altamente vulnerabili[3]”. L’analisi delle caratteristiche quantitative della retinopatia posteriore aggressiva potrà dunque aiutare a migliorare la diagnosi e il trattamento di una forma aggressiva e minacciosa per la vista nella prematurità.


[1] Kellyn N. Bellsmith et al., Aggressive Posterior Retinopathy of Prematurity, in “Ophtalmology”,
6 Febbrario 2020.

[2] http://www.ospfe.it/il-professionista/societa-medico-chirurgica/archivio-convegni-2018/argomenti-di-neuroftalmologia/Rischio%20neuro%20evolutivo%20nel%20bambino%20con%20ROP-Monari.pdf

[3] https://www.news-medical.net/news/20200304/AI-may-help-identify-newborns-at-risk-for-aggressive-posterior-retinopathy-of-prematurity.aspx

Dentro l’oculistica di Lodi

Nel cuore dell’epidemia il reparto chirurgico continua a visitare e curare. “Non possiamo aspettare che una persona perda la vista ed è quello che succederebbe in molti casi se rimandassimo gli interventi” racconta il direttore Massimo De Micheli.

LODI, 24 marzo 2020 – Cosa succede ad una persona con distacco di retina in piena emergenza Covid-19 e nella provincia che ha visto il virus manifestarsi a Codogno? Questa è stata il pensiero che Massimo De Micheli, direttore dell’Oculistica presso l’Ospedale Maggiore di Lodi, ha fatto nei primi, concitati giorni dell’emergenza.

Da allora le sale operatorie sono state trasformate in rianimazioni, gli infermieri sono stati mobilitati nei reparti che ricoveravano i malati di Covid-19, gli anestesisti si sono dedicati pressoché interamente al grandissimo numero di pazienti intubati e gli oculisti hanno cominciato a coprire i turni del Pronto Soccorso.

“Eppure non ci siamo mai fermati – spiega De Micheli – ed una piccola sala operatoria è rimasta in funzione per gli interventi agli occhi. Allo stesso tempo è andata avanti – mantenendo gli appuntamenti distanziati in modo tale che i pazienti non si incrociassero – l’attività di diagnosi per varie patologie, tra le quali quelle retiniche e il glaucoma”.

“Non possiamo fermarci: non si possono abbandonare i pazienti a loro stessi e ci sono degli interventi che non possono essere rimandati. Già ora, in gran parte d’Italia, il rischio che l’epidemia di Covid-19 porti a trascurare molte altre patologie, arrecando danni gravi e irreparabili, è altissimo. In oculistica il distacco di retina non può aspettare, perché si perde la vista. Il glaucoma scompensato non può aspettare, l’olio di silicone iniettato nel vitreo (in caso di distacco di retina) va tolto prima che diventi tossico, il foro maculare va circoscritto prima che si allarghi e per ogni iniezione intravitreale che il paziente ‘salta’, la degenerazione maculare avanza un poco, e non si potrà recuperare quello che è andato perduto. Ecco cos’è l’urgenza in oculistica che ci troviamo ad affrontare. I confini della definizione non sono ferrei, ma che una vasta casistica di interventi urgenti esista anche ora; non c’è dubbio alcuno”.

Con tutte le precauzioni possibili il reparto esegue almeno 4 interventi di retina alla settimana, diverse iniezioni intravitreali e altre operazioni chirurgiche necessarie che permettono ai pazienti di Lodi – e a quelli di altri ospedali – di ricevere le cure delle quali hanno bisogno. È una fortuna anche perché, soprattutto nei primi giorni dell’epidemia, le possibilità per un malato del lodigiano di venir accettato in un altro Ospedale d’Italia erano remote.

