L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare l’oculistica, ma molti specialisti non si fidano ancora pienamente. È quanto emerge da uno studio recente, pubblicato su Clinical Ophthalmology, che ha analizzato come fattori demografici e professionali possano influenzare la percezione dell’AI tra gli oculisti.
Un questionario strutturato ha valutato il grado di consapevolezza, la fiducia nell’intelligenza artificiale in ambito diagnostico e terapeutico, le aspettative e le preoccupazioni in oltre 150 professionisti (in formazione, o già specialisti in Oftalmologia) presso l’Università di Varna, in Bulgaria.
La ricerca mostra che più della metà è informata sull’uso dell’intelligenza artificiale, ma solo una piccola percentuale — circa il 7,5% — si fida completamente delle sue capacità diagnostiche.
Differenze generazionali e prospettive future
Un dato chiave riguarda le differenze generazionali: i medici più giovani sono più aperti e propensi a seguire le indicazioni dell’AI, i professionisti più esperti risultano invece più cauti e prevedono un’integrazione più lenta nella pratica clinica.
Anche il genere influisce: gli uomini dichiarano una maggiore familiarità con l’AI, ma tendono a fidarsi meno dei suoi risultati diagnostici rispetto alle colleghe.
Nonostante queste differenze, emerge un punto condiviso: l’intelligenza artificiale è vista soprattutto come uno strumento di supporto, non come un sostituto del medico. Rimangono però preoccupazioni legate a regolamentazione, formazione e responsabilità clinica.
In sintesi, l’AI è percepita come una grande opportunità per migliorare diagnosi e gestione delle malattie oculari, ma la sua piena adozione dipenderà dalla capacità di costruire fiducia, attraverso formazione mirata e regole chiare.