“Il lavoro è una frazione dell’attività ordinaria, e sia i medici che gli ortottisti, in sala operatoria, si incaricano di tutte quelle mansioni che prima venivano svolte dall’equipe infermieristica oramai totalmente dedicata ad altri compiti nei reparti Covid+. Ma solo il fatto che riusciamo a portare avanti questa attività testimonia che la risposta della Direzione dell’Ospedale ad un’epidemia senza precedenti e senza preavviso è stata davvero buona. Sono riusciti a far sì che i diversi reparti continuassero a funzionare autonomamente invece che essere travolti dai pazienti di Covid-19. Sono riusciti, perciò, a mantenere il controllo in una situazione molto brutta”.

“Io ero qui fin dall’annuncio del paziente 1 e, attraverso la serie dolorosa di bollettini terribili e notizie di colleghi e familiari di colleghi ammalati, so che non è stato un risultato da poco. Non era scontato perché i primi giorni sono stati davvero traumatici: l’epidemia ci ha colpiti con una forza ed una violenza che nessuno poteva aspettarsi. Date queste premesse sono contento di come abbiamo risposto e – conclude De Micheli – è bello sapere anche di far parte di una Sanità che ha saputo resistere e reagire. E che continua a farlo giorno dopo giorno nonostante le innumerevoli difficoltà”.

Parkinson: non trascurate i problemi alla vista

Secondo i risultati di uno studio pubblicato su “Neurology”, i pazienti affetti dalla malattia di Parkinson hanno maggiori probabilità di sviluppare disturbi oculari, quali la visione sfocata, la secchezza oculare, problemi di percezione della profondità o di adattamento ai rapidi cambiamenti di luce.

Nei pazienti con malattia di Parkinson il rischio di compromissione della vista è potenzialmente comune. La malattia è collegata, infatti, alla riduzione di dopamina retinica e di innervazione dopaminergica della corteccia visiva, con conseguente riduzione delle capacità visive. Un controllo oculomotorio ridotto, la sensibilità al contrasto, un’alterazione della visione dei colori e un deficit delle funzioni visuo-spaziali sono alcune delle possibili problematiche. In generale, i sintomi oftalmologici sono sottostimati e spesso trascurati da questo tipo di pazienti. 

Nello studio olandese[1], realizzato dal Centro medico dell’Università Radboud di Nijmegen, i ricercatori hanno individuato la prevalenza di una vasta gamma di sintomi oftalmologici su un campione di 848 pazienti con malattia di Parkinson. Il campione è stato messo a confronto con un gruppo di controllo di 250 persone sane con un’età media di 70 anni. Lo studio di coorte è stato condotto attraverso un questionario noto come “Visual Impairment in Parkinson’s Disease Questionnaire”, che si è concentrato su quattro aree: superficie oculare, intraoculare, oculomotoria e nervo ottico.

I ricercatori hanno così scoperto che l’82% dei pazienti riportava 1 o più sintomi oftalmologici rispetto al 48% del gruppo di controllo. Inoltre, gli stessi presentavano maggiori problemi alla vista in tutte le aree osservate. Il disturbo della superficie oculare più comunemente riscontrato è la secchezza, causata dalle alterazioni della rete visiva dalla retina alle regioni cerebrali corticali superiori e all’origine della riduzione della vista e della difficoltà di lettura. Altri sintomi afferiscono al nervo ottico e intraoculare e sono provocati dalla formazione della cataratta nei pazienti con DMLE: il 26% di questi ha riportato problemi durante la lettura di un testo su sfondo grigio o colorato, mentre l’11% non ha rilevato l’intensità dei colori. Ciò suggerisce l’associazione della malattia di Parkinson con una compromessa sensibilità al contrasto e una riduzione della visione dei colori.

Tra gli ulteriori sintomi segnalati si riscontra la diplopia. La ragione di queste insufficienze deriva da deficit nelle vie oculomotorie nel tronco cerebrale, nei gangli della base e nei lobi frontali. Alcune di queste problematiche sorgono dalla deplezione della dopamina o dall’interessamento corticale all’interno del processo neurodegenerativo del Parkinson e da cui prendono avvio i movimenti oculari.

Infine, il 68% dei pazienti con sintomi oftalmologici ha poi dichiarato che questi sintomi interferivano con le attività quotidiane rispetto al 35% del gruppo di controllo. L’autore dello studio, Carlijn Borm, ha commentato: “I problemi alla vista rendono più difficile, per le persone con il Parkinson, la possibilità di muoversi nella vita quotidiana. Abbiamo scoperto, ad esempio, che la metà di questi pazienti ha avuto difficoltà nella lettura e il 33% ha avuto problemi agli occhi che hanno interferito con la guida dell’auto”[2].

Poiché molti di questi problemi alla vista e agli occhi sono potenzialmente curabili, Borm ha sollevato l’importanza dello screening: “Le persone con Parkinson che dichiarano di avere problemi agli occhi devono essere indirizzate a uno specialista per ulteriori valutazioni. Per coloro che non segnalano questi problemi, l’uso di un questionario volto a verificare eventuali sintomi, che altrimenti potrebbero non essere individuati, può consentire il riconoscimento, il trattamento tempestivo e il miglioramento della qualità della vita”[3].


[1] Carlijn D.J.M. Borm et al., Seeing ophthalmologic problems in Parkinson disease Results of a visual impairment questionnaire, in “Neurology”, n. 94, 11 Marzo 2020.

[2] https://www.ajmc.com/newsroom/patients-with-parkinson-disease-at-increased-risk-of-vision-eye-issues-study-shows

[3] Ibidem

OMS: non lasciate soli i disabili visivi

Le persone cieche o con gravi deficit visivi sono particolarmente esposte alla trasmissione del COVID-19. Ecco perché.

Lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità: il rischio è maggiore per chi ha un deficit visivo grave o ha perso la vista. Le ragioni sono molte, ma le principali si possono riassumere come segue.

Le persone ipovedenti o cieche infatti:

  1. hanno difficoltà a mantenere le distanze fisiche tra individui perché faticano a capire dove sono nello spazio;
  2. hanno spesso bisogno di toccare gli oggetti per orizzontarsi o capire cosa sono;
  3. devono toccare le linee in Braille non sapendo chi le abbia toccate prima;
  4. per leggere e riconoscere gli oggetti non possono usare i guanti.
  5. hanno particolare bisogno di creme per le mani perché l’utilizzo continuo di gel disinfettanti rischia di screpolare i polpastrelli, andando a danneggiare la superficie attraverso la quale possono ‘leggere’ il mondo.
  6. Inoltre, la maggior parte dei materiali informativi è visiva e non dispone delle funzioni che permettono ai lettori di schermo di tradurle per i non vedenti.

“È importante trasmettere una comunicazione efficace agli assistenti e ai parenti delle persone che vivono con la cecità o la grave perdita della funzione visiva per consentire pratiche di vita sicure ed efficienti – scrive OMS nel suo blog -. Ciò include informazioni sulle farmacie vicine, garantendo l’accesso ai prodotti per la sterilizzazione delle superficie e delle mani, nonché ai prodotti idratanti. Parlando con le persone cieche e ipovedenti, chi indossa una mascherina dovrebbe aumentare il tono della voce per essere capito chiaramente. Le società nazionali per non vedenti o ipovedenti e le organizzazioni che lavorano per la loro inclusione dovrebbero contattare l’organizzazione governativa che si occupa della sicurezza e delle emergenze per portare l’attenzione anche su questi aspetti critici nelle misure di sicurezza”.

Scoperta una proteina associata alla degenerazione maculare legata all’età

Un team internazionale di ricerca ha individuato nella proteina FHR-4 un fattore importante per la comprensione e la diagnosi precoce della patologia.

Una proteina legata alla degenerazione maculare legata all’età (DMLE) offre nuovi scenari per la diagnosi precoce e il trattamento di una malattia capace di far perdere la vista, anche se solo un terzo della popolazione sopra i 50 anni l’ha mai sentita nominare[1].

La scoperta si deve ad un team di ricerca composto da ricercatori della Queen Mary University di Londra, dell’Università di Manchester, dell’Università di Cardiff e del Centro medico dell’Università Radboud di Nijmegen, che ha trovato livelli significativamente più alti della proteina FHR-4 nel sangue di pazienti con DMLE [2].

In 484 pazienti e 522 campioni di controllo di pari età sono stati misurati i livelli nel sangue di FHR-4 utilizzando due raccolte indipendenti di dati di pazienti con DMLE: lo studio di Cambridge e i dati dello European Genetic Database (EUGENDA). In questo studio, i ricercatori hanno usato la tecnica genetica meglio conosciuta come “studio di associazione genome-wide”, per identificare cambiamenti specifici nel genoma in relazione all’aumento dei livelli di FHR-4 riscontrati nei pazienti con AMD.

I ricercatori hanno quindi scoperto che livelli più alti di FHR-4 nel sangue sono associati a cambiamenti nei geni che codificano per le proteine ​​appartenenti alla famiglia del fattore H e che si raggruppano in una specifica regione del genoma. I cambiamenti genetici identificati si sovrappongono con varianti genetiche correlate allo sviluppo di DMLE. Ulteriori indagini hanno evidenziato la presenza di questa proteina all’interno della macula, la regione dell’occhio specificamente colpita dalla malattia.

Modificazioni genetiche ereditarie possono, quindi, portare a livelli più alti di FHR-4 nel sangue, il che si traduce in un’attivazione incontrollata del sistema del complemento all’interno dell’occhio – elemento del sistema immunitario essenziale per i meccanismi di difesa contro gli agenti infettivi – favorendo lo sviluppo della malattia.

I risultati genetici forniscono la prova che l’FHR-4 è un regolatore critico di quella parte del sistema immunitario che pregiudica gli occhi. Oltre a migliorare la comprensione di come la DMLE si sviluppi, questi risultati aprono nuove vie per la diagnosi precoce – mediante il dosaggio di FHR-4 nel sangue per calcolare il rischio di sviluppo della malattia – e il trattamento della malattia, con l’individuazione di una terapia specifica.


[1] https://iapb.it/amd-sconosciuta-e-in-aumento/

[2] Cipriani V. et al., Increased circulating levels of Factor H-Related Protein 4 are strongly associated with age-related macular degeneration, in “Nature Communications”, n. 11 (778), February, 2020.

Lenti a contatto: meglio farne a meno per un po’

L’American Academy of Ophthalmology ribadisce: il coronavirus trasmesso attraverso gli occhi; gli occhiali aggiungono una barriera protettiva. Il consiglio degli oculisti statunitensi è ridurre le occasioni di rischio. Lo stesso consiglio arriva anche dalla Società Oftalmologica Italiana.

Molti virus, e tra questi il COVID-19, possono penetrare nell’organismo attraverso la congiuntiva dell’occhio: per questo, oltre a lavarsi spesso e bene le mani è assolutamente sconsigliato toccarsi gli occhi e il viso con le dita.

L’American Academy of Ophthalmology ha recentemente[1] aggiunto due precauzioni in più. La prima è l’invito alle persone che portano abitualmente le lenti a contatto a rinunciarvi per la durata dell’emergenza. La seconda, strettamente collegata, è l’invito ad utilizzare gli occhiali. Le lenti a contatto, infatti, hanno di per sé un rischio di infezione e richiedono alla persona di toccarsi gli occhi ripetutamente nel corso della giornata. Gli occhiali, invece, fanno da scudo all’aerosol respiratorio che potrebbe contenere il virus, anche se la protezione non sarà mai totale e si dovranno in ogni caso seguire le normali precauzioni di distanza ed igiene.

Anche la Società Oftalmologica Italiana conferma che l’uso delle lenti a contatto è sconsigliato e quello delle lenti multiuso in particolare. La SOI aveva già all’inizio dell’epidemia messo in guardia sulla possibilità di trasmissione del Covid-19 attraverso la congiuntiva oculare e prescritto le misure di sicurezza  per gli oculisti che visitassero persone con la febbre e/o congiuntivite. Le stesse informazioni sono state ribadite dalla AAO.

Per chi volesse comunque utilizzare le lenti a contatto anche durante questa emergenza, è consigliabile impiegare quelle ‘usa e getta’ e seguire rigorosamente le regole di sicurezza qui riportate.


[1] Coronavirus Eye Safety Written By: Reena Mukamal Reviewed By: Sonal S Tuli MD Edited By: Anni Delfaro Mar. 10, 2020 https://www.aao.org/eye-health/diseases/prevent-infection-with-proper-contact-lens-care


A Roma nuovo Ospedale per il covid-19: possibile donare anche online

Sorgerà nel Presidio Columbus del Gemelli. I lavori sono già iniziati, ma i costi sono tanti. Un posto letto in Terapia Intensiva costa almeno 70mila Euro. Partita la campagna per contribuire. 

La Regione Lazio ha disposto la trasformazione del Presidio Columbus in Covid Hospital Regionale per supportare l’hub regionale – Ospedale Spallanzani nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto.

Nelle prossime tre settimane, la Fondazione Policlinico Gemelli, cui fa capo il Presidio Columbus, riadatterà la struttura per affrontare al meglio la sfida. I lavori sono già iniziati. Il nuovo Columbus Covid-2 Hospital sarà dedicato ai pazienti con Coronavirus Covid-19, arrivando a mettere a disposizione 59 posti letto di terapia intensiva e 80 posti letto singoli.

I COSTI La complessità da superare non è soltanto sanitaria. Il costo di un singolo posto letto di terapia intensiva è, in termini di investimenti incrementali di attrezzature e strutture sanitarie, di circa 70mila euro (escludendo l’impiantistica strutturale a supporto). La compagine clinica e assistenziale nonché tecnica e amministrativa richiede poi volumi significativi di presidi di protezione individuale quali mascherine chirurgiche, mascherine filtranti FFP2 e FFP3, tute Tyvek, occhiali di sicurezza e sistemi di ventilazione. Ovviamente un tale tempestivo e consistente incremento di posti letto dedicati richiede anche un potenziamento del personale altamente qualificato in particolare nell’ambito del personale medico con competenze di tipo infettivologico, pneumologico e di terapia intensiva.

La Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS ha quindi lanciato una campagna di raccolta fondi:Emergenza Coronavirus” per supportare medici e personale sanitario, dotandoli delle attrezzature necessarie a fronteggiare in sicurezza il Covid-19.

Le donazioni possono essere eseguite in varie modalità. 

DONAZIONE SU CONTO CORRENTE BANCARIO, causale “COVID-19”, intestato a Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
UniCredit – IBAN: IT 59 Z 02008 05314000102940493.

DONAZIONE SU CONTO CORRENTE POSTALE, causale “COVID-19”, intestato a Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
Poste Italiane – IBAN: IT 37 E 07601 03200001032013003.

Per la prima volta il Gemelli ha anche pensato di ricorrere a una piattaforma pubblica di raccolta fondi e la campagna, che ha l’obiettivo di raccogliere 2 milioni di euro, può essere raggiunta a questo indirizzo: https://www.gofundme.com/f/sosteniamo-il-columbus-covid2-hospital

Al momento della donazione invitiamo a controllare il box sotto l’importo che si intende donare. La percentuale di contributo al sito GoFundMe non è obbligatoria ma aiuta la piattaforma a garantire il servizio. Cliccando su “Altro” si può inserire un valore da 0 a salire.

Per ottenere maggiori informazioni si può scrivere all’indirizzo insieme@policlinicogemelli.it

Fonte:  Policlinico Gemelli/ Adnkronos

Una rete globale per il glaucoma pediatrico

Si tratta di un gruppo di malattie che può causare cecità, ma con una diagnosi precoce il danno può essere evitato. Nonostante condivida lo stesso nome del glaucoma ‘adulto’, il trattamento è molto diverso e i chirurghi addestrati scarseggiano. Ancora una volta, la formazione è la risposta che crea soluzioni locali ad un problema planetario.

A seguire l’articolo di Dr. Alana L. Grajewski, Professor of Clinical Ophthalmology and Director of The Samuel & Ethel Balkan International Pediatric Glaucoma Center at Bascom Palmer Eye Institute at University of Miami (tradotto da www.iapb.org[1])

Per Glaucoma pediatrico, anche noto come glaucoma infantile, si intende un gruppo di malattie che condividono alcune caratteristiche comuni, quali l’ipertensione oculare e il conseguente danno al nervo ottico che, a sua volta, causa cecità. Se non trattato, il glaucoma infantile sarà causa di cecità ancora in giovane età ma, con una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo, il danno agli occhi può essere rimediato e la cecità prevenuta.

La Malattia

Il glaucoma pediatrico può presentarsi come una malattia primaria (non effetto di altre malattie preesistenti, ndr) e, in questo caso, si parla di Glaucoma primario congenito (PCG). O può manifestarsi come componente di una sindrome od effetto di un altro processo patologico.

Il Childhood Glaucoma Research Network (CGRN), un’associazione globale di medici e scienziati dedicata alla ricerca e al trattamento del glaucoma infantile, ha classificato le diverse forme di glaucoma pediatrico, specificando le varie forme di malattia ereditaria e acquisita[2]. Questi sforzi mirano a fornire una base per il miglioramento globale nella comprensione del glaucoma pediatrico e, in definitiva, nell’ottimizzazione delle cure.

L’incidenza di PCG varia notevolmente in tutto il mondo, con i paesi occidentali che segnalano tra 1 su 10.000 e 1 su 20.000 bambini[3] ma popolazioni isolate come quella dell’Arabia Saudita registrano un’incidenza di 1 caso su 1.250 bambini[4].

Il CGRN è impegnato in uno sforzo globale per l’identificazione e la diagnosi dei bambini ammalati, ma esistono ancora ostacoli all’erogazione delle cure una volta individuati i soggetti che dovrebbero beneficiarne.

Accesso Limitato alle cure

Uno dei maggiori ostacoli alla cura dei bambini con PCG e altre forme di glaucoma pediatrico è la carenza di chirurghi addestrati a fornire trattamenti specializzati. Sebbene condivida un nome comune con il glaucoma ad insorgenza nell’età adulta, le due distinte malattie richiedono approcci molto diversi alla cura. Nei bambini, i migliori risultati si ottengono spesso eseguendo un intervento chirurgico sull’angolo dell’occhio per aprire i canali di drenaggio che non si sono sviluppati correttamente. Le tecniche chirurgiche necessarie per intervenire correttamente nell’angolo dell’occhio non vengono apprese nella maggior parte dei programmi di formazione in oftalmologia.

A causa della mancanza di formazione specialistica per i medici nel fornire assistenza ai pazienti con glaucoma pediatrico, molti specialisti del glaucoma e oftalmologi pediatrici potrebbero non essere in grado di curare adeguatamente i bambini affetti da glaucoma. Abbiamo scoperto che in ogni regione del mondo, anche nelle aree con accesso a cure oftalmiche specializzate, molti bambini con glaucoma non hanno accesso ai medici con la formazione e agli strumenti adeguati per fornire cure.

Una rete globale per trovare soluzioni locali

Il Samuel & Ethel Balkan International Pediatric Glaucoma Center at Bascom Palmer Eye Institute in Miami, Florida, è  il primo centro integrato al mondo per la cura del glaucoma pediatrico e la disgenesia del segmento anteriore. Il centro ha sviluppato Global Eye SITE® nel 2017 un programma di formazione innovativo che offre addestramento specialistico per il glaucoma pediatrico.

Per quanto l’abitudine degli specialisti di raggiungere saltuariamente gli angoli meno ricchi di risorse del pianeta per curare malattie rare abbia salvato la vista dei tanti bambini, questo modello non può essere considerato una soluzione sostenibile alla mancanza di cure specialistiche. Global Eye SITE® si concentra sull’impatto della formazione, facendo sì che chirurghi esperti formino i medici locali per metterli in grado di curare il glaucoma pediatrico da soli.

[…]

Dal 2017 il programma ha addestrato chirurghi in Brasile, Israele, Suriname, Ghana e negli Stat Uniti Occidentali.


[1]Titolo originale: Paediatric Glaucoma: Global Challenges and Emerging Solutions (link)

[2] Thau A, Lloyd M, Freedman S, Beck A, Grajewski A, Levin AV. New classification system for pediatric glaucoma: implications for clinical care and a research registry. Current Opinion in Ophthalmology. 2018 Jul;1.

[3] Papadopoulos M, Cable N, Rahi J, Khaw PT. The British Infantile and Childhood Glaucoma (BIG) Eye Study. Invest Ophthalmol Vis Sci. 2007 Sep 1;48(9):4100–6.

[4] Malik R, Khandekar R, Boodhna T, Rahbeeni Z, Al Towerki AE, Edward DP, et al. Eradicating primary congenital glaucoma from Saudi Arabia: The case for a national screening program. Saudi Journal of Ophthalmology. 2017 Oct 1;31(4):247–9.

Coronavirus: i diversi Vademecum da seguire

Gravidanza, allattamento, assistenza alle persone positive e in isolamento. Tante situazioni diverse che fanno sorgere dubbi e domande e possono richiedere approcci e precauzioni diverse. Qui riassunti i decaloghi del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore della Sanità.

Le precauzioni da seguire per il Coronavirus non sono le stesse per tutti. Situazioni particolari richiedono precauzioni specifiche. Ecco una raccolta di raccomandazioni delle più alte autorità per:

  • DONNE IN GRAVIDANZA  Al momento non è stata mai registrata  la trasmissione da madre a feto. Il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale e nessun neonato nato da madre affetta da SARS-CoV-2 è risultato essere positivo al virus. (fonte salute.gov)
  • DONNE CHE ALLATTANO  Il virus non è stato rilevato finora nel latte materno raccolto dopo la prima poppata (colostro) delle donne affette. In almeno un caso sono stati invece rilevati anticorpi anti SARS-CoV-2. Si consiglia, perciò, anche per le donne affette da COVID-19, di continuare l’allattamento. (fonte salute.gov)
  • PER CHI ASSISTE UNA PERSONA POSITIVA E IN ISOLAMENTO. L’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato 20 precauzioni da seguire: “Come assistere a casa i pazienti” – (qui il pdf dei 20 punti)
  • TUTTI  devono rispettare l’obbligo a rimanere a casa fatta eccezione per le sole (e poche) esigenze non rinviabili, che si concentrano nell’ambito del lavoro, della salute e dell’approvvigionamento dei beni essenziali. Ciò significa evitare le uscite che possono essere posposte. Qui un video esaustivo della Polizia di Stato.

Raccontare la cecità sui media

Annunciato il premio per i giovani giornalisti istituito in Trentino da AbC IRIFOR.

Un premio per i giovani giornalisti che hanno raccontato e raccontano con particolare sensibilità e creatività i temi della prevenzione e della riabilitazione visiva come strumenti capaci di scongiurare la disabilità e la perdita di autonomia. Lo ha presentato mercoledì 4 marzo AbC IRIFOR, cooperativa sociale trentina e polo di servizi per la disabilità visiva e uditiva.

Il Premio giornalistico Fernando Cioffi è dedicato alla figura di Fernando Cioffi, storico presidente della Cooperativa, ma soprattutto promotore in Trentino di un sistema che, anche attraverso la prevenzione della cecità e la riabilitazione visiva degli ipovedenti, ha migliorato la salute e l’autonomia delle persone perseguendo l’obiettivo di una più elevata qualità di vita personale, famigliare e comunitaria.

Qui il regolamento e il modulo di partecipazione